«Studi Cassinati», anno 2025, n. 2
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di
Gaetano de Angelis-Curtis*
Mentre erano in corso i combattimenti della Prima guerra mondiale le autorità militari italiane erano impegnate preminentemente nella definizione degli aspetti più propriamente bellici, ma al tempo stesso dovettero interessarsi della gestione della massa di militari dell’Esercito austro-ungarico catturati al fronte e il cui numero aumentava quotidianamente. Quegli uomini, che provenivano dalla composita galassia dell’Impero austro-ungarico (austriaci, ungheresi, dalmati, istriani, croati, sloveni, bosniaci, erzegovini, tirolesi, galiziani, cosacchi, boemi, slovacchi, cechi, polacchi, ecc.) e dalle regioni dell’Impero tedesco, dopo essere stati fatti prigionieri venivano trasferiti e smistati in Campi di prigionia ubicati in circa duecento Comuni (città e paesi lontani dal fronte di guerra), alloggiati in fabbricati militari o civili già esistenti, debitamente riconvertiti o meno, oppure in strutture costruite specificatamente.
IL «CAMPO DI CONCENTRAMENTO» DI CASSINO-CAIRA
Fra le varie città d’Italia individuate come luogo di internamento dei prigionieri di guerra ci fu anche Cassino, allora in provincia di Caserta, in cui fu prevista la costruzione ex novo di un Campo di concentramento da utilizzare per «accasermamento» e «servizi militari». Così con R.D. n. 104 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 3 febbraio 1917 n. 28 fu approvata l’installazione a Cassino di una struttura militare da edificare sul territorio comunale. Le autorità amministrative locali individuarono come luogo per la costruzione del Campo di concentramento un’area ubicata all’incirca a metà della strada provinciale di comunicazione che collega la città di Cassino con la sua frazione di Caira, precisamente in località Monterotondo, o Molini Villa.
Il Comune di Cassino provvide all’esproprio dei terreni (non senza lagnanze per i disagi che venivano creati) mentre la Direzione generale del Genio Militare di Roma si occupò della progettazione della struttura. L’ampia superficie destinata a Campo di prigionia aveva una forma esagonale irregolare contenuta a sud in parte dal fiume Rapido e in parte dal canale di scolo del Molino Villa che defluiva proprio in quel corso d’acqua. La Direzione tecnica dei lavori di costruzione fu assunta dallo stesso Genio Militare. In poco tempo, sfruttando la mano d’opera locale, anche quella femminile, si giunse alla realizzazione del «Concentramento» (come veniva definito localmente) o Campo di prigionia di Caira-Cassino che risultò avere un perimetro totale di 1400 metri lungo il quale fu costruito un alto muro di recinzione in muratura che circondava completamente l’area. All’interno furono realizzati 27 padiglioni disposti su sei file, costruiti in muratura e coperti a tetto in tegole. Tredici dei padiglioni erano destinati ad alloggio degli ufficiali, nove per i prigionieri di truppa, due per cucine, uno a ricovero di «paglia e legna» e uno, isolato e posto all’estremità sud del Campo, adibito a «disinfezione e isolamento» (prigione-infermeria). Altri due padiglioni servivano per alloggio dei militari italiani di sorveglianza. I dormitori risultavano essere «spaziosi e ben aerati, arredati con due file di letti provvisti di pagliericcio e di due coperte». Il Campo era suddiviso in quattro settori che consentivano di tenere separati i militari per nazionalità differenti nonché gli ufficiali dai soldati di truppa. Grazie a una speciale sovvenzione di papa Benedetto XV e di una nobildonna, la contessa Czernin, fu possibile realizzare una chiesetta posta lungo il muro di divisione interno.
I prigionieri di guerra iniziarono ad affluire nel Campo di Cassino-Caira all’inizio della primavera del 1917. Il loro numero, inizialmente pari a circa duemila, andò aumentando nel corso dei mesi successivi soprattutto in seguito all’Armistizio del 4 novembre 1918. Il forte afflusso determinatosi finì per provocare non poche difficoltà alla struttura in quanto ben al di sopra delle sue capacità ricettive, ma soprattutto si verificarono criticità dal punto di vista sanitario a causa del trasferimento in massa di uomini già debilitati da mesi di guerra in trincea. Secondo alcune relazioni nel Campo di Cassino-Caira transitarono circa 6.000 militari, secondo altre ben 35.000.
I PRIGIONIERI UCRAINI
I prigionieri provenienti dai territori più orientali dell’Impero austro-ungarico riconducibili ad aree ucraine (in particolare dalla Galizia, oggigiorno ricompresa nell’Ucraina, e della Bucovina, ora divisa tra Ucraina e Romania, oltre a soldati di origine cosacca) che vennero internati nei vari Campi di concentramento in tutta Italia furono circa 115.000. L’Elenco dei prigionieri ucraini deceduti ne riportava 520 internati nella prima metà del 1919 nel Campo di Cassino-Caira, mentre i dati presenti nell’Archivio di Stato Centrale ucraino fissano il numero dei prigionieri ucraini in 130 ufficiali e 3000 soldati. Invece alla data del 13 giugno 1920 una «lista dei prigionieri ufficiali e cosacchi» censiva il numero dei prigionieri ucraini rimasti nel Campo di Cassino-Caira in 67 ufficiali, 15 allievi ufficiali e 124 fucilieri. Per la maggior parte quei militari ucraini1 erano giunti al Campo di Cassino-Caira due settimane dopo il 3 novembre 1918 quando erano stati fatti prigionieri in seguito al disfacimento dell’Esercito austro-ungarico. Uno di quei prigionieri, l’artista grafico e critico d’arte Vasyl Kasian2, così ricorda il viaggio e l’arrivo: «Una sera ci fecero salire su un vagone merci e ci mandarono in un campo di concentramento che si trovava a Cassino, a metà strada tra Roma e Napoli e ricordo che sul treno noi prigionieri ci stringevamo l’uno all’altro per stare al caldo. Era una notte buia e di pioggia battente quando arrivammo a Cassino. Aspettammo più di un’ora sotto la pioggia fuori dal campo prima che ci fosse dato il permesso di entrare. Quando entrammo nelle grandi camerate illuminate dalla luce elettrica e vedemmo i letti disposti su entrambi i lati con la biancheria pulita, capimmo che in quel momento sarebbe iniziata la vera fase della prigionia. Il mio letto si trovava quasi alla fine della camerata, mi spogliai e, sul nuovo letto pulito, mi coprii con una coperta e mi addormentai».
