DIMMI COME PARLI E TI DIRÒ CHI SEI – LA LINGUISTICA E LO STUDIO DEI DIALETTI POSSONO ESSERE VALIDI SOSTEGNI ALLA CONOSCENZA DELLE ORIGINI DEI POPOLI – IL CASO DEL BASSO LAZIO

«Studi Cassinati», anno 2025, n. 4

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Emilio Pistilli*

Ho sempre ritenuto che per conoscere a fondo il passato di un territorio e della sua popolazione una componente essenziale è lo studio linguistico attraverso le varie vicende del lessico locale o di quello che in genere definiamo dialetto.

Infatti nel loro approccio allo studio del passato gli storici si servono del patrimonio archeologico disponibile e di quello delle fonti documentali, sia scritte che epigrafiche; raramente noto l’aggancio convinto alla lingua delle popolazioni interessate.

Eppure lo studio delle radici etimologiche dei vocaboli che compongono la parlata delle genti può aprirci una serie interessante di rapporti storici tra le popolazioni vicine ma anche lontanissime geograficamente.

In ogni dialetto troviamo dei veri e propri «fossili» linguistici comuni ad altre parlate a testimonianza delle vicissitudini migratorie delle genti che popolano il nostro pianeta. Ci sono note le fluttuazioni di popolazioni in cerca di luoghi vivibili dove stanziarsi permanentemente: la loro trasmigrazione le ha portate spesso a sovrapporsi alle genti del luogo con un movimento che definiamo invasione.

Ogni popolo è portatore di usi, tradizioni, credenze, consuetudini alimentari, religiose, sociali, peculiari della propria origine, il che ne fa una etnia con spiccate e riconoscibili caratteristiche.

Ma ciò che maggiormente caratterizza tali etnie è il loro linguaggio, il loro repertorio lessicale, che delimita e mostra la loro provenienza anche a distanza di millenni.

Quando si dice, per esempio, che le popolazioni europee – compresi noi Italici – sono di origine indoeuropea, sappiamo di doverci riferire a quelle popolazioni dai tratti sociopolitici, religiosi e culturali e, soprattutto, linguistici, riscontrabili nei luoghi di provenienza dell’area delle steppe tra il Danubio e gli Urali e l’Indo. Cosa ben diversa da altri ceppi come i sino-tibetani, afroasiatici, altaici, ecc.

A distinguere tali ceppi vi sono, come già detto, gli aspetti sociopolitici, religiosi, culturali, cui aggiungiamo le caratteristiche somatiche; ma a classificarli senza possibilità di errori, è la loro lingua di origine.

Nei dialetti locali vi sono delle abitudini lessicali, semantiche, dei segnali morfologici che li rendono unici e inconfondibili, ad essi si associano le peculiarità di pronuncia e di inflessione della voce.

Per scendere nel concreto: si è alle prese con l’antica questione dell’estensione dei territori e loro confini tra i Volsci e gli Osci nel Basso Lazio. Gli studiosi che si sono occupati del problema si sono basati essenzialmente sul confronto dei reperti archeologici, sulla tipologia edilizia, sulle rappresentazioni artistiche, sugli usi funerari; raramente ho letto di analisi dei dialetti a tale riguardo.

Eppure vi sono dei tratti nettamente distintivi tra le due parlate – che pure hanno origini lontane affini – che segnano una linea di separazione ben definita.

Al di là del lessico, che è abbastanza sovrapponibile, vi sono differenze notevoli di pronuncia ed inflessione.

Una, per esempio, è il fenomeno del rotacismo, il passaggio cioè, di alcune consonanti intervocaliche (talvolta anche iniziali), come la «t», la «d», la «s», la «l», la «n», nel fonema rotoante «r». Es.: italiano «dente» si pronuncia «rèntë» da Cassino in giù seguendo la via Casilina verso il Casertano, e «dèntë» da Aquino in su lungo la Casilina verso quella che ora si denomina Ciociaria e che dovrebbe essere area ad influsso volsco. Oppure, con le identiche connotazioni geografiche, il participio passato «caduto», a Cassino è «carùtö» ad Aquino è «cadùtö».

