«Studi Cassinati», anno 2025, n. 4
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di
Antonio Crescenzi
Vogliamo narrare venti e “bufere” che invasero l’Occidente dal 1968 al 1970. L’obiettivo è quello di capire da dove iniziò a soffiare il vento e quali ne furono le conseguenze. Possiamo dire che questi “venti del ‘68” arrivarono dalla Costa Californiana, soffiando su tutto il mondo come un detonatore. Quando e da dove partì la “scintilla studentesca” nessuno lo sa con certezza. In un certo senso, forse partì dalle Università americane quando cominciò il reclutamento per il Vietnam, e riguardò inizialmente gli studenti con voti più scadenti (il che spiegherebbe il fatto che quella guerra fu proprio studiata) e in seguito si propagò a Parigi, Roma e Milano, Atene e Praga, Pechino e Tokio, fino in Brasile e in Messico, dove non si andò tanto per il sottile: l’esercito infatti affrontò gli studenti con i bazooka, provocando centinaia di morti nella grande Piazza delle Tre Culture: una coincidenza irritante.
Il fenomeno fu planetario e universale, visto che investì paesi democratici, fascisti, comunisti, ma soprattutto dittatoriali: fu una contestazione giovanile che sembrò travolgere le vecchie strutture e i sistemi di pensiero più arditi.
Fu l’anno della “rottura” anche in Italia. Comportamenti irrazionali, cedimenti nella cooperazione e riforme determinarono una tensione generale, provocando profondi mutamenti nella vita sociale.
Le motivazioni della scuola-lavoro e l’organizzazione del lavoro stesso con il Taylorismo crollarono. Il sistema “fabbrica-cottimo” in tempi brevi non riuscì a inserirsi. L’industria conobbe la sua crisi a causa di scioperi, occupazioni, mobilitazioni, sabotaggi.
La strategia sindacale era fragile, troppo legata ai partiti, rimasta sulla concezione “operaio-proletario” e non “lavoratore sociale”.
L’Italia non riuscì a scuotersi e rimase ad un modello di sviluppo che si appoggiò in buona parte ad una massa proletaria, analfabeta – i padri dei sessantottini.
La rivolta degli studenti fu un fenomeno mondiale: le nuove generazioni ebbero coraggio, semplicità di agire, fiducia nella possibilità di cambiamento.
In Italia questo clima sembrò spegnersi in fretta, con l’ultimo botto di fine anno, a mezzanotte del 31 dicembre, alla Bussola di Marina di Pietrasanta (a sparare ad altezza d’uomo fu un ufficiale di Pubblica Sicurezza). Molti tirarono un sospiro di sollievo ma si erano sbagliati. Si era appena all’inizio. L’occupazione delle Università e la mobilitazione sul lavoro dilagavano. I politici emanavano normative innocue (i cosiddetti “bidoni”).
Ciò che si dimostrò molto dannoso fu la comunicazione che indicava le gesta di questa generazione in fermento come “bravate”, “pagliacciate”, della serie “tornate a studiare e smettetela di giocare a fare la guerra”.
Nonostante tutto ciò, il ‘68 avanzava: nuove idee apparvero annunciando una rivoluzione sociale; nacquero gruppi come gli “arditi” e brigate di ogni genere. I partiti non riuscirono a trovare una coesione tra le forze democratiche e progressiste. A questo punto in America, in Giappone, in Europa, nei paesi dell’Est come in Polonia e in Italia irruppe la contestazione studentesca. Il fenomeno si espandeva con una rapidità incredibile, trasformandosi in rivolta, come a Parigi nel famoso «Maggio Francese», in cui intervenne l’esercito. In Italia dall’occupazione si passò agli scontri nelle piazze, nelle vie, con interventi della polizia ed incidenti molto gravi. Studenti e operai ormai si erano affratellati passando dalle aule ai cancelli delle fabbriche. Si registrarono 2346 occupazioni con 70 milioni di ore perse di lavoro. Fino ad allora, operai e studenti, dal punto di vista ideologico, avevano poco o niente in comune. Le lotte dilagarono sempre di più, culminando nel “69” e in parte nell’anno “70” con l’«Autunno Caldo».