Anche un altro dei prigionieri giunti nel Campo di Cassino-Caira, Pylyp Hoshovskyi, ricorda che al loro arrivo la struttura già «sciamava di abitanti. Sembrava come una grandissima città per le vacanze o un luogo per una fiera… pieno di pellegrini». Lì «nel mare» di prigionieri di varie nazionalità, gli ucraini si riconobbero subito tra tutti quegli «stranieri» ritrovandosi «sotto il tetto rosso di un’ampia muratura, la gloriosa dodicesima baracca». Essi «abitavano insieme e insieme si recavano alla mensa, insieme passeggiavano nel campo, insieme parlavano davanti alla loro baracca» tenuti uniti dallo spirito nazionale. «Gli ufficiali vivevano un po’ meglio rispetto ai soldati di fanteria ma entrambi hanno sofferto la fame»3.
Complessivamente furono circa 125 i militari ucraini morti nei mesi di internamento al Campo di Cassino-Caira, soprattutto a causa dell’epidemia di tifo petecchiale scoppiata dopo l’arrivo della gran massa di prigionieri dopo l’Armistizio del 4 novembre 1918 e che colpì gli internati di tutte le nazionalità. I morti furono sepolti «fianco a fianco, in grandi fosse profonde» nel cimitero civile di Caira.
IL LAVORO E IL TERRITORIO

Nel corso del periodo di internamento i prigionieri, compresi gli ucraini, furono utilizzati per lo svolgimento di lavori manuali come la piantumazione di alberi, in specie pini. In particolare furono impiegati in opere di rimboschimento delle montagne circostanti (ad esempio a loro si deve la messa a dimora degli alberi a formare la cosiddetta pineta di Vallerotonda sulla montagna delle Mainarde, oppure a Montecassino di lato all’abbazia).
Proprio lo svolgimento di queste attività di rimboschimento portò i prigionieri a lavorare all’esterno del Campo di Cassino-Caira. Ciò dette loro l’opportunità di avere incontri con la popolazione locale (al fine di vendere prodotti alimentari ai prigionieri che a piedi, in marcia, raggiungevano i terreni da piantumare sulla sommità di Montecassino, alcuni venditori aspettavano che transitassero lungo la strada per l’abbazia) oppure di visitare il territorio circostante e di maturare significative esperienze. Infatti, come ricorda Vasyl Kasian, «di tanto in tanto ci veniva data l’opportunità di uscire dal campo, soprattutto per lavorare. Un giorno ci hanno portato a visitare l’antico monastero benedettino di Montecassino. Abbiamo avuto l’opportunità di vedere molte opere del famoso pittore Luca Giordano, soprannominato “fai presto”4 e i monaci ci mostrarono un contratto, scritto dalla mano del pittore, in cui si impegnava a disegnare in quaranta giorni, un enorme numero di dipinti di contenuto biblico. Questo impegno fu completato in tempo grazie anche all’aiuto dei suoi assistenti e studenti». Mentre si trovavano in abbazia i prigionieri ucraini ebbero modo di esibirsi con canti corali all’interno della Basilica. Infatti i «monaci invitarono anche il nostro coro a cantare nella chiesa principale dove eseguimmo alcune opere dei più famosi compositori ucraini come Dmytro Bortniansky, Maksym Berezovsky e Artemy Vedel. Una volta terminati tutti i più noti canti religiosi, continuammo con alcuni canti popolari ucraini scritti dal compositore Mykola Lysenko e con il canto Luna-principessa! di Ivan Franko. Per ultimo cantammo una canzone che era stata scritta nel campo di prigionia da Ivan Nedilsky5. I Padri Benedettini con entusiasmo ci ringraziarono per le canzoni popolari e ci chiesero più e più volte di cantare».
ASSOCIAZIONI E CIRCOLI

La vita dei prigionieri all’interno del Campo di Cassino-Caira si andò caratterizzando per l’organizzazione di circoli culturali distinti sulla base dei gruppi etnici presenti. Tuttavia le associazioni create dalla piccola comunità di prigionieri ucraini furono quelle che si distinsero su tutte le altre per le attività culturali organizzate, per quelle filantropiche, caritative, sociali svolte e per le dimostrazioni di amor patrio. Un gruppo di internati ucraini, composto da professori, scrittori, artisti, pittori e storici dell’arte (Mikhail Hryniv6, Roman Miyskyi, Yevhen Vatsyk7, Ivan Melnitskyi, Theodore Chornopyskyi, Franz Bilas, Ivan Bordeynyi8, Mykhailo Protsiv e l’avv. Kornylo Krushelnytskyi) dette vita a una associazione denominata «Comunità Ucraina» impegnata nell’organizzazione e attuazione di attività di vario tipo tese a sviluppare un forte sentimento nazionale e a mantenere viva la cultura e le tradizioni ucraine. Al pari la «Comunità Ucraina» si adoperò in difesa degli internati nel Campo cercando di alleviare le loro condizioni di prigionia. Così inviò un appello all’Ambasciatore ucraino in Vaticano, il conte Mikhail Tyszkiewicz allo scopo di ottenere cibo migliore nonché per cercare di far rimpatriare malati e invalidi. Tuttavia l’Associazione non riuscì a stabilire contatti diretti né con la Santa Sede né con la Delegazione ucraina a Parigi. Un ulteriore tentativo fu fatto con la Delegazione ucraina a Roma alla quale indirizzò una lettera per chiedere la creazione di Campi di internamento per soli prigionieri ucraini così da poter professare la loro religione, nonché per stampare e diffondere i giornali in sola lingua ucraina. Venne anche compilata una lista con i nomi dei prigionieri che chiedevano di far ritorno immediato in Ucraina.
