«Studi Cassinati», anno 2026, n. 1
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di
Gaetano de Angelis-Curtis
Nel 1946, dopo il ventennio fascista e una luttuosa e sanguinosa guerra, gli italiani tornavano a esprimere liberamente il loro voto per gli organi decisionali comunali e nazionali. Così proprio il 1946 si caratterizzò per una intensa attività politico-amministrativa in relazioni alle tre importanti scadenze elettorali previste e cioè le elezioni amministrative, quelle per il referendum istituzionale e quelle per l’Assemblea Costituente. Esse assunsero una considerevole valenza in quanto consentivano alla popolazione italiana di tornare a scegliersi i propri rappresentanti negli organi decisionali locali, nonché esprimere la propria volontà circa il futuro assetto istituzionale dell’Italia, scegliendo tra monarchia e repubblica, e quindi di contribuire, attraverso l’elezione dei membri dell’Assemblea, all’avvio del processo di redazione della Carta Costituzionale e di democratizzazione del Paese.
Il 1946 è anche ricordato perché per la prima volta nella storia d’Italia il diritto al voto venne esteso alle donne. Dopo l’applicazione nelle elezioni nazionali del 1913 del suffragio universale maschile sulla base della riforma elettorale Giolitti, a partire dal 1946 fu introdotto il suffragio universale vero e proprio sancito dal Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del primo febbraio 1945, emanato dal governo Bonomi e intitolato Estensione alle donne del diritto di voto. Tuttavia la questione è ancora più importante in quanto non solo si giungeva all’allargamento alle donne dell’elettorato attivo (diritto di voto) ma veniva conferito anche e soprattutto quello passivo e cioè il diritto a candidarsi, a essere elette e a ricoprire cariche elettive negli organi rappresentativi locali (nelle amministrazioni comunali) e nazionali (nell’Assemblea Costituente e poi nel Parlamento).
Comunemente viene ricordato che la prima esperienza di voto delle donne italiane si ebbe il 2 giugno 1946. Ciò è vero solo in parte. Infatti le donne in quasi tutta Italia così come in 71 degli 89 Comuni di cui si componeva allora la provincia di Frosinone, espressero per la prima volta il loro voto ancor prima del referendum e dell’elezione dell’Assemblea Costituente e cioè nella primavera (marzo-aprile) del 1946 in occasione delle elezioni per la ricostituzione degli organi amministrativi locali. Diversamente le donne dei restanti 18 Comuni si recarono effettivamente per la prima volta alle urne il 2 giugno.
In provincia di Frosinone1, in quella che il prefetto Roberto Siragusa2 definì come «la più distrutta Provincia d’Italia»3, la ricostituzione dei partiti ebbe bisogno di un processo più articolato rispetto al resto della nazione. Infatti, nei mesi successivi alla liberazione del territorio provinciale, la loro azione risultò marginale a causa, in particolare, della difficile situazione contingente e poi in conseguenza, a giudizio dello stesso funzionario ministeriale, della «scarsa coscienza politica» e della «sfiducia e diffidenza» della popolazione locale4. Conseguentemente i partiti si riservarono «di partecipare liberamente alla vita politica al momento delle elezioni»5.
In una relazione stilata per la Federazione nazionale del Psiup, l’avv. Vittorio Amici, capo zona per la provincia di Frosinone, riferiva che era stato il Pci il partito capace di colmare i vuoti istituzionali venutisi a determinare al momento del passaggio del territorio provinciale all’amministrazione italiana. Furono dunque i comunisti frusinati ad assumersi, «in assenza dei rappresentanti degli altri partititi antifascisti, la piena responsabilità del potere amministrativo locale e provinciale, sobbarcandosi con spirito di sacrificio a tale compito»6.
Oltre al Pci fu la Dc, tra i sei partiti del Cln, a dare dimostrazione di sapersi organizzarsi velocemente. Già l’8 novembre 1944 celebrò il suo primo Congresso provinciale, svoltosi a Ferentino sotto la direzione di Umberto Tupini, ministro di Grazia e Giustizia, e alla fine di quell’anno poteva contare su circa 7.000 iscritti e una settantina di sezioni7.
Fin dall’inizio furono i due partiti di massa che prevalsero per numero di iscritti ed essi svilupparono un’attività di «propaganda e organizzazione … più intensa»8 oltre a poter contare su una migliore organizzazione. Minore o scarsa presa esercitarono, almeno in un primo momento, le altre formazioni politiche come quella dei Demolaburisti (che nell’estate del 1944 non era ancora rappresentata in seno al Comitato provinciale di Liberazione)9, cui seguivano «nell’ordine il partito socialista, quello d’azione e il liberale»10.
LE ELEZIONI COMUNALI
Tali votazioni avevano lo scopo di provvedere alla ricostituzione di quei Consigli Comunali soppressi dal fascismo, al pari degli altri organi scelti al suo interno e cioè la Giunta Municipale e la figura del sindaco, quest’ultima sostituita nel ventennio dal podestà di nomina politica. Come già ricordato, esse si vennero inoltre a caratterizzare per la candidatura e l’elezione delle donne a consigliere comunale.
In provincia di Frosinone le votazioni si svolsero in due turni, uno primaverile e uno autunnale11. Il primo, come quasi in tutta Italia, si tenne in cinque domeniche consecutive tra marzo e aprile e interessò 71 degli 89 Comuni che a quell’epoca costituivano la provincia di Frosinone (non erano ancora stati istituiti quelli di Gallinaro e Posta Fibreno). Invece, a causa delle distruzioni patite oppure in seguito a ricorsi, il secondo turno dei restanti 18 Comuni si tenne in tre domeniche autunnali tra ottobre e novembre.
Tuttavia il prefetto della provincia, Roberto Siragusa, non mancò di sottolineare che, nonostante la provincia di Frosinone fosse stata una delle più danneggiate dalla guerra, appariva «notevole che, la quasi totalità dei Comuni [era] pronta alle elezioni. Il che denota[va] l’alto spirito di disciplina e di democrazia che regna[va] nella zona con la conseguente volontà di rinascita» in quanto «soltanto a seguito delle elezioni democratiche i comuni possono avviarsi seriamente [e] rapidamente verso la soluzione radicale dei vari problemi inerenti alla ricostruzione»12.
Turno primaverile13
10 marzo 1946 – dieci Comuni:
Acuto, Alatri, Collepardo, Ferentino, Fiuggi, Frosinone, Fumone, Guarcino, Trevigliano, Vico del Lazio
17 marzo 1946 – venti Comuni:
Amaseno, Anagni, Arce, Arnara14, Castro dei Volsci, Ceprano, Colfelice15, Falvaterra, Giuliano di Roma, Morolo, Paliano, Pastena, Pico, Piglio, Roccadarce, S. Giovanni Incarico, Sgurgola, Trevi nel Lazio, Vallecorsa, Villa S. Stefano
24 marzo 1946 – venti Comuni:
Acquafondata, Alvito, Atina, Brocco[stella], Campoli Appennino, Casalattico, Fontechiari, Pescosolido, Picinisco, S. Ambrogio s. G., S. Apollinare, S. Biagio Saracinisco, S. Elia Fiumerapido, S. Vittore del Lazio, Settefrati, Sora, Vallerotonda, Vicalvi, Villa Latina, Viticuso
31 marzo 1946 – diciotto Comuni:
Aquino, Arpino, Belmonte Castello, Boville Ernica, Castelliri, Colle S. Magno, Esperia, Isola Liri, Monte S. Giovanni Campano, Pofi, Ripi, S. Andrea s. G., Santopadre, Strangolagalli, Supino, Terelle, Torrice, Veroli
7 aprile 1946 – tre Comuni:
Filettino16, Pontecorvo, Torre Cajetani17
Turno autunnale
6 ottobre 1946 – dieci Comuni:
Ausonia, Cassino, Castelnuovo Parano, Cervaro, Coreno Ausonio, Piedimonte S. Germano, Pignataro, S. Giorgio a Liri18, Vallemaio, Villa Santa Lucia
13 ottobre 1946 – sette Comuni:
Casalvieri, Castrocielo, Ceccano, Fontana Liri, Patrica, Serrone, S. Donato Val di Comino
17 novembre 1946 – un Comune:
Roccasecca
L’affluenza alle urne fu consistente e le elezioni si svolsero con perfetta regolarità e «massima calma», così che l’ordine pubblico fu «regolarissimo».
