«Studi Cassinati», anno 2025, n. 3
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RILEGGIAMO … pagine di storia edite ma poco note
di
Anselmo Lentini1
Si propone la preziosa testimonianza di d. Anselmo Lentini (pubblicata originariamente in due parti) sul ritorno da Roma della comunità benedettina e la provvisoria permanenza tra Valvori, Casalucense e Sant’Elia Fiumerapido (le note a corredo sono state aggiunte a cura di gdac).
Quel 1° novembre 1944, festa di tutti i Santi, fu data augurale: multiplicatis intercessoribus, come diceva la colletta del giorno, si cominciava a porre le condizioni per radunare la Comunità dispersa e preparare il rientro definitivo di tutti nella ricostruenda Abbazia.
Di buon mattino, come già è stato narrato nella precedente puntata, ero salito io a Valvori e, celebrando la Messa, avevo annunziato al popolo l’arrivo imminente del P. Abate. Ma questi, per il lungo ritardo del camion che doveva scendere da Montecassino, non poté partire da S. Elia che nel tardo pomeriggio. D. Martino2, e lo stesso anziano D. Carlo3, dovettero salire a piedi.
Così ci accolse Valvori, il bel paesino, che si affaccia sulla valle di S. Elia e su grande porzione della piana di Cassino, guardando dirimpetto la mole del nostro monte e dell’Abbazia. Fornito in gran parte di case e villini recenti, era uscito dalle devastazioni della guerra relativamente indenne, e offriva perciò maggiore possibilità di soggiorno per la nostra comitiva. L’arciprete D. Michele Vettese4 aveva trattato col Sig. Di Mascio, e si poté così trovar subito alloggio in un villino, da lui gentilmente offerto, posto quasi all’ingresso del borgo.
Una costruzione curiosa: protesa come una nave sull’immediato pendio della collina al bordo della strada, essa aveva un gran vano centrale occupato da scale e solo quattro stanze abitabili. Delle due a pianterreno una fu destinata a cappellina, l’altra ad abitazione del P. Abate; delle due superiori una per l’anziano D. Carlo, l’altra per D. Martino e D. Anselmo in comune. Nel basso era la cucina ed una stanzetta da pranzo. Nell’andito d’ingresso un tavolinetto con qualche sedia servivano per i colloqui con gli ospiti e i fedeli. Tutto qui: eppure quel piccolo nido iniziò la ripresa dei contatti col clero e col popolo, con grande consolazione loro e nostra. Data la più urgente sistemazione alla casa, si iniziò subito la pratica religiosa, con Messe e Ufficio divino, nella maggiore regolarità possibile. Ma gli stenti nel resto, pur prevedibili e volentieri accettati, non furono pochi. Dopo i primi tre giorni, per i quali la fine cortesia di Mons. Vettese aveva serbato un po’ di buone provviste, cominciarono subito a farsi sentire le privazioni, di cui soffrivano naturalmente, pur per ragioni diverse, i due anziani e i due giovani. Pane scarso, a fettine da ostia; carne niente; latte, zucchero, olio, vino, pochissimo; pasta, riso, legumi, molto razionati; anche la verdura assai ridotta. Quando, alcuni giorni dopo, l’Abate si fermò sulla piazzetta del paesino, un buon popolano, che lo conosceva corpulento, gli si avvicinò e toccandogli con ingenua semplicità il mento, gli disse quasi accorato: «Anche tu così?». Cioè, così dimagrito e mal ridotto? Chi gli stava accanto, non poté trattenersi dal lacrimare.
Ma l’Abate, imperterrito, nonostante l’età e i suoi peculiari disagi, sosteneva tutto con magnifico coraggio. Non permise neppure che qualcuno di noi lo aiutasse per la pulizia della sua stanzetta e per altre sue necessità. Da sé riassettava il letto, scopava, spolverava, portava il secchio dell’acqua ai rubinetti del piano superiore. Spettacolo pietoso ed edificante, che durò fin quando, solo il 23 novembre, D. Martino portò da Roma il buon fra Bonito, già da molti anni addetto a quest’assistenza, che prestava con immenso e devoto affetto.
A tali disagi partecipavamo un po’ tutti. I fedeli stessi, anche volenterosi, non potevano allora aiutarci troppo, perché le strettezze erano comuni in queste contrade. Si aggiungevano le difficoltà della luce. Quella elettrica mancava del tutto; scarsissime erano le candele, e si riservavano ai bisogni di chiesa; ci si doveva adattare a quei candelotti a petrolio o benzina, i quali, più che luce, producevano fumo e puzza. E noi eravamo già a novembre: la sera non potevamo tenere aperte le finestre anche per il freddo, e al buio si doveva rimediare con quei lumi.