Sono stato testimone oculare di alcuni eventi essendo stato assunto in Fiat, prima a Mirafiori e poi a Rivalta il 12 giugno 1969: proprio a Rivalta, durante i cortei interni nei reparti, sulle linee di montaggio, le vetture, a linee ferme data la situazione, venivano colpite con bastoni di ferro e gravemente danneggiate, in particolare i modelli Fiat 128 e 130. Fu un vero disastro: cortei immensi con bandiere e megafoni incitavano alla lotta e si generava un “fuggi fuggi” generale.
Da quel momento in poi, al netto degli aspetti violenti che sono sempre da condannare, nacque e via via crebbe la consapevolezza del “si può”, nel senso che è possibile far sentire la propria voce per ottenere ciò che è giusto: da allora, nel mondo operaio, sarebbe diventata abituale la mobilitazione, al fine di ottenere il rinnovo dei contratti nazionali dei metalmeccanici e di soddisfare altre aspettative contrattuali.
Quarantacinque anni fa, il 14 ottobre 1980, i quadri Fiat, insieme a migliaia di persone di buon senso, scesero in piazza per porre fine al picchettaggio che impediva loro di entrare in fabbrica. Quel “corteo silenzioso” che attraversò Torino segnò la svolta storica nella gestione delle relazioni industriali.
Prima di soffermarci sull’evento, a mio parere, è necessario comprendere quale fosse il contesto storico in cui si generò tale situazione.
In questo 1980 dai tanti cambiamenti, lo stipendio di un operaio era di circa 50mila lire, il giornale costava 300 lire, un caffè 250, la benzina 850. Alla Fiat, nel frattempo, era stata costituita la Fiat auto S.p.a., che univa Fiat, Lancia, Auto Bianchi, Abarth e Ferrari.
La situazione era sempre più “calda”: basti pensare che la conflittualità tradottasi in assenteismo raggiungeva livelli impensabili, con il 41% di assenze all’Alfa sud e un più modesto 25% alla Fiat.
Una situazione che doveva affrontare Cesare Romiti, “in pratica” Mediobanca, con la Fiat che entrava a far parte della nuova galassia. Romiti preparò l’offensiva come uno stratega militare con mosse terribili ma necessarie, per ottenere ciò che gli aveva ordinato Agnelli.
Il 10 settembre 1980 la Fiat annunciò 14.469 licenziamenti: la reazione fu violenta e scontata. Il movimento operaio guidato dai reduci dell’autunno caldo del “69” utilizzarono la già sperimentata tecnica dello sciopero di 6 ore e nelle restanti due ore in fabbrica organizzavano decine di assemblee e comizi. Iniziarono sfilate per la città di Torino verso la Prefettura, la Regione, l’Unione Industriale. Per il Partito Comunista era l’ora dell’occupazione in fabbrica.
Il Governo guidato da Francesco Cossiga (II Governo Cossiga 4 aprile 1980-28 settembre 1980) vacillava sotto i colpi del sindacato. Il sindaco di Torino Novelli, comunista, prima di una settimana dall’annuncio di Romiti, arringava una folla immensa.
La battaglia fu violenta, dura e aspra, una delle più difficili e più importanti che il movimento operaio avesse condotto negli ultimi 30 anni.
Il Governo cercava senza successo una mediazione con Gianni Agnelli. Il ministro dei Trasporti Rino Formica convocò Cesare Romiti. Nelle stesse ore convulse Francesco Cossiga autorizzava l’accordo tra la Nissan e l’Alfa Romeo per la costruzione di due stabilimenti a Pomigliano d’Arco, sferrando un potente attacco alla Fiat. Agli operai non restava che l’occupazione e lo sciopero generale.
I sindacati perdevano tempo mentre Berlinguer portava il suo sostegno e quello del Partito Comunista davanti ai cancelli di Mirafiori, promettendo una lotta come negli anni Venti.
