«Studi Cassinati», anno 2026, n. 2
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di
Gaetano de Angelis-Curtis
Nelle votazioni del 2 e 3 giugno 1946 per l’Assemblea Costituente1 fu eletta una sparuta rappresentanza del territorio della provincia di Frosinone2 formata dal democristiano Giacomo De Palma3, dal socialista Angelo Carboni4 dal repubblicano Ludovico Camangi5 (ai quali, per certi versi, va aggiunto anche Giovanni Persico6) e da Guglielmo Visocchi. Ben presto, però, essa venne a perdere uno dei suoi componenti in quanto Guglielmo Visocchi decadde da parlamentare per annullamento dell’elezione.
LA FAMIGLIA VISOCCHI
Guglielmo Visocchi, figlio di Orazio e Lucrezia Sipari, nato ad Atina il primo maggio 1900 (è scomparso poi il 2 febbraio 1959), laureatosi presso l’Università di Napoli in ingegneria, industriale e agricoltore, sposatosi nel settembre 1933 con Maria Teresa Baffo di origine veneziana7, negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale era tornato ad essere unico proprietario della cartiera di famiglia di Atina, dell’altra cartiera Arata di Ceprano8, della centrale elettrica di Castellone, della miniera di manganese ubicata nel Comune di Casalattico9, nonché di numerosi appezzamenti di terra disseminati in Val di Comino (tra Atina e San Donato), a Sant’Elia Fiumerapido (Chiusanuova) e a Cerignola (in Puglia)10. Egli era l’ultimo rappresentante di una famiglia che vantava da più di un secolo una fiorente attività agricola e industriale cui, nel corso degli anni, aveva associato una robusta tradizione politica e amministrativa11. A partire infatti dall’Unità d’Italia, vari esponenti della famiglia avevano ottenuto incarichi politici, istituzionali e di gestione di governo locale e nazionale, il cui più illustre rappresentante fu Achille Visocchi che fu deputato alla Camera, senatore, sottosegretario, ministro12.
Nel momento in cui l’Italia si appresta alla ricostruzione, dopo la dura esperienza patita negli anni di guerra, la famiglia Visocchi si mostrava di nuovo pronta a iniziare una nuova stagione politico-elettorale. Fu dunque Guglielmo Visocchi a raccogliere anche questo tipo di eredità. Inizialmente si candidò alle elezioni per il Consiglio Comunale di Atina tenutesi il 24 marzo 1946, risultando eletto. Poi dal 4 maggio successivo, e fino al 15 giugno 1952, fu il primo sindaco di Atina del secondo dopoguerra13.
Nel frattempo iniziò a divenire oggetto delle critiche da parte de «Il Popolano», il giornale della Federazione provinciale comunista di Frosinone probabilmente anche per le azioni legali che iniziò a intraprendere a tutela della sua proprietà terriera, la tenuta di Chiusanuova a S. Elia Fiumerapido.
Infatti l’autunno del 1945 fu caratterizzato dai due più eclatanti episodi di occupazioni delle terre che la provincia di Frosinone sperimentò in quel periodo e che ebbero come epicentri S. Elia Fiume Rapido e Paliano. Le terre della tenuta Chiusanuova, ubicata a cavallo del confine tra S. Elia Fiume Rapido e Cassino, di proprietà di Guglielmo Visocchi, vennero occupate dagli ex-coloni del podere. L’invasione fu originata dal disconoscimento, da parte della proprietà, della validità dei contratti agrari stipulati nel periodo pre-bellico. L’ing. Visocchi se ne riteneva svincolato e li reputava decaduti sia perché già dal marzo ‘42 aveva richiesto il rilascio dei terreni per eseguire un programma di appoderamento, sia perché reputava che i terreni fossero stati pacificamente rilasciati a seguito degli eventi bellici. Infatti immediatamente dopo la liberazione del territorio, e cioè già a partire dal settembre del ‘44, egli aveva fatto eseguire a proprie spese dei lavori di bonifica e di sminamento dei terreni, si era adoperato per dotare l’azienda di nuovi macchinari, attrezzi e bestiame così come aveva provveduto a sottoscrivere