Sopportavamo però tutto con pazienza. Ciò che più ci faceva soffrire era la continua veduta, dalle finestre, di quel povero nostro Monastero diroccato, sopra una montagna divenuta arsa, nera, informe, attraversata ogni tanto, per la via ancora malconcia, da camion di soldati polacchi. L’assenza di quello stupendo edificio sacro, che una volta torreggiava sulla piana, additato con venerazione come la secolare Casa di S. Benedetto, ci assiderava l’anima, e ci domandavamo sempre con angoscia quando l’avremmo visto risorgere. Chi avrebbe allora pensato al miracolo di una risurrezione avvenuta poi solo nel giro di circa dieci anni?
Intanto ci si consolava al pensiero che con la presenza dell’Abate Ordinario e di noi suoi collaboratori, oltre che all’inizio di una ricostruzione della Comunità monastica, si era provveduto anche alla ricostituzione della Curia e di un centro diocesano, a cui convergessero le varie necessità e da cui si irradiasse l’indispensabile attività pastorale per la vita spirituale delle popolazioni.
Appena si diffuse la notizia che l’Abate risiedeva stabilmente a Valvori, e con lui il Cancelliere della Curia D. Carlo e altri monaci, si avviò subito il viavai di sacerdoti, seminaristi, fedeli, anche da centri molto distanti. E pensare che quasi tutti erano costretti a fare lunghe ore di viaggio, per piano e collina, a piedi. I sacerdoti venivano a trattare affari gravissimi, causati specialmente dagli eventi bellici; i seminaristi ancora dispersi e randagi (eccetto quelli già sistemati a Roma, dei quali abbiamo parlato un’altra volta)5, chiedevano disposizioni e venivano quasi tutti indirizzati a Veroli, ove quel Seminario fraternamente li accoglieva; i fedeli salivano specialmente per le pratiche matrimoniali. Partiti di buon mattino, giungevano stanchissimi lassù molto spesso verso le due o le tre pomeridiane: Si sbrigavano le loro faccende con la massima solerzia e si cercava anche all’occorrenza di rifocillarli in qualche modo, per metterli in grado di riprendere il cammino di ritorno. Il disagio era troppo grave, e fu questo soprattutto che indusse dopo un mese al provvedimento di lasciare quella sede e scendere a S. Elia.
La prima domenica dopo il nostro arrivo a Valvori, il P. Abate volle celebrare la Messa nella chiesa parrocchiale. L’incontro col popolo fu commovente. Egli, che amava tanto di parlare ai fedeli, quel giorno sentì ancor più il bisogno di espandere i suoi sentimenti di affetto, di preoccupazione, di speranza, sempre avvalorati da una profonda fiducia in Dio.
Da Vallerotonda, di cui Valvori è frazione, venne subito il Parroco D. Michele Paolillo6 a far visita al P. Abate, e la domenica seguente anche il Sindaco, il Maresciallo e altre persone a dargli il benvenuto nel loro Comune. Il 26 novembre, domenica, il P. Abate fu felice di potervisi recare su cavalcatura, a celebrare la Messa e a trattenersi fino al tardo pomeriggio con quei fedeli, rendendosi conto delle loro condizioni.
La vicina Valleluce ebbe poi una sua visita con funzione più solenne, perché destinata anche all’amministrazione della Cresima. Accolto dal Parroco D. Lauro Socci7, da me che ero andato il giorno prima ad aiutarlo nei preparativi, e dalla popolazione festante, il 19 novembre il P. Abate giunse su cavalcatura nel tranquillo paesetto, accompagnato dall’anziano D. Carlo, che caduto presto da cavallo, non aveva voluto più risalirvi e aveva fatto quasi tutto il viaggio a piedi. Tutta la cerimonia riuscì molto festosa e commovente. La Cresima di circa ottanta ragazzi portò una nota particolare di gioia dopo tante sventure e distruzioni, di cui erano allora ben manifesti i segni. Nel pomeriggio si ritornò a Valvori, col cavallo vero il P. Abate, con quello di S. Francesco io giovane ed anche il buon D. Carlo.
Durante tutto quel mese D. Martino faceva la spola tra la nostra provvisoria residenza e S. Elia, centro di smistamento della posta che spesso non funzionava; Capo-dacqua (nella campagna di Cassino), ov’era il deposito di parecchi bagagli nostri; Montecassino, ove attendevano ai lavori e alla custodia alcuni nostri confratelli; Roma, ove egli sbrigava pratiche e s’incontrava con gli altri nostri monaci ivi residenti. Per mezzo di lui, e di altri che, talvolta con viaggi avventurosi, venivano da Roma, apprendevamo notizie sui nostri confratelli dislocati qua e là, specialmente a Farfa. D. Carlo si occupava nel suo ufficio di Cancelliere. Io assistevo e aiutavo il P. Abate in tutti i suoi impegni monastici e diocesani. Tutti poi ci prestavamo volentieri anche alla cura delle anime, collaborando con Mons. Vettese. Il P. Abate, che con incredibile rinnovata vigoria faceva ogni giorno la passeggiatina per il paese, ne approfittava volentieri per avvicinare i fedeli e dire buone parole di edificazione e conforto.