Era solo un’illusione e tale rimase.
Fu invece una trappola feroce di Romiti che, esasperando la situazione, fece cadere anche la Sinistra moderata di Berlinguer in quell’estremismo di cui il paese ormai era stufo da tempo. Il Governo Cossiga cadde sotto i colpi di alcuni franchi tiratori in Parlamento.
Il movimento operaio prendeva atto della propria vittoria sulla Fiat e aspettava la formazione del nuovo Governo di sinistra.
Cesare Romiti revocava i licenziamenti. Vittoria formidabile? No.
Dopo tre giorni Romiti annunciava la cassa integrazione per 23.000 lavoratori.
Venivano letti i nomi sugli elenchi affissi sui cancelli di Mirafiori. Si scoprì che erano tutti delegati sindacali, ma proprio tutti.
Il Movimento Operaio si spaccò. Si racconta che Romiti in incognito, una sera, passando davanti ai cancelli di Mirafiori si convinse che quelli che presidiavano non ne avevano la forza, come i loro padri, cioè Friulani, Veneti, Campani, Pugliesi e Siciliani. Davanti ai cancelli c’erano anche delle donne che ballavano, ma non erano operai. I fatti avrebbero dato ragione a Romiti.
Il 14 ottobre 1980 scattò lo sciopero generale in un clima ostile ai “rivoltosi”.
Nella mattinata il Comitato dei Quadri, Capi e Intermedi gestito da Luigi Arisio, aveva dato appuntamento per una manifestazione pubblica al Teatro Nuovo di Torino, che conteneva massimo 2.000 persone. Arisio aveva rassicurato Romiti sul fatto che non ci sarebbe stata chissà quale adesione. La sala invece si riempì, le strade adiacenti al teatro erano colme di persone e non c’erano solo i “colletti bianchi” ma operai, artigiani, commercianti, fornitori e tutti quelli che volevano difendere la Fiat, perché la Fiat vuol dire “lavoro per tutti”.
La RAI parlò di quindicimila persone, la Stampa trentamila, la Repubblica quarantamila. È quest’ultimo numero che sarebbe rimasto nella memoria della gente e nella storia.
I «Quarantamila» sfilarono per le strade di Torino con contegno, senza rumore né bandiere né slogan. Procedevano in modo silenzioso, si distinguevano per il modo di vestirsi: giacca, pantaloni, cravatta, cappelli e pochi, pochissimi cartelli.
Solo uno striscione grande apriva il corteo, gli altri erano piccoli e su uno di essi c’era scritto «il lavoro si difende lavorando».
Una marcia inaspettata che ha segnato un punto di non ritorno, una svolta storica nella gestione delle relazioni sindacali. La Fiat era salva.
Da allora il rapporto tra azienda e sindacati è cambiato ed è iniziato un percorso di relazioni, purtroppo non ancora pienamente attuato, basato sul dialogo e la partecipazione.
A Cassino nello Stabilimento come fu vissuto tutto questo? Si costruiva la Ritmo, la Regata Berlina e la WEEK-END con volumi decisamente alti. Non eravamo immuni da scioperi, assemblee e cortei interni ai reparti. Si vivevano momenti difficili anche legati alla sicurezza vissuta negli anni di Piombo con le B.R.
Venne organizzato lo sciopero, nei giorni successivi all’evento di Torino, con l’appuntamento nello stradone adiacente alla palazzina degli uffici: principalmente tutti “colletti bianchi”, rappresentanti sindacali e delle istituzioni civili. Si stimarono circa 2.000 presenti. Il corteo sempre composto e silenzioso, nello stesso giorno, si trasferì a Cassino sfilando per il corso principale della Città Martire fino al campo sportivo «Gino Salveti». Certo il risultato di Torino ci dava coraggio per uno stabilimento giovane che guardava con ottimismo al futuro.
