«Studi Cassinati», anno 2025, n. 2
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di
Francesco Di Giorgio
Il regime fascista all’apice del suo fervore espansionista, amava celebrare con grande enfasi la storia dell’antica Roma e le gesta del popolo romano. Su questo presupposto molti archeologi, scrittori e giornalisti furono sguinzagliati in ogni parte d’Italia dove maggiormente erano presenti tracce dell’antica Roma.
Fu così che, agli inizi degli anni ’30, arrivò a Cassino uno studioso, Renato Spanò, rampollo di un famoso scrittore nato a Piacenza e vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento.
Ne nasce un interessante reportage che analizza e descrive due importanti siti della città di Cassino di epoca romana: l’Anfiteatro e la Villa di Marco Terenzio Varrone. Ne riproduciamo il testo integrale perché da esso si ricavano molti dettagli perduti nel tempo. Come pure si ha conferma che l’incuria verso la tutela di questi siti data da tempi antichi e non può certo meravigliare se, ancora oggi, questi importanti “monumenti dell’antichità” non sono sufficientemente curati e valorizzati.
Ma andiamo alla descrizione che ne fa Renato Spanò:
«Ottaviano Augusto dopo aver sconfitto Marco Antonio si diede ad opere grandiose, e Cassino, antichissima città Osca, sentì il fervore della rinascita imperiale: Ummidia Quadratilla, discendente dalla famiglia degli Ummidi, che visse nel primo secolo dell’era volgare, donna facoltosissima, oltremodo amante del fasto e della pompa principesca ed orgiastica, costruì a Cassino un anfiteatro in onore di Giove, che è tutt’ora visibile ai piedi dell’Abbazia di Montecassino, sulla destra della strada nazionale che porta a Roma. Plinio il giovane parla diffusamente di questa matrona romana, presso la quale aveva dimorato: e nelle sue lettere si intrattiene particolarmente sui suoi costumi e sulle sue sconfinate ricchezze.
Pochissimi in Italia conoscono il bel monumento della gloria di Roma che giace abbandonato a Cassino. Nel 1757 alcuni operai cercando le pietre dell’Anfiteatro trovarono, in luogo di un sognato tesoro, una iscrizione lapidaria che suona così: “Ummiti da C.F. Quadratilla Amphiteatrum et templum Casinatibus sua pecunia fecit”. L’Anfiteatro di Cassino, innalzato come abbiamo detto, dalla munificenza di Ummidia Quadratilla, è un edificio tutto chiuso, a muro reticolato, senza ornati, senza colonne, al contrario degli anfiteatri di Capua e di Pola e anche di quello di Roma, con cinque porte ad archi girati sopra grosse pietre impugnate, che dista circa un chilometro dal centro abitato di Cassino. All’intorno del circo si osservano le mensole su cui posavano le travi di bronzo che servivano a sostenere il velario. Le mura sono quasi intere meno alle estremità. La forma è una ellisse perfetta, la cui corda maggiore è di metri 60, la minore di metri 45. All’intorno giravano i gradini su cui sedevano gli spettatori. Oggi neanche uno ne rimane, tranne le impronte di essi sui muri che li sostenevano. Come pure non rimane traccia del podio che chiudeva l’arena. L’Anfiteatro nella sua miniatura è un monumento degno di un popolo conquistatore che ha un esercito di schiavi e di operai sulle cui spalle soltanto poterono innalzarsi le immense moli a prodigiose altezze. Il popolo che ha fabbricato l’Anfiteatro aveva visto l’Oriente e i suoi edifici, i quali nella sua terra volle ricostruire adattandovi gli ordini dell’arte ellenica come leggiadra ghirlanda. Una sera lo guardai di bel nuovo tutto il monumento, la cui costruzione è controversa ancora se sia dell’età repubblicana o dei primi anni dell’Impero. Lo frugai, lo studiai come il naturalista può studiare una montagna, entrai per tutti i vomitori, salii per tutte le porte che davano accesso al coro. Il passato era presente con tutti i suoi aspetti, con tutte le sue vicende. Ero tanto assorto che mi si fece notte all’improvviso.
Vennero i silenzi della sera, vennero le timide sorelle del sole, bianche nei loro veli verginei, le prime stelle dal raggio tremante, vennero le infinite anime per gli spazi infiniti errabonde: i gufi e gli altri uccelli notturni davano i primi ululati, mentre negli stagni quatte quatte stavano le rane, incollate le groppe acri sotto gli amplessi, acuti i rospi grattavano e crocchiavano la loro ruota dentellata. Ero solo nel silenzio, tra mura che vivevano della loro pallidezza, come un ricordo lunare, solo con un bagliore di luna vagante che traeva seco il filo della più intima vita.
