«Studi Cassinati», anno 2025, n. 3
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di
Luigi Calao
Si riproduce fedelmente una intervista rilasciata da uno dei sopravvissuti al bombardamento di Montecassino. Un intenso ricordo sulla guerra e sull’immediato dopoguerra di un testimone del tempo, profondamente segnato dalla perdita di vari familiari e dalle dolorose esperienze vissute in quei drammatici momenti, cui si aggiungono sue semplici ma amare riflessioni, intrise pure, a distanza di decenni, di sentimenti di gratitudine per coloro i quali, pochi, offrirono disinteressatamente il loro aiuto agli sfollati di Cassino.
La mia famiglia nel 1942 era così composta: mio padre Andrea, mia madre Torrice Carmela e da sei fratelli e due sorelle – Germano, Maria, Francesco, Giovanni, Pasquale, Orazio, Elvira, Antonio ed io, Luigi. [Abitavamo in una] casa e [coltivavamo un] terreno che erano di proprietà dell’avvocato Aurelio Colella, grande penalista.
Il 10 giugno 1940, quando l’Italia andò in guerra, i miei fratelli già erano alle armi … in ogni posto: Germano in Africa, Francesco in Albania, Giovanni nel 1942 in Russia e Pasquale in Grecia, Orazio militarizzato a lavorare a Colleferro e noi restanti figli dovevamo portare avanti i lavori dell’orto. Ma durò solo tre anni circa perché dopo l’8 settembre 1943 l’Italia chiese l’armistizio e gli alleati americani sbarcarono in Sicilia. Le truppe tedesche tradite dall’Italia, essendo prima alleati, occuparono parte dell’Italia e stabilirono la resistenza a Cassino. Gli americani fecero il primo bombardamento a Cassino il 10 settembre 1943 prima di mezzogiorno. La parte più colpita fu il Pastificio Avino e la villa Pinchera, là dove ora è ubicata la vendita di elettrodomestici Pacitti, il palazzo Rivieccio e andando avanti. Ci furono decine di morti, feriti.
Dopo tale data molti cittadini cominciarono a lasciare la città rifugiandosi a Terelle, Caira, San Michele e altre città del nord, e nelle case coloniche di Montecassino e Monte Maggio. Intanto a Cassino cominciarono a prender possesso le truppe tedesche. Il comando generale occupò parte del palazzo Barone De Rosa con lo studio dell’avvocato Coltella. Noi abitavamo a poche metri oltre il palazzo, verso Roma. Qualche militare del comando fece amicizia con i miei famigliari e disse a mio padre che era opportuno che donne e bambini lasciassero la città. Così sfollammo alle Cese, una casa colonica di proprietà del monastero dove ora risiedono delle suore e che attualmente si trova lungo la strada dell’Abbazia. Con noi vi erano altre famiglie tra cui quella di Peppino Vallerotonda, il conducente dell’allora funivia.
Intanto la città si andava svuotando, le attività erano quasi del tutto cessate. E si ebbe quasi ragione perché il 21 ottobre 1943 il secondo bombardamento verso le dieci, fu tremendo. Mezza città fu rasa al suolo. Diversi furono i morti e i feriti. Tra i feriti ci fu anche mio zio Iemma Silvestro e suo figlio Antonio. Il giorno 28 morirono a Terelle per le gravi ferite riportate. Intanto tutta l’amministrazione comunale si trasferì a Terelle. Il giorno 23, in mattinata alle Cese, dove eravamo sfollati, si presentarono, in sidecar, due soldati tedeschi con fare minacciosi, con armi in pugno. Rubarono etti di zucchero, etti di caffè, quello che allora si poteva ottenere perché era una rarità di queste [cose], tre o quattro candele, oggetti in oro e in più, in una cassetta di legno tutti i risparmi della mia famiglia, circa L. 80.000. La fortuna volle che una donna nel mentre rilevò il numero di targa. Quando i tedeschi presero possesso di Cassino ci fu un ufficiale che legò una stretta amicizia con i miei famigliari e con mia sorella Elvira. Quest’ufficiale si trovava con le truppe vicino Cervaro, allora i derubati in compagnia di mia sorella vi si recarono raccontando l’accaduto. L’ufficiale promise che in poco tempo lo Stato tedesco avrebbe ripagato il danno. E così fu, dopo circa dieci giorni ci rintracciò per la montagna e riconsegnarono tutti i denari in monete di zecca, tutti di banconote nuove.
Dopo di ciò lasciammo le Cese e andammo in una grotta sotto le mura di Sant’Agata, una casa colonica del Monastero, perché incominciarono ad arrivare colpi di cannone nelle abitazioni e c’era pericolo, nel mentre i tedeschi catturavano gli uomini abili per fare fortificazioni. Cominciarono a caricare sui camion civili che portavano verso i campi di concentramento come la Breda vicino Roma oppure le Fraschette vicino Anagni [Alatri] e ad altri posti. Intanto la fame e il freddo, la sporcizia, le malattie e i pidocchi regnavano ovunque uniti alla morte e feriti da ordigni bellici.