L’unico momento di tensione registrato dal prefetto fu quello verificatosi il 17 febbraio a Paliano. Nella cittadina era stato invitato a tenere dei comizi nel centro del paese e nelle frazioni di S. Paolo e S. Maria un dirigente della Dc nazionale, Salvatore Alvito. Ancor prima che potesse effettuare i suoi interventi, gli fu richiesto un «contraddittorio» con il segretario provinciale del Pci, Enrico Giannetti. Quest’ultimo, che era accompagnato da «una massa di circa 300 comunisti locali convocati il giorno precedente con cartolina d’invito» tenne regolarmente il suo comizio nel corso del quale espose le soluzioni proposte dal suo partito in merito, in particolare, alla condizione dei lavoratori della terra e «fu applaudito calorosamente dai comunisti presenti». Quando poi toccò al dirigente democristiano, egli fu accolto dai fischi dei comunisti intervenuti che poi «abbandonarono il comizio senza attendere la replica»19.
In realtà un altro momento di tensione durante la campagna elettorale si verificò a Cassino dove per domenica 24 marzo era stata organizzata una manifestazione a favore della Repubblica che prevedeva gli interventi dell’assessore Giuseppe Margiotta, del sindaco Gaetano Di Biasio e di Raoul Silvestri del Pci provinciale. «Un folto pubblico, attratto dall’interesse del tema del comizio, preannunziato da manifesti, era accorso per ascoltare la parola degli oratori. Ma appena l’avv. Giuseppe Margiotta dette inizio alla sua conversazione, da un gruppo di ascoltatori cominciarono a partire schiamazzi, urli, fischi e rumori allo scopo evidente di coprire la voce dell’oratore. A nulla valsero le esortazioni all’educazione e gli inviti ad un democratico contraddittorio, perché il tumulto continuò» fin quando l’oratore «non fu costretto a rinunziare alla parola. Il tumulto continuò con eguale ritmo durante il breve discorso che l’avv. Di Biasio, con accento di sdegno, potette pronunciare. L’ultimo oratore, Raoul Silvestri, accolto da rumori infernali ed ininterrotti, preferì rinunziare subito alla parola». I contestatori, «sul ritmo fascista delle invocazioni», scandivano la parola «du-ce du-ce», di tanto in tanto sostituita con «quella di BE-NI-TO». «Non mancò qualche grido di evviva al fascismo partito da qualche dimostrante che, nell’euforia del momento, aveva dimenticato lo scenario di macerie teatro della bella giornata primaverile». A giudizio del periodico «Il Rapido» non si trattò di una manifestazione antirepubblicana, ma i «disturbatori» più che altro avevano voluto manifestare contro l’operato dell’Amministrazione comunale protestando per l’acqua a Caira, per i sussidi, per lo sfollamento e altre lagnanze. Il periodico ritenne «perfettamente inutile» segnalare l’accaduto al prefetto di Frosinone, richiamando, invece, l’attenzione del ministro Romita sulla situazione di Cassino, «affinché, in tempo utile, provved[esse] a garantire, nell’imminente periodo elettorale, la libertà di parola e di riunione»20.
Andamento delle elezioni in alcuni Comuni
AMASENO
Si fronteggiarono due liste21:
Giustizia-Libertà (con fiamma e spada) capeggiata da Augusto Bianchi
Lista la «Croce» capeggiata da Pasquale Giuliani
BELMONTE CASTELLO
Alcuni giorni prima delle elezioni si era tenuta, «ad iniziativa dei democratici cristiani» una riunione nella quale si era provveduto a compilare una lista di candidati. Scriveva un corrispondente de «Il Rapido» che non c’era «nulla da eccepire su tale lista, della quale fanno parte alcuni lavoratori che merita[va]no tutto il nostro incoraggiamento, se non fosse fondato il sospetto che l’iniziativa [fosse] partita dal presunto capolista, sospetto assai fondato per la constatazione che alla riunione parteciparono, in massa, tutti gli impiegati del Comune!»22.
CASSINO
Quando il prefetto Siragusa era giunto a Cassino il 27 marzo 1944, i rappresentanti di alcuni partiti che aveva ricevuto a colloquio, avevano avanzato la richiesta di poter tenere il turno elettorale comunale a breve scadenza e comunque prima della consultazione per l’Assemblea Costituente. Il funzionario assicurò che se ne sarebbe fatto portavoce con le autorità ministeriali superiori23. Tuttavia «Il Rapido» aveva già avvertito che le elezioni amministrative a Cassino non si sarebbero tenute entro marzo e che «forse» neanche «entro aprile» perché, scriveva, «gli uffici che avrebbero dovuto procedere alla compilazione delle liste elettorali [avevano] trascurato tale elementare dovere!». In alcuni ambienti correva voce che le liste degli aventi diritto al voto erano state «improvvisate con soli cognomi di pretesi elettori, o con nomi privi di paternità, con soprannomi: insomma un pasticcio tale da rendere necessario di rifar tutto da capo!»24.
Alla fine il turno elettorale si tenne il 6 ottobre nel corso del quale si fronteggiarono tre liste: una di ispirazione democristiana, una civica mentre la terza era quella di «Ricostruzione Cassino» («scudo stellato-ricostruzione») capeggiata dall’avv. Gaetano Di Biasio che amministrava la città dal luglio 1944 in qualità di sindaco (in realtà una sorta di commissario cittadino) coadiuvato da tre assessori25.
Tutto il periodo elettorale era stato caratterizzato da una «calma assoluta».
Quindi il 6 ottobre si recò alle urne una percentuale di votanti più «bassa rispetto a quella del 2 giugno». Gli elettori furono complessivamente 5.825 e i voti validi 3.733.
Verso le ore 12 del 7 ottobre «si cominciarono a conoscere i primi risultati dai vari seggi e, tra il crescente entusiasmo della popolazione che in ansiosa attesa affollava le strade, furono inscenate le prime dimostrazioni di gioia verso i componenti la lista vittoriosa. La proclamazione ufficiale avvenne nella mattinata dell’8 ottobre. Subito dopo, in un comizio, parlò al popolo l’avv. Di Biasio, sindaco uscente e nuovamente eletto, che mise in rilievo il significato della vittoria, rivolgendo agli avversari l’invito a desistere da una deleteria opposizione e a collaborare per la rinascita della città». Ulteriori «brevi discorsi» furono tenuti dall’avv. Giuseppe Margiotta e dall’avv. Luigi Colella, quindi Guido Barbato de il «Rapido» «pronunziò al microfono un appassionato saluto alla Città Martire e alla nuova Amministrazione auspicando un lavoro proficuo e serio di ricostruzione. La giornata si chiuse in piena serenità e letizia. Nessun incidente. Massimo ordine»26.