Il Cassinate e la città di Cassino vivevano momenti di espansione come facevano rilevare i giornali locali del periodo:
– Cassino città grande che guarda al futuro sul piano politico, economico e culturale
– Altre iniziative culturali all’università statale
– L’Università di Cassino, la scuola degli anni ‘80 per lo sviluppo e il progresso del territorio
– Il consorzio del basso Lazio per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a mezzo riciclaggio
Si insediò l’ISEF, l’Istituto Superiore Educazione Fisica, l’Università dello Sport insieme alla Fiat per una crescita culturale e sportiva.
La svolta storica iniziò la trasformazione dei rapporti tra azienda, associazione quadri, capi e intermedi Fiat e sindacati. Di seguito ripercorriamo le tappe che hanno segnato l’evoluzione dell’associazione promotrice di quella mattina del 14 ottobre 1980:
– 1974: nasce il Coordinamento Quadri e Capi Intermedi Fiat;
– 14 ottobre 1980: la marcia dei «Quarantamila» segna una svolta storica nelle relazioni sindacali;
– 1985: viene fondata l’ANQUI su iniziativa dei Quadri Fiat, Gte, Olivetti e Riv-SKF;
– 1991: nasce il Fondo di Assistenza Sanitaria Integrativa;
– 1993: (negli anni ‘90 per otto anni consecutivi il sottoscritto è stato presidente dei Quadri e Capi Intermedi dello stabilimento di Cassino, partecipando assiduamente alle riunioni tenutasi a Mirafiori) il Coordinamento Quadri e Capi Intermedi Fiat si trasforma in Associazione professionale. Nasce l’AQCF;
– 1996: nasce il Fondo Pensione Quadri e Capi Fiat;
– 1997: ANQUI con Confederquadri, Italquadri, Federquadri e Sinfub, costituisce la Confederazione Unitaria Quadri (CUQ);
– 1999: l’ANQUI nomina un rappresentante dell’AQCF nel CAE Fiat;
– dal 2000 (un’altra svolta storica): l’Associazione Quadri e Capi Fiat partecipa alle elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie RSU nelle aree in cui è significativa la presenza di Quadri e Professional;
– 2002: viene istituito lo sportello CAF ANQUI;
– dal 2001 al 2005: CUQ, ANQUI e AQCF partecipano alle trattative e alla firma di tutti gli accordi, in sede Regionale e Ministeriale, riguardanti la gestione della crisi Fiat;
– 2007: ANQUI e AQCF danno pieno sostegno alla CUQ per supportarne la scelta di adesione alla CEC (Confèdèration Europèenne des Cadres);
– 2008: ANQUI stipula un accordo con FISMIC che permette ai soci di usufruire dei servizi del «Patronato informa famiglia». Inoltre viene adeguato lo Statuto con una connotazione più marcatamente sindacale;
– 2010: l’Associazione Quadri e Capi Fiat viene riconosciuta come soggetto legittimo a partecipare alle trattative e alla firma del Contratto per Fabbrica Italia Pomigliano;
– 2011: l’AQCF firma il primo Contratto Collettivo Specifico di Lavoro per Fiat S.p.A. e Fiat Industrial;
– 2012: un rappresentante ANQUI entra nello Steering Commitee della CEC. Nello stesso anno l’Associazione si dà una nuova organizzazione per rafforzare la propria presenza sul territorio;
– 2013: ANQUI viene accreditata in Assolombarda come Soggetto formalmente legittimato a firmare gli Accordi ex art. 410 e 411c.p.c per i Quadri Tecnimont;
– 2014: ANQUI viene accreditata in Assolombarda come Soggetto formalmente legittimato a partecipare agli incontri di secondo livello al tavolo della trattativa ALSTOM;
– 2015: AQCF firma il rinnovo del contratto per FCA e CNH Industrial. Nelle elezioni della RSA/RSU l’Associazione aumenta in modo significativo numeri e consensi.
Sono convinto che il raggiungimento degli obiettivi aziendali è imprescindibile dalla costruzione di una relazione costruttiva tra l’impresa, associazione, sindacato e lavoratori.
Ritengo che oggi il tempo sia maturo per far evolvere il rapporto tra impresa e lavoro, nel solco di una più solida democrazia economica: «partecipazione».
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