Un altro evento significativo nella vita dei prigionieri della «Comunità Ucraina» fu rappresentato dalla costituzione, l’8 gennaio 1920, di un ulteriore Circolo letterario e scientifico intitolato a «Ivan Franko»9 che aveva lo scopo di ricordare la letteratura ucraina e di incoraggiare i giovani capaci e talentuosi a scrivere. A capo della nuova associazione culturale fu eletto l’anziano del gruppo, Yevhen Vatsyk.
ATTIVITÀ CULTURALI
La «Comunità Ucraina» istituì l’Associazione dell’insegnante che si occupò dell’organizzazione e dello svolgimento di corsi di vario tipo: da quelli di musica a quelli di diritto, di lingua italiana, inglese e francese nonché corsi per i prigionieri analfabeti e persino di scuola guida.
Al pari la «Comunità Ucraina» organizzò concerti folk, istituì un coro musicale e un quartetto di archi. Utilizzando «le tavole di acacia» dei loro letti, i prigionieri furono «in grado di realizzare dei violoncelli» oppure riuscirono ad acquistare strumenti musicali per il tramite della Missione ucraina a Roma utilizzando i soldi della cassa dell’assistenza. Poiché non c’era la possibilità di ottenere spartiti musicali furono trasformate vecchie canzoni, oppure ne vennero composte di nuove, delle «melodie malinconiche», che li legavano alla loro terra d’origine. Un prigioniero cantava mentre un altro «annotava, armonizzava, separava la voce dalla parte cantata per il coro. E la canzone scorreva… spontanea… tenera». Furono realizzati giornali in lingua, vennero allestite rappresentazioni teatrali, concerti musicali e canori, spettacoli e fu apprestata una biblioteca con libri di letteratura, storia, geografia in lingua ucraina giunti da Vienna. L’ambiente si componeva di «un tavolo, quattro panche, nell’angolo un tavolo nero, su cui [gli analfabeti] impar[arono] a leggere e scrivere, e tra le finestre [il] busto di argilla di Shevchenko opera di Vasyl Kasian». Alcune riviste ucraine vennero donate ai prigionieri da un sacerdote ortodosso della Chiesa d’Ucraina, padre L. Sembratovych, rappresentante della Croce Rossa ucraina, che visitò il Campo il primo gennaio 1920 fornendo anche informazioni sulla situazione nella madrepatria.
La «Comunità Ucraina» si preoccupò di celebrare le festività nazionali e religiose come quelle, ad esempio, di San Nicola (19 dicembre), o il Natale (7 gennaio) e la festa giordana10, oppure si apprestò a svolgere manifestazioni di commemorazione di eminenti personalità del mondo culturale ucraino.
Tra gennaio e giugno 1920 i componenti della «Comunità Ucraina» e del Circolo «Ivan Franko» effettuarono 13 riunioni dedicate all’organizzazione di eventi da svolgere all’interno del Campo. Ad esempio nella riunione tenutasi il 20 gennaio 1920, fu deciso di commemorare l’anniversario della morte di Taras Shevchenko11 con discorsi celebrativi e con concerti musicali e canori. La giornata si svolse poi il successivo 9 marzo. Il programma prevedeva gli interventi di Ivan Bordeynyi e di Pylyp Hoshovskyi12. Quest’ultimo affermò in apertura del suo discorso che «Non c’è cosa peggiore per un prigioniero che ricordare la libertà…». Poi recitò una preghiera come speranza per la futura liberazione dalla prigionia:
Grande Padre!
Porta il tuo spirito, facci sentire la stessa parola.
Dacci la fede nella speranza e dacci la resistenza!
Dio Onnipotente
Dacci la forza, dacci la ragione!
Lasciaci essere degni di un grido universale di amore, di verità e di libertà!
Facci vivere, facci tornare in Ucraina!
La preghiera fu pubblicata nel periodico «Lazzaroni» (Lyazaroni) nn. 8-9 del 1920 corredata da due disegni, realizzati sempre da Pylyp Hoshovskyi, che ricreano la vita dei prigionieri: Pioggia di primavera (che trasmette il senso di rinascita della natura) e Bubi (un impaurito cane anch’egli nella posizione di “prigioniero”). Dopo i discorsi seguì la parte musicale con concerti di opere eseguite nell’esecuzione corale: Testament (un assolo di basso eseguito da O. Yukhnovych accompagnato dal coro), un duetto di Dmytro Kotelko e I. Tovstiuk I Love to Watch, To Ukraine (solista J. Fartukh accompagnato dal coro), Shrouded and Grey Cuckoo (canto del coro sotto la guida di D. Kotelko), alcune opere di Shevchenko nel trattamento musicale dei compositori ucraini.