Nel mese di dicembre del 1943 il fronte della 1^ Linea era alle porte di Cassino. Gli americani stavano alla montagna di Trocchio [dal 15 gennaio 1944]. Le cannonate e i fumogeni erano incessanti. Questi fumogeni servivano alle truppe per essere coperti con l’avanzata sempre verso Cassino e Montecassino da parte americana. Persino l’appoggio di Gaeta, la Marina cannoneggiava Cassino. Con il passare dei giorni la guerra era tremenda. Morti e feriti ovunque.
Il 6 gennaio 1944 i tedeschi portarono via dalle grotte di Montecassino i civili. Parte degli scampati furono accolti nelle mura dell’abbazia. Perfino tutti gli animali di proprietà del Monastero, mucche, capre, pecore, somari furono lasciati a pascolo prato datosi che i coloni del Monastero furono portati via. E intanto i giorni passavano con la speranza che tutto finisse. L’acqua cominciava a mancare [come] i viveri [e aumentavano] le malattie, la sporcizia. Rimanemmo al sicuro fino al 14 febbraio 1944. Prima di detta data gli avamposti americani arrivarono a Sant’Onofrio ma per liberare Montecassino niente perché credevano che nel Monastero ci fossero tante fortificazioni e con esse tante truppe. Invece non era vero. Vi erano solo tre soldati tedeschi alla mattina, per medicare tutti i feriti civili, una richiesta fatta dall’Abate. Dopo di ciò un giorno, prima del bombardamento con le cannonate arrivarono dei volantini su cui dicevano che erano costretti a puntare le armi contro il monastero e pertanto noi civili ci dovevamo mettere in salvo. Sentito quanto stava per accadere un comitato di poche persone con l’allora monaco Matronola, che parlava tedesco, si recarono dall’ufficiale tedesco chiedendo il permesso di uscire dal monastero e ciò gli fu negato. Essi dicevano che c’era una linea di terra neutrale di 300 metri e loro l’avevano sempre rispettata perciò non avevano colpa di ciò.
Il giorno 15 febbraio 1944 verso le 9:15 le prime bombe (ho saputo dopo che erano 125 fortezze volanti), venivano a ondate successive, questo durò fino alle 16:30. Io, la mia famiglia ed altri ci rifugiammo nella cappella di San Martino, vicino lo scalone, non si respirava più per la polvere, fumo acre delle bombe. Alcuni morirono soffocati. In generale i morti furono varie centinaia.
Prima di notte decidemmo di uscire a stento dalle macerie. I più anziani decisero di andare a gruppi di cinque o sei per volta perché le cannonate erano continue. Il motivo fu che se venivano colpiti alcuni si salvavano. Davanti al monastero era pieno di voragini di buche di bombe profonde otto/dieci metri. Morti e feriti si contavano a decine per non dire a centinaia. Io, mia sorella Elvira e due monaci Don Oderisio e Don Ciccio Falconio ed altre persone che non ricordo bene il nome, ci dovemmo rifugiare sotto le mura ciclopiche di Sant’Agata. Dall’attacco aereo mitragliamento di bombe, spezzoni. Passata l’ondata ricominciammo a scappare verso valle. Si fece notte e ci fermammo alla casa colonica Cese perché lì c’era una grotta che però fu sepolta dal crollo della casa. Fummo costretti a ripararci sotto un ponticello della strada che tuttora esiste. Eravamo circa venti persone, avevamo sete, la gola arsa dalle grida. Mia sorella Elvira sapeva che davanti alla casa colonica c’era un pozzo. Tutti gli uomini si dovettero togliere le cinture dei pantaloni e altre stringhe così furono aggiunte e con una pentola si riuscì a prendere un po’ d’acqua per dissetarsi. Nel mentre arrivarono quattro o cinque cannonate e per poco una di esse non entrò nel ponticello però rimase ferita alla testa mia madre ed io rimasi sepolto sotto un cumulo di rocce, messe prima per il riparo sia dal freddo che dalle cannonate. Legata la ferita a mia madre per fermare il sangue e liberato me scappammo via di lì. Recandoci verso il villino di Pegazzani dove attualmente c’è il Ristorante “BelSito” (ora “Su la Costa”), strada facendo incontrai il mio insegnante Mario Vertechj, tutto lacero, ferito, senza scarpe ai piedi, aveva degli stracci e teneva una ghirba con il rancio dei tedeschi e disse di averla presa vicino ad un cadavere. Offrì anche a noi il cibo, era una brodaglia. Lo prendevamo con le mani mettendo il braccio attraverso la bocca della ghirba. Scendendo verso il villino lui si fermò al villino di Colella alla Rocca Janula, che poi il giorno seguente mio fratello Giovanni lo trovò morto.