Intanto un fatto di particolare importanza si era venuto prima profilando e poi definitivamente maturando. Il 15 novembre l’Arciprete di S. Elia D. Gennaro Iucci8 e il P. Marcellino Carretta O.F.M., Guardiano di Casalucense, mandarono una lettera al P. Abate, informandolo che dal giorno 22 seguente i francescani, per disposizione dei loro Superiori, intendevano ritirarsi e consegnare all’Abate Ordinario la parrocchia e il convento9, perché la loro Provincia non era in grado di sostenere le spese di restauro della fabbrica molto rovinata10. La notizia fu accolta dal P. Abate come un regalo della Provvidenza, poiché egli vide subito in quel luogo un primo sicuro rifugio e un punto di appoggio per ricostituire la Comunità, a beneficio anche del Seminario e di tutta l’attività diocesana.
Presi quindi gli opportuni accordi, il 22 novembre scese su un calesse con me a Casalucense, dove trovammo con P. Marcellino anche l’Arciprete Iucci. E lì, all’aperto (era una mattinata calda di sole), seduti sul muricciolo dinanzi alla porta del convento, dopo aver visitato minutamente la chiesa e tutto il locale, prendemmo i debiti accordi per la consegna11. Nel pomeriggio risalimmo a Valvori.
Ma il P. Abate, che già dal 17 novembre, andato in camion col nostro D. Luigi a Montecassino, era passato al ritorno per Casalucense e ne aveva osservato lo stato, si convinse che per il momento non si poteva pensare ad accogliervi un grosso numero di monaci. Bisognava provvedere anzitutto alle più indispensabili riparazioni.
Questo nuovo fatto, così notevole, e il già rilevato disagio che la posizione di Valvori recava al clero, ai fedeli e a noi stessi, indusse finalmente il P. Abate alla decisione di lasciare quella sede e di scendere a S. Elia: tanto più che le sincere premure dell’Arciprete Iucci e della sua famiglia vinsero la riluttanza dell’Abate per il fastidio che avrebbe apportato.
Il 6 dicembre l’ottantenne Abate, D. Carlo e D. Martino scesero a S. Elia, tutt’e tre a piedi. La famiglia dell’arciprete, ispirata da gran senso di cortesia e insieme compresa del significato e dell’onore di quella ospitalità, fece del tutto per riceverli e alloggiarli con tutte le comodità possibili in quelle contingenze.
Io rimasi ancora a Valvori, dove dal 29 novembre avevo cominciato a predicare la novena dell’Immacolata in parrocchia. Ricordo ancora la festa di quel buon popolo, uno dei più religiosi di tutta la diocesi, per l’inaugurazione della nuova statuina della Madonna dopo la Messa dell’8 dicembre, e la devozione con cui partecipò il 10 dicembre alla processione di penitenza, con cui ci volemmo unire a quella celebrata dal Papa in S. Pietro.
L’ottimo Mons. Vettese mi teneva dolce e confortante compagnia. La mattina del 12 mi informò che il P. Abate mi desiderava a S. Elia; scesi, e il P. Abate mi comunicò che ero destinato a Casalucense. Incipit vita nova; comincia la nuova fase, come il seguente canto canterà.
IL RITORNO DOPO LA BUFERA:
A CASALUCENSE NEI PRIMI MESI DEL 1945*
LE CELEBRAZIONI RELIGIOSE
Il nuovo anno, 1945, si apriva a S. Elia con un rito di buon augurio: due giovani monaci venivano ordinati dall’Abate Diamare suddiaconi. Quando nel pomeriggio, con qualche altro dei nostri disceso da Montecassino, salirono a visitarci a Casalucense, quell’incontro familiare, in un bel gruppetto di anziani e di giovani, ci portò un lieto respiro di consolazione e di speranza.
Le funzioni parrocchiali si celebravano specialmente nel santuario di Casalucense12, con concorso maggiore nel pomeriggio delle domeniche e delle feste, in cui soprattutto le giovani, con l’immancabile compagnia dei giovani, dopo il lavoro della settimana amavano di unire alla pietà anche il legittimo ristoro di una piacevole passeggiatina.
I fedeli stessi del luogo ci suggerivano le celebrazioni a cui erano affezionati. Così il 17 gennaio scendemmo all’Olivella, nella festa di S. Antonio Abate, per la benedizione degli animali; ma con sorpresa di tutti questa non si poté fare perché mancavano proprio l’interessati: gli animali. Erano ancora sanguinanti le conseguenze della guerra. Devote ed anche relativamente affollate riuscirono invece, benché in giorni feriali, le funzioni del 2 febbraio, con la benedizione delle candele, e del 3 febbraio, con quella della gola nella festa di S. Biagio.