Invece nella riunione del 26 maggio 1920 fu approvato un progetto per allestire un concerto in onore di Ivan Franko da tenersi il 30 giugno successivo.
ATTIVITÀ FILANTROPICHE E CARITATIVE
Fra le meritorie attività svolte della «Comunità Ucraina» e dal Circolo «Ivan Franko» ci furono anche quelle filantropiche e caritative con raccolte di fondi a fini assistenziali allo scopo di sostenere agli studi i bambini ucraini meno abbienti, di assicurare l’istruzione ai figli degli invalidi di guerra e ai bambini rimasti orfani nonché di aiutare i soldati ucraini più bisognosi.
Ad esempio il 30 ottobre 1919 i componenti della «Comunità Ucraina» istituirono un fondo fiduciario pari a 1.000 lire, intitolato a Mikhail Tyszkiewicz13, con lo scopo di offrire un aiuto ai bambini ucraini. A tale fondo fiduciario si andarono ad aggiungere le quote versate mensilmente dai prigionieri che volontariamente si autotassavano. Complessivamente si arrivò a raccogliere la non indifferente somma di 6.000 grivnie ucraine.
Inoltre i componenti della «Comunità Ucraina» e del Circolo «Ivan Franko» decisero anche di aiutare i prigionieri ucraini bisognosi. Così stabilirono che per assistere alle attività teatrali autogestite dovesse essere pagato un biglietto d’ingresso. Ad esempio il 19 gennaio 1920 si svolse nel teatro del Campo una rappresentazione drammatica intitolata Così dovrebbe essere, scritta dal prigioniero Yukhnovych. La vendita dei biglietti dello spettacolo fruttò un incasso di 44,40 lire, che, detratte le spese sostenute per l’allestimento, dette un utile di circa 21,50 lire, importo messo a disposizione dei prigionieri bisognosi. Al pari agli inizi di marzo del 1920 fu organizzato un concerto folk ucraino il cui incasso di 258 lire venne consegnato a padre Lev Sembratovych, membro della Delegazione ucraina in Italia, per contribuire alla costruzione di una scuola nella città di Lviv (Leopoli).
PEDIODICI E ALLEGATI
La «Comunità Ucraina» si segnalò soprattutto per la pubblicazione di alcuni periodici e giornali in lingua ucraina. Inizialmente fu redatta una rivista letteraria denominata «Полонений» (Polonenyj) «Il Prigioniero» che, fin dal primo numero, aveva un allegato chiamato «Lazzaroni» (Lyazaroni). Complessivamente, tra il 25 gennaio 1919 e il 28 maggio 1920, furono pubblicati 14 numeri delle due riviste. Ne «Il Prigioniero» (Polonenyj) erano riportati avvenimenti culturali della madrepatria nonché racconti, poesie, persino spartiti musicali e lettere dei prigionieri per far sì che non venissero dimenticate le proprie origini. Invece l’allegato «Lazzaroni» era un divertente giornale satirico nel quale trovavano spazio poesie, racconti, lettere, messaggi, annunci e immagini divertenti e spiritose in quanto era finalizzato ad alleggerire le giornate di prigionia. I fondatori e autori della rivista e del supplemento, come è riportato sulle copertine dei vari numeri, erano Ivan Bordeynyi, Yevhen Vatsyk, Roman Navrotskyi (quest’ultimo indicato come caporedattore dei nn. 1-3), Pylyp Hoshovskyi (n. 5), Hryts Dubyk (n. 12) e Volodymyr Yatsenkiv (nn. 13-14) il quale fungeva anche da segretario-archivista. Sia «Il Prigioniero» (Polonenyj) sia l’allegato «Lazzaroni» (Lyazaroni) erano scritti e illustrati a mano con inchiostro e acquerello e venivano decorati con disegni grafici, fumetti, vignette, sfondi di fiori ecc. che ornavano gli articoli. Pertanto collaboravano alla redazione i pittori e disegnatori Vasyl Kasian, Yevhen Vatsyk e Stepan Dzydzo14, con la scrittura di Mykhailo Litschota.
«Il Prigioniero» e «Lazzaroni», non furono gli unici giornali creati all’interno del campo. Successivamente furono redatti i periodici «Le Nuove Notizie» (pubblicato in un solo esemplare, basato su riviste e giornali italiani per coloro che non conoscevano ancora la lingua italiana) e «L’Ucraino a Cassino», un bisettimanale che aveva come caporedattore Volodymyr Yavorskyi e che venne stampato per sette numeri.
Nell’articolo introduttivo posto nel primo numero de «Il Prigioniero», i redattori scrivessero che «la rivista [era] nata in cattività ed [era] libera da ogni iniquità» e che «l’eterna potenza dello spirito umano» dà forza, non solo ai giovani, ma dà anche la speranza invincibile e immortale della liberazione. Quindi veniva definita una delle funzioni programmatiche della rivista che era quella di coltivare la purezza la lingua e di preservare la letteratura e la scienza e dunque la cultura della madrepatria: «Questo mare ucraino apre le sue ali in lungo e in largo e una di loro si è alzata fino alla lontana Cassino. Lontani dalla nostra terra e dalle nostre famiglie, ci siamo posti l’obiettivo di custodire qui, sul roccioso suolo italiano, la nostra lingua natale in tutte le sue forme. Così che le nostre tenere piantine non siano congelate nel fiorire ma possano crescere e diventare un possente albero». Venne pubblicato anche un scritto di Pylyp Hoshovskyi intitolato Richiamo al compagno di prigionia. Si tratta di un appello rivolto a tutti i prigionieri ucraini che venivano sollecitati a «mantenere la loro cultura e le loro tradizioni» anche in quei difficili momenti perché prima o poi sarebbero finiti ed essi sarebbero ritornati «alla normalità nella loro Ucraina». Infatti, scriveva Hoshovskyi, i «prigionieri avrebbero avuto il dovere e l’obbligo di difendere e rispettare la loro lingua, anche in cattività». Nell’articolo citava alcuni brani tratti da famose poesie e canzoni folk ucraine giungendo alla conclusione che a Kiev e a Poltava il linguaggio era più puro rispetto a quello della Galizia che era notevolmente influenzato dalla lingua polacca. Il tema della difesa della lingua ucraina lo si ritrova anche negli scritti di altri prigionieri: Respiro dell’ortografia ucraina di Dmytro Kotelko (n. 1), Il popolo ucraino e la sua canzone di Kostya Parfanovych (nn. 3 e 4), Qualcosa sulla rinascita della letteratura ucraina di Ivan Bordeynyi (nn. 5 e 6) e Il linguaggio del cuore di Stepan Horak (n. 13).