Intanto prima di giungere al villino Pegazzani mio fratello Giovanni trovò un sacco con delle arance, fu una manna dal cielo. Lui lasciò le coperte e prese parte delle arance che ci dissetarono. Giunti al villino Pegazzani il proprietario aveva un cavallo così prendemmo la paglia dal pagliaio e formammo delle lettiere e ci riposammo. Trovammo anche delle carrube che si davano ai cavalli e con queste facemmo un pasto ed intanto mio fratello Giovanni disse a mio padre che lui andava a vedere dove passava il fronte per andare dagli alleati perché sperava che i tedeschi ancora non avevano preso possesso delle vecchie postazioni. Partì lui ed un altro. Tornando indietro verso la Rocca Janula dove al gomito della curva c’era e c’è tuttora un viottolo che scende a San Silvestro, zona di nessuno allora, e proprio lì c’era una trincea tedesca vuota perché i tedeschi avevano tanta paura delle bombe e durante l’incursione aerea del Monastero, l’abbandonarono. Così mio fratello e l’amico giunsero alla grotta di San Silvestro dove trovarono altre persone tra cui il colono di Pegazzani che era un tipo mattogno (allora i soldi non avevano valore). Quest’uomo disse che doveva tornare al villino non so a prendere cosa. Allora mio fratello lo invogliò ad andare e non so cosa gli diede, però sempre oro, e gli disse di portarci al ritorno anche a noi. Venne e disse che mio fratello ci aspettava e dovevamo andare con lui. Quando lui venne, i tedeschi avevano ripreso la postazione. A lui lo fecero passare perché veniva dal fronte alle armi. Partimmo con lui, arrivammo sul posto, i tedeschi, a lui ripeto lo fecero passare e a noi ci puntarono le armi gridando “Vek! Vek!” “Via! Via!”. E spararono in aria. Allora tornammo indietro e ci recammo al Palazzo Barone dove sapevamo che nel sottosuolo potevamo essere al sicuro. Invece c’erano i soldati tedeschi con Crocerossa. Ci cacciarono via, invitandoci ad andare verso Roma. Prima del bombardamento del monastero sapemmo che vicino la Chiesa del Riparo, che era vicino l’attuale Chiesa Madre, San Germano oggi, c’era la famiglia Fallone, composta da Lucia, cognata di mia sorella Maria, la suocera e i figli Mario e Antonio. Così facemmo l’ultimo tentativo credendo che di lì potevamo portarci verso gli alleati. Invece c’era la 1^ Linea tedesca. Noi riuscimmo ad arrivare dai Fallone ma mio padre e un amico di famiglia, mezzo parente, Antonio Di Carlo, ed una compaesana, Luisella Franchitto che recava con sé tre figli, i tedeschi li portarono nel Palazzo Tari, dove era ubicato un frantoio per fare l’olio. Dopo poco, mio padre venne trattenuto e gli altri mandati via verso Roma. Poi, a guerra ultimata si venne a sapere che tutti i rimanenti venivano fucilati, è la sorte che toccò al mio povero padre. Intanto noi arrivammo dai Fallone. Purtroppo Lucia e suo figlio Mario erano morti da pochi giorni dopo un mitragliamento aereo. Sostammo una notte, mangiammo una pizza di crusca cucinata con l’olio motore, ma la suocera ci mise anche un po’ di pop-corn.
All’alba facemmo l’ultimo tentativo recandoci verso la strada di San Silvestro ma per poco non ci fucilarono a tutti. Due tedeschi ricevettero l’ordine dai superiori di accompagnarci sino al Palazzo Danese. Da lì ci portammo al Palazzo Di Biasio era di notte, si albeggiava e c’erano alcuni tedeschi morti. Riuscii a recuperare una gavetta che poi era tutta sporca di sangue per prendere un po’ di acqua, naturalmente da bere. Visti tutti i tentativi falliti decidemmo di andare verso Roma. Eravamo così composti: mia madre, mia sorella Maria con il figlio Orazio di pochi mesi, io, Antonio, Giovanna, mia cognata Maria ed altri non di famiglia. Decidemmo che chi moriva veniva lasciato; se ferito leggero si cercava di salvarlo. Il punto più pericoloso era dal bivio di Montecassino sino a dove è oggi l’Università di Ingegneria perché non c’era alcun riparo. Ci salvammo. Arrivammo illesi al Colosseo, palazzo dove c’erano tutti i viveri per il fronte, la Croce Rossa, i muli carichi di cibo e di munizioni per la 1^ Linea. Camion che portavano materiale da guerra, insomma era il punto principale per il fronte.
I camion, scaricati il materiale, tornavano verso Roma. Chiedemmo un passaggio verso la capitale e ci portarono. Però arrivati verso il bivio di Villa S. Lucia, detto camion si scontrò con una colonna che andava verso Cassino al fronte. Nell’urto, mia cognata Giovanna rimase ferita lievemente e noi, buona parte, fummo inzuppati di gasolio che trasportava il camion in diversi fusti da 200 litri. Nell’urto la colonna si fermò, scesero gli ufficiali e nel vederci nella notte, piangevamo, a momenti ci volevano ammazzare. Ci mandarono via.
Poco davanti c’era una casa diroccata, vi entrammo aspettando il giorno, ma dentro, mentre cercavamo di sederci, ci accorgemmo che c’erano dei morti. Andammo via subito. Nel mentre il traffico si era sbloccato. Mio fratello Antonio nel mentre albeggiava fermò un camion chiedendo se ci portasse, il conducente disse di sì però la strada non la sapeva. Non ricordo dove doveva andare mio fratello disse che lui la conosceva benissimo, mia madre disse: “Tu non la sai” e lui rispose “Basta che ci allontana dalle cannonate”. Arrivati verso Isola Liri, si fece giorno e il tedesco si accorse che quella non era la strada dove doveva andare. Di colpo ferma il camion, ci fa scendere, prende il fucile, ci mette al margine della strada e stava per ucciderci. Gridavamo tutti. Nel mentre giungevano due coniugi contadini con i somari carichi di letame che correndo verso i soldati chiedevano clemenza. Ciò avvenne, e il tedesco andò via.