Una prima grande novità fu per la parrocchia la celebrazione di S. Scolastica: una santa quasi sconosciuta da quei fedeli, ma divenuta subito cara, quando seppero della sua parentela con S. Benedetto e dei pochi, ma incantevoli tratti della sua vita. La festa fu preparata da una novena serale; il 10 febbraio poi si svolse con Messa solenne e canto. Naturalmente, maggiore comprensione e concorso ebbe la festa di S. Benedetto, ben noto pure lì, anche se fino allora poco celebrato liturgicamente. Dopo la novena, che svolgevamo sullo stampo di quella di Montecassino, il 21 marzo fu cantata la Messa, con imprevisto notevole concorso di fedeli, sopra un nuovo altare ligneo collocato allora ad una parete della chiesa.
Questa cominciava anche così ad assumere il nuovo aspetto di tempio benedettino. Ma già dal principio tutta l’ufficiatura era stata, evidentemente, secondo il rito monastico, ed anche in chiesa i due monaci sacerdoti di allora avrebbero recitato in comune il divino Officio se l’oscurità e il freddo, per le finestre riparate appena con tavole e cartoni, non l’avessero impedito.
Solenni, relativamente alle circostanze di allora, riuscirono le funzioni della Settimana Santa. Il P. Abate, che giustamente ci teneva molto, le celebrò in rito pontificale nella chiesa maggiore di S. Elia, chiamata veramente per l’occasione a fare da cattedrale. Noi di Casalucense, come or l’uno or l’altro di Montecassino, vi discendevamo ogni giorno per l’assistenza e il canto.
Ma anche a Casalucense, in gruppo così esiguo, ci sforzammo di rendere devote e belle, secondo lo stile benedettino, tutte le celebrazioni di quei giorni. Il Passio, l’adorazione della Croce, l’Exsultet, tutta la liturgia si svolse con dignità che piacque molto ai fedeli. Una gradita novità nel venerdì fu la Via Crucis predicata, entro la chiesa e nel piazzale antistante; così pure nella domenica delle Palme una lunga processione di fanciulli con rami di olivo.
La domenica in Albis, l’antifona Quasi modo geniti ci offrì lo spunto per una originale nuova cerimonia: la benedizione dei bambini. Salirono alla chiesa moltissime famiglie, e sarebbero certo venute tutte se il maltempo non avesse ostacolato il cammino. Molte mamme portarono finanche i lattanti. La preghiera, composta per l’occasione e fatta recitare ai piccoli prima della loro benedizione, e la festa con cui mamme e altri parenti li presentavano al Signore, furono commoventi: tanto che oseremmo raccomandare anche ora l’iniziativa ai parroci.
Altra cara funzione per quella popolazione rurale fu quella delle Rogazioni. I fedeli stessi vennero a chiederla a S. Marco e per l’Ascensione, e parteciparono sempre in buon numero, rispondendo alle invocazioni litaniche con pio vigore e con … discreto latino.
LA FESTA DELLA MADONNA DI CASALUCENSE
La festa particolare e principale per la nostra popolazione e per tutta S. Elia fu quella della Madonna nostra, detta «delle Indulgenze». Si celebra, com’è noto, nella 2° domenica dopo Pasqua13. Si sapeva che erano soliti affluirvi molti pellegrini da tutte le contrade circostanti; ma non potevamo prevedere se in quell’immediatissimo dopoguerra il concorso sarebbe stato rilevante.
Per rianimare la fede e sollevare religiosamente gli spiriti, il P. Abate, volle che la festa fosse preceduta da una settimana di esercizi predicati nella nostra chiesa. E venne a tal fine il P. D. Paolo Natalizia, di Casamari, che si assoggettò ai vari nostri disagi e tenne prediche mattina e sera ai nostri parrocchiani.
Nel pomeriggio del sabato (14 aprile) i pellegrini cominciarono ad affluire, quasi tutti a piedi. Ad aiutarci, giunsero anche parecchi nostri confratelli da S. Elia e da Montecassino, e già dalla sera si diede inizio alle confessioni. La pioggerella, del resto benvenuta dopo la lunga siccità, non permise che i pellegrini riposassero la notte nello stanzone adiacente alla chiesa, il quale non era ancora restaurato. Perciò si dovette farli giacere nello stesso santuario, con porta sempre aperta e sotto la vigilanza di qualcuno dei nostri a turno.
La mattina del 15 cominciarono molto presto le Messe e le confessioni. Il nostro buon D. Carlo Amatruda, all’inizio della sua Messa, fu sorpreso da un malore così grave, che il P. Abate gli amministrò pure l’Unzione degli infermi; ma poi si andò rimettendo. Anche il P. Abate celebrò il Divino Sacrificio all’altare della Madonna, e quindi assistette alla Messa solenne, celebrata dall’Arciprete di S. Elia D. Gennaro Iucci. I pellegrini, non numerosi come nell’anteguerra (e ciò si spiegava per le difficoltà del momento), ma più abbondanti del previsto, assistettero con molta devozione, e dimostrarono quanto viva fosse ancora la loro pietà verso la Madonna, festeggiata sotto quel titolo nella nostra chiesa. Dopo mezzogiorno in vari gruppi ripartirono, cantando come avevano fatto all’arrivo e durante la sosta nel santuario.
