Giuseppe Spera e la sua esperienza di guerra tra Sarno, Cervaro e Montecassino.


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«Studi Cassinati», anno 2022, n. 2
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di Gaetano de Angelis-Curtis

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Giuseppe Spera.

Giuseppe Spera era un giovane ventenne quando la guerra si affacciò violentemente e con tutto il suo carico di distruzione anche nel Mezzogiorno d’Italia coinvolgendo e sconvolgendo pesantemente la sua terra d’origine e la sua vita. Nato il 7 aprile 1923 nella cittadina di Sarno, in provincia di Salerno, aveva conseguito il diploma di perito tecnico presso l’Istituto Tecnico «Alessandro Volta» di Napoli, per poi iniziare le prime esperienze lavorative come capotecnico presso lo Stabilimento Aeronautico dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco. Quindi sopraggiunse l’8 settembre 1943 con l’annuncio, nel pomeriggio inoltrato, dell’armistizio tra l’Italia e le forze alleate, seguito, nella notte, dallo sbarco degli eserciti anglo-americani a Salerno a due passi da casa sua. Quindi anche per Giuseppe Spera, come per tanti altri italiani, quella fu una data spartiacque che finì per modificare profondamente la sua vita quotidiana da pendolare e lavoratore militarizzato condotta fin lì e a cui fece seguito un periodo caratterizzato da pericoli reali, tangibili che misero a rischio la sua stessa esistenza e quella dei suoi cari tra bombardamenti, fughe, rastrellamenti, detenzione, trasferimenti sulla prima linea di guerra.

Quando il gen. Pietro Badoglio annunciò agli italiani la firma dell’armistizio, Giuseppe Spera si trovava sul treno Napoli-Sarno di ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Un brivido di felicità e di emozione corse lungo i binari con i viaggiatori nei vagoni che si abbracciavano festanti, oppure tra le città toccate dalla ferrovia con le campane che ovunque suonavano a festa in quanto l’armistizio era stato scambiato dappertutto, in Patria e al fronte, come la fine della guerra. Si trattava, però, solo dell’inizio della tragedia. Per di più a poche ore di distanza dallo scarno comunicato via radio del capo del governo italiano, l’area della valle di Sarno diventò improvvisamente il territorio più critico di tutt’Italia, diventò di colpo la prima linea del conflitto con l’afflusso di migliaia di uomini e di mezzi corazzati tedeschi che tentavano di respingere in mare i militari alleati sbarcati a Salerno, con bombardamenti continui di aerei inglesi e americani e controffensive tedesche che andavano a colpire soprattutto obiettivi civili (case, abitazioni, immobili pubblici, chiese, strade, piazze, ricoveri di fortuna con centinaia di morti e feriti, andando ad anticipare ciò che succederà, di lì a poco, nelle aree campane più settentrionali di Mignano Montelungo e San Pietro Infine e poi in quelle laziali di Cassino e di numerosi Comuni del cassinate e quindi un po’ in tutto il Paese). Anche Sarno fu colpita violentemente a partire dal 15 settembre, e poi ripetutamente, bombardamenti che seminarono morte, provocarono distruzioni e causarono la prima diaspora della popolazione locale in fuga verso i monti e la campagna circostante. Conseguentemente anche la famiglia Spera (i genitori, i nonni e i fratelli di Giuseppe ed egli stesso) decise di abbandonare la propria casa e lasciare la città trovando rifugio in un campo coltivato a vigneto nei pressi di Episcopio.