nuovi contratti che contemplavano la cessione della tenuta in colonia a nove nuove famiglie. Un dirigente della Federterra e il sindaco di Sant’Elia, il socialista Rosolino Riga, che si era schierato a sostegno delle richieste degli ex-coloni, effettuarono un sopralluogo al fine di verificare se sussistessero elementi che consentissero l’applicazione del decreto Gullo n. 279 sulle terre incolte, ma l’esito della verifica fu negativo. Allora il 27 ottobre circa 200 ex coloni, ritenendo ancora validi i contratti stipulati con Guglielmo Visocchi, minacciarono l’invasione della tenuta nell’intento di scacciare i nuovi coloni e suddividerla in lotti. Poi il 4 novembre successivo la occuparono14. Il prefetto non dette disposizioni per lo sgombero delle terre invase ma tentò un’opera di conciliazione della vertenza, convocando le parti che però nel corso di due riunioni non riuscirono a trovare un accordo. Per ricomporre la controversia, in modo da poter soddisfare le richieste e le esigenze degli ex-coloni, venne deciso di fare pressioni sui nuovi coloni affinché cedessero parte dei terreni della tenuta ai vecchi lavoratori anche perché a tale eventuale soluzione il proprietario non si sarebbe opposto pur se quest’ultimo avvertì il prefetto che avrebbe continuato a considerare possessori legittimi della terra solo le famiglie con le quali aveva stipulato, nell’autunno del ‘44, i nuovi contratti di colonia15. Tuttavia la questione si andò protraendo nei mesi successivi. Infatti qualche tempo dopo Guglielmo Visocchi depositò un esposto al pretore di Cassino nel quale lamentava che quaranta famiglie di S. Elia Fiumerapido lo «avevano spogliato d’un suo latifondo» per cui ne chiedeva l’«immediata reintegra». Il pretore, «inaudita altera parte»emise la sentenza di restituzione alla proprietà dei terreni e il 2 settembre 1946 vi giunse l’ufficiale giudiziario che «bellamente e collettivamente (!) e con un unico verbale» sfrattò le quaranta famiglie16.
Probabilmente fu anche per tali questioni che il periodico comunista «Il Popolano» iniziò a criticare Guglielmo Visocchi. Avendo avviato una campagna di stampa contro fascisti, «repubblichini» e «profittatori del regime», ricordava che l’ingegnere atinate in epoca fascista era stato «segretario del fascio di Atina, ufficiale della M.V.S.N., già ‘duce’ dell’Opera Nazionale Balilla» nonché evidenziava che nel ventennio era stato un «feroce antagonista del degno collega Bergamaschi, amico intimo del ‘generale’ Umberto Ricci». Allo stesso tempo il giornale segnalava che nel dopoguerra l’erede di casa Visocchi intendeva «farsi passare … per antifascista». Così domandandosi come potesse trovarsi ancora «a piede libero», lo segnalava alle autorità nazionali affinché la questura provvedesse «a sgomberare le strade di Atina da questo residuo del passato, per il quale, come per tutti gli elementi della sua risma, la parola democrazia d[oveva] significare condanna»17.
Intanto si stavano avvicinando le elezioni del 2 e 3 giugno 1946 per l’Assemblea Costituente. Poiché Achille Visocchi era appena scomparso18 e poi nel corso del tempo aveva man mano trasferito i propri interessi economici nell’agro aversano e quelli professionali e politici tra Napoli e Roma, attenuando così i rapporti con il territorio d’origine e presumibilmente proprio per tale motivo la candidatura per le elezioni alla Costituente del figlio Alberto appariva improponibile, la rappresentanza politica della famiglia fu assunta da Guglielmo Visocchi. Così l’ingegnere e industriale atinate decise di avanzare la propria candidatura alla Costituente nel Collegio elettorale XX19 che risultò costituito, nella nuova geografia elettorale, dall’aggregazione della provincia di Frosinone con quelle di Roma, Latina e Viterbo, e a cui erano assegnati 33 seggi (di cui quattro attraverso il CUN).