Ma la festa di quell’anno ebbe una grossa novità, creata dal fatto che la statua (per dir così) della chiesa di S. Elia, che quel popolo soleva portare in processione al nostro santuario e da qui riportare la sera in paese (per la festa ivi celebrata come la più vistosa e solenne di tutte), era troppo danneggiata dalla guerra e senza degne vesti esterne. Per non far mancare a quella intera cittadina e a tutte le vicine contrade il gaudio di quella festa religiosa dedicata alla Madonna di Casalucense, il P. Abate dispose che per quell’anno, in via eccezionale, la statua del nostro santuario, diremmo la statua «originale», fosse portata a S. Elia al posto di quella che in qualche modo ne era «la copia»14. I nostri popolani non fecero troppo buon viso all’eccezione, attaccati com’erano alla perpetua tradizione che la statua nostra non dovesse mai, mai uscire dal suo santuario. Ma la straordinaria circostanza e la disposizione del P. Abate li indusse a rassegnarsi, e accompagnarono anch’essi, con particolare affetto e devozione, la statua che per la prima volta quella sera entrò processionalmente a S. Elia con gran giubilo di tutti.
Il P. Abate però, sempre attento da buon pastore ai frutti spirituali, volle che il simulacro, così caro a tutti i fedeli, rimanesse in S. Elia alla loro venerazione per tutta la successiva settimana, e in questa si tenesse un corso di sacre missioni. Queste cominciarono la sera stessa della festa, predicate da due zelanti PP. Cappuccini. Il popolo gradì l’iniziativa; notevolmente affluì alle prediche mattina e sera e si preparò alla Comunione generale della domenica.
La funzione sarebbe stata celebrata dal P. Abate e si prevedeva gran concorso di popolo. La statua però doveva esser riportata di buon mattino al nostro santuario, giacché ci si diceva che anche in quell’ottava della festa da alcuni paesi si soleva venire in pellegrinaggio. Perché la Messa del P. Abate non fosse compromessa, si avvertì il popolo a non accompagnare la statua, giacché avrebbero a ciò provveduto i parrocchiani di Casalucense. Ma fu predica al vento. Appena il simulacro si mosse, la folla che già occupava la chiesa non sopportò che la Madonna andasse via così, alla chetichella. Ragazze avanti, a cantare; molte donne appresso, a pregare e cantare. E la statua, preceduta da un monaco, scese così fino al ponte del Rapido.
Lì uno spettacolo commovente. D. Agostino, in funzione di parroco, moltissimi parrocchiani di Casalucense, bambini e bambine vestiti a festa e con mazzi di fiori, tutta una folla giubilante e devota accoglie la Madonna per riportarla alla «sua casa». Le donne di S. Elia risalirono in paese, mentre la statua, fra canti e preghiere, percorreva la strada maestra che porta al santuario. Dai campi, dalle case, uscivano intanto ancora fedeli, e specialmente ragazzi, portando fiori e spargendoli lungo la via; la campana del santuario suonava senza sosta. Tutto sembrava che volesse far festa alla Madonna che tornava quasi dall’estero. Il rientro in chiesa fu trionfale; la gente ci piangeva di gioia e di devozione.
Altri pellegrini non ne vennero; ma nel pomeriggio i nostri fedeli vollero di nuovo radunarsi per una processione con la statua sul piazzale, prima che essa fosse definitivamente riposta nella sua nicchia marmorea. Tutta l’insolita vicenda settimanale della venerata immagine si chiuse con la Consacrazione della parrocchia alla Madonna.
ATTIVITÀ PASTORALE
Fin dalla metà di gennaio iniziammo una lunga e necessaria opera: la ricostituzione dei registri parrocchiali, tutti distrutti per la guerra. Di tal lavoro fummo pregati anche dal Sindaco e dai funzionari del Municipio di S. Elia, perché anche i loro registri erano andati quasi tutti perduti o deteriorati. Era indispensabile e indifferibile un nuovo schedario per conoscere e fissare lo status delle anime della nostra parrocchia.
Il tempo quasi sempre bello di quei mesi invernali e primaverili ci permise il giro frequente e metodico di tutte le famiglie. D. Agostino, che fungeva da parroco, accompagnato ora da D. Anselmo ora da uno dei fratelli, percorse tutte le contrade, da Santoianni e Salauca fino su alle Prepoie e alla Forcelluzza, passando di casa in casa e interrogando le singole famiglie sui rispettivi componenti e sugli estremi più necessari: nascita, battesimo, cresima, matrimonio, morte. Nella zona dell’Olivella ci fece da guida, per parecchie abitazioni, una graziosa bimba di 5-6 anni, che ci sapeva dare in anticipo abbastanza notizie.
Naturalmente trovavamo di più le donne, poiché gli uomini erano al lavoro; del resto erano proprie esse a sapere e ricordare meglio fatti e date. Specialmente le mamme rammentavano con mirabile precisione le nascite dei figli: la data del giorno e talvolta anche l’ora. Bene ricordavano pure le date dei matrimoni domestici e dei decessi.