Dopo due settimane dallo sbarco a Salerno, e nonostante gli sforzi bellici compiuti, le forze alleate non riuscivano a fare progressi nella valle del Sarno e raggiungere così Napoli. La situazione si faceva sempre più difficile per la popolazione locale a corto di viveri, sotto incessanti e sempre più violenti bombardamenti, con i tedeschi incrudeliti contro la popolazione civile e impegnati in continui rastrellamenti di uomini, giovani e meno giovani. Giuseppe Spera poté assistere alla brutale uccisione di un ragazzo da parte di due soldati tedeschi, all’impiccagione di due marinai, rimasti anonimi, accusati di essere delle spie, al più violento bombardamento subito dalla città, quello del 23 settembre che centrò in pieno la sua casa. Scampò a Sarno a una prima retata nascondendosi col padre e altri in una cantina ma non a quella operata qualche ora dopo nel vallone Santa Lucia, «snidato dalla minacciosa canna di una pistola mitraglia». Assieme al fratello Nino e a un’altra trentina di uomini, fu portato nel campo di raccolta provvisorio di Foce nelle vicinanze dell’omonimo convento, già gremito di centinaia di uomini rastrellati nel corso dei giorni precedenti, oltre ad alcuni prigionieri inglesi. Il giorno successivo essi furono trasferiti nel campo di concentramento di Sparanise, anch’esso campo di raccolta provvisorio ubicato nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria e dunque in posizione strategica per il trasferimento dei prigionieri in Germania. Il campo era delimitato da reticolato sorvegliato da sentinelle e all’interno si trovava una sola baracca di legno adibita a infermeria. Non c’erano spazi coperti per riparo (solo più tardi giunse del legname per la costruzione di piccoli ricoveri), né cucine da campo, né fontane da cui poter attingere acqua, né servizi igienici, con i sorveglianti tedeschi sempre pronti a intervenire a colpi di bastone e a minacciare con le armi. I prigionieri poterono però contare sulla speciale e preziosa solidarietà delle donne di Sparanise che riuscirono a rifornirli di prodotti alimentari, portando «loro cibo e conforto», oppure aiutandoli a evadere1. Dopo la liberazione di un centinaio tra anziani al di sopra dei 55 anni e giovani al di sotto dei sedici anni, fra cui con vari escamotage anche del fratello Nino (che aveva 18 anni), Giuseppe Spera fu incluso in un gruppo costituito da una ventina di uomini «di robusta costituzione fisica» che vennero portati alla stazione di Vairano scalo. Da lì dieci di essi con cinque autocarri partirono per Venafro, mentre i restanti dieci, fra cui Giuseppe Spera, si avviarono in direzione di Cassino, città che raggiunsero dopo tre ore di viaggio. Lungo la Casilina, all’altezza di Mignano Montelungo, Giuseppe Spera poté notare che erano «in corso lavori di apprestamenti difensivi, quali trinceramenti, fortini in calcestruzzo, fossati anticarro, piazzuole per cannoni e nidi di mitragliatrici in ogni anfratto di roccia», posizionati ai lati della strada, ben mimetizzati. Altresì tra Monte Trocchio e il fiume Rapido vide che venivano allestiti campi minati, nonché scavati fossati e trinceroni. Giunti nelle vicinanze della stazione di Cassino, i prigionieri italiani furono incaricati di scaricare dagli autocarri delle cassette contenenti materiale esplosivo di vario genere. L’indomani mattina raggiunsero l’aeroporto di Aquino «sulla cui pista erano parcheggiati tre trimotori tedeschi Junker 52 da trasporto». Dagli aerei furono trasbordate sugli autocarri una «infinità di taniche metalliche piene di benzina e cassette di munizioni». Nel corso di due giorni tali materiali furono portati in varie località come «S. Elia Fiume Rapido, Cervaro, San Michele, Venafro, Alfedena, ove, tra l’altro [furono scaricate] 24 mitragliere antiaeree a quattro canne, con relativo munizionamento, ed infine Castel di Sangro. L’ultimo viaggio ebbe come meta la montagna di Cassino. Lungo la tortuosa strada di montagna, nei numerosi anfratti di roccia, erano in corso lavori di allestimento di postazioni per cannoni, nidi di mitragliatrici, fino alla cima del monte, ove, nella località San Rachisio e Sant’Onofrio erano in corso di allestimento postazioni difensive». Durante quei viaggi Giuseppe Spera ebbe la possibilità di conversare con il comandante tedesco, un giovane tenente che parlava bene l’italiano. Quest’ultimo gli chiese perché non indossasse la divisa militare avendo vent’anni. Giuseppe