Per restare ancora sul nostro esempio si può accennare ai monti che dalla Ciociaria al Casertano affacciano sul Tirreno: i monti Ausoni e i monti Aurunci, che in realtà sono la stessa fascia montuosa con denominazione differente: da «Auronici» ad «Ausonici». Il rotacismo che qui si è applicato non era stato rilevato a suo tempo, il che ha indotto in errore gli stessi storici romani, che hanno considerato quei monti due realtà diverse.

Un’altra differenza sono i dittonghi «ié» e «uó»: «ié» nelle parole come «biégliö», bello o «curtiégliö», coltello, appartengono al Cassinate, ma non compaiono nell’Aquinate, dove si ha «bégliö» e «curtégliö».

Similmente «uó»: italiano «storto» o «porco», nel Cassinate è «stuórtö» e «puórcö», nell’Aquinate «stórtö» e «pórcö».

Il dialetto cassinate è molto affine al napoletano – con maggiore accentuazione nei comuni del Golfo –, mentre quello aquinate è prossimo al ciociaro. Questo ci autorizza ad ipotizzare che il territorio volsco giungesse verso il sud del Lazio fino alla fascia di Aquino, Roccasecca, ecc., mentre l’area cassinate appartenesse alla famiglia osco-sannita, confermando in tal modo la segnalazione di M. Terenzio Varrone che scriveva riguardo a Casinum: Samnìtes tenuerunt (De lingua latina, VII, 28.).

Su questo punto non sono concordi gli studiosi, che amano definire, per esempio, Cassino “città volsca”; eppure non trovo alcuna indicazione a supporto di tale definizione nella storiografia classica, a parte alcuni manufatti attribuiti alla cultura volsca rinvenuti in zona.

Del resto lo stesso Giacomo Devoto limita la presenza dei Volsci al territorio compreso tra «il Sacco e il mare, fra i colli albani e il passo di Lautule» (Gli antichi Italici, Vallecchi 1977, p. 255).

Tutto questo discorso è solo per ribadire come lo studio delle lingue e dialetti locali, supportato da una attenta ricerca etimologica comparata, non può essere disgiunto da quella che è la storiografia ufficiale, basata sulle fonti e sulle emergenze archeologiche.

Tornando alle annotazioni iniziali circa le migrazioni dei popoli, nella sovrapposizione a quelle stanziali di arrivo, se protrattesi nel tempo, hanno lasciato tracce indelebili della loro presenza o del loro passaggio.

Non occorre esemplificare con le varie lingue romanze, latine, neolatine, ecc. perché è cosa nota.

Ciò che invece va tenuto presente è che le varie popolazioni migranti, con notevole gap di civilizzazione rispetto ai territori della conquista romana, hanno sì diffuso le loro usanze, le loro leggi e la loro lingua, ma sono stati a loro volta oggetto di integrazione o di “romanizzazione”, con reciproci effetti di condizionamento culturale.

Un caso a parte, per così dire, fu quello dei Longobardi, che, a differenza delle precedenti incursioni barbariche con intenti essenzialmente predatori, scesero in Italia dalla lontana Pannonia, per restarvi in maniera stanziale, come si accenna nel lavoro di Domenico Cedrone.

La loro permanenza sulla penisola durò poco meno di due secoli (dal 568 alla discesa di Carlo Magno), ma in realtà non lasciarono mai più il territorio che avevano conquistato per esservisi integrati totalmente.

Giunsero con le loro usanze, leggi, credenze, con la loro lingua, ma a seguito di complessi rapporti sociali finirono per romanizzarsi, incidendo però, a loro volta, sul costume e sulla lingua locali.

Lo stesso editto di Rotari del 643, che raccolse le norme che regolavano i loro rapporti sociali, fino ad allora solo orali, costituisce il primo codice di leggi longobarde scritte utilizzando però il latino, la lingua classica del diritto.