In definitiva fu la lista di Gaetano Di Biasio di «Ricostruzione Cassino» che si affermò, ottenendo 2.023 voti (pari al 54,2%) cui spettarono 24 seggi, ed eleggendo:
Gaetano Di Biasio fu Antonio
Pasquale Caravaggi-Mazzonna di Cristofaro
Luigi Colella fu Gaetano
Tommaso Coppola fu Saverio
Gaetano De Luca fu Antonio
Mariano Fantaccione fu Angelantonio
Emilio Fascione fu Antonio
Raffaele Fazio di Angelo
Amelio Fionda fu Michele
Alfonso Franzese fu Sossio
Bernardo Gigante fu Saverio
Tancredi Grossi fu Tommaso
Gaetano lafano fu Francesco
Salvatore Iaquaniello fu Cosmo
Umberto Longo fu Pietro
Roberto Magheri fu Cesare
Giuseppe Margiotta fu Pietro
Umberto Miele fu Domenico
Ferdinando Pacitto di Vincenzo
Antonio Pittiglio di Onorio
Luigi Quagliozzi di Benedetto
Michele Saragosa fu Giulio
Antonio Valente di Raffaele
Ernesto Varlese fu Antonio
Invece la lista di ispirazione democristiana aveva ottenuto 1.257 voti (33,68%) eleggendo sei consiglieri:
Vincenzo Capaldi
Umberto Capitanio
Eugenio Cocomello
Raffaele Cocchiara
Giovanni D’Alessandro
Carlo De Vivo
La terza lista ebbe 453 voti (12%) e nessun eletto27.
Il 17 ottobre Gaetano Di Biasio fu eletto sindaco, ottenendo 28 voti su 29 consiglieri comunali presenti in aula. Assunse pienamente le funzioni della carica a tre anni di distanza da quando era stato posto a capo del governo locale con decreto prefettizio. La Giunta municipale fu composta dagli assessori Luigi Colella, Tancredi Grossi, Giuseppe Margiotta, Luigi Colella, Michele Saragosa, Raffaele Fazio, Bernardo Gigante28.
CECCANO
L’iniziale svolgimento del turno elettorale era stato previsto per il 17 marzo, slittato poi al 31 marzo, quindi rinviato al 7 aprile 1946 e infine fissato al 13 ottobre. Il 12 febbraio 1946 il segretario del Psiup di Ceccano avv. Giuseppe Ambrosi aveva provveduto a denunciare le pressioni fatte con «violazione di domicilio, sequestro di persona, violenze e coercizioni» e «intimidazioni» ai candidati socialisti da parte di una «turba» di alcuni elementi del Pci locale per giungere alla presentazione di una lista comune. Infatti il giorno precedente alcuni elementi locali avevano provveduto a bloccare le porte di ingresso delle stanze nelle quali esponenti dei due partiti stavano lavorando separatamente per la compilazione delle rispettive liste comunali. L’avv. Amici presentò una denunzia al pretore chiedendo l’annullamento della data delle elezioni. Anche l’Arma dei Carabinieri segnalò il 19 febbraio che si erano verificati «vari incidenti» a Ceccano. Il prefetto il 5 marzo emise un provvedimento di rinvio delle elezioni facendole slittare al 7 aprile e nominò un commissario prefettizio, Francesco Flores, in sostituzione del sindaco Vincenzo Bovieri29.
CERVARO
In una nota pubblicata su «Il Rapido» a firma «S.B.», rintracciabile nell’avv. Silvio Bianchi a lungo corrispondente del periodico, si legge che la popolazione di Cervaro, paese «crivellato, scosso e distrutto dalla guerra», aveva «partecipato con scarso interesse» a quella prima tornata elettorale poiché anelava solo a «pace e pane, lavoro e tranquillità». Le elezioni erano state vinte dalla lista dei «cosiddetti democristiani» che era riuscita «a racimolare il 40% dei votanti: il resto assente». Alla minoranza erano andati quattro seggi, «raggiunti anche con basse quotazioni e, per simbolo, un repubblicano». Ai nuovi amministratori della cosa pubblica, la popolazione chiedeva di «levare il grido possente e disperato presso gli uomini di governo perché essi non [rimanessero] ancora indifferenti» ai problemi che attanagliavano la società locale30. Risultarono eletti31:
Edoardo Cascarino (sindaco)
Giovanni Pucci
Giovanbattista Curtis
Giovanni Margiotta
Silvio Arciero32
Modestino Spacagna
Enrico Murazio
Giulio Fusciardi
Antonio D’Aguanno
Giovanni De Curtis
Benedetto De Rosa33
Gaetano Pucci
Pasquale Vendittelli
Giuseppe Valente
Felice Canale
Enrico Tomassi
Antonio Pacitti
Vittorio Bordone
Vincenzo Pacitti
Nel corso della prima seduta del ricostituito Consiglio comunale venne eletto il sindaco nella persona di Edoardo Cascarino. L’altro importante organo di governo locale, la Giunta municipale risultò composta, oltre che dal sindaco, da Enrico Murazio, Gaetano Pucci, Modestino Spacagna e Pasquale Vendittelli in qualità di assessori effettivi e da Silvio Arciero ed Enrico Tomassi in qualità di assessori supplenti, e si riunì per la prima volta il 19 ottobre 1946. Due anni e mezzo dopo si giunse a un rimpasto e a un rimescolamento dell’assegnazione delle deleghe. Infatti il Consiglio comunale, nella seduta del 21 febbraio 1949, nominò il prof. Giovanni Pucci vice sindaco con delega alla Sanità e igiene e all’Educazione nazionale; Enrico Murazio alla Finanza, Stato civile, Leva ecc.; Pasquale Vendittelli ai Lavori Pubblici e al Servizio annonario; Modestino Spacagna alla Pubblica beneficenza mentre Enrico Tomassi fungeva da assessore supplente.
ESPERIA
Le elezioni si tennero il 31 marzo 1946. Furono presentate tre liste, una per ogni frazione di cui si compone il Comune, e gli elettori residenti in un centro espressero le proprie preferenze solo per la lista della propria borgata. Dei venti complessivi seggi del Consiglio Comunale, sette vennero assegnati a Monticelli e a S. Pietro Apostolo (Esperia inferiore), e sei a Roccaguglielma (Esperia superiore).
Il numero degli aventi diritto al voto era pari a 3.747 (di cui 1.739 maschi e 2.008 femmine), e si recarono alle urne 2.820 elettori (di cui 1.249 maschi e 1.571 femmine)34.
Candidati ed eletti (*) di Esperia superiore:
Silvio Chianese* voti 459
Osvaldo Di Cuffa* voti 457
Giuseppe Landolfi* voti 455
Amedeo Terilli* voti 455
Lorenzo Vallone* voti 453
Mario De Santis* voti 447
Carmine Bevilacqua voti 444
Albi Di Costanzo voti 444
Antonio Penge voti 444
Giovanni Palazzo voti 443
Candidati ed eletti (*) di Esperia inferiore:
Luigi Winkler* voti 728
Giuseppe Baris* voti 727
Guglielmo Fantacone* voti 726
Salvatore Di Russo* voti 725
Mario Granieri* voti 724
Alessandro Aceto* voti 710
Luigi Ciavolella* voti 231
Enrico Winkler voti 215
Giovanni D’Urso voti 214
Ferdinando Piacentino voti 213
Clino Di Cuffa voti 212
Alberto Aceto voti 212
Candidati ed eletti (*) di Monticelli (la lista, differentemente a quelle presentate negli altri due centri, si componeva di un numero di candidati pari ai seggi assegnati):
Giovanni Moretti* voti 861
Guido Moretti* voti 855
Emilio Cerrito* voti 837
Andrea Proia* voti 835
Roccantonio Moretti* voti 831
Benedetto Di Mezzo* voti 56
Giuseppe Caprarelli* voti 51
Il Consiglio Comunale elesse sindaco l’avv. Giovanni Moretti35 mentre la Giunta municipale risultò costituita da quattro assessori: l’avv. Silvio Chianese (vicesindaco), l’ins. Guido Moretti (Monticelli), e i sigg. Osvaldo Di Cuffa e Tommaso Terilli.