gli rispose che era un impiegato dello Stabilimento aeronautico di Pomigliano d’Arco che era militarizzato, stabilimento ben conosciuto dal giovane ufficiale in quanto da gennaio a giugno del 1943 vi aveva prestato servizio in qualità di responsabile dell’unità di trasporto del materiale bellico inviato in Tunisia. La conversazione consentì l’instaurarsi fra i due di un «clima di cordialità, facendo cadere quel muro di gelida freddezza esistente all’inizio». Così terminata l’ultima consegna a Montecassino alle 11 di mattina, i soldati tedeschi si concessero una breve sosta e il convoglio dei cinque automezzi si fermò al bivio Albaneta-San Rachisio nei pressi di quota 593, quella che diverrà, di lì a poco, tristemente famosa. Il tenente tedesco ne approfittò per andare a Montecassino al fine di effettuare una breve visita all’abbazia e portò con sé altri due soldati nonché Giuseppe Spera. Il giovane ufficiale conosceva bene la storia di Montecassino e le opere d’arte conservate nel monastero e fece da guida a Giuseppe Spera il quale si fermò anche a pregare sulla tomba di san Benedetto. La visita durò due ore, poi il gruppetto tornò dov’erano parcheggiati gli automezzi che ripresero il viaggio verso la stazione di Cassino e poi verso Sparanise. La confidenza generatasi in quei momenti spinse Giuseppe Spera a chiedere all’ufficiale tedesco se gli consentiva di scappare, tramite uno stratagemma. Il tenente, però, ligio alle consegne gli rispose che non era possibile perché venti uomini aveva preso in consegna e venti uomini doveva riportare a Sparanise per riconsegnarli al responsabile del campo. Così la sera del 26 settembre 1943 Giuseppe Spera, accompagnato da una «pioggerellina continua e fastidiosa», fece ritorno al campo di Sparanise. Qui erano iniziate le «prime fortunate evasioni» di prigionieri favorite dalle donne del posto ma pure da qualche sentinella di buon cuore. Anche Giuseppe Spera tentò di evadere ma fu bloccato mentre era per metà del corpo già oltre il reticolato. Due giorni più tardi, il 28 settembre, i prigionieri furono radunati al centro del campo, pronti a salire a bordo di un lungo treno formato da carri bestiame che stazionava nel vicino scalo ferroviario, per essere deportati in vari lager del Reich. Tutti erano «orami rassegnati a partire» quando all’improvviso avvenne «qualcosa di miracoloso». Una pioggia intensissima, «con lampi e folgori» e tuoni, costrinse non solo i prigionieri ma anche i soldati tedeschi a cercare riparo. Giuseppe Spera e altri tre suoi compagni si rifugiarono nella baracca adibita a infermeria. Il campo era immerso nella totale oscurità ma i tedeschi, cessato l’acquazzone, alla luce delle fotoelettriche radunarono nuovamente i prigionieri nel centro del campo, li scortarono alla stazione e li fecero salire sul treno (partirono così circa 4.000 uomini cui seguirono nei giorni successivi altri due convogli sempre di prigionieri civili). Giuseppe Spera e gli altri tre non si mossero dalla baracca, né nessuna sentinella si occupò di loro. Al mattino dopo il campo si presentava totalmente vuoto ma verso le dieci arrivarono altri automezzi tedeschi che scaricavano nuovi prigionieri rastrellati in vari Comuni. Giuseppe Spera si mescolò a loro e riuscì a evadere oltrepassando il reticolato. Una sentinella accortasi della fuga gli sparò un colpo di fucile che sibilò sulla sua testa, ma poi con l’aiuto delle donne di Sparanise, «veramente meravigliose», e con un po’ di fortuna riuscì a raggiungere la campagna circostante. A piedi, tra mille insidie, sempre timoroso di incontrare soldati tedeschi, improvvisandosi acrobata per oltrepassare il fiume Volturno, scampando a retate e cannoneggiamenti, passando per Capua, Santa Maia Capua Vetere, Marcianise raggiunse Maddaloni che alle sette del mattino del 6 ottobre 1943 venne liberata dall’avanguardia dell’VIII armata britannica. Dopo un’altra giornata di cammino a piedi, alla sera poté ricongiungersi a Sarno con la sua famiglia. Certo Giuseppe Spera e i suoi familiari si sentirono «fortunati» per essere «ancora in vita» ed essere così usciti dall’inferno di fuoco. Certo la «vita continua[va]!» ma «si ricomincia[va] da zero» perché la casa era un «enorme cumulo di macerie», scarsissime erano risorse le alimentari, il lavoro non c’era più in quanto licenziato dallo Stabilimento aeronautico pesantemente distrutto dai bombardamenti alleati e dai guastatori tedeschi.