Guglielmo Visocchi si presentò all’elettorato nelle fila dell’Unione democratica nazionale20 un cartello elettorale costituitosi proprio in occasione delle elezioni alla Costituente che risultava formato dal Pli (Partito liberale), dal Pdl (Partito democratico del lavoro)21 e dall’Unione per la Ricostruzione nazionale (un raggruppamento creato da Francesco Saverio Nitti). La scelta operata da Guglielmo Visocchi non dovette essere il frutto di un caso proprio perché quel raggruppamento annoverava una serie di grandi personalità della politica italiana, già presidenti del Consiglio e ministri dell’Italia liberale. Fra essi, ad esempio, Francesco Saverio Nitti con cui Achille Visocchi, zio di Guglielmo22, aveva intrattenuto, almeno fino all’avvento del fascismo, ottimi rapporti politici.
Avviatasi la campagna elettorale, accanto all’attiva propaganda dei tre maggiori partiti (Dc, Pci e Psiup), si segnalò proprio quella dell’Udn con alcuni tra i suoi maggiori leaders, come gli ex-presidenti del Consiglio Ivanoe Bonomi e Francesco Saverio Nitti, i consultori Dante Veroni, Giovanni Persico e il consigliere di Stato Aldo Bozzi, che svolsero un’intensa attività di propaganda. Anche Guglielmo Visocchi partecipò attivamente alla campagna elettorale tenendo comizi e incontri in vari Comuni della provincia. Ad esempio il prefetto ne registra la presenza a Frosinone oppure a Monte S. Giovanni Campano23.
Nella tornata elettorale l’Udn ottenne i seguenti voti di lista24:
Provincia di Frosinone 25.313 pari al 13,1%
Provincia di Latina 7.227 pari al 6,9%
Provincia di Viterbo 3.735 pari al 2,9%
Provincia di Roma 62.595 pari al 6,4%
Collegio XX (complessivo) 98.870 pari al 7,1%
Risultato nazionale 1.560.638 pari al 6,8%
Il risultato ottenuto l’Udn a livello nazionale, attestatosi al 6,8%, fu un risultato «modestissimo» che segnò il tracollo elettorale sia del Partito liberale italiano che aveva dominato la scena politica italiana fino all’avvento del fascismo (nel 1921 aveva il 47,1% dei voti), sia dei demo-laburisti del Pdl.
Nel Collegio XX ottenne un risultato in linea con quello nazionale mentre invece fu ben più corposo l’esito in provincia di Frosinone nel quale divenne il terzo partito dopo la Dc (70.431 voti, 36,6%) e il Pri (30.224 voti, 15,7%) ma davanti a partiti ben più strutturati come Psiup (17.601 voti, 9,1%) e Pci (15.410, 8%).
Complessivamente i seggi conquistati dall’Udn in tutta Italia furono 41, di cui due assegnati sulla base del risultato conseguito nel Collegio XX e così ripartiti sulla base delle preferenze dei singoli candidati:
Orlando Vittorio Emanuele 28.390 (eletto al C.U.N.)
Nitti Francesco Saverio 25.198 (eletto al C.U.N.)
Bonomi Ivanoe 15.649 (eletto al C.U.N.)
Croce Benedetto 15.396 (eletto al C.U.N.)
Visocchi Guglielmo 12.507 ********
Bozzi Aldo 9.801
Persico Giovanni 9.236 (opta per il collegio XXIII Napoli-Caserta)
Veroni Dante 9.126 ********
Guglielmo Visocchi conquistò uno dei due seggi assegnati all’Udn (dopo gli eletti al C.U.N.). Il risultato personale registrato fu di rilievo. L’elevato consenso ottenuto in termini di voti di preferenza gli permise non solo di essere il candidato della provincia di Frosinone più votato (De Palma, infatti, aveva avuto 11.811 preferenze, Camangi 6.853 e Carboni 6.150) ma anche di porsi, all’interno della lista Udn, immediatamente a ridosso di importanti personalità come Ivanoe Bonomi e Benedetto Croce nonché di sopravanzare, in termini numerici, illustri esponenti quali Luigi Einaudi (7.793) e Meuccio Ruini (3.798).