La chiarezza della sera aggiungeva nuovi tocchi di poesia agli archi, alle volte, all’intero circo che allungava a poco a poco la sua ombra sulla campagna come il ricordo di ciò che non ama più; che non rivivrà più mai, che non ritornerà più mai. Mentre giungevano, di tanto in tanto, nella notte alonata di aureole violacee, fischi di locomotive gettati da binari a binari nella vicina ferrovia come lunghe stelle filanti sullo schermo blu del firmamento, mi parve di udire come l’eco di innumerevole sospiro. Allora, per distrarmi, mi posi ad immaginare una festa nell’anfiteatro.
Qui si leva una statua, là un trofeo, più in là un obelisco sui gradini portato dall’Asia o dall’Egitto: il popolo entra nei vomitori, dopo essersi bagnate e macerate di profumi le carni nelle terme, sale fino in cima per poi andare a sedere sui gradini che spettano alla condizione di ciascuno.
Ad un lato si vede la porta della salute, lo spoliarum, da cui vengono fuori i combattenti, dall’altra la mortuaria da cui sono portati via i morti. Lo schiamazzare della moltitudine, il suono delle trombe si uniscono ai ruggiti delle fiere. Il suolo luccica di polvere, di carminio e di minio, perché non vi si scorga il colore del sangue; la luce è mitigata dalle tende di oriente, che ravvivano lo spettacolo con i loro accesi riflessi. Nei corridori e negli ambulacri arabiche essenze bruciavano nelle profumiere, mentre adatti strumenti dovevano spruzzare sugli spettatori acqua di verbena e di croco. Come corona al circo stanno le matrone romane vestite di veli trasparenti con gli occhi ardenti di desiderio. Ma ecco che compaiono nel mezzo dell’Anfiteatro i gladiatori, che salutano con il sorriso sulle labbra. Come se li aspettasse il più glorioso festino. Questi infelici sono divisi in vari ordini: gli Essedari guidano carri dipinti di verde. I Mirmilloni si nascondono dietro scudi di ferro rotondi, da un lato dei quali mostrano coltelli affilati. I Laqueari tirano all’aria e riprendono con molta destrezza i loro tridenti. Vestono un abito smagliantissimo: tunica rossa, calzature celesti, un casco dorato con un lucente pennacchio. Gli Equestri vanno attorno al circocon grande agilità sui loro cavalli. La luce dà riflessi più accesi e più belli nelle corazze, nei monili, nei braccialetti; le loro tuniche sono screziate di vari colori e ricordano le fogge orientali. Lo spettacolo cominciava con una lotta di Andabati, cioè gladiatori dall’elmo chiuso, senza apertura nella visiera, per cui combattevano alla cieca tra le risa della moltitudine.
I Mastigofori, ossia i maestri del circo, li spingevano gli uni contro l’altro per mezzo di lunghe forcine. Su apposite tabelle, che erano una specie di moderni totalizzatori, si scriveva il nome dei favoriti e la somma dei sesterzi scommessa. I senatori, le vestali, i sacerdoti, il popolo, tutti scommettevano, delle volte persino Cesare. Vengono ultimi i bestiari, scelti tra i più belli, tutti nudi, tutti salutati dal popolo con maggiore frenesia perché sono i più forti, i più arditi, i più valorosi. Soltanto la guerra li ha strappati alle loro montagne e ai loro deserti. A Roma li hanno nutriti perché facessero buon sangue da offrire in olocausto alla maestà del popolo sovrano. Già si guardano, già si cercano, già si avviluppano e si scagliano a cruentissima lotta. Se qualcuno preso da paura per sé o colto da compassione per il suo avversario si tira in disparte, il maestro del circo gli conficca nelle carni nude una lama di ferro. Il sangue raggiante inzuppa la terra: se uno vi sdrucciola il popola urla credendolo morto, fischia vedendolo rialzare; ed ecco uno, ed ecco due, che si dibattono in dolori orribili e mandano fuori il rantolo di una agonia disperata in una smorfia dolorosa e deforme. Membra mutilate, ventri sdruciti, singhiozzi di agonia, grido di rabbia disperate: questo è lo spettacolo grandioso per il popolo romano che urla e s’inebria come un mostro dai mille volti. Ma la grande festa nella mia rievocazione era finita. Passò un fanciullo zufolando: come mi vide si soffermò a guardare anch’egli con i suoi larghi occhi curiosi. L’urlo di una sirena si prolungò nella lontananza, lacerò lo spazio, facendosi a poco a poco dolce, come una nota di flauto nell’aria molle. Si spense. Il fanciullo si stancò di guardare, non accadeva nulla di visibile, tutto restava immobile. Partì di corsa. S’udì la fuga dei suoi piedi scalzi sulle pietre e su le foglie macere».