PONTECORVO
Lunedì 4 marzo 1946 si era tenuta a Pontecorvo «una numerosa riunione di cittadini ed esponenti di tutte le forze democratiche» allo scopo di «concretare una lista di candidati alle elezioni comunali fissate per il 7 aprile». Aderirono all’iniziativa, tra «gli altri, il Partito d’Azione, la Democrazia del Lavoro, il Partito Socialista, il Partito Comunista»36.
Furono due le liste che si contrapposero per il governo cittadino37:
Democrazia Cristiana capeggiata da Pio Ricci
Lista la «vanga» capeggiata da Giuseppe Ricci
ROCCADARCE (due liste)38
Democrazia Cristiana capeggiata da Federico Lancia
Lista la «spiga di grano» capeggiata da Francesco Iacone
ROCCASECCA (tre liste)39
Democrazia Cristiana capeggiata da Clelia Delli Colli Filippelli
«Unione democratica» (rappresentata da una Torre) capeggiata da Fausta Macoratti
Lista «Rinascita» (nel simbolo la semidiruta chiesa di S. Tommaso al Castello) capeggiata da Tommaso Abate
SERRONE
A Serrone si venne a instaurare una forte contrapposizione tra gli abitanti della borgata La Forma (composta da circa 250 abitanti) e quelli del centro. A causa del perdurare del «vivo malumore» venutosi a generare in paese, le elezioni comunali, che si sarebbero dovute svolgere il 10 marzo, furono sospese. L’8 marzo il ministero dell’Interno nominò un ispettore, Gaetano Barbagallo, con il compito di accertare la compilazione delle liste elettorali. Anche il periodico «La Voce Repubblicana» si occupò della questione con un articolo intitolato Uno strano rinvio delle elezioni amministrative a Serrone. In esso si sosteneva che la lista della «vanga», composta da reduci e da laboriosi contadini, era data per favorita alle elezioni. Tuttavia i certificati elettorali, «causa ristrettezza di tempo», non erano stati distribuiti nella loro totalità. In un primo momento anche una delle due liste contrapposte aveva accettato che gli elettori sprovvisti di certificati avrebbero potuto ritirarlo di persona prima del voto, poi però aveva eccepito tale irregolarità per cui aveva chiesto, e ottenuto, la sospensione e il rinvio delle elezioni, non senza che si venissero a suscitare forti polemiche40. Allora il turno elettorale inizialmente previsto per il 10 marzo slittò al 13 ottobre 1946. Si contrapposero tre liste41:
Lista la «vanga» capeggiata da Isidoro Caldaro
Lista la «zappa» capeggiata da Silvestro Pallocca
Lista la «conca» capeggiata da Sante Aglitti
S. AMBROGIO DEL GARIGLIANO (tre liste)42
Lista il «gallo» capeggiata da Ettore Broccoli
Lista la «pannocchia» capeggiata da Giuseppe Broccoli
Lista con «uccello su un ramo» capeggiata da Rocco Petreccia (formata da soli tre candidati)
S. DONATO VAL DI COMINO
Il 20 marzo alcuni cittadini di S. Donato avevano provveduto a depositare un esposto in merito alla fissazione della data di voto43. Il turno si tenne poi il 13 ottobre 1946.
Si contrapposero due liste44:
Democrazia Cristiana capeggiata da Gerardo Di Stasio
Lista «vanga e stella» capeggiata da Goffredo Massa
S. GIORGIO A LIRI (quattro liste)45
Democrazia Cristiana capeggiata da Mattia Mastronardi
Lista popolare con simbolo «S. Giorgio e un drago» capeggiata da Alberto Giusto Nardone
Lista «tre spighe di grano» capeggiata da Giuseppe Mazzonna (formata da soli tre candidati)
Lista con «profilo di una montagna con sole nascente (o morente?)» capeggiata da Giovanni Lucciola
S. GIOVANNI INCARICO (tre liste)46
Partito comunista italiano capeggiata da Ruggiero Di Gioia
Partito repubblicano italiano capeggiata Mario Levistici
Democrazia Cristiana capeggiata da Giuseppe Santoro
S. VITTORE DEL LAZIO
Il turno elettorale si svolse, «senza alcun incidente», il 24 marzo. La popolazione recatasi alle urne «con molta disciplina», fu pari al 98% degli aventi diritto. Furono eletti:
Cassone Ernesto
Chiota Filiberto
Buonanno Arturo
Borraccio Michele
Musto Luigi
Decina Vincenzo
Oliva Angelo
Saroli Oreste
Vandro Antonio
Musto Pietro
Manzi Salvatore
Spennato Pasquale
Ruscillo Francesco Paolo
Vendittelli Vittore
Decina Giuseppe
Ad essi spettava scegliere «tra persone oneste e piuttosto competenti» quelle più idonee «a ricoprire la carica Sindaco e di Assessori effettivi o supplenti. Chiunque sarà chiamato al posto di non lieve responsabilità, ponendo a tacere qualsiasi acrimonia o risentimento personale» spettava tracciare «un organico programma di ricostruzione del paese e della tutela dell’igiene della popolazione, nell’imminenza della stagione estiva». Fra i primi urgentissimi lavori da affrontare l’articolista segnalava «quelli dell’acquedotto, la pulizia delle stalle e dei vani disabitati delle case diroccate»47.
SORA
Nel turno svoltosi domenica 26 marzo si confrontarono tre liste, formate complessivamente da settantadue candidati48:
Lista «Scudo Crociato» col motto «Libertas» (Democrazia Cristiana):
Alfrediano Alfredo di N.N.
Boimond Maria fu Emilio
Caringi Rocco fu Pietrantonio
Colucci Liberato di Pasquale
Colucci Luigi di Domenico
Ferri Giovanni fu Pasquale
Gallo Eugenia fu Luigi
Gulia Mario fu Vincenzo
Lucarelli Attilio di Donato Vincenzo
Marcelli Antonio fu Geremia
Martinelli Aldo fu Giuseppe
Matteucci Bernardo di Antonio
Mormile Speranzina fu Pietro
Mosticone Vincenzo Domenico
Petrozzi Pasquale di Enrico
Polini Giuseppe di Vincenzo
Pompilio Francesco di Salvatore
Savona Francesco fu Ferdinando
Simoncelli Rocco fu Luigi
Tersigni Antonio di Angelo
Tersigni Giuseppe di Vincenzo
Tronconi Tito fu Ernesto
Venditti Bernardo fu Saverio
Vicini Aldo di Nicola
Lista «Falce Martello e Libro» (Comunisti e Socialisti):
Squeglia Ermanno di Raffaele
Baldassarra Enrico fu Raffaele
Vitti Rocco Annibale fu Beniamino
Salvatori Francesco di Luigi
Ferri Vincenzo di Nazzareno
Farina Domenico fu Vincenzo
Paniccia Vincenzo fu Domenico
Inglese Alberto fu Generoso
Corsi Giuseppe fu Paolo
Leone Vincenzo fu Saverio
Mormile Remo di Vincenzo
Maciocchi Vincenzo fu Luigi
Di Cosmo Domenico fu Tommaso
Recchia Luigi fu Giuseppe
Lucarelli Donato Vincenzo fu Francesco
Giacchetti Felice fu Tommaso
Di Vito Giuseppe fu Girolamo;
Caravella Mario di Giovanni
Castellucci Pasquale fu Giovanni
Jannuccelli Mario fu Crescenzio
Pellegrini Giovanni fu Vincenzo
Pagnanelli Vincenzo fu Beniamino
Tuzi Donato fu Giuseppe
Alonzi Giuseppe fu Giovanni
Lista «Vanga» (Repubblicani)
Alati Vincenzo di Francesco
Baldassurra Francesco di Giuliano
Barone Vincenzo fu Nicola
Costantini Giovanni fu Domenico
De Rubeis Francesco fu Giuseppe
Ferrari Carlo fu Pasquale
Jorio Giovanni di Luigi
La Pietra Pasquale fu Vincenzo
Lilla Attilio di Liberatore
Lilla Eliseo fu Silvio
Tersigni Pasquale di Vincenzo
Mammone Francesco fu Giuseppe
Massa Giacinto fu Enrico
Moretti Lavinio fu Domenico
Pagnanelli Luigi di Vincenzo
Parisi Annito di Domenico
Pennacchia Evangelista fu Giuseppe
Pompeo Emilio fu Domenico
Roccatani Domenico fu Valerio
Viscogliosi Giuseppe fu Adolfo
Tomassi Marcantonio fu Giuseppe
Tomei Carlo fu Alfonso
Venditti Vincenzo di Liberato
Venditti Vito di Antonio
La «lotta [elettorale fu] molto aspra», caratterizzata da «molti vivaci comizi e [da] una preparazione tecnica che [aveva] superato quelle delle passate elezioni amministrative dei primi lustri del Novecento», tuttavia non si registrò alcun incidente di rilievo.