La presenza di un esponente della famiglia Visocchi appare immediatamente visibile nel risultato elettorale ottenuto dall’Udn nel Collegio XX. Infatti i voti di lista offerti all’Udn dall’elettorato residente nei Comuni della provincia di Frosinone appaiono percentualmente doppi rispetto a quelli ottenuti nella circoscrizione romana e pontina, nonché nettamente superiori al modesto risultato conseguito nel viterbese. Proprio la cartografia elettorale fa evincere con chiarezza che all’interno della provincia di Frosinone furono gli elettori dell’area meridionale a profondere con abbondanza l’Udn di voti e Guglielmo Visocchi di preferenze. In sostanza proprio quello stesso bacino di voti, rappresentato dal vecchio Collegio elettorale di Cassino, a cui avevano attinto in età liberale e nel primo dopoguerra i vari esponenti della famiglia atinate, a distanza di quasi un quarto di secolo, nonostante il ventennio fascista, l’amara esperienza della guerra e le spinte ideologico-elettoralistiche di numerosi partiti di cui ben tre di massa, si era apprestato, ancora una volta, a tributare il proprio sostegno elettoralistico a un rappresentante della famiglia Visocchi. L’Udn prevalse in diciannove Comuni: Acquafondata, Aquino, Atina, Belmonte Castello, Casalattico, Colfelice, Esperia, Pastena, Pontecorvo, San Biagio, Sant’Elia, San Vittore, Santopadre, Terelle, Vallemaio, Vicalvi, Villa Latina, Villa Santa Lucia e Torrice, che, con l’eccezione di quest’ultimo, sono tutti dislocati nella parte meridionale della provincia25. Nel resto del collegio XX, invece, l’Udn riuscì a prevalere solo in altri quattro Comuni, di cui tre in provincia di Latina (Castelforte, Minturno e Spigno Saturnia) ed uno in quella di Roma (Sant’Angelo Romano).
Sulla base dell’esito elettorale il 28 giugno 1946 Guglielmo Visocchi fu proclamato deputato dell’Assemblea Costituente.
L’ANNULLAMENTO DELLA ELEZIONE A DEPUTATO E I CASI VISOCCHI E DE MARTINO
Tuttavia la sua proclamazione iniziò, fin da subito, a essere contestata sia nell’opinione pubblica a mezzo stampa, di cui si fecero portavoce i due periodici di Cassino, sia a livello istituzionale in sede di Costituente.
Antonio Loffredo in un articolo pubblicato su «La Voce di Cassino e dei Comuni della battaglia», il periodico fondato da Gaetano Di Biasio, sottolineava ironicamente che «don Guglielmo Visocchi, nella qualità di nipote di suo zio», era riuscito a superare «di molte lunghezze altri suoi concorrenti di scarso valore come Luigi Einaudi, Giovanni Persico, Meuccio Ruini, Leone Cattani, Aldo Bozzi … Carandini». L’elezione dell’ingegnere di Atina, «rappresentante di un feudalismo che ha fatto il suo tempo ormai della nostra regione come altrove», si presentava «come il caso del membro di buona famiglia … destinato ad occupare il suo posto per tradizione». Il suo ingresso nell’Assemblea derivava, a giudizio dell’articolista, da un «deplorevole difetto» insito nel meccanismo elettorale che aveva consentito l’«esaltazione del titolare di un feudo agli onori della Costituente». Infatti l’elevato consenso era stato ottenuto in «virtù del suo nome» e in un territorio caratterizzato dal «suo dominio di parentele e di clientele e di dipendenti a titoli vari»26.
A livello parlamentare, invece, furono depositati alla Costituente tre ricorsi, presentati da altrettanti elettori, di cui uno a firma di Dante Veroni, il primo dei non eletti dell’Udn, con i quali si chiedeva che venisse riconosciuta la ineleggibilità di Guglielmo Visocchi sulla base dell’art. 11 della Legge elettorale (D.L.L. 10 marzo 1936, n. 74). In sostanza se ne reclamava la decadenza da parlamentare in quanto concessionario di autorizzazione statale alla derivazione delle acque dei fiumi Melfa e Liri, utilizzate per il funzionamento degli stabilimenti cartari di Ceprano e Atina, nonché di sfruttamento di una miniera di manganese ubicata nel Comune di Casalattico.