Chiedemmo ai contadini un centro più vicino e ce lo indicarono. Rimanemmo esterrefatti nel vedere che a pochi chilometri da Cassino tutto era normale. Arrivati al bivio di Arpino qualcuno si meravigliò nel vedere noi in quello stato, sporchi, stracciati eravamo dieci volte peggio dei barboni di oggi. Ci appoggiammo pare in un asilo ma loro, i cittadini del luogo, non mossero un dito nel darci qualcosa da mangiare. In questo giardino dell’asilo c’erano i resti del frutto di cavolfiore, lo stelo, e sbucciandolo mangiammo un po’ di quei torsoli. Specialmente mia cognata Giovanna che era in stato interessante e aveva più fame di tutti dopo un digiuno di tre giorni. Intanto io e mio fratello Antonio andammo in centro forse era Fontana Liri. Rimanemmo stupiti nel vedere che ancora vendevano patate, cerini e altre cose. Pareva un altro mondo, comprammo delle patate con la speranza di lessarle se qualcuno ci avesse prestato un tegame. Nel mentre stavamo cuocendo dette patate venne un camion, ci caricarono di forza, sia i tedeschi sia il corpo dei fascisti e ci portarono a Ferentino. Là c’era una accoglienza ai profughi. Trovammo altri Cassinati tra cui il cognato dell’avvocato Di Biasio, Pietro, senza una gamba, come pure la moglie. Si dormiva sulla paglia come bestie. Per quanti erano i pidocchi la stessa paglia si muoveva. C’era anche la famiglia di Damiano Valente, medico di Cassino, amico dei miei genitori. Da Ferentino, chi aveva parenti o amici che li ospitavano venivano trasportati verso di essi. Gli altri venivano inviati alla Breda prima di Roma. Là si sapeva che si stava male e si veniva inviati in Germania, specie gli uomini e le donne. Il dottor Damiano Valente aveva dei parenti a Roma e parlando con mia madre disse che presto sarebbe andato lì. Sempre su richiesta dei parenti, se no, non si usciva. Mia madre supplicò il dottor Valente affinché ci portasse anche a noi. Lui disse di no, perché se mentivi e venivi scoperto c’era la morte. Ci riuscimmo ad andare anche noi a Roma, e come! Perché io avevo un mazzo di carte napoletane e quello che faceva la chiamata per la partenza era ghiotto di queste carte. Le aveva viste due giorni prima e me le aveva chieste e io gli dissi di no. Poi gli dissi che se le voleva doveva far salire su quel camion e mandava anche a me a Roma e la mia famiglia. Mi disse di sì. Chiamò mio fratello e gli disse il da farsi così ci fece partire di sera quando c’erano meno controlli. Quando salimmo dopo dei Valente, il dottore rimase stupito. Rivolto a mia madre disse che dai suoi parenti non c’era posto. Mamma rispose: “Mi lasci per la strada poi ci penso io”. Arrivati giù al portone del palazzo, c’erano i parenti del dottore che aspettavano ed altri vicini. Questi vicini, visti noi, ci vollero portare a casa loro. Mia sorella Maria diceva di no perché eravamo pieni di pidocchi. La signora insistette e ci portò a casa. Ci rifocillarono con un piatto di pastina che non mangiavamo da mesi. Dormimmo sul tavolo, per terra, in ogni posto, eravamo sette: mia madre, mia sorella Maria, il figlio, Giovanni, mia cognata Maria, mio fratello ed io. Il mattino, una loro figlia ci portò al bar, ci fece fare colazione e ci accompagnò a Castro Petronio dove c’era una caserma per i profughi. Questa famiglia fu molto generosa con noi; poche persone avrebbero fatto ciò, e da questo scritto, oggi, ancora grazie a questa generosa e umana famiglia. Restammo in questa caserma circa venti giorni. Eravamo circa quattrocento. Il mangiare lo portavano dalla caserma La Marmora verso le 9:00, si mangiava verso le 16:00. Avevamo solo un cucchiaio. Il pranzo cioè il primo giorno si mangiava a turno, si ottenne un permesso e si andavano a comprare posate, bacili di alluminio, quello che si trovava. I piatti si rompevano perché in ogni momento si doveva partire.
Ci diedero un permesso speciale per prendere prima il posto essendo sfollati di Montecassino. Verso febbraio del 1944 un giorno ci portarono alla Stazione Termini dicendo che ci mandavano a Cremona. Eravamo di Cassino, Pontecorvo e altri paesi. Alla stazione si diceva che il Papa aveva detto agli Stati Uniti che eravamo civili ed intanto il comando tedesco al posto nostro, aveva fatto partire un treno pieno di munizioni. Partimmo e arrivati verso Mentana ecco che gli aerei attaccano a bombardare e a mitragliare il treno. Gli aerei nel vedere che eravamo civili cessarono l’attacco e ritrovarono verso nord il treno pieno di munizioni che colpiscono distruggendolo. Nell’attacco al treno nostro morirono diverse persone, circa trenta erano di Pontecorvo. Noi fummo portati a Monterotondo. Con noi c’era la famiglia Russo, il falegname detto Capuano, la famiglia Tedesco, il nonno del politico ragionier Giuseppe e tanti altri. A Monterotondo mi ammalai di tifo e fui curato da polmonite, come fu, mi salvai, fu il primario a dire ciò, che la diagnosi fu sbagliata.