Nei vari numeri de «Il Prigioniero» (Polonenyj) trovarono spazio numerosi romanzi, racconti, poesie. Uno degli autori più prolifici fu Ivan Bordeynyi il quale pubblicò molte sue opere firmandole spesso con gli pseudonimi di Ivan e Petro Orlenko: si trattava di poesie come Speranza, Serata in cattività, Grande egoismo, Io voglio vivere e piangere …, In cattività, oppure di romanzi e racconti come Non uccidere, Penitenza, Punizione, Madre, Fratello, Taras Spirit, Vigilia di Natale, Signor Domani. Altri autori furono invece Roman Navrotskyi con le poesie Preghiera, A volte nel crepuscolo…, Senti, In Ucraina!; oppure Volodymyr Yaschenkov15 con Destino, dove sei?, San Felice, Luna, La mia canzone; oppure Aristide Hodovanskyi con Devoto, Fiore, Prigioniero, Fuoco, Dormire in cattività, Flauto (Sopilka); oppure Frantz Maslyanyk con Padre!, Si sente il canto del cielo, Alla natura, Notte di primavera, Offensiva; oppure Theodore Balytskyi con A mezzanotte e Sonetti di Cassino.
Verso sera, la comunità ucraina si riuniva per la lettura dei giornali nella dodicesima baracca. Il «redattore di turno leggeva ad alta voce il giornale redatto e scritto da lui». Quindi «si apriva una discussione e le opere venivano integrate o corrette. I primi discorsi erano dedicati alla grammatica ucraina e all’ortografia moderna». Dopodiché si passava a leggere le «lettere private. Erano le notizie dalla terra madre… che ognuno aspettava con impazienza ma che giungevano molto raramente».
IL RILASCIO DEI PRIGIONIERI «CASSINATI»
Nel corso del 1919 e del 1920 cominciarono a essere smantellati, mano mano, i vari Campi di internamento dislocati in Italia e i prigionieri avviati al rientro nei loro luoghi d’origine, in aree dell’Europa centrale e orientale fortemente ridisegnate e profondamente modificate anche dal punto di vista istituzionale con la fine della Grande guerra. Come ha scritto l’ex prigioniero Pylyp Hoshovskyi, gli ucraini (per la maggior parte galiziani) «furono portati con l’inganno in Polonia, altri in Romania ed altri falsificarono i propri documenti per restare in Germania, in Cecoslovacchia e in Ungheria». Tutti desideravano riconquistare la libertà ma, al tempo stesso, ognuno di essi coltivava la «speranza di tornare con orgoglio nella propria Patria sotto la bandiera blu e gialla dell’Ucraina».

Nel Campo di Cassino-Caira i primi prigionieri furono liberati ancor prima della fine della guerra per essere arruolati come volontari in unità di combattimento inquadrate o da affiancare agli Eserciti dell’Intesa. Si trattava di quelli di nazionalità romena e anche alcuni di origine polacca. Tuttavia la maggior parte dei prigionieri lasciò il Concentramento di Cassino-Caira nella primavera-estate del 1919. Differentemente militari di altre nazionalità, in particolare gli ucraini, furono liberati circa un anno dopo, probabilmente perché nei territori d’origine non erano ancora cessate le ostilità. Fra l’altro molti prigionieri ucraini avevano avanzato la richiesta di essere rimpatriati celermente in Ucraina per poter combattere gli invasori e aiutare la nazione. Sottoscrissero petizioni, trasmesse alle autorità governative italiane, per ottenere il permesso che nei Campi di internamento potesse essere consentita la formazione della Legione ucraina allo scopo di combattere le armate della Russia bolscevica. Si rivolsero anche alla redazione de «L’Ukraine» e il 23 maggio 1919 fecero appello al capo della delegazione dell’UNR a Parigi, Gregory Sydorenko. Tuttavia non ebbero mai nessun tipo di risposta. Della situazione dei prigionieri ucraini si occupò l’on. Giovanni Battista Coris16, deputato italiano al Parlamento. Il 4 dicembre 1919 aveva presentato alla Camera una interrogazione rivolta ai ministri degli Affari Esteri e della Guerra per sapere se il Governo fosse informato della «propaganda» che veniva esercitata nei Campi di concentramento italiani «contro le aspirazioni dei prigionieri ucraini» e se avesse «finalmente intenzione di provvedere alla loro riunione in campi separati» dagli altri internati in attesa del loro rimpatrio17. Così vari ufficiali ucraini internati a Cassino-Caira il 10 aprile 1920 realizzarono una pergamena di ringraziamento in cui lo definivano un «sincero amico dell’Ucraina». Essa riporta delle decorazioni con disegni a colori: il popolo ucraino in marcia verso la libertà (in alto) e il Campo di Cassino-Caira (in basso), mentre la seconda pagina appare vergata dalle firme dei militari.