La questione fu affrontata in sede di Giunta delle elezioni. Il periodico «Il Rapido» seguì con attenzione i lavori dell’organo parlamentare pubblicando con puntualità le decisioni sulla decadenza, cui si mostrava apertamente favorevole.
La Giunta, presieduta da Giovanni Bertini della Dc, era composta da ventisei membri fra cui Attilio Piccioni (segretario generale della Democrazia Cristiana), Umberto Tupini (ex ministro guardasigilli), Stefano Jacini (già ministro della guerra) e Giuseppe Fuschini (già componente della Commissione per la riforma elettorale) tutti democristiani, nonché il socialista Sandro Pertini (direttore dell’«Avanti»). Relatore fu il parlamentare comunista Ruggero Grieco. La Giunta si occupò della contestata elezione nel corso della sua terza seduta pubblica tenutasi verso la fine di settembre 1946. Nella relazione, predisposta sulla base dei documenti trasmessi dal Ministero dei LL.PP., delle Finanze e dell’Industria, Ruggero Grieco vi sosteneva che Guglielmo Visocchi era «personalmente vincolato allo Stato da quattro concessioni demaniali di notevole entità» le quali rientravano «nella categoria delle concessioni tipiche non solo perché concreta[vano] un godimento eccezionale di un bene pubblico da parte di un cittadino, ma anche perché, secondo la legge sulle acque pubbliche, rientra[vano] per la loro entità fra le grandi derivazioni». Poiché gli «estesi» interessi personali dell’ing. Visocchi apparivano «in contrasto con quelli dello Stato», chiedeva che venissero riconosciute le ragioni di ineleggibilità sia perché esse «non sorg[evano] da un fatto occasionale» sia perché bisognava evitare «l’instaurarsi di un conflitto d’interessi in quanto l’industriale atinate si sarebbe ritrovato investito di un mandato pubblico, come membro dell’Assemblea Costituente, mentre era titolare di un interesse privato per la sua attività industriale». Dopo l’esposizione della «suggestiva relazione», come la definì il monarchico poi liberale Roberto Lucifero D’Aprigliano, l’unico dei ventisei componenti della Giunta astenutosi, intervennero «l’avv. Giovanni Selvaggi per i ricorrenti (Veroni e altri) e l’avv. Prof. Filippo Vassallo per l’ing. Visocchi». Al termine della discussione la Giunta si riunì in Camera di Consiglio. Accogliendo i ricorsi presentati, avanzò la proposta di annullamento della proclamazione di Guglielmo Visocchi a deputato per la lista n. 18 (Unione Democratica Nazionale nella XX Circoscrizione elettorale), accettata all’unanimità, meno uno astenuto27.
Commentava il periodico «Il Rapido» che la decisione della Giunta aveva impedito «di annullare praticamente l’efficacia di una disposizione considerata, giustamente, come una conquista della democrazia e come una condizione del buon funzionamento del regime Parlamentare»28.
Nel frattempo la Giunta delle elezioni si apprestò ad affrontare anche un caso analogo di ineleggibilità concernente ancora un componente della lista Udn e cioè Carmine De Martino29 eletto all’Assemblea Costituente nel collegio XXIV Salerno-Avellino. Infatti anche per il parlamentare salernitano era stata sollevata la questione del conflitto di interessi. Tuttavia in questo caso la Giunta si espresse per la conferma30.
Quindi le due questioni approdarono in Aula. Con una nota del 7 dicembre 1946 l’on. Vito Reale, parlamentare dell’Udn, aveva chiesto al presidente dell’Assemblea Giuseppe Saragatche la contestazione della elezione relativa a Visocchi fosse abbinata, per opportunità, a quella di De Martino e che esse venissero portate in discussione in Aula nello stesso giorno facendo rilevare che la Giunta delle elezioni aveva provveduto ad adottare decisioni diverse per due casi identici quando invece avrebbero dovuto essere conformi in quanto riguardavano ambedue l’applicazione dello stesso articolo di legge31.