Verso aprile con una corriera ci portarono in un lungo viaggio notturno a Cortona dove rimanemmo sino all’arrivo degli alleati. Gli abitanti non ci vedevano di buon occhio perché dicevano che tutto ciò che noi dicevamo era falso. Intanto io andai a lavorare nel mattatoio comunale oltre a qualche lira portavo della carne. Ma prima del lavoro io e un amico di Gaeta andavamo nelle campagne a chiedere l’elemosina, pane e altro, perché il rancio era scarso.
Liberati dagli alleati, dopo pochi giorni fummo portati a Roma, a Cinecittà. Qui ci disinfettarono, ci lavarono, sia noi che i panni. C’era anche la sorella di Pietro Delicato, che lavorava nella disinfestazione.
Un giorno mio fratello Antonio incontrò un cappellano, che mi sfugge il nome, che prima della guerra era frate a Villa S. Lucia. Era un amico di famiglia e gli disse tutte le disgrazie della guerra capitato alla nostra famiglia: nonno, papà, Germano, Elvira, morti. Giovanni si trovava a Cassino, a San Pasquale, tramite lui ci mettemmo in contatto e il 14 luglio venne a Roma con mezzi di fortuna e ci ritrovammo a Cinecittà. Intanto mio fratello come arrivò prese la malaria. Dopo due giorni questo cappellano disse di lasciare le coperte e altro e ci fece vedere dove scappare di notte dove il recinto era rotto. Raggiunti la ferrovia ci portammo a Cassino, a San Pasquale. Là dormivamo in un tugurio. In una stalla c’eravamo circa venti persone, uomini, donne, bambini e non eravamo trattati molto bene dai nostri concittadini. Eravamo come nord e sud, nella Guerra di Secessione Americana. A Cassino c’erano molto lavori, c’erano molti sciacalli anche persone di un certo ceto sociale, che andavano rubando e scavando dalle macerie. Questi, alcuni rimasero feriti e anche morti pensate che andavano a spogliare i cadaveri di ogni avere, scarpe, giacche ecc.
Intanto mio padre morto, Germano, Elvira e nonno morti, gli altri vivi ma ancora dispersi in Italia nel mondo. Intanto Giovanni volle ricominciare a bonificare l’orto. Non si guadagna una lira. Si viveva del sussidio di rancio.
Cominciarono a comperare i residui bellici più ottone e rame ecc. e così si comperava un po’ di cibo, di farina, pensate che un kilo di farina costava L. 120 e la paga giornaliera era di L. 180 per chi riusciva a trovare lavoro a Cassino.
Il 16 luglio 1944 eravamo noi, l’Excelsior e Il Cannone, dove ora c’è il circolo degli anziani (Il Cannone era di proprietà dei fratelli Pittiglio, l’Excelsior era del proprietario Curioso Benedetto) un’altra famiglia di nome Pontone che stava in un ricovero dove ora sono le suore di S. Scolastica. Le strade a Cassino non esistevano. Dove c’è l’hotel Alba di fronte, gli alleati aprirono una cava di pietra per aggiustare la Casilina. Man mano qualcosa si incominciava a fare.
Lungo viale Dante c’erano tre carri armati. Due erano davanti alla chiesa di Sant’Antonio. In uno di questi un ragazzo di nome Gerardo Somma trovò una valigia con dei dollari.
Dietro la chiesa Maggiore, dove risorge l’acqua, c’erano quattro o cinque tedeschi morti. Al Palazzo Barone, dove c’era l’ex officina, c’erano cinque o sei inglesi. Di fronte alla Riv si vedevano delle zattere. Erano americane. Questo succedeva il 16 febbraio 1944 dopo il bombardamento di Montecassino. A S. Nicola diversi morti civili e ricoveri colpiti da cannonate. Io anche là persi mio nonno materno e una cugina. Anche a Palazzo Bruni dove compravano l’oro ci furono quattro o cinque morti tedeschi. A Palazzo Di Biasio, sette o otto morti. A Palazzo Iucci, dove vendono attualmente la mozzarella “Raimondo”, un carro armato “Tigre” tedesco. Anche nel portone attuale del palazzo Barone un carro armato sempre tedesco “Tigre”. Nella Chiesa Maggiore centinaia di morti civili e militari tutti ammucchiati.
Tutto ciò è numerato perché è stato visto e vissuto da me.
Dietro il Palazzo Di Biasio c’era e c’è tuttora una grotta dove c’era una famiglia, [quella di] Velardo Benedetto per proteggersi dai bombardamenti, ma arrivò un comando tedesco che ne fece l’avamposto del fronte della 1^ Linea che era piazzato dove era la Chiesa di S. Scolastica cioè in via del Foro. Questo comando visse con questi civili per quasi due mesi. Ciò mi è stato raccontato dal Velardo.
Un’altra battaglia cruenta con varie centinaia di morti alleati fu a S. Angelo dove ora c’è il ponte e il distributore di benzina. Altri morti civili nella campagna di Piumarola, Cerro Antico, Volla, Villa S. Lucia, Piedimonte.