Gli aventi di diritto risultavano essere n. 12.319, mentre i votanti affluiti alle quattordici sezioni elettorali furono 9.639.
«Alla lista della Democrazia Cristiana andarono 4.020 voti, al Partito Repubblicano 3.716, al Socialcomunismo 1.903»49. In sostanza «con uno scarto massimo di un paio di centinaia di voti, la lista della vanga, detta del purgatorio, soggiace[va] a quella della croce, detta paradiso; mentre resta[va] decisamente distaccata la lista dell’inferno con la falce e martello»50. Tuttavia una volta «cessato lo stridore degli altoparlanti dei tre partiti» e «cessate le violenze verbali», a Sora, «tutto [era] calmo» e la «cittadinanza, in genere», appariva «soddisfatta dell’esito della votazione»51.
VITICUSO
«Una certa ansia poteva scorgersi sui volti di quanti stamane si aggiravano nei pressi della residenza municipale in attesa che la prima seduta dei consiglieri eletti il 24 u.s. si iniziasse. L’ansia era in un certo qual modo giustificata se si pensi che da quella pubblica riunione Viticuso avrebbe avuto il sindaco e la giunta: coloro. cioè che avrebbero dovuto prendere i posti di maggiore responsabilità ed assumersi il compito non lieve di portare il paese sulla via della rinascita materiale ed anche perché no, morale. Dei nomi erano chiusi nel cuore della quasi totalità del popolo che nel suo giudizio sempre giusto vedeva come gli unici capaci da potersi sobbarcare il compito e portarlo a lieto fine.
Ma sarebbero risultati quei nomi? Avrebbero i quindici superate le loro passioni e giudicato con spassionata obiettività? E questo costituiva l’ansia. L’applauso che coronò la seduta rivelò che il popolo era stato soddisfatto, i quindici si erano in maggioranza fermati sui nomi dei più adatti al lavoro arduo che la ricostruzione del paese chiede.
Sindaco: Giovanni Coletta insegnante
Assessori: Carmine Zollo e Giovanni Cascarino
Assessori supplenti: Elia Fabrizio e Antonino Coletta
Con questi e con quelli che rimangono consiglieri Viticuso guarda fiduciosa verso il futuro»52.
Proprio le votazioni per l’elezione degli organi di governo locale furono quelle che offrirono anche in provincia di Frosinone i primi responsi sul rapporto e sulla forza delle nuove formazioni politiche. Esse segnarono la definitiva rottura tra democristiani e partiti di sinistra nonché sancirono la netta prevalenza della Dc, che conquistò 51 Comuni rispetto ai 12 social-comunisti e agli 11 repubblicani53.
REFERENDUM ISTITUZIONALE
Il decreto legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, emanato dal governo Bonomi a pochi giorni di distanza dalla liberazione di Roma, stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’Assemblea Costituente cui spettava decidere in merito alla questione istituzionale. Tuttavia dopo qualche tempo si aprì il dibattito all’interno della politica italiana se la scelta tra monarchia e repubblica dovesse essere adottata da un organo politico (Consulta nazionale o Assemblea costituente) oppure dovesse essere affidata direttamente al popolo italiano attraverso un referendum. Erano stati i gruppi politici favorevoli alla monarchia a sollecitare tale soluzione perché contavano nel tradizionale attaccamento dei vari strati popolari alla famiglia reale. Alla fine il governo De Gasperi emanò il Decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98 che integrava e modificava la normativa precedente del governo Bonomi, affidando la decisione sulla forma istituzionale dello Stato agli esiti di un referendum popolare. Il successivo decreto luogotenenziale n. 99 sempre del 16 marzo 1946, fissava le norme per la contemporanea effettuazione delle votazioni per il referendum e l’Assemblea costituente e che si tennero il 2 e il 3 giugno 1946.
Il sistema di votazione del referendum era molto semplice: bisognava tracciare un segno su uno dei due simboli presenti sulla scheda. Barrando sul contrassegno della «corona» si votava per il mantenimento della monarchia, diversamente barrando su quello della «testa di donna con fronda di quercia» si prediligeva la repubblica.
La campagna elettorale fu ricca di colpi di scena. Il più clamoroso fu l’abdicazione di re Vittorio Emanuele III. Il vecchio sovrano, salito al trono nel 1900, abdicava dopo quarantacinque anni e 284 giorni di regno, lasciando l’Italia e trasferendosi in esilio nei pressi di Alessandria d’Egitto. Il 6 maggio 1946 saliva ufficialmente sul trono il figlio Umberto II, già luogotenente del Regno. Fra l’altro l’8 maggio Maria Josè, moglie di Umberto di Savoia, si trovava a Cassino. Era stata accolta dal sindaco della città Gaetano Di Biasio, quantunque repubblicano, essendo giunta a Cassino in qualità di presidentessa della Croce Rossa Italiana per consegnare dei pacchi dono (qualche dolce e qualche giocattolo) ai bambini, una iniziativa «frutto di un intervento personale della stessa principessa o, comunque, della casa regnante»54. Pare che proprio nel corso della visita alla «città martire», Maria José abbia appreso di essere diventata regina d’Italia. I Carabinieri interruppero la distribuzione e la fecero salire su una macchina che si diresse immediatamente a Roma per essere presente alla semplice cerimonia d’investitura a sovrano d’Italia del marito Umberto.
Referendum istituzionale – 2 giugno 1946
Esito della votazione referendaria
Comune per Comune in provincia di Frosinone
Fin da subito si alzarono le voci di brogli elettorali da parte dei monarchici che contestavano sia l’elevato numero di schede nulle (più di un milione e centomila), sia la mancata integrità del corpo elettorale in quanto non si votò in alcuni territori italiani così come «non poterono partecipare molti italiani in prigionia all’estero».
Alla fine il 10 giugno 1946 dalla Corte di Cassazione proclamò i risultati definitivi. Subito dopo il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato. Umberto II accettò il risultato del referendum e mantenne un alto senso di responsabilità per le sorti del Paese, in quanto, «pur in assenza di alcuna imposizione», partì di propria volontà per l’esilio raggiungendo Cascais in Portogallo. Dopo la sua partenza si avviarono i lavori della Costituente che nell’arco di un anno e mezzo (24 giugno 1946 – 22 dicembre 1947), e nonostante i conflitti politici nazionali e internazionali (la guerra fredda, la divisione del mondo in sfere di influenza, l’estromissione delle sinistre dal governo italiano, gli scioperi, le proteste, le dimostrazioni di piazza, la difficile situazione economica dell’Italia del dopoguerra, la firma del Trattato di pace con le clausole militari, finanziarie, territoriali ecc.), consentirono al Paese di disporre della Carta Costituzionale.