Diversamente nel pomeriggio del 10 dicembre 1946 si aprì la discussione relativa alla sola elezione di Guglielmo Visocchi, mentre quella per Carmine De Martino venne fissata al giorno successivo. Stando ad alcune fonti, poco prima della discussione plenaria, Guglielmo Visocchi sarebbe stato avvicinato da alcuni esponenti della Dc che gli avrebbero proposto l’ingresso nel gruppo parlamentare democristiano in cambio di «opportune garanzie». A tale tentativo, però, l’industriale avrebbe opposto un rifiuto non essendo intenzionato a tradire «il partito dei suoi padri»32.
Quindi quel 10 dicembre si tenne il dibattito parlamentare che si sviluppò nel corso di alcune ore. In avvio l’on. Vito Reale e il collega di partito Amerigo Crispo, presentarono un emendamento di rinvio della discussione sulla questione Visocchi all’indomani in modo da abbinarla all’altra elezione contestata, quella di Carmine De Martino, poiché, a loro giudizio, i due casi si presentavano «perfettamente identici e simili». Ancora Vito Reale e Amerigo Crispo nonché il qualunquista Ottavio Mastrojanni, depositarono un altro emendamento teso a respingere la proposta di annullamento della elezione a deputato con restituzione degli atti alla Giunta ritenendo che le concessioni attribuite a Guglielmo Visocchi non ricadessero fra quelle ricomprese nell’art. 11 e anche perché non appariva provato che l’on. Visocchi fosse l’intestatario delle concessioni così come la documentazione depositata era incompleta. Tutti e due gli emendamenti vennero respinti dall’Assemblea per cui si passò alla discussione.
Gli onn. Vito Reale e Ottavio Mastrojanni svolsero due lunghi interventi tesi a dimostrare l’infondatezza della richiesta di ineleggibilità dovuta a vincoli «verso lo Stato per concessioni o contratti di opere o somministrazioni». In merito alla derivazione di acque dei fiumi Melfa e Liri veniva specificato che la titolarità della concessione apparteneva alla «Società anonima Cartiere di Ceprano e di Atina, Arata e Visocchi», costituita il 19 giugno 1937, di cui Guglielmo Visocchi era l’accomandatario. Infatti l’industriale di Atina nel corso degli anni aveva provveduto a rilevare l’intera proprietà sia della cartiera di Atina, intestataria della concessione di derivazione di 430 litri di acqua del fiume Melfa emessa a nome dei fratelli Visocchi nell’estate 1898, sia della cartiera Orazio Arata di Ceprano, a sua volta beneficiaria di una concessione di utilizzo delle acque del fiume Liri inizialmente intestata ad altra ditta. Nel momento in cui era stata operata la riunione dell’attività industriale delle due cartiere veniva costituita una Società anonima con Guglielmo Visocchi che cedette la titolarità delle concessioni alla nuova ditta Arata-Visocchi. Inoltre i due parlamentari intesero dimostrare che la concessione per la derivazione di acque pubbliche per forza motrice non andava ricompresa in uno dei casi di ineleggibilità contemplati dall’art. 11 della legge elettorale in quanto non si trattava «di una concessione di opere né di somministrazioni», come, ad esempio, succedeva per quelle dirette alla «costruzione ed esercizio di linee ferroviarie, o tranviarie o lacunari» in cui si manifestava il trasferimento nel concessionario di una parte dell’autorità dello Stato. Solo in tali casi, in sostanza. il concessionario si andava a sostituire «allo Stato stesso distribuendo o concedendo, nel pubblico interesse, opere o somministrazioni che avrebbe dovuto direttamente concedere lo Stato», generando, dunque, un «ostacolo all’elettorato passivo». Anche la concessione mineraria, a giudizio dei due parlamentari, non poteva rappresentare un motivo di ineleggibilità sia perché Guglielmo Visocchi vi aveva già rinunciato sia perché l’attività non risultava più praticabile a causa delle distruzioni provocate dal conflitto bellico. Al contrario l’intervento del nuovo leader del Pdl, l’on. Enrico Molè33, fu teso al riconoscimento dell’ineleggibilità di Visocchi. Egli ricondusse la questione ad aspetti normativi e cioè se un concessionario di derivazione delle acque e di miniere fosse eleggibile o meno, giudicando sulla base del criterio «discriminatorio» del conflitto d’interessi. Come riportato da «Il Rapido» concluse il suo intervento affermando che «dal vecchio Parlamento italiano, quando vi sedevano uomini come Minghetti e Cairoli, vennero esclusi per ineleggibilità uomini che portavano la camicia rossa dei garibaldini. Ragione di più per escluderne oggi un uomo che ha portato la camicia nera»34.