Verso ottobre o novembre 1943 i tedeschi cominciarono ad impadronirsi degli animali: mucche, maiali, pecore, ecc. Allora i proprietari cominciarono ad ucciderle e la carne veniva venduta. I pezzi si pesavano, uno o due chilogrammi, e si infilavano nei giunchi. Messi in una cesta, si andava per i ricoveri a vendere. Da Ponte la Pietra venivano fino a Montecassino. Un vitello vivo si pagava L. 800 o L. 900.
La guerra di Cassino fu come quella dei nordisti contro i sudisti. Le frazioni di S. Michele, S. Antonino, Portella verso dicembre 1943 erano già in mano agli alleati. Poi verso gennaio 1944 anche Caira e altre frazioni. Invece Cassino e Montecassino, la Solfegna, il Cerro, S. Angelo, S. Scolastica, Piumarola, ecc., erano ancora nella parte tedesca. Quelli del sud avevano vitto di ottima qualità: biscotti, cioccolata, sigarette, ecc., insomma erano in parte alleata. Ho detto tutto. Alcuni si fecero anche ricchezze e noi la fame, cannonate e bombardamenti di ogni tipo.
Quando i primi sfollati cominciarono a tornare a Cassino, gli alloggi erano dalla parte sudista e chiedevano pigioni salate. Eravamo tutti Cassinati ma non uguali. Il Comune fu istituito a S. Antonino in una casa colonica. Tutto ciò per la ricostruzione che si svolgeva là. Pian piano si incominciò a costruire qualche baracca con il materiale delle macerie. Lungo l’attuale Corso della Repubblica, vicino la chiesa di S. Antonio, il Comune fu portato dove ora c’è l’attuale Circolo degli Anziani. Il primo sindaco di Cassino fu Gaetano Di Biasio. Al Colosseo si cominciava a costruire baracche. Le prime furono assegnate nel marzo 1945. La prima abitazione fu assegnata alla mia famiglia perché fummo i primi a rientrare a Cassino.
Una guerra era finita e un’altra iniziava: era quella della malaria. A S. Antonino fu installato un ospedale, dono svizzero, erano due o tre baracche di legno. Anche io vi fui ricoverato. Ebbi la terzana maligna. Parecchie centinaia di persone morirono di perniciosa, il chinino non si trovava nei primi tempi, si avevano le febbri alte che duravano sette o otto giorni. Con la cura di chinina si diventava gialli come limoni. Le febbri venivano a freddo e con cinque o sei coperte addosso non ci si riscaldava. Duravano due o tre ore poi tutto passava. A Cassino vennero dal nord diverse volontarie crocerossine. Andavano per le case facendo delle analisi e se si era gravi, come me, ti prendevano con una jeep, a volte qualche camion, e anche con la forza, ti portavano in ospedale, dove venivi curato. Alcune di queste crocerossine si unirono in matrimonio e sono rimaste qui a Cassino. Alcune sono ancora vive.
L’altra guerra fu quella dei contadini, nel bonificare il terreno, morivano o rimanevano feriti dalle mine e dagli altri ordigni bellici. Senza parlare degli stupri che i marocchini fecero a donne e bambine ed anche anziane in particolare a Pontecorvo, Esperia, S. Elia ed altri paesi. Donne che per la vergogna della loro non colpa si suicidavano. Vari film furono girati a Cassino: “La vita rincomincia”, “I diavoli verdi di Montecassino”, “Montecassino in fiamme” ed altri con tante comparse locali.
Altri ricordi della guerra in via del Carmine dove si trova l’attuale torrefazione “La Brasilera” c’era un piccolo cimitero tedesco con circa quaranta morti. Altre decine con anche due giornalisti erano in via Napoli dove attualmente sono le cabine elettriche comunali. Un altro cimitero era di fronte l’attuale azienda “Formisano”, sempre in via Napoli. Erano varie decine. Altri furono trovati in un carro armato sepolto dalle macerie dove oggi avviene l’Incoronazione della Madonna dell’Assunta. Là c’era un porticato e questo carro fu ritrovato verso l’anno 1945 o 1946 ogni cosa era intatta. Anche i morti perché morirono asfissiati. Altri militari alleati, sei per l’esattezza erano in via Caira dietro il Concentramento. Là c’era un viottolo ed era obbligatorio passare là. A uno bisognava passargli addosso perché la zona era tutta minata e i passaggi erano segnati con delle strisce bianche. Monte Maggio, l’ex masseria dell’avvocato De Vendittis era piena di viveri, coperte, scarpe, tutte americane. Bustine di caffè, di limonata, zucchero e ogni ben di Dio per noi allora. Più giù c’erano due cucine da campo, sempre americane. Passando di là io e il fratello di mia cognata Maria Pinchera, Luigi, nel rovistare nelle scatolette vuote di carne ne trovammo circa una trentina, fu una manna dal cielo. Ci ritornammo nei giorni successivi e ne trovammo altre centinaia. Tra parenti eravamo circa sedici, mangiammo carne per parecchi giorni per non dire mesi. Da quella masseria portammo via anche coperte. Con alcune, molta gente ci fecero dei cappotti e dei vestiti,
Altri ricordi. Si andava tra le macerie a tirare fuori travi in legno o legname per fare da mangiare e per l’inverno. Un giorno al bivio della Panoramica, un uomo tornava dalla ferrovia, credo fosse di Capo d’Acqua, per tornare a casa doveva passare dietro l’attuale Chiesa Madre, solo là si poteva passare a piedi. Si appartò tra le macerie per fare un atto corporale e saltò in aria. Corremmo, io ed altri. La carne era sparsa ovunque, fu fatta a brandelli.