In provincia di Frosinone, come avvertiva il prefetto, il cambiamento della forma istituzionale dello Stato, conseguente al referendum, era «avvenuto serenamente ed il trapasso dalla Monarchia alla Repubblica non [era] stato quasi avvertito»55.
Localmente il voto fu diversificato. A Morolo, ad esempio, si ebbe un perfetto equilibrio pari al 50%. La percentuale più alta a favore della monarchia si ebbe a Villa Santa Lucia (96,58%), quella a favore della repubblica a S. Donato Val di Comino (82,24%).
Nel Cassinate in genere, ma in particolare a Cassino, nonostante l’orientamento dell’intera Amministrazione comunale e l’attività di propaganda svolta da «Il Rapido» si verificò uno scarto notevole tra i voti ottenuti dalla monarchia e quelli per la repubblica. Gaetano Di Biasio commentò il risultato nettamente favorevole alla monarchia scrivendo che le «nostre popolazioni compresero quel grido di repubblica o repubblica, e la repubblica fu fatta, non per i voti delle urne, ma per i voti dei cuori, palpitanti sotto la pressione della vitale circolazione in fermento per nuovi bisogni più forti delle tradizioni»56. Il periodico «Il Rapido» scrisse che «il 90 per cento dei vivi di Cassino, con il referendum istituzionale, si [era] squalificato e si [era] disonorato davanti al mondo!». Tuttavia giustificò «quel 90 per cento di schede monarchiche» rispetto al 10% di voti per la repubblica della «città martire», come la «risultanza dello stato patologico e psicopatico in cui [era] stata ridotta dalla guerra la popolazione di Cassino» in conseguenza della «tremenda malaria». Infatti il responso delle urne di Cassino segnava «anche un indizio inconfondibile e preoccupante dello stato di salute di quella Città sventurata. La malaria [aveva] mietuto tante vittime a Cassino! Molti [erano] scampati alla morte, ma non agli attacchi della malaria: quasi tutti l’[avevano] avuta e la ten[evano] tuttora quella tremenda malattia cassinate, che si differenzia[va], per la sua gravità, dalle altre forme di malaria esenti da infezioni di cadaveri e di carogne; infatti non pochi [erano] stati ricoverati in manicomi». Pertanto «s’invoca[va] per quel 90 per cento di monarchici, il vizio totale di mente e il perdono umano»57.
LE ELEZIONI PER L’ASSEMBLEA COSTITUENTE
Il 2 e il 3 giugno 1946 si tennero anche le votazioni per l’Assemblea Costituente con l’utilizzo di un sistema elettorale di tipo proporzionale, con voto «diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti». Il Decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 aveva provveduto a ripartire il territorio italiano in 32 collegi elettorali, nei quali eleggere 573 deputati. Tuttavia le elezioni non si tennero nella provincia di Bolzano e nella Circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano, così i costituenti eletti furono 556.
I collegi elettorali erano plurinominali e i seggi e i voti residuati a questa prima fase venivano raggruppati poi nel C.U.N. (Collegio unico nazionale). Complessivamente le candidature femminili furono 226: 68 nel Pci, 29 nella Dc, 16 nel Psiup, 14 nel Partito d’Azione, 8 nell’Udn, 7 nell’Uq, 84 in altre liste. Furono 21 le donne elette, le cosiddette «Madri della Repubblica»58, diverse tra loro per età, estrazione sociale, formazione politica ed esperienza, «che però seppero lavorare insieme rappresentando un nobile esempio di lavoro “corale”, fornendo un’immagine di serietà, sobrietà e competenza».
In tutta Italia e in provincia di Frosinone l’attività politica dei partiti si andò facendo sempre più intensa in vista dei due importanti appuntamenti elettorali del 2 e 3 giugno. Gli esponenti di rilievo del governo e dei vari schieramenti politici furono presenti attivamente nelle piazze dei centri più importanti della provincia di Frosinone59.
In termini elettorali la provincia di Frosinone era stata aggregata alle province di Roma, Latina e Viterbo a formare il collegio XX al quale furono assegnati 33 seggi (di cui quattro attraverso il CUN). Nel collegio furono presentate 27 liste di partito, con complessivi 581 candidati. Le operazioni di voto, relazionava il prefetto, si svolsero «nella massima calma ed in perfetto ordine in ogni comune, tra l’armonia di tutti i partiti politici senza che si avesse a lamentare il benché minimo incidente».
A livello nazionale l’affluenza alle urne fu altissima: votarono 24.946.878 di elettori dei 28.005.449 aventi diritto per un totale dell’89,1%.
Dalla comparazione dei dati si evince che a livello nazionale i tre partiti di massa (Dc, Psiup e Pci) si affermarono più nettamente, in termini di voti, rispetto a quanto avvenne nel collegio XX. In provincia di Frosinone la Dc ebbe un consenso pari a più del doppio rispetto alla somma dei voti degli altri due partiti di massa. Buona fu anche l’affermazione sia del Partito repubblicano, che risultò il secondo partito della provincia sfruttando, probabilmente, il vantaggio determinato dal contemporaneo referendum istituzionale, sia dell’Udn che anche grazie al traino offerto in termini di voti dalla presenza di candidati locali60.
LA RAPPRESENTANZA TERRITORIALE: ELETTI E NON ELETTI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE
La rappresentanza provinciale nell’Assemblea Costituente fu offerta:
Dc Giacomo De Palma (Frosinone 26 novembre 1899 – 24 maggio 1976), avvocato, già esponente del Partito popolare, impegnato attivamente, fin dall’estate del 1944, nella ricostituzione della Dc frusinate, ottenne 11.811 voti di preferenza
Psiup Angelo Carboni (Frosinone 28 giugno 1891 – 8 gennaio 1977) avvocato, socialista, eletto con 6.150 voti di preferenza
Pri Ludovico Camangi (Sora 14 febbraio 1903 – 2 settembre 1976) ingegnere, eletto con 6.853 voti di preferenza
Giuseppe Salvatore Bellusci (San Demetrio Corone, Cosenza 31 maggio 1888 – 26 dicembre 1972) laurea in lettere e filosofia; insegnante, eletto con 6.612 voti di preferenza
Udn61 Guglielmo Visocchi62, ingegnere, industriale, eletto ma dichiarato decaduto
Candidati locali non eletti
Pci Marzi Domenico, avvocato, ex deputato al Parlamento, presidente dell’Ordine degli avvocati, presidente della Deputazione provinciale di Frosinone. Fu il 7° della lista, con 5.910 preferenze, primo dei non eletti63
Paone Mario, avvocato, fondatore e segretario dell’Associazione studentesca «Pensiero e Azione» nel 1920 a Cassino e dell’Unione goliardica per la liberà nel 1924-25. Nel Pci dal 1943. Deputato provinciale del Pci e membro del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma
Silvestri Renzo, dottore in Legge, membro del Comitato direttivo della Federazione di Frosinone
Grossi (Ezio) Antonio, nato a Villa Latina il 13 luglio 1898, avvocato, residente a Roma ove svolgeva l’attività professionale oltre che a Cassino e nel Cassinate, direttore de «Il Rapido», membro della Giunta provinciale di Frosinone, iscritto al Pci dal 1921, perseguito dal fascismo e sospeso per motivi politici dall’esercizio professionale. Era stato fra i creatori e poi componente del «Comitato per la ricostruzione di Cassino». Oltre che giornalista fu uno scrittore brillante, autore di varie pubblicazioni
Lapiccirella Marcella, insegnante
Meacci Natalina, partigiana
Alunni Settimia, impiegata, membro dell’Udi
Puccini Linda, professoressa
Psiup De Angelis Carlo, Terracina. Fu il 13° della lista, con 2.475 preferenze
Amici Vittorio, Frosinone, avvocato, capo zona del partito per la provincia di Frosinone. Fu il 32°della lista, con 740 preferenze
Pri: Ferrari Carlo, Sora, contadino
Uq: Bellisario Ulderico, Sora, geometra
Invece a Gaetano Di Biasio fu respinta la sua richiesta di candidatura. Sollecitato da varie personalità politiche aveva offerto la sua disponibilità a candidarsi da indipendente con il Partito repubblicano. Tuttavia la Prefettura di Frosinone lo escluse dalla lista dei candidati su disposizione della Giunta elettorale provinciale cui era pervenuta una denuncia presentata probabilmente dai «comunisti di Cassino che complottavano contro di lui per antagonismi di lotta politica». In sostanza l’accusa mossa a Di Biasio era quella di collaborazionismo con i nazifascisti relativamente a due questioni. La prima riguardava l’ospitalità ricevuta nei mesi dello sfollamento, prima a Sant’Elia e poi a Valvori, da Carlo Pirolli, gerarca del Pnf provinciale. La seconda, invece, era relativa a quando il commissario prefettizio della provincia, Arturo Rocchi, accompagnato da alcuni ufficiali tedeschi, si era recato a Valvori il 7 novembre 1943 per ordinare lo sgombero della popolazione civile giungendovi con la «sigaretta tra le labbra, tutto tronfio, senza pur degnar di uno sguardo i paesani». Di Biasio che lo conosceva essendo originario di Cassino, avvicinò Rocchi e cercò di trattare con il commissario prefettizio le modalità dello sgombero al fine di ridurre «disagi e maltrattamenti» agli sfollati. Tuttavia non gli riuscì di concordare nulla in merito alle modalità di evacuazione con Rocchi che «montò in automobile e via!». Quando poi Di Biasio fu escluso dalla lista dei candidati per l’Assemblea Costituente, denunciò il firmatario del ricorso ma poi ritirò la querela per diffamazione e calunnia presentata, «come sempre perdonando»64.