Nel frattempo si stava giungendo allo smantellamento del Campo di Cassino-Caira. Prima di arrivare alla completa smobilitazione, i membri della «Comunità Ucraina» adottarono misure tese a preservare la documentazione prodotta nei mesi di prigionia (pubblicazioni, realizzazioni artistiche e musicali, ecc.). Nell’ultima riunione dell’Associazione, tenutasi alla fine di giugno alla presenza di 11 componenti, venne deciso di evitare che tutto quel materiale venisse disperso. Per merito del professor Yevhen Vatsyk, tutti i libri e le riviste, sette numeri de «Il Prigioniero» e «Lazzaroni», un numero de «Le Nuove Notizie» e sette numeri de «L’Ucraino a Cassino», vennero inviati al Museo Nazionale di Leopoli in Ucraina (National Museum, Lviv) in modo che venissero conservati e se ne serbasse il ricordo. A luglio del 1920, «improvvisamente», le autorità italiane emanarono l’ordine di chiusura del Campo di Cassino-Caira con rimpatrio immediato dei prigionieri ucraini. Pylyp Hoshovskyi descrisse il momento della liberazione con il saluto reciproco tra i militari italiani e quelli ucraini. «Preghiamo il Signore – disse il colonnello comandante del Campo – che in futuro l’Italia e l’Ucraina possano avere una sincera relazione come due sorelle. Evviva l’Italia – gridarono gli ucraini – Evviva l’Ucraina! – risposero gli italiani. E finalmente il cancello si aprì e gli ucraini potettero respirare l’aria libera tanto attesa».
I 140 ex prigionieri ucraini lasciarono Cassino sotto scorta militare italiana il 6 luglio 1920. Secondo quanto dichiarato dal Comando militare italiano, sulla base dell’opera svolta dalla «Comunità Ucraina» con l’aiuto della Croce Rossa, quegli uomini avrebbero dovuto raggiungere direttamente l’Ucraina. Invece furono portati in treno in Austria e il 9 luglio 1920 giunsero nella città di Villach in Carinzia. Lì trovarono ad attenderli alcuni ufficiali polacchi che erano stati informati dalle autorità italiane e che cercarono in ogni modo di farli salire su un treno diretto in Polonia. Tuttavia a Villach era presente anche un rappresentante ucraino della Croce Rossa, Bohdan Yavorsky, che consigliò di raggiungere un campo ucraino allestito a Lebring nei pressi di Graz. Il giorno successivo giunse nel campo una Commissione internazionale per i prigionieri di guerra che confermò la correttezza di questa decisione. Poco dopo, grazie all’interessamento di Yevhen Petrushevych, uno dei membri dell’UNR (Ukrainian National Council) che in quel periodo si trovava a Vienna, e grazie agli sforzi del Governo della Cecoslovacchia, fu deciso di accogliere i prigionieri nel Campo di Liberec dove, nel corso della guerra era stato costruito un grande Campo di concentramento nel quale erano stati internati soldati russi e italiani, ma che in quei momenti era in fase di smantellamento. Così, con uno stratagemma, riuscirono a stringere di nascosto un accordo con i ferrovieri austriaci per far dirigere il treno verso Graz. Il 5 settembre 1920 giunsero in stazione, il treno si fermò e i prigionieri ucraini disarmarono le poche guardie italiane che cercavano di impedire la fuga. Il giorno seguente fecero il loro ingresso nel Campo di Liberec che trovarono sgombro poiché era stato da poco evacuato. Occuparono le baracche ancora utilizzabili. Poi iniziarono ad arrivare altri ex prigionieri, «più di 300», provenienti da altri Campi di internamento che si andarono ad aggiungere a quelli di Cassino-Caira. Quest’ultimi avevano portato «la loro biblioteca, la farmacia, i violini realizzati a mano, il contrabbasso» e altri documenti e proprio per la loro provenienza geografica di internamento cominciarono a essere definiti con il termine di «Cassinati». Liberec fu l’ultimo campo dove vennero internati e se anche erano considerati alla stregua di prigionieri, cominciarono a sentirsi liberi in quanto le guardie non erano armate. Gli ex militari ucraini andarono a formare quello che fu chiamato ufficialmente «Campo di lavoro ucraino» (in ceco «Ukrajinsky Pracovní Tabor»). Il Campo di Liberec venne chiuso nel mese di aprile del 1921 e tutti i militari (circa 4.000) vennero trasferiti in un Campo di nuova costruzione a Josefov (oggi facente parte di Jaroměř) che rimase operativo fino al 1926.
Sonetti di Cassino
di Theodore Balytskyi (traduzione a cura di Oksana Ratushnaya)
I
Naviga una barca solitaria sul mare, / Le vele bianche aperte come l’aquila, / Nell’estremità lontana, come in un sonno tranquillo / La nebbia sparsa sopra l’acqua, che non lascia vedere niente.
Appare sull’estremità del mare la luce del sole / Il sole dirige la barca e le ali coraggiose; / Lei tende sull’acqua in profondità a raggiungere lo scopo, / E dappertutto la tristezza, profonda come l’oceano.
Sto sulla costa. Il mio destino si precipita / Sulla mia barca in Ucraina, / Per non vedere come opprime la schiavitù.
Restituisce a me, il destino, come una saetta veloce! / Non ti tengo, anche se è difficile da morire! / Dimmi solo: ci incontriamo ancora con te?
II
Dietro le mura della prigione c’è una montagna alta / La vetta di questa montagna si arrampica più sopra; / Una punta larga puntella il cielo, / Ed è disboscata – ci sono solo le pietre.
C’è appena un pino, è l’unico, solitario / Sul lato della montagna si estende verso il cielo, / è triste, calmo, neanche si muove – / Come se lui sentisse la noia per la sua larghezza.
E questo pino, verde smeraldo, / Che è immobilizzato nell’azzurro, / Mi da pensieri cupi.
Mi immagino – di vedere la mia meravigliosa tortora / Lei vuole scorgere me / E la mia anima stanca si irrigidisce.
III
Il castello e l’abbazia sulle guglie della montagna/ Per raggiungere il cielo italiano, / E guardano con orgoglio al paese felice / E lo custodiscono come le aquile coraggiose.
E più lontano ci sono gli acquedotti e le ville magnifiche / Giocano con i prati ordinati e abbondanti; / Tra i cipressi eretti / E attraverso i vigneti maturi.
Vanamente semini la magìa, paese di Dante, / Perché in schiavitù e in prigione / Si perdono le ultime forze.
Anche se qui fosse come in paradiso, / Io accarezzo una speranza nel mio cuore, / Di morire almeno nella mia nativa Ucraina.
IV
Morfeo semina dei sogni ancora / E la luna giovane inizia a dissipare; / Cresce sempre più in alto, in qualità di oratore, / Il vecchio anfiteatro – e la luna giovane si spegne.
L’incendio, qui, vedo chiaramente le fiaccole. / La folla grida: «Vivat imperator!» / Il Gladiatore muore nelle fauci di un leone. / Nerone esulta – l’idolo infelice!
Gli Anfiteatri però sono così crudeli, / Perché gli eventi di sangue avvengono là, / Con questi eventi, esso ha ricevuto un’ampia fama nel campo.
Patire il tempo difficile. / Secondo la volontà le formiche moriranno nei muri di Cassino / E mi piego così come il vento piega la canna.
V
Alta e ripida è questa montagna di granito / La guglia ripida tocca in alto. / Tende le mani nella preghiera / É difficile per uno sciame di pellegrini provenienti da tutto il mondo.
Su questa montagna, che brilla di colore / – Come è ben noto fin dai tempi antichi – / Tre anziani uomini di Dio, che possono vedere / Il destino umano, che si apre solo per loro.
Qui, ho scalato questa montagna benedetta, / E reggendomi per gli ulivi, / Con tutto il sudore, mando una preghiera di salvezza.
É abbastanza la mia forza per toccare la guglia? / E conoscendo tutta la strada passo avanti, / Forse tornerà la luce nel mondo grigio?
«Cassino, Cassino, probabilmente verrai ricordata per molto tempo»
(Pylyp Hoshovskyi, Memorie della prigionia a Cassino)
* Ringrazio vivamente Carlo Nardone per la sua preziosa, costante e appassionata attività di ricerca sul Campo di concentramento di Cassino-Caira che ha consentito di poter fare luce sulle questioni, sconosciute a tutti, o quasi, che hanno interessato quel luogo d’internamento.
1 La comunità di militari ucraini era guidata dal tenente Mykhaylo Hryniv. Altri ufficiali erano i tenenti Teodor Chornopyskyi, Kornylo Krushelnytskyi, Roman Miyskyi, Dr. Ivan Melnytskyi, Ivan Bordeynyi, Franz Bilas, Yevhen Vatsyk e Mykhailo Protsiv.
2 Vasyl Illich Kasian (1896-1976) artista grafico, docente e critico d’arte dell’Istituto d’Arte di Kiev, fu vincitore del Premio Nazionale Ucraino «Shevchenko» e di molti premi dell’Unione Sovietica. Aveva iniziato gli studi nella scuola superiore di Kolomea dimostrando una forte attitudine per la pittura. Nel 1915 si arruolò nell’esercito austro-ungarico. Fu fatto prigioniero il 3 novembre 1918 e internato nel Campo di prigionia di Treviso per essere trasferito dopo due settimane a Cassino-Caira. Nel periodo della prigionia rappresentò nei suoi disegni la vita del campo, il freddo e la fame, i funerali, la città, il convento, la caserma, monte Cairo in diversi periodi dell’anno, le rovine della Rocca Janula e l’abbazia di Montecassino (tra gli acquerelli anche Prigionieri in attesa dei resti del pranzo realizzato nel 1920 in cui rappresentò i prigionieri magri e affamati che si riunivano intorno alla cucina e aspettavano nella speranza di ottenere qualche avanzo). Realizzò i busti in argilla di Taras Shevchenko e di Ivan Franko. Eseguì anche le prime illustrazioni ad acquerello delle opere di Shevchenko e di Gogol e organizzò tre mostre delle sue opere al fine di raccogliere fondi da destinare ai soldati ucraini meno abbienti. Dopo la guerra studiò presso l’Accademia di belle arti a Praga dove si laureò nel 1926.
3 Secondo la testimonianza di alcuni prigionieri ucraini, riportata nel libro di Ivan Pater I Galiziani sul fronte serbo e italiano e nei campi di prigionia, nel Campo di Cassino-Caira la «dieta quotidiana era così costituita: per colazione 60 ml. di caffè nero amaro, per pranzo zuppa di riso o pasta in brodo, per cena aringhe o barbabietole, 150 grammi di carne due volte a settimana e 250 grammi di pane al giorno».