«Era il tempo di arrangiarsi ed operare con umiltà e senso del dovere». Così Giuseppe Spera lavorò per due anni sette giorni su sette, domeniche comprese, prima nelle officine impiantate a Sarno dagli americani per la revisione dei mezzi italiani requisiti e poi a Poggioreale a Napoli per conto degli inglesi nella revisione dei motori dei carri armati.

Con la partenza dei militari, terminò anche l’attività di supporto agli alleati e Giuseppe Spera si ritrovò di nuovo disoccupato, ma nel mese di ottobre 1946 ottenne un incarico di insegnamento presso la Scuola Statale di Avviamento Professionale a tipo industriale «Guido Baccelli» di Sarno (trasformata nel corso degli anni in Scuola Media) dove rimase per 40 anni consecutivi, fino al 30 settembre 1986 quando fu collocato in pensione.

Tornando alle vicende militari del 1943-44, Giuseppe Spera ricorda che dopo la liberazione la città di Sarno era divenuta un «grande accampamento di truppe inglesi» in quanto era stata prescelta come sede di comando militare.

Quindi il 10 febbraio 1944 fu convocato al comando britannico poiché egli era uno di quei deportati che erano riusciti a evadere dal campo di Sparanise. Fu allora interrogato da un capitano inglese, alla presenza di un interprete e di tre altri ufficiali, in merito alla cattura, alla deportazione, al numero di prigionieri e, soprattutto, al lavoro che era stato costretto a svolgere dai tedeschi. Alla fine fu sollecitato a dare la sua disponibilità mettendosi a disposizione del comando alleato per una settimana. Così il giorno dopo fu portato alla Reggia di Caserta, sede del Comando militare generale, dove fu nuovamente interrogato assieme a una decina di ex deportati di vari paesi. A tutti venne consegnato un «impermeabile mimetico, un elmetto inglese, una razione di viveri, sigarette, cioccolata etc.» e, «a bordo di un’autoambulanza con la croce rossa», raggiunsero Sparanise.

Seguiamo ora il racconto dei fatti succedutisi tra l’11 e il 16 febbraio 1944 direttamente dalle pagine vergate da Giuseppe Spera nel suo Diario di guerra:

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« … Ripartimmo nel pomeriggio, in direzione di Venafro. Nevicava. Distruzioni dappertutto; la guerra aveva lasciato i suoi segni ovunque. Vi erano molti accampamenti di uomini di colore, soldati marocchini e indiani in particolare.

La sera pernottammo ad Alfedena, ove faceva un freddo da morire. Le linee tedesche erano poco distanti, ogni tanto si udiva il sibilo di una cannonata. Il giorno dopo ripartimmo in direzione di Cassino, attraverso la venafrana. Era una giornataccia umida, fredda, caliginosa, il freddo ci penetrava le ossa. Ero nuovamente in una zona calda, col fuoco continuo; questa volta però dalla parte alleata. Viaggiammo alcune ore diretti verso Cassino, quando, giunti alla base del monte Trocchio, non potemmo proseguire oltre, in quanto la valle del Rapido era totalmente allagata. Nel corso della prima battaglia di Cassino, che era da poco terminata, i tedeschi avevano fatto saltare gli argini delle sorgenti del fiume Rapido, ragione per cui i mezzi corazzati alleati non avevano potuto proseguire oltre. La mattina successiva potemmo raggiungere il piccolo paese di Cervaro, dal quale, in posizione dominante, si poteva osservare un panorama di distruzione ovunque. I sobborghi della città di Cassino erano rasi al suolo, la valle tutta inondata. Allagata anche la zona ove io presumevo fosse stato allestito un campo minato, nei pressi della sponda del fiume Rapido.

Attendemmo qualche giorno, in attesa che l’acqua si prosciugasse, ma l’inondazione persisteva, perché continuamente alimentata dalle acque delle sorgenti che defluivano a valle.

 

La distruzione dell’Abbazia di Montecassino

 

Il mattino del 15 febbraio era una bella giornata di sole, a differenza dei giorni precedenti, sempre piovosi.

Eravamo nel paesino di Cervaro, quando verso le ore nove, dalla parte di Monte Cairo, che è alle spalle dell’Abbazia di Montecassino, vidi spuntare una grossa formazione di fortezze volanti, 36 aerei quadrimotori, che puntava direttamente sull’Abbazia. Giunti sulla verticale, sganciarono il loro carico di bombe e proseguirono nel loro volo. L’Abbazia venne colpita in pieno. Il bombardamento durò l’intera giornata in diverse ondate distanziate mezz’ora l’una dall’altra. Dal posto di osservazione alleato di Cervaro contammo in tutto, nelle numerose ondate che si avvicendarono sull’Abbazia, 140 fortezze volanti, 120 bombardieri medi, bimotori tipo Mitchell B25 e Marauders B 26. Questi ultimi, in ondate successive di 12 aerei per volta.