1 Sulle questioni della ricostruzione cfr. G. de Angelis-Curtis, Politica, economia e società in provincia di Frosinone (1944-1948), Caramanica Editore, Marina di Minturno 1996.
2 Roberto Siragusa (1888-1964), di origine palermitana, fu prefetto della provincia di Frosinone dal 30 marzo 1945 al 29 luglio 1948.
3 Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi A.C.S.), Ministero dell’Interno, Gab. 1948, b. 82, f. 14836, Situazione prov.le mese di luglio 1948, 4 agosto 1948.
4 In quegli frangenti la popolazione sembrò estranea alle vicende politiche rimanendo, ad esempio, «indifferente» alla «manifestazione per la Costituente» organizzata il 14 ottobre 1945 a Frosinone e nei centri più importanti della provincia, così come nessuna reazione fu segnalata dal prefetto in occasione della crisi del governo Parri (A.C.S., Ministero dell’Interno, Fasc. Perm., b. 201, f. 3263).
5 A.C.S., Ministero dell’Interno, Fasc. Perm., b. 201, f. 3263, Relazione trimestrale della situazione della provincia, 25 luglio 1945.
6 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 51, f. 4256, Relazione del compagno avv. Vittorio Amici – Capo zona per la provincia di Frosinone del P.S.I.U.P. – Federazione laziale, 22 agosto 1944.
7 C. Jadecola, Mal’aria, Centro di Studi sorani “V. Patriarca”, Sora 1998, p. 225.
8 A.C.S., Ministero dell’Interno, Fasc. perm., b. 201, f. 3263, Relazione Trimestrale – Situazione generale della Provincia, 29 marzo 1945.
9 A.C.S., Ministero dell’Interno, Dir. gen. P.S., cat. C2I, Rel. dei Prefetti 1944, b. 20, Relazione sulla provincia di Frosinone, 23 agosto 1944.
10 A.C.S., Ministero dell’Interno, Fasc. perm., b. 201, f. 3263, Frosinone – Relazione trimestrale sulla situazione generale della provincia, 25 luglio 1945.
11 Il sistema elettorale comunale era di tipo proporzionale per i Comuni al di sopra dei 30.000 al pari dei capoluoghi di provincia mentre di tipo maggioritario per tutti gli altri.
12 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946.
13 Le date delle elezioni, in «Il Rapido», 18 febbraio 1946, a. 2, n. 4, p. 2.
14 Alla fine delle operazioni di voto un gruppo di elettori aveva manifestato l’intenzione di voler permanere nei locali delle sezioni elettorali per «piantonamento» delle urne. Dovette intervenire la forza armata per «sciogliere assembramento» cui seguì il fermo di sette persone (A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946).
15 Il 15 marzo 1946 era pervenuta al ministero dell’Interno una nota tesa a ottenere la sospensione delle operazioni di voto ritenendole illegali (Ibidem).
16 A seguito di ricorso, il turno slittò al 7 aprile. Nell’imminenza della scadenza, il 4 aprile, il Pci provinciale chiese al ministero dell’Interno la disponibilità di quattro automezzi per trasportare nella cittadina i cittadini di Filettino che si trovavano residenti in agro pontino, affinché potessero recarsi alle urne (Ibidem).
17 Il turno elettorale era stato previsto inizialmente per il 10 marzo 1946.
18 Il turno elettorale era stato previsto inizialmente per il 24 marzo 1946.
19 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946.
20 Da Cassino. Nostalgie di fascismo. Una manifestazione repubblicana repressa al grido di Be-ni-to!, in «Il Rapido», a. II, n. 7, 11 marzo 1946.
21 C. Jadecola, Mal’aria … cit., pp. 243-244.
22 Belmonte Castello. Schermaglie elettorali, in «Il Rapido», a. II, n. 7, 11 marzo 1946.
23 A.C.S., Ministero dell’Interno, Dir. Gen. P.S., cat. C21, Rel. dei Prefetti 1946, b. 31, Rel. settimanale dall’11 al 17/2 u,s., 8 febbraio 1946.
24 Da Cassino. A quando le elezioni?…, in «Il Rapido», a. II, n. 7, 11 marzo 1946.
25 Con Gaetano Di Biasio per la rinascita di Cassino, in «Il Rapido», a II, n. 29, 3 ottobre 1946, pp. 1-2.
26 Da Cassino. Vittoria di popolo alle elezioni, in «Il Rapido», a. II, n. 30, 24 ottobre 1946, p. 3.
27 P. Terranova, Cassino “40 anni di vita”, I.C.E.P., Villa S. Lucia 1988, pp. 242-286.
28 G. de Angelis-Curtis, Gaetano Di Biasio 1877-1959. Carattere di impertinente ribelle e di sognatore …, Sambucci Ed., Cassino 2012, p. 105.
29 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946.
30 Cervaro. Le elezioni amministrative, in «Il Rapido», a. II, n. 31, 31 ottobre 1946.
31 Non conclusero il mandato l’avv. Benedetto De Rosa, Silvio Arciero e Antonio D’Aguanno perché deceduti; invece Giovanni De Curtis e Giovanni Margiotta per espatrio.
32 Silvio Arciero, «padre esemplare, cittadino onesto, membro dell’Amministrazione Comunale attivo e sagace» scomparve il 31 marzo 1949 lasciando la moglie, due piccoli figli, i fratelli rev. don Roberto, Adolfo, Tommaso e Raffaele e la sorella Giannina (E. Renzi, Cervaro. Lutti, «Il Rapido», a. V, n. 4, 19 maggio 1949).
33 Benedetto De Rosa, avvocato, «esimio professionista», scomparve l’8 febbraio 1949 a causa di un male «ribelle a tutte le cure», lasciando la consorte, N.D. Pierina Cantarano e tre figli, l’avv. Antonio, il dott. Giuseppe e la sig.ra Maria sposata con il dott. Giuseppe Cataldi (E. Renzi, Cervaro. Un lutto, «Il Rapido», a. V, n. 3, 24 marzo 1949).