4 Luca Giordano (1632-1705) fu tra i massimi esponenti della pittura napoletana del Seicento. Artista particolarmente prolifico, fu detto «LucaFapresto» per la celerità con cui realizzava le sue opere. Nella seconda metà del secolo operò a Montecassino realizzando le decorazioni della volta della navata, dipingendo gli affreschi della Basilica e in particolare realizzò sulla controfacciata sovrastante la porta d’ingresso una composizione a olio di notevoli dimensioni (50 metri quadrati) che rappresentava la consacrazione della chiesa desideriana da parte di papa Alessandro II nel 1071. Anche questo «grande quadro ricco di vita e mirabile per i colori» è scomparso, come tutto il resto, in seguito alla distruzione dell’abbazia il 15 febbraio 1944.
5 Ivan Nedilskyi (1895-1970) compositore, violoncellista, docente, trascorse due anni nel Campo di Cassino-Caira dove compose melodie e canzoni (la sua più famosa Il sole d’oro ha iniziato a splendere, parole di Serhii Pylypenko, e poi Marcia Lazaroniv e il canto lirico In una terra straniera lontana) e collaborò alla costruzione di violoncelli artigianali. Dopo la guerra si trasferì a Berlino, poi tornò nella sua terra natale nella regione di Ternopil finché emigrò definitivamente a New York. Fu tra i fondatori, professori, membri e direttori dell’Ukrainian Music Institute of America.
6 Mykhaylo Hryniv (1886-1940) tenente, era il comandante della comunità di militari ucraini nel Campo di Cassino-Caira. Nel 1924 si laureò in giurisprudenza presso l’Università Carolina di Praga. Aprì poi un ufficio legale in Ucraina specializzato nella difesa di contadini e associazioni. Arrestato fu condannato a morte senza processo e giustiziato per decisione del Politburo del Pcus.
7 Yevhen Vatsyk (1885-?) tenente, fu tra i fondatori dell’associazione «Comunità Ucraina» e capo del Circolo letterario e scientifico «Ivan Franko». Fu sostenitore della creazione dello Stato indipendente di Ucraina. Per suo merito i materiali prodotti nei mesi di internamento dai prigionieri ucraini non andarono dispersi.
8 Ivan Bordeynyi (1884-1966) giornalista, scrittore, insegnante, pubblicò poesie, romanzi e racconti nella rivista «Il Prigioniero» (Polonenyj). Alla fine della guerra fece ritorno in Bucovina ma con l’avvento del potere sovietico fuggì prima in Australia e poi in Germania dove morì.
9 Ivan Yakovych Franko (Naguievychi 27 agosto 1856 – Leopoli 28 maggio 1916) è stato un poeta, scrittore, giornalista, critico sociale, critico letterario, editore, economista e attivista politico socialista. L’artista Vasyl Kasian aveva omaggiato la memoria di Ivan Franko dipingendo il suo ritratto e poi modellando il 27 agosto 1919, giorno del compleanno del poeta, un busto realizzato con l’argilla locale e un po’ di acqua che fuoriusciva dalla cisterna del campo.
10 Il 19 gennaio in Ucraina si celebra la festività della «Grande benedizione delle acque» o «Festa Giordana», dedicata al battesimo di Gesù Cristo nel fiume Giordano. L’acqua benedetta in quella mattinata viene utilizzata per guarire i malati e per benedire le chiese, le case e gli altri edifici. È una delle più antiche ed importanti feste popolari e religiose, la terza festa del periodo natalizio dopo il Natale (7 gennaio) e il Capodanno (14 gennaio).
11 Taras Grigorovich Shevchenko (Morynci, Ucraina, 9 marzo 1814 – San Pietroburgo, Russia, 10 marzo 1861) è stato un poeta, scrittore e umanista ucraino.
12 Pylyp Hoshovskyi (1891-1941) romanziere e autore di vari articoli di attualità che furono pubblicati su «Il Prigioniero» (Polonenyj) e su «Lazzaroni» (Lyazaroni). Dopo la guerra di laureò presso l’Università Carolina di Praga. Tornò in patria e svolse la professione di insegnante in Transcarpazia e in Galizia. Fu arrestato, torturato e ucciso a Lviv dagli agenti dell’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni).
13 Mikhail Stanislavovich Tyszkiewicz (nato ad Andrushivka nei pressi di Kiev il 20 aprile 1857 – morto a Gniezno, in Polonia, il 3 agosto 1930) è stato un artista, scrittore, politico e diplomatico ucraino. Il 15 febbraio 1919 fu nominato a capo della missione diplomatica della Ukrayinska Narodna Respublika (UNR) presso la Santa Sede impegnandosi fortemente nell’aiuto e nel soccorso dei soldati ucraini internati nei campi di prigionia italiani.
14 Stepan Dzydzo (1893-1945) artista grafico e architetto ucraino, tra i fondatori dell’associazione «Comunità Ucraina» e disegnatore delle riviste «Il Prigioniero» e «Lazzaroni», dopo Cassino-Caira fu internato nei Campi di Liberec e poi di Josefov in Cecoslovacchia. Alcune sue opere (dipinti e acquarelli) sono conservati a Praga.
15 Volodymyr Yatsenkiv (1899-1938) tenente, fu tra i fondatori dell’associazione «Comunità Ucraina» e segretario-archivista delle riviste «Il Prigioniero» e «Lazzaroni».
16 Giovanni Battista Coris (1877-1945), avvocato, fu eletto alla Camera dei Deputati dal 1909 al 1913 e dal 1919 al 1924 per la XXIII, XXV e XXVI legislatura.
17 Camera dei Deputati, Atti Parlamentari, Legislatura XXV, 1a sessione, Tornata del 4 dicembre 1919, p. 35.
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