Del battesimo e della cresima ordinariamente ci assicuravano soltanto l’avvenuta amministrazione; meno sapevano dirci sulla data della 1ª Comunione.
«Quanti figli avete?» «Sette». «Bene». E seguivano tante altre notizie. «E voi, quanti figli?» «Dieci».
«Benone». Si passava ad altra famiglia: «Quanti siete in tutto?» «Quindici: i due nonni, mio marito ed io, mio figlio N. con mia nuora, e altri nove figli; il più piccolo lo sta allattando ancora». «Bravi!». E così con grande ammirazione e consolazione andavamo apprendendo anche la soda e cristiana moralità di quell’umile gente rurale. Anche dopo potemmo confermare il nostro giudizio sui sani costumi della nostra popolazione.
Quel paziente e assiduo lavoro ci offrì la possibilità di conoscere personalmente il modo di pensare, i sentimenti, le necessità, i desideri di tutte le famiglie. e di avvicinare anche vecchi, infermi, bambini, che a loro volta ebbero piacere di conoscere noi. Intanto lo schedario parrocchiale si venne costituendo, e se ne giovò l’anagrafe del Municipio.
Altra opera frequente, di particolare carità per i morti e per i vivi, fu quella dell’esumazione di molti cadaveri sepolti qua e là, e delle loro esequie religiose. Bombardamenti, cannoneggiamenti, mine, fughe, sfollamenti, avevano provocato parecchi decessi o non avevano permesso la regolare sepoltura di vari defunti. Tornata allora la calma, i parenti si diedero a sistemare degnamente i propri morti, di cui conoscevano bene le sepolture provvisorie per tutte le contrade della zona.
Noi volemmo subito sodalizzare con loro in questo compito così cristiano e affettuoso. L’opera si svolgeva quasi sempre di domenica, perché i parenti e gli amici, che volentieri vi si prestavano gratuitamente, solo allora erano liberi dai lavori. Si andava di buon mattino al posto designato, quasi sempre su per la montagna, e fra i pianti di madri, spose e sorelle, si scavava, si rinvenivano i resti più o meno consunti, si componevano rispettosamente nella bara, e questa, dopo la nostra benedizione e preghiera, veniva portata in chiesa. Qui si recitava l’Officio e si celebrava la Messa con le esequie di rito. Quindi tutti si portavano al lontano cimitero di S. Elia, accompagnando piamente la salma. Uno di noi sacerdoti era sempre con loro, pregando e provocando la preghiera in suffragio del defunto. Con la preghiera si concludeva pure al cimitero tutta la mesta cerimonia, che lasciava però nei presenti e in tutti gli accompagnatori il conforto della fede religiosa.
I parrocchiani ne rimanevano molto commossi e ci manifestavano sinceramente la loro gratitudine.
Anche per tutti gli altri loro defunti quei fedeli erano assai solleciti. Molto spesso venivano a chiederci Messe di suffragio, recitate o cantate. Per queste ultime, benché fossimo allora così pochi, ci industriavamo come meglio si poteva, ma cercavamo sempre di accontentare i fedeli, che del resto apprezzavano il nostro cordiale interessamento.
Gratissimo lavoro fu per noi anche quello del catechismo ai fanciulli. Questi cominciarono ad affezionarsi a noi fin dagl’inizi. Nel primo pomeriggio delle domeniche e delle feste erano già sul nostro piazzale a giocare e canterellare. Presto proponemmo loro di venire tutti, chiamando anche i loro amici e compagni, per l’istruzione religiosa. E al suono della campanella della chiesa si abituarono veramente a salire in frotte al santuario ogni domenica. Ci dividemmo il lavoro, e in tre o quattro gruppi essi si avvezzarono ad ascoltare le nostre lezioni.
In particolare poi furono curati i piccoli della 1ª Comunione e della Cresima. Per la funzione venne il 27 maggio il P. Abate, che rimase con noi tutto il giorno.
Si ebbe speciale cura anche per il precetto pasquale, soprattutto per gli uomini. Questi accettarono con piacere la proposta di andare a compiere quel dovere sulla tomba di S. Benedetto a Montecassino. Difatti una trentina salirono a piedi lassù con D. Agostino e si accostarono ai sacramenti, tornando soddisfatti la sera.
A questa attività va collegata anche la scuola di religione, che per desiderio del P. Abate cominciò in quell’anno a tenere D. Anselmo nelle classi inferiori del ginnasio costituito a S. Elia per supplire a quello mancante in Cassino.
Una volta alla settimana egli scendeva a svolgere il corso nelle tre classi, che diedero a parecchi alunni, oggi professionisti, la possibilità di non interrompere gli studi. Locali e attrezzature scolastiche molto rimediate, ma buona volontà di Autorità e di docenti. Il P. Abate e noi appoggiammo quanto più si poté la benefica iniziativa.