Alla fine i deputati dell’Assemblea Costituente approvarono la proposta della Giunta di annullare l’elezione di Guglielmo Visocchi, il quale decadde dall’Assemblea Costituente e cessò il mandato parlamentare appunto il 10 dicembre 194635. Gli subentrò il primo dei non eletti della lista dell’Udn nel collegio XX, cioè Dante Veroni36 che fu proclamato il 6 febbraio 1947.
Tuttavia, al di là delle questioni squisitamente tecniche di conformità a norme di legge, apparirebbero due i motivi sostanziali che avrebbero indotto a produrre la decadenza di Guglielmo Visocchi. Innanzi tutto il consenso di preferenze tributatogli in maniera così copiosa, tale da consentirgli di sopravanzare ben più illustri uomini politici presenti nella lista, aveva finito per mettere in allarme gli ambienti politici di sinistra della provincia di Frosinone come appare dimostrato dalla campagna di stampa condotta dai periodici di Cassino «Il Rapido» e «La Voce di Cassino» successivamente all’elezione. Un secondo motivo sembra riconducibile alle vicende interne al cartello elettorale dell’Udn e nella fattispecie al Partito democratico del lavoro. A prescindere dal tentativo operato dall’on. Molé di diradare la «cortina fumogena», come egli stesso la definì, e che sembra potersi individuare nelle due dichiarazioni precedenti di Reale e Mastrojanni nella quali erano state inserite «elementi estranei» alla vicenda («il lamento dei 12.000 elettori orfani o vedovi del loro rappresentante, la lotta di classe, l’assalto contro il capitale, che in Visocchi coinciderebbe con il lavoro, la illustre discendenza gentilizia»), il suo intervento appare condito da vari riferimenti ai trascorsi fascisti di Visocchi, definito come «gerarca» e come «centurione di camicie nere», nonostante avesse dichiarato in Aula che non si trattava di dibattere su di una «quistione di classe» ma di «moralità». Ma che la richiesta di annullamento fosse animata da questioni di natura politica sembrerebbe essere dimostrata dal disinteresse con cui il leader del Pdl seguì laquestione di Carmine De Martino. Come mise in evidenza l’on. Girolamo Bellavista, quando il giorno successivo la discussione sulla ineleggibilità del parlamentare salernitano approdò in Aula, Molé non era «sorto a parlare» non essendo neppure presente nel consesso al momento del dibattito. L’interesse di Molé apparirebbe, dunque, più teso a salvaguardare i demolaburisti piuttosto che essere rivolto verso una indiscussa applicazione della norma elettorale. Infatti la decadenza di Visocchi consentiva al Pdl di acquisire un tredicesimoparlamentare, appunto Dante Veroni (cui poi si aggiunse un quattordicesimo eletto nel collegio di Avellino-Salerno in una lista autonoma).
Diversamente per il caso del parlamentare salernitano, l’Aula rinviò la questione alla Giunta per le elezioni37 che nei mesi successivi non riconobbe l’esistenza del conflitto d’interessi così che la convalida dell’elezione per Carmine De Martino38 avvenne il 27 marzo 1947.
1 Tale nuovo organo politico aveva il rilevante, impegnativo e oneroso incarico di provvedere a dare al Paese una nuova Costituzione. Invece l’altro importante compito relativo alla questione istituzionale, cioè sulla scelta dalla forma del nuovo Stato italiano, che era stato inizialmente assegnato all’Assemblea Costituente, fu affidato direttamente al popolo italiano attraverso lo svolgimento di un referendum con il quale gli italiani venivano chiamati a confermare la monarchia o invece a trasformare l’Italia in una repubblica. Il governo De Gasperi emanò il Decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98 che integrava e modificava la normativa precedente affidando la decisione sulla forma istituzionale dello Stato agli esiti del referendum popolare. Con successivo Decreