S. ELIA FIUME RAPIDO, NOTE SUL PAESAGGIO AGRARIO DI UN COMPARTO DELL’AGER CASINAS

«Studi Cassinati», anno 2025, n. 4

> Scarica l’intero numero di «Studi Cassinati» in pdf

> Scarica l’articolo in pdf

di

 Dante Sacco

La descrizione geografica di un territorio e la sua espressione cartografica sono da sempre documenti tra i più significativi di come gli uomini hanno percepito lo spazio terrestre, lo hanno documentato e lo hanno trasmesso.

Il primo autore ad occuparsi in maniera completa di Sant’Elia Fiume Rapido è stato Marco Lanni che in un’opera monografica, pubblicata nel 1873, analizza tutte le fonti antiche, descrive i monumenti e fornisce ampio materiale documentario sulla geologia, le colture, le industrie, gli usi e le tradizioni. Non mancano, inoltre, nell’ambito dei secoli XVI e XVII, pubblicazioni di cartografia scientifica della Terra di San Benedetto, in cui ricade Sant’Elia Fiume Rapido1.

Così descrive il Lanni la zona in esame: «Il territorio di S. Elia è bagnato dal fiume Rapido, il quale sorge nei monti del Comune di Vallerotonda dalla parte settentrionale in luogo detto Capo d’Acqua, o Vado di rapido, ed è alimentato dalla fusione della neve […]; precipitandosi fra monti, e rompendo fra sassi, scende al piano fragoroso e limpido a piè della terra, cui in ricambio dei guasti, che vi produce con trasporto di arena e ciottoli […] alimenta le grandiose manifatture».Non mancano descrizioni più dettagliate sulla sedimentologia del luogo specificando: «Il terreno del piano è generalmente di alluvione; perché coverto da banchi di limo, di sabbia e di ghiaia, ove a strati sovrapposti, ove rovesciati alla rifusa». Nel descrivere puntualmente tutti i corsi d’acqua, le sorgenti, le fontane si sofferma sul fiume Rapido il cui «nome antico era Vinius (vimine)» precisando l’indole del corso d’acqua che era quello di«flagellare cole materie che trasporta, le sottoposte campagne». Infine, utile per la presente relazione, è l’asserzione che «il territorio di Sant’Elia è attraversato nel punto nord-ovest da un grosso torrente, detto Riosecco, che scende dai monti di Belmonte Castello e di Terelle, il quale è assai benefico per la torba grassa, se entra nei terreni in piccola quantità: ma se rompe grosso, si rende pernicioso pel deposito di arena e di ciottoli, che vi lascia».

Nella cartografia settecentesca si individua un’area selvosa (foresta planiziale) a ridosso della confluenza del Rio Secco e del fiume Rapido. Verso oriente, dove il Rio Secco forma due larghe anse, troviamo un territorio pianeggiante che non mostra segni di suddivisione agraria quindi privo di colture e di insediamenti umani.

BREVE INQUADRAMENTO

Il territorio in esame a livello pedologico si inserisce in un’alternanza di suoli prevalentemente alluvionali, che per età variano dai depositi quaternari alle alluvioni, spesso terrazzate, depositatesi in età storica, costituite da argille sciolte, sabbie e limi ricchi di materia organica2. Esso, piuttosto interessante dal punto di vista agricolo, durante la colonizzazione romana, presumibilmente in età graccana o sillana, fu in parte sottoposto a suddivisione agraria con l’insediamento di coloni. Il ricco fondo archivistico dell’Abbazia di Montecassino consente di ricostruire le vicende di carattere patrimoniale e storico del comprensorio in età medioevale3.

 A giudicare dai risultati delle ricognizioni, il territorio, frequentato sino dalla protostoria, risulta diffusamente occupato a partire dal III sec. a.C.4, dopo l’espansione del dominio romano, poiché sul terreno sono state individuate concentrazioni di bozze calcaree, di laterizi e di frammenti ceramici di estensione non superiore ai 600 mq., riferibili a fattorie di piccole dimensioni. Gli elementi diagnostici sono costituiti dalla ceramica comune, quasi sempre in associazione con ceramica a vernice nera e, più raramente, con vasi a pareti sottili. In mancanza di fonti letterarie ed epigrafiche, e di dati di scavo, non possiamo stabilire se tale occupazione del suolo, che sembrerebbe ad alta densità di popolazione, fosse correlata con la prima romanizzazione. Le strutture economiche e il paesaggio agrario risultano nettamente modificati a partire dal I sec. a. C., quando questi territori con grandi potenzialità agricole cominciano a essere sfruttati in maniera intensiva. Nel territorio iniziano infatti a sorgere villae di grandi dimensioni e di cospicuo impegno architettonico: sono state individuati materiali e testimonianze archeologiche, relativi a pars urbana (elementi architettonici di prestigio, ambienti termali, intonaci dipinti, mosaici) e pars fructuaria (con macine, torchi, dolia). A giudicare dalla distanza reciproca alle singole villae dovevano afferire proprietà di notevole estensione; funzionali alle loro attività produttive sembrerebbero tracce di piccole strutture individuate nei fundi. Altri mutamenti si registrarono nell’economia, nella società e nel paesaggio in seguito alla deduzione coloniale di età triumvirale con catastazione di centuriae5. A partire dagli ultimi decenni del I sec. a.C. il fertile territorio6 venne capillarmente occupato da villae/fattorie di buona dignità architettonica presenti nelle fasce di crinale, nei pianori di mezzacosta e soprattutto nei terrazzi fluviali di fondovalle, ove sono ancora leggibili le tracce della centuriazione. A giudicare dai dati al momento disponibili, nell’ager Casinas dovevano essere attive sia fornaci di anfore afferenti a singole aziende agricole, sia centri manifatturieri che con organizzazione razionale lavoravano su larga scala per i proprietari che non avevano fornaci nei loro possedimenti. La vite, maritata al salice, fu senz’altro la cultura specializzata di maggior successo fra l’età tardo-repubblicana e la prima età imperiale, come indicano anche le fonti letterarie antiche; essa si inseriva in un paesaggio caratterizzato da culture diversificate e ben integrate, che garantivano un’alta produttività economica. Secondo le fonti letterarie in età romana nel territorio cassinate venivano coltivati soprattutto fibre vegetali legate soprattutto allo sfruttamento delle aree paludose ed incolte. La zona di Cassino era rinomata per la fertilità del suolo, per la produzione di olio7, per la lavorazione dei cesti in vimini (fiscines) e delle funi per frantoio, attività in cui era particolarmente apprezzato un certo Lucio Tunnio, citato da Catone, che descrive una particolare tecnica di sarchiatura del terreno (politio) eseguita nel cassinate dietro un compenso di una certa quantità di messi. Alla cultura specializzata dell’olivo, celebrata dal Varrone, dovevano essere addette, come oggi, soprattutto le aziende agricole maggiori, ubicate in prossimità della città, lungo la costa e lungo le valli fluviali, cioè in aree che permettevano una rapida commercializzazione dei prodotti venduti nei mercati e nelle fiere che periodicamente si svolgevano nei centri urbani8. A giudicare dai materiali rinvenuti, sia locali che di importazione, nella media età imperiale le aziende agricole non sembrano conoscere periodi di definitivo abbandono e crisi: il popolamento rurale si mantenne grosso modo stabile e nel paesaggio agrario: la vite, l’olivo e l’orticoltura dovettero continuare a convivere. Anche se al momento non sono attestate manifatture locali di anfore olearie, i torchi e le vasche per la decantazione individuati in alcune villae del territorio documentano la produzione di olio nelle aziende agricole cassinati. Sulla base dei risultati delle ricognizioni, l’ager casinas risulta fittamente popolato sino all’età tardo-antica: probabilmente furono gli effetti della guerra greco-gotica e la disastrosa carestia che colpì l’Italia centrale nel 538 a determinare la destrutturazione del paesaggio romano, con la fine delle attività agricole, manifatturiere e commerciali. Un definitivo mutamento nelle strutture agrarie si registrò alla fine del VI sec. d. C.: il paesaggio agrario romano del cassinate scomparve. Nel periodo tra il 577 ed il 589 Zottone, primo duca Longobardo di Benevento, distrusse il Monastero e saccheggiò il territorio. Quale sorte abbia subito il territorio circostante non ci è dato conoscere per mancanza di fonti dirette. Dopo le rapine e devastazioni longobarde il territorio rimase quasi deserto, fino al 717 quando, per incarico di Papa Gregorio II, il bresciano Petronace cominciò la ricostruzione del Monastero.

APPENDICE TOPONOMASTICA

Dai documenti emergono toponimi che possono ben servire a ricostruire una sorta di geografia storica del paesaggio agrario santeliano. Le nostre fonti descrivono un’area molto caratterizzata dal punto di vista agricolo e produttivo. L’estensione di queste note al campo toponomastico consente di chiarire il paesaggio antico della zona. L’area in esame è risolta con i toponimi di «Salauca», «Vicenne e Verdara», «Acqua Nera», «Lagnaro», «Rio Secco», «Fiume Rapido»9.

«Salauca»: il toponimo deriva dalla voce longobarda sala che designa corte, edificio e, più specificatamente casa per la residenza patronale nella curtis o per la raccolta delle derrate alimentari dovute al padrone. In sostanza magazzino di raccolta dei prodotti agricoli.

«Verdara e Vicenne»: i termini riportano ad una sistemazione del territorio ed indicano una zona destinata alla coltivazione e/o pastinatio, ossia bonifica agraria mediante scasso e impianto di vigneto e/o frutteto (verdara, verzura, verduraria dal latino viridarium=giardino) ed una zona destinata al maggese quindi alla rotazione annuale delle coltivazioni (vicenne=avvicendamento).

«Acqua nera»: toponimo che specifica un fosso a nord della confluenza del Rio Secco nel fiume Rapido; deriva dalla precisazione di acqua sporca, stagnante.

«Lagnaro»: toponimo che trae origine dal latino lacus, nel senso di avvallamento soggetto ad impaludamento.

«Rio Secco»: idronimo che specifica il carattere stagionale del piccolo corso d’acqua.

«Fiume Rapido»: idronimo dal latino rapidus che travolge, che trascina. Indica un corso d’acqua con un letto fluviale di modeste dimensioni, un alveo irregolare con una portata ingente.

CONCLUSIONI

Le pianure alluvionali sono vaste aree pianeggianti caratterizzate da sedimentazione prevalentemente fluviale; queste costituiscono gli alvei maggiori dei fiumi, là dove i corsi d’acqua erodono i sedimenti da essi stessi deposti in precedenza. In condizioni naturali i fiumi scorrono lungo uno stretto dosso fra bassi argini naturali, che vengono rotti in caso di piena, con inondazione delle aree circostanti. Ciò si traduce in scarsa fertilità e difficoltà d’irrigazione. Le forme minori planiziali più caratteristiche si trovano al limite fra aree a sedimentazione fine ed aree a sedimentazione grossolana, dove la risalita in superficie delle falde idriche sotterranee (risorgive) incide in piena pianura con piccoli corsi d’acqua (fossatelli).

Solo con le opere di bonifica e continua manutenzione, la fascia di pianura diventa facilmente irrigabile. La foresta planiziale che venne a rioccupare nel 1700 gran parte della versante orientale della piana di Vicenne, in particolare le aree acquitrinose non utilizzabili dall’agricoltura di quel tempo, è completamente venuta meno nel corso del XIX secolo, quando era d’uso di convogliare le esondazioni del Rio Secco sfruttando il naturale apporto di humus fertile10. È dal XVIII secolo che questa periodicità del corso d’acqua, condizionando l’intero sistema agrario ed il paesaggio dell’area in esame, come ben chiarisce il toponimo «Vicenne», ha escluso totalmente l’area dai fenomeni naturali di apporto ed erosione dei sedimenti detritici. Di conseguenza lo spessore esiguo di limo a copertura delle alluvioni, la frammentarietà dei depositi archeologici vanno ricondotti ad un continuo e periodico lavoro di bonifica e livellamento del piano coltivo d’età moderna.

BIBLIOGRAFIA E FONTI DOCUMENTARIE

A.A. V.V., Dizionario etimologico, Garzanti 2006.

A.A. V.V., Carta Geologica d’Italia, 1992.

A.A. V.V., Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Modena 1985.

Archeoproject, Carta archeologica di S. Elia, Roma 2003.

Archivio S.B.A.L.

F. Cambi, Archeologia dei paesaggi antichi: fonti e diagnostica, Carocci 2003.

M. Dell’Omo, Montecassino nel Trecento tra crisi e continuità, in Il monachesimo italiano nel secolo della grande crisi, Atti del quinto Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, Monte Oliveto Maggiore (Siena), 2-4 settembre 1998).

M. Dell’Omo, Ottone III e Montecassino, due Storie quasi parallele, in «Benedictina» XLVII, Montecassino 2001.

L. Fabiani, La Terra di S. Benedetto. Studio storico-giuridico sull’Abbazia di Montecassino dall’VIII al XIII secolo, II, Montecassino 1968 (Miscellanea Cassinese 34), con appendice sull’eversione della feudalità, Montecassino 1980.

G. Ghini, M. Valenti, Museo archeologico e area archeologica di Cassino, Roma 1995.

G. Lena, Scoperte archeologiche nel Cassinate. Note di topografia Antica, Cassino 1980.

M. Lanni, Sant’Elia sul Rapido, Napoli 1873.

E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Roma-Bari 1996.

M. Tondo, D. Sacco, F. Cerrone, E. Nicosia, Ager Casinas. Comune di S. Elia Fiume Rapido. Note di topografia ed epigrafia, in «Lazio e Sabina» 9, Atti del Convegno Roma 27-29 marzo 2012.

P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IX à la fin du XII siècle, 2 voll., Roma 1973.

1 Arcangelo Guglielmelli (1715-1717); Erasmo Gattola (1734).

2 Per la parte Geologica si veda B. Accordi, G. Angelucci, G. Sirna, Note alla Carta Geologica d’Italia Foglio 160, Roma Nuova tecnica Grafica 1967.

3 Sulla residenza dell’abate Mansone di Montecassino in Valleluce, nel territorio di Sant’Elia, fino al 994 si veda Mariano Dell’Omo 2001 ed inoltre, per la fase trecentesca dell’Abbazia, Mariano Dell’Omo 1998.

4 Per una più puntuale descrizione delle dinamiche insediative romane si rimanda alla Carta Archeologica del Comune di Sant’Elia Fiume Rapido (Archeoproject 2003) e a Tondo-Sacco-Cerrone-Nicosia (2013).

5 Riguardo l’ipotesi della centuriazione (limitatio) già avanzata dal Lena e cautamente accolta dal Valenti, con la Carta Archeologica di Sant’Elia F.R. e gli interventi di scavo (S.B.A.L ’03-04-05-06-08) si è con sicurezza accertata l’esistenza di una serie di tracce più o meno consistenti, tutte aventi orientamento NNO/SSE, con una maglia centuriale di 27×27 actus (750×750 m.).

6 Livio XXVI, 9.

7 Catone, de agricultura, 137; Microbio, Satur. III,16.

8 Va ricordato il complesso sistema viario dell’ager Casinas di cui oggi sono tracce consistenti, per quanto riguarda il territorio comunale di Sant’Elia Fiume Rapido, i due ponti monumentali (Ponte Lagnaro e Ponte Vecchio) e in alcuni tracciati antichi parzialmente fossilizzati nelle strade moderne, nei sentieri campestri e nelle limitazioni catastali. L’asse portante era ed è la strada Sferracavallo, di collegamento tra Atina e Casinum, rispetto alla quale doveva svilupparsi ad oriente una rete viaria secondaria cha sostanzialmente coincideva con gli assi principali della centuriazione.

9 A.A.V.V, 2006.

10 M. Lanni 1873.

(11 Visualizzazioni)