A conferma della loro successiva integrazione abbiamo il corpus legislativo di Liutprando tra il 713 e 735, che integra l’editto di Rotari con norme giuridiche più in linea con il preesistente diritto romano e persino con le norme conciliari e papali: anche questo scritto in latino.

Nella Terra di San Benedetto si instaurò il diritto longobardo affiancato da quello romano, ma i monaci cassinesi, insieme a quelli di Farfa, fecero proprio lo jus commune mutuato da quello germanico (L. Fabiani, La Terra di S. Benedetto, I, p. 234).

I Longobardi vennero da noi come feroci invasori: si pensi alla distruzione della Casa di S. Benedetto a Montecassino ad opera del loro condottiero Zottone, duca beneventano, nel 577. Ma essi stessi ridiedero vitalità alla badia con l’assegnazione di un vasto patrimonio terriero da parte del duca longobardo di Benevento Gisulfo II nel 744.

E come non ricordare il longobardo Paolo Diacono, l’autore della storia del suo popolo (Historia Langobardorum), fattosi monaco a Montecassino dove chiuse i suoi giorni?

La cultura longobarda, come già detto, incise profondamente su quella locale in un processo di integrazione ed evoluzione che ha lasciato profonde tracce giunte fino a noi. I segni più evidenti li ritroviamo nel parlare quotidiano dei nostri paesi, dove il retaggio della lingua latina, nelle sue evoluzioni verso il volgare e la successiva odierna lingua nazionale, conserva cospicui elementi germanici che stentiamo a riconoscere.

Dunque preziosa, oltre che particolarmente interessante, è la ricerca di Domenico Cedrone, che, grazie alla sua perfetta conoscenza del dialetto locale di S. Donato Valcomino, riesce ad individuare le radici etimologiche germaniche di un gran numero di lemmi e di espressioni risalenti senz’altro a quel lontano periodo della nostra storia nazionale.

Si tratta di relitti linguistici, talvolta veri e propri fossili semantici e morfologici perfettamente amalgamatisi nella parlata locale e territoriale: decisamente pregevole è anche la resa fonetica tramite il sistema di trascrizione prescelto dall’Autore.

In essi ritroviamo gesti quotidiani, strumenti ed arnesi di lavoro, credenze e superstizioni di un’epoca e di una cultura che sono alla base della nostra odierna civiltà contadina, artigianale, sociale, normativa e religiosa. E proprio per questo la ricerca va molto al di là di quella che per molti autori di dizionari dialettali è motivata dalla curiosità, dal gusto di ritrovare e riproporre termini ed espressioni desueti e, per questo, strani.

Ormai in tutto il Paese c’è un rifiorire di pubblicazioni di dizionari o vocabolari del dialetto. Solo nel basso Lazio se ne contano a decine, senza contare quelle che sono ancora in attesa di pubblicazione.

Per lo più si tratta di raccolte antologiche di lemmi ed espressioni tipiche elencati in ordine alfabetico o per sezioni. Pochissime invece quelle che si avventurano nella ricerca degli etimi delle varie voci; ma ciò è comprensibile perché tale ricerca comporta conoscenza e competenza da linguisti e tanto impegno.

A questi ultimi aspetti non si è sottratto l’Autore, e meno male! Ora abbiamo un importante strumento di analisi e di conoscenza a disposizione degli studiosi ma anche del semplice appassionato ricercatore del proprio passato.

Perché lo ha fatto? Ce lo dice egli stesso a conclusione del suo lavoro « … è mio desiderio dire che la passione di riscoprire le nostre radici e l’orgoglio di conoscere la nostra identità di popolo sono i sentimenti che mi hanno coinvolto nella ricerca sul dialetto sandonatese».

Mi piace chiudere segnalando le preziose schede riportate al termine del volume dell’illustre linguista prof. Gerhard Rohlfs, che per le sue ricerche ha soggiornato in San Donato negli anni Venti del secolo scorso.

* Dalla Presentazione del libro: Domenico Cedrone, Tracce linguistiche di origine germanica nell’arco settentrionale della Valle di Comino, seconda edizione, Associazione Genesi 2025, pagg. 70, illustr. b. n., f.to cm. 17×24

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