I bombardieri medi diedero il colpo di grazia all’Abbazia, perché operavano a bassa quota e con notevole precisione.

Come se non bastasse, cessati i bombardamenti aerei, cominciarono quelli dei cannoni, che rovesciarono migliaia e migliaia di proiettili sulle macerie dell’Abbazia e sulla montagna circostante. Il cannoneggiamento durò l’intera notte. Il mattino del 16 febbraio gli inglesi diventarono più prudenti e ci dissero di prepararci a partire. Quando si diradarono le nuvole di fumo e di polvere, l’Abbazia era un ammasso di rovine.

Mi piangeva il cuore nel vedere tanto scempio operato in omaggio alla legge di guerra, da parte di gente che predicava la libertà ma seminava morte e distruzione. L’Abbazia era stata cancellata dalla carta geografica. Un faro di luce e civiltà era stato distrutto per esigenze belliche.

La rabbia fu ancora maggiore quando, dopo la guerra, si venne a sapere che nell’area del monastero non vi erano truppe tedesche. Anzi, le macerie della millenaria Abbazia resero più difficile l’opera dei conquistatori, in quanto i tedeschi ne presero possesso per adibirle a fortilizi. Le migliaia di caduti, francesi, americani, inglesi, neozelandesi, indiani e polacchi testimoniano della durezza della battaglia di Cassino, nel corso della quale l’Abbazia doveva essere sacrificata. La sua conquista avveniva, infatti, nel maggio del 1944.

Il giorno 16 dopo una sosta a Venafro, ove per errore sono stati colpiti un ospedale da campo marocchino e la roulotte del generale di divisione inglese, fui riaccompagnato prima a Caserta e poi a Sarno assieme agli altri dieci ex deportati.

Nota: Dopo la guerra, nel panorama di totale distruzione dell’Abbazia, nel corso della rimozione delle macerie, si scoprì con somma meraviglia che la tomba di san Benedetto era rimasta integra nonostante l’uragano di ferro e di fuoco. Proprio sul limitare della tomba venne trovato un grosso proiettile di cannone, miracolosamente inesploso».

 

* Le vicende riportate sono state tratte dal volume di Giuseppe Spera, L’anno 1943 nella valle del Sarno, Scalaeditrice, Sarno 1996, pp. 188 sugli accadimenti che lo hanno visto protagonista, malgrado lui, in un periodo particolarmente difficile e cruento. Tali memorie sono state vergate nei primissimi anni del dopoguerra quando evidentemente l’autore sentiva il bisogno di fissare per iscritto la sua esperienza di guerra superando anche alcune difficoltà del tempo, ad esempio la penuria di carta da scrivere per cui utilizzò anche quella grossolana e giallina per uso alimentare con cui si impacchettava la pasta asciutta, aiutato in questo pure dalle famiglie del vicinato. La pubblicazione rappresenta una preziosa testimonianza che l’autore ha inteso opportunamente lasciare perché i ricordi diventano conoscenza per le generazioni successive. Ai giovani, infatti, sono dedicate le pagine del libro e ad essi lascia un messaggio di speranza scrivendo che i «tanti episodi raccontati e vissuti in prima persona, sulla propria pelle, evidenziano poi la confortevole alleanza che si instaura tra i sofferenti» e che porta a «diventare più buoni, e più comprensivi, [ad] amare di più la vita» (p. 10). Dopo aver ricordato le difficoltà e le tribolazioni vissute da chi ha conosciuto ben tre guerre in un decennio (1935-1945), ancora ai giovani si rivolge quasi profeticamente considerato quanto sta accadendo a partire dal 24 febbraio 2022, proprio nell’ultimo periodo dell’ultimo paragrafo dell’ultima pagina scrivendo: «Voi che appartenete alla generazione che governerà il mondo di domani, adoperatevi perché l’umanità intera possa vivere un lungo periodo di pace e di benessere per tutti» (p. 178).

1 Le vicende raccontate da Giuseppe Spera in relazione alla detenzione nel campo di Sparanise sono state pubblicate anche da P. Mesolella, Quando la storia mostra i denti: Sparanise 10 mila deportati, in «La provincia di Terra di Lavoro» n. 61/2004, pp. 16-18 nonché riprese pure in M. Amendola, Teano nella Seconda guerra mondiale, Parte prima La deportazione, Città di Teano, Teano 2021, pp. 50-51.

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