A Montecassino lavoravano una cinquantina di prigionieri tedeschi allo sgombero delle macerie. Erano comandati da un ufficiale polacco. Si diceva che era molto severo perché i suoi genitori furono deportati a Mauthausen dove morirono. Uno o due volte la settimana davano ai prigionieri il permesso di scendere a Cassino dove c’erano due trattorie. Una era ubicata all’inizio della via Ausonia Vecchia dove c’erano le baracche svizzere, dove c’era anche la farmacia Masia ed altre erano abitazioni. Questa trattoria era di proprietà di Benedetto Quagliozzi. Alcuni di questi prigionieri cominciarono a frequentare l’osteria. Una sera erano quasi sbronzi e parlando tra di loro dissero che volevano dare tante botte ad un uomo abbastanza grosso che si chiamava Antonio Marino Marrocco. Una degna persona. Noi eravamo una decina tra cui mio cognato, da poco tornato dalla prigionia che capiva il loro linguaggio, capì bene ciò che volevano fare. Allora mentre si beveva ci disse ciò che aveva capito. Questo tale Marrocco dopo aver ascoltato, uscì e vicino la porta c’era un mucchio di legna. Prese un randello e dai a menare a botte. Ad uno fu rotto un braccio e l’altro perse un occhio, insomma vennero massacrati. Anche lui nel correre, cascò e batté il viso su un gradino di pietra e tutto una parte del viso fu tumefatta. Intanto anche i polacchi stavano lavorando per costruire il cimitero e tutto il travertino che arrivava via ferrovia bisognava tagliarlo. Là ci lavoravano due scalpellini di Cassino di nome Trotta. Due brave persone. Uno di questi era parente di Antonio Vano, ex capoufficio del Comune. Questo la mattina sul lavoro, raccontarono l’accaduto. Subito venne il comandante polacco con un camion e portò a Montecassino alcuni presenti al fatto. Radunati tutti i tedeschi presenti li fece mettere in riga per il riconoscimento. Poi si venne a sapere che ebbero severe punizioni e non vennero più a Cassino per vari mesi.
Altro fatto il ladrocinio. Si erano formate bande che assaltavano i treni che portavano merci. Scaricavano, mentre il treno era in viaggio, farina, piselli, scatolame, eschimo, sigarette, baccalà, zucchero. Una volta anche resti di cadaveri alleati. La zona era dal ponte di S. Angelo fino a verso Villa S. Lucia, Piedimonte. Ma questo maggiormente avveniva con un accordo con gli alleati americani e parte anche italiana perché loro pure comandavano gli italiani.
Altra disgrazia avvenne verso il 1947 o 1948 se ricordo bene l’anno. Due bambine, una era la sorella dell’ex sindaco di Cassino Marcello Di Zenzo. Morirono dietro casa dove tuttora risiede la famiglia Di Zenzo, cascando in una buca di bomba piena d’acqua, profonda diversi metri. Tutta la zona, di fronte il Carcere fino all’attuale “Shell” e al ponte di San Pasquale era tutto allagato. I tedeschi ruppero gli argini del fiume per ritardare l’avanzata degli alleati. C’erano tanti pesci, tanti uccelli di palude, anatre, gallinelle, germani reali ecc., che poi con la bonifica tutto finì.
Tanti ragazzi a quei tempi rimasero mutilati di mani, occhi e di gambe perché buona parte volevano smontare i proiettili ricavandone l’utile, ignari del pericolo. Molti uomini maturi andavano raccogliendo per i terreni i resti scoppiati. Schegge di ferro, di rame e di ottone. Per vari mesi chi non aveva lavoro viveva di ciò. Ancora oggi nei terreni che si lavorano nella zona dove le battaglie furono più tremende si trova tutto ciò. Basti pensare che con i bossoli di cannone si adornavano gli altari delle chiese piene di fiori funzionavano da vasi, perché erano di ottone lucido.
Altre disgrazie nella famiglia Tronchi. Un figlio sposato rimase cieco e senza mani, sempre per lo smontaggio dei proiettili. Altro fratello più piccolo all’epoca maggiorenne, una mattina del 1951 o 1952, sulla strada di Montecassino mentre scaricava un ordigno gli scoppiò. I pezzi di carne arrivarono giù verso Campo di Porro. Era un uomo di 70 kg circa, furono raccolti solo circa 15 kg di resti!
Si pensi che un proiettile di 5 kg all’inizio del 1945 costava L. 5, dopo cinque anni costava circa L. 700. La paga di un operaio era intorno alle L. 800 e perciò parecchie persone erano invogliate perché ne potevano trovare anche quattro o cinque in un giorno.