Spanò si sofferma a descriverne in maniera certosina le forme e la vita che si conduceva all’interno della Villa di Marco Terenzio Varrone, nonché il periodo storico in cui il nostro visse e le vicende politiche di cui fu vittima:
«Interessantissima e poco conosciuta in Italia è la villa in Cassino di Terenzio Varrone (116 a.C. – 27 a.C.), che fu scrittore più erudito e fecondo della latinità: egli scrisse ben 620 libri; il dottissimo fra i dotti, che nacque da una delle famiglie più autorevoli che ai tempi remoti vissero in Cassino sul cadere della Repubblica, e che nello stesso tempo ebbe parte precipua nella cruenta lotta combattuta tra la Repubblica decadente e l’Impero, che sorgeva come una meravigliosa aurora. Tenne, Varrone, nella sua dimora di Cassino una fiorente scuola di filosofia, cenacolo di eminenti studiosi. Amico di Giulio Cesare, ebbe da questi, altissimi onori ed incarichi; fu odiato a morte dai triumviri Ottaviano Augusto, Marco Emilio Lepido e Marco Antonio, i quali, dopo che Cesare fu trucidato alle idi di marzo, gli proscrissero e confiscarono i beni.
Varrone possedette, dunque, in Cassino, una celebratissima villa: sorgeva questa sulle rive incantate del Gari silente, vasta per territorio, coltivatissima, con costruzioni e decorazioni interne di lusso principesco, con una uccelliera gigantesca, con degli alveari (apiario), con una peschiera e con le terme, pregevoli per stile e ricchezza d’addobbo. Questa villa al tempo della proscrizione di Varrone fu confiscata, assieme agli altri beni, e fu occupata da Marco Antonio, che aveva sguinzagliato le sue soldatesche in cerca del sommo filosofo. Ma per buona ventura Varrone tornò in possesso della sua villa, e vi passò gli ultimi anni, intento a scrivere quel monumento di somma sapienza industre ed agricola, giustamente dal regime oggi riportato in onore e tenuto a modello: intendo accennare al De re rustica, che è contro l’urbanesimo e che esalta la pace feconda della campagna. In questo libro l’autore accenna ampiamente a Cassino, l’antica Casinum, oasi di riposo e di pace in mezzo al trambusto vertiginoso della quotidiana vicenda, e descrive la sua villa sontuosa nella pianura fertilissima del Liri, ricordata poi da Orazio: Pura quae liris quieta mordet aqua taciturnus amnis. Gli edifici che costituivano, tutti assieme, la villa, erano costruiti in opus reticulatum. L’edificio delle terme fu adibito, nel terzo secolo d.C. a tempio cristiano.
Cicerone celebrò la villa di Varrone e imprecò contro lo scempio che di essa fecero le soldataglie di Marco Aurelio Antonio.
Di questa villa, che giace sulla riva sinistra del Gari, rimangono dei ruderi: l’atrium corinthian, il pavimentum museum (mosaico), le perictes, i cui affreschi ancora possono percepirsi e l’impluvium con due piccole cisterne».
Alla fine del suo scritto Spanò ci informa che «Ora sono in corso gli scavi per il dissotterramento completo della villa».
In epoca contemporanea la sensibilità verso i beni artistici e archeologici è senz’altro più presente che nel passato. Ne è testimonianza l’impegno della Università di Cambridge negli scavi sul sito dell’antica città romana di Interamna Lirenas e dell’Università del Salento negli scavi della antica città romana di Aquinum. Gli stessi siti dell’area archeologica di Cassino sono stati oggetto, e lo sono tutt’ora, di preziosi interventi tesi a preservare le vestigia – presenti in zona – dell’antica Roma.
Mai dimenticare tuttavia le lezioni che ci vengono dal passato e, in primo luogo, da Ummidia Quadratilla morta a quasi ottanta anni (nel 107 d.C.) conservandosi – come ci racconta Plinio il giovane nei suoi scritti – fino alla sua ultima malattia, vigorosa e con un corpo solido e robusto più del solito in una matrona. E dire che la dama, a quanto pare, il corpo non se l’era davvero risparmiato!
Robusta lei e robusti gli edifici che fece costruire a Cassino che resistettero perfino ai bombardamenti alleati durante il secondo conflitto mondiale!
Dunque, una ragione in più per accrescere la consapevolezza della tutela di questi importanti beni culturali, artistici e archeologici.
FONTI:
Giovanni Uggeri, L’Italia preromana, i siti laziali: Cassino, in «Il mondo dell’archeologia», Treccani 2004;
La Stampa di Torino n. 3 del 4 novembre 1929;
La Stampa di Torino n. 89 del 14 aprile 1930.
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