Ma anche a Casalucense si cominciò a fare scuola. A principio si trattò di qualche ragazzetto delle elementari, per cui fummo pregati dai vicini genitori. Poco dopo si aggiunsero alcuni altri delle elementari, sempre della nostra parrocchia. Ma poi vennero anche dei giovanetti di S. Elia, ai quali, per pressante istanza delle famiglie, D. Anselmo diede frequenti lezioni di materie letterarie della scuola media. Si cercò intanto di provvedere anche alle necessità materiali dei nostri parrocchiani. I viveri e le medicine che ci forniva ogni tanto la Pontificia Opera Assistenza venivano distribuiti subito, tenendo conto dei vari bisogni.
Il 30 aprile si cominciò a dispensare la minestra della cucina economica a noi assegnata dalla P. O. A. per circa 120 persone, e il 21 maggio la cosiddetta «minestra del Papa» alla lista intera dei parrocchiani: si trattava di ben 170 minestre, che tutti i fedeli venivano a prendere ogni giorno molto volentieri. Fu per noi una fatica rilevante anche la sola distribuzione, poiché non era facile mantenere l’ordine ed evitare gli abusi; ma fu estenuante lavoro specialmente per il nostro Fra’ Pietro, che dovette attendere a cuocere legumi duri come ciottoli dinanzi alla vampa del fuoco vivo di legna non stagionata, e in stagione già calda. Eppure, non sappiamo se quel quotidiano sforzo fosse abbastanza apprezzato dalla folla dei richiedenti, che in questo campo dei sussidi si mostravano non di rado esigenti e incontentabili. La miseria, la penuria, le necessità c’erano; ma certo molti furbi le esageravano, come nascondevano le loro riserve e risorse. Molti indumenti laceri andarono in giro in quei primi mesi; ma non molto dopo, all’occasione, venivan fuori ottimi abiti di lana e finissime vesti di seta.
Un tipico episodio fu quello delle sarde, chiamate in gergo «sarache». Ricevemmo un giorno, in un bariglione, una discreta quantità di sarache. Con qual criterio distribuirle? Annunziammo che nel pomeriggio di una tale domenica le avremmo dispensate in ragione di due per ogni componente delle singole famiglie. Quel pomeriggio l’intera parrocchia uscì di casa per venire a Casalucense: grandi, piccoli, malati, lattanti, vecchi, tutti furono presenti per dimostrare che erano esistenti e avevano diritto alle due sarache. Un prodigio mai visto di affluenza alla chiesa: e non mancammo di sottolineare a quella assemblea, veramente generale, la speciale potenza della patrona santa… «saraca». Naturalmente profittammo dell’occasione per dire una parola sui doveri religiosi anche ai clienti poco abituali della chiesa.
Dobbiamo però attestare che tutta la popolazione ci voleva bene. Volentieri venivano or l’uno or l’altro a chiederci consigli, a esporre le loro situazioni liete o penose, a trattenersi di cose religiose. I giovani cominciarono già da allora a fermarsi per qualche ora della sera con noi, sicché potemmo avviarli in certo modo al movimento dell’Azione Cattolica. Né mancava qualche famiglia di venire incontro ogni tanto alla nostra penuria con offerte di farina, di verdura, di frutta. Una bella sorpresa fu per noi una volta quella di trovare dietro il portone una grossa nidiata di pulcini, nati allora allora, attorno alla loro sollecita e gelosissima chioccia. Accudire a quella benemerita madre e ai suoi vivacissimi frugoli, assistere a quei loro graziosi usi e costumi, interessarci di quella famiglia completata poco dopo con l’avvento di un magnifico gallo, regalatoci da un parroco, fu per noi un simpatico diversivo e una nuova esperienza domestica.
* «Echi di Montecassino», a. III, n. 6, gennaio-giugno 1975, pp. 58-63.
1 Notizie biografiche dell’illustre monaco cassinese sono state tracciate da d. Faustino Avagliano e da d. Mariano Dell’Omo; brevi note in «Studi Cassinati», a. XXIV, n. 3, luglio-settembre 2024, p. 209, nota 1.
2 D. Martino Matronola (1903-1994), allora segretario di mons. Gregorio Diamare, fu poi abate di Montecassino dal 1971 al 1983 e vescovo titolare di Totti di Numidia dal 1977 al 1994.
3 D. Carlo Amatruda, nato ad Amalfi, «uomo semplice, umile, incapace di pensare il male, pronto a perdonare e a fare il bene», cancelliere della Curia diocesana, ufficio esercitato per un quarantennio e che lo portò a dimorare spesso a Cassino, direttore spirituale dei «Piccoli amici di Gesù», associazione che diede alla Diocesi alcune vocazioni sacerdotali e monastiche, si spense il 21 gennaio 1948 dopo tredici mesi di sofferenze sopportate con grande rassegnazione, all’età di 75 anni, di professione religiosa 49, di sacerdozio 46 («Bollettino Diocesano», n. 1, a. III, gennaio-febbraio 1948, pp. 30-31).