34 Archivio di Stato di Frosinone, Prefettura, II vers., serie IV, b. 14.
35 Giovanni Moretti (1893-1949), avvocato, amico fraterno di Gaetano Di Biasio e Carlo Baccari, cercò, fin dall’inizio del suo mandato, di lenire in qualche modo gli effetti della guerra e delle violenze subite dalla popolazione del suo Comune. Ci volle il suo coraggio perché la questione delle «marocchinate» che tanto aveva segnato dal punto di vista sociale e sanitario la cittadina, tornasse a essere considerata in tutta la sua gravità. Dovette però attendere il novembre 1946 perché la vicenda degli stupri e delle violenze esplodesse nell’ambito nell’opinione pubblica nazionale e, conseguentemente, nelle istituzioni italiane e internazionali. Approfittò della prima occasione pubblica alla quale partecipò in qualità di amministratore locale, rappresentata dalla riunione svoltasi il 12 novembre 1946 a Cassino dell’assemblea dei sindaci dell’Associazione dei Comuni dalle Mainarde al mare (vi aderirono 57 Comuni uniti nel motto dibiasiano «una voce, una croce», la cui presidenza era di diritto assegnata al sindaco di Cassino, allora Gaetano Di Biasio, con lo scopo di sovrintendere alla ricostruzione delle aree martoriate dalla guerra; G. de Angelis-Curtis, Gaetano Di Biasio … cit., p. 106). Nel corso di quel primo incontro di sindaci Giovanni Moretti denunciò la «situazione di grave emergenza» della popolazione locale. Tenne una relazione «accorata, particolareggiata, terribile che sconvolse e commosse l’intera platea» in quanto parlò della vicenda delle violenze patite dalle donne, definite «marocchinate», a opera delle Truppe di colore del Corpo di spedizione francese. Le parole pronunciate deflagrarono nella riunione ed ebbero un forte impatto sugli altri sindaci presenti che non si aspettavano tali rivelazioni e un «grido elevato di commozione dolorosa» si levò da quel consesso. All’incontro dei sindaci assistevano anche i giornalisti de «Il Rapido», come il suo direttore avv. Ezio Antonio Grossi, e furono proprio gli articoli pubblicati dal settimanale sul Commovente intervento del sindaco di Esperia e sulle Donne “Marocchinate” che fecero da cassa di risonanza riuscendo a porre la questione a livello parlamentare e dell’opinione pubblica nazionale e internazionale (cfr. G. de Angelis-Curtis, Giovanni Moretti. Il sindaco di Esperia che denunciò le «disumane offese di scellerati invasori», Cdsc-Aps, Cassino 2022).
36 Le forze democratiche per le elezioni, in «Il Rapido», a. II, n. 7, 11 marzo 1946.
37 C. Jadecola, Mal’aria … cit., pp. 243-244.
38 Ibidem.
39 Ibidem. Le prime due liste avevano come capolista altrettante donne.
40 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946.
41 C. Jadecola, Mal’aria … cit., pp. 243-244.
42 Ibidem.
43 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 224, f. 22966, Elezioni Amministrative 1946.
44 C. Jadecola, Mal’aria … cit., pp. 243-244.
45 Ibidem.
46 Ibidem, pp. 243-244.
47 S. Vittore del Lazio. L’esito delle elezioni, in «Il Rapido», a. II, n. 10, 1 aprile 1946, p. 4.
48 Da Sora. Schieramento elettorale, in «Il Rapido», a. II, n. 7, 11 marzo 1946.
49 Da Sora. Risultato delle elezioni. Le forze di sinistra in maggioranza numerica, in «Il Rapido», 15 aprile 1946, a. 2, n. 12, p. 4.
50 Elezioni Amministrative a Sora, in «La Voce di Cassino», a. II, n. 9, 15 aprile 1946.
51 Da Sora. Dopo le elezioni, in «Il Rapido», a. II, n. 11, 8 aprile 1946, p. 4.
52 Viticuso. La prima seduta del Consiglio Comunale, in «Il Rapido», 22 aprile 1946, a. 2, n. 13, p. 4.
53 C. Jadecola, Mal’aria … cit., p. 225.
54 L. Serra, I Savoia a Cassino e nel Cassinate dal 1861 al 1983, Tip. Pontone, Cassino 1985.
55 A.C.S., Ministero dell’Interno, Dir. gen. P. S., cat. C2I, Rel. dei Prefetti 1946, b. 31, Relazione sulla situazione politica, economico-annonaria, sullo spirito e l’ordine pubblico e sulle condizioni della P. S. – Mese di giugno 1946, 2 luglio 1946.
56 «La Voce di Cassino», a. II, n. 11, 18 luglio 1946.
57 C. Barbato, Vizio totale di mente, in «Il Rapido», a. II, n. 19, 13 giugno 1946, n. 11.
58 Nove per il Pci: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minelli, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi; nove per la Dc: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio; due per il Psiup: Bianca Bianchi, Lina Merlin; una per il Fronte dell’Uomo Qualunque: Ottavia Penna (dimissionaria, passata al Pli).
59A.C.S., Ministero dell’Interno, Direzione generale P.S., cat. C21, Relazione dei Prefetti, b. 31, Relazione sulla situazione politica, economico-annonaria, sullo spirito e l’ordine pubblico e le condizioni della P.S., 10 giugno 1946.
60 A.C.S., Ministero dell’Interno, Gab. 1948, b. 82, f. 14836, Situazione provinciale mese di aprile 1948, 4 maggio 1948.
61 Per certi versi va aggiunto Giovanni Persico, avvocato di Benevento, demolaburista, sottosegretario al Tesoro nel governo Parri e nel I governo De Gasperi. Autodefinitosi come l’«unico deputato aventiniano superstite di Terra di Lavoro», prima delle elezioni del 1946 svolse un’intensa attività politica anche nella parte meridionale della Regione Lazio. Il 21 settembre 1945 organizzò a Formia una riunione tra rappresentanti delle amministrazioni comunali per discutere in merito alla questione della ricostituzione integrale della provincia di Caserta (P. G. Sottoriva, La Provincia divisa. Breve storia dei tentativi del sud Lazio di aggregarsi attorno alla sesta provincia, in «Annali del Lazio Meridionale», a. V, n. 1, giugno 2005, Ed. Odisseo, Itri 2005, p. 18). Si mostrò sempre particolarmente attento alle problematiche dell’area a cavallo della Linea Gustav, stimolando, attraverso la presentazione di varie interpellanze ed interrogazioni, gli organi istituzionali a fornire sollecite e concrete risposte per la definizione dei problemi che affliggevano le popolazioni del Lazio meridionale.
62 Nato ad Atina il primo maggio 1900, era figlio di Orazio e Lucrezia Sipari. Laureatosi presso l’Università di Napoli, si era sposato nel settembre 1933 con Maria Teresa Baffo di origine veneziana. Era tornato ad essere unico proprietario della cartiera di famiglia e della centrale elettrica di Castellone nonché di numerosi appezzamenti di terra disseminati tra Atina, San Donato Val di Comino, Sant’Elia Fiumerapido e Cerignola, in Puglia.
63 Dopo il deludente risultato elettorale alla Costituente che seguiva quello delle elezioni comunali di primavera, Marzi rassegnò le dimissioni da presidente dell’Amministrazione provinciale di Frosinone e, nell’estate, il prefetto della provincia, Roberto Siragusa, affidò la presidenza della Deputazione provinciale a Cesare Augusto Fanelli (E. Mazzocchi, Lotte politiche e sociali nel Lazio meridionale, Carocci, Roma 2003, p. 103).
64 G. de Angelis-Curtis, Gaetano Di Biasio … cit., p. 101.
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