Altre disgrazie alla famiglia Iemma. Il primo figlio maschio, Giovannino, con la moglie, sua cognata, la moglie di Antonio, Iolanda Carlino e altri cittadini dopo essere stati liberati dalle linee tedesche venivano portati nelle retrovie con dei camion alleati. Passavano lungo la strada che porta da Viticuso verso Cervaro e arrivati in una curva andarono giù per la montagna. Mio cugino Giovannino morì. La cognata fu tra la vita e la morte per parecchi mesi, aveva una ferita alla fronte enorme che ha portato per tutta la vita. Altri feriti e morti ci furono nell’incidente. Anche la mia famiglia, dopo mio padre, persi anche mio fratello Germano e mia sorella Elvira e mio nonno Andrea. Germano rimase ferito dopo il bombardamento di Montecassino e morì a Fiuggi. Mia sorella dopo il bombardamento di Montecassino insieme a mia cognata Maria Pinchera, allora fidanzata con mio fratello Giovanni, e due cugini, Miele Antonio e Antonio Maria ed altre tre persone tentarono di raggiungere gli alleati. Passando per le macerie raggiungendo le scuole Pie, che erano di fronte all’attuale Enel mancavano pochi metri quando nel camminare di notte fecero rotolare delle pietre dalle macerie e i tedeschi sentirono i rumori dalle pendici della Rocca Janula fecero fuoco con delle mitragliatrici. Mia sorella colpita morì, mia cognata ed altri furono solo feriti. Gli americani che erano asserragliati nelle scuole diedero soccorso ai superstiti e li portarono subito nelle retrovie e medicate. A mia cognata fu tolta una pallottola alla tempia e si salvò per miracolo. Mio nonno, nella nostra casa era ancora diroccata, fu lasciato per poche ore a riposarsi prima di andare a riprendere, nel mentre altre bombe fecero crollare la casa e vi morì.
Molte famiglie furono cancellate dalla terra, distrutte completamente. Altre rimasero solo bambini, genitori e componenti tutti morti. Un altro fatto vergognoso e di vigliaccheria fu che un certo Antonio Marino, non faccio il casato per vergogna, eravamo insieme dopo il bombardamento dell’Abbazia nel villino Pegazzani. Vi era con tre figli e la moglie ferita senza una gamba. Abbandonò la moglie e partì verso Roma a piedi con i figli piccoli. Nei pressi di Piedimonte o Aquino lasciò due dei suoi figli, ci mise un po’ d’acqua vicino in una casa diroccata e li lasciò lì. A guerra finita furono ritrovati morti. Poi saputo il fatto questo uomo era malvisto da tutti e quasi cacciato come un cane.
Luigi Calao era nato il 22 agosto 1931 a Cassino. Proveniva da un’onesta famiglia di lavoratori della terra. Il nonno e poi il padre coltivavano un appezzamento di terra che si trovava dove oggi c’è il laghetto della villa comunale, fin sotto la Casilina e fino al ponte dell’ex ragioneria. Dai prodotti dell’orto ricavavano il loro sostentamento, vendendoli al mercato di Cassino.
Dopo la guerra Luigi Calao fu chiamato a prestare servizio militare, congedandosi il 4 aprile 1954. Tornato a Cassino conobbe Giovanna Velardo nata il 6 agosto 1934 a Cassino, che poi diventò sua moglie. I due giovani si sposarono il 19 giugno 1955 a Marzano Appio nella contrada “Macini”. La famiglia della sposa era originaria di Caira ma nel corso degli eventi bellici era sfollata a Marzano Appio, andando a vivere ai Macini e restandoci anche per qualche anno dopo la fine della guerra. Il giorno del loro matrimonio a Cassino transitava la penultima tappa della famosa gara motociclistica “Milano-Taranto”. Per tale circostanza il traffico veicolare tra Cassino e Marzano, e viceversa, lungo la Casilina, era stato interdetto proprio per lo svolgimento della corsa così quando gli sposi con alcuni familiari arrivarono sulla statale, furono bloccati dalle forze dell’ordine. Dopo una lunga trattativa fu concesso al fratello dello sposo di salire su una moto di uno dei componenti dell’organizzazione della corsa che lo accompagnò a Cassino in modo da poter avvisare gli altri invitati, e soprattutto il ristorante “Cannone”, che sposi e invitati sarebbero arrivati in ritardo. Infatti furono costretti a viaggiare in ferrovia aspettando alla stazione di Marzano Appio il passaggio del primo treno che li portò a Cassino.
Poi Luigi Calao iniziò a lavorare nel cantiere edile che aveva iniziato a costruire il palazzo “Zeppieri” prospicienti quella che oggi è Piazza XV febbraio 1944. Si fece benvolere tanto che il sig. Franco Zeppieri, finita la costruzione dello stabile, gli propose di restare a fare il benzinaio presso la pompa di benzina di sua proprietà che si trovava sotto il palazzo medesimo. Esercitando questa attività Luigi Calao ebbe modo di conoscere un distinto signore che abitava nel palazzo il quale ogni mattina, andando in ufficio, lo trovava sempre lì intento a fare rifornimento ai clienti. Da questa frequentazione nacque un’amicizia e un giorno quel distinto signore chiese a Luigi se potesse essere interessato ad andare a lavorare alle dipendenze della società Autostrade per l’Italia. Luigi Calao non sapeva nemmeno cosa fosse ma passarono un paio di mesi e arrivò una raccomandata dell’Autostrada che gli comunicava l’assunzione presso la direzione di Tronco di Cassino dove ha lavorato ininterrottamente fino al 15 ottobre 1987 data del suo collocamento in pensione.
Luigi Calao è scomparso a Cassino il 12 ottobre 2022 un mese prima della moglie Giovanna Velardo deceduta il 15 novembre 2022.
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