4 D. Michele Vettese (31.1.1876-9.1.1951), originario di Cervaro, fu parroco di Valvori e vicario foraneo. Nell’autunno 1943 Gaetano Di Biasio, che era sfollato appunto a Valvori, lo incontrò e così scriveva il 21 ottobre 1943 nel suo Diario: «Ho detto all’arciprete mentre accompagnava all’uscita della chiesa due poveri giovani – anzi uno di essi tedeschi: “Come si fa a pregare?!”. Il buon prete aveva gli occhi umidi di pianto». Poi il 26 ottobre: «Si vivono ore di attesa indescrivibili. Vengono di volta in volta, in camion o in sidecar o in motocicletta, i tedeschi. Sgomento e panico e terrore nelle vie e nel chiassuolo davanti la chiesa. Tutti i giovani, e anziani anche, scappano su per le montagne per non essere presi. Esce, paternamente sorridendo, don Michele [Vettese] con un fiasco di vino o di marsala. Gli ospiti (!?) rifiutano il vino e domandano solo vermuth o marsala e solamente in mancanza bevono di quello; don Michele offre: vuotano tutto» (G. Di Biasio, Diario 1943-1957, a cura di S. Casimiri e G. de Angelis-Curtis, Ciolfi ed., Cassino 2012, pp. 35-36).
5 Il riferimento probabile è a un suo precedente scritto intitolato Memorie dello sfollamento bellico, pubblicato in «Echi di Montecassino», a. II, n. 4, gennaio-giugno 1974, pp. 39-42, riproposto poi in «Studi Cassinati», n. 3, a. XXIV, luglio-settembre 2024, pp. 209-212.
6 D. Michele Paolillo, nato a S. Biagio Saracinesco il 7 maggio 1907, ordinato sacerdote il 15 aprile 1933, fu parroco di S. Cataldo in S. Elia Fiumerapido dal 7 novembre 1935.
7 D. Lauro Socci, nato a Vallerotonda il 24 ottobre 1906, ordinato sacerdote il 22 marzo 1932, fu parroco di Valleluce dal 14 marzo 1934 al 31 dicembre 1951, poi dal 14 ottobre 1954 arciprete di S. Vittore.
8 D. Gennaro Iucci, arciprete parroco di S. Biagio in S. Elia Fiumerapido, è morto il 14 dicembre 1957 all’età di 71 anni. Quando nel dicembre 1944 l’abate Diamare si trasferì da Valvori a S. Elia Fiumerapido fu ospitato dalla famiglia di d. Gennaro Iucci nella cui casa si spense il 6 settembre 1945.
9 La parrocchia dell’Olivella fu creata con decreto del 15 novembre 1927 dall’abate Diamare che ne affidò la gestione temporanea, e poi dal 1935 l’amministrazione, ai Frati Minori della sede di Casalucense.
10 In seguito ai gravissimi danni causati dagli eventi bellici al convento di Casalucense a partire dal 12 settembre 1944, i francescani avevano rinunciato a tornarvi nel dopoguerra.
11 La riconsegna della struttura avvenne a metà dicembre 1944, mentre la rinuncia ufficiale e definitiva della parrocchia avvenne con decreto del 10 aprile 1945 dell’abate Diamare che con lettera del 25 maggio volle ringraziare «del bene fatto a quella popolazione in tutto il tempo in cui i Frati [erano] rimasti a Casalucense» (G. Petrucci, Il Santuario di Casalucense in Sant’Elia Fiumerapido, Cdsc-Onlus, Cassino 2008, p. 63 n. 81).
* «Echi di Montecassino», a. IV, n. 8, gennaio-giugno 1976, pp. 72-81.
12 Sorto originariamente nell’VIII secolo ad opera dei monaci del monastero di Valleluce semplicemente come «edicola di strada», ampliatosi nei secoli a cappella e poi a chiesa dedicata a «S. Maria delle Indulgenze», con decreto dell’abate Ildefonso Rea del 2 luglio 1954 fu elevato al rango di Santuario diocesano.
13 Nella vigilia del sabato e poi nella domenica «per diritto legalmente riconosciuto da secoli» il parroco della «Chiesa di S. Maria la Nova con il Capitolo al completo godeva e gode tuttora del privilegio di poter accedere alla Chiesa» (G. Petrucci, Il Santuario di Casalucense … cit., p. 64).
14 Eccezionalmente la statua della Madonna di Casalucense era stata portata a S. Elia già nel 1850, nel 1900 e nel 1929 (Ivi, p. 67).
In memoria di mons. Gregorio Diamare
Napoli 13 aprile 1865 – S. Elia Fiumerapido 6 settembre 1945
Abate ordinario di Montecassino (1909-1945) – Vescovo di Costanza di Arabia (1928-1945)
Medaglia d’oro al Merito Civile (DPR 5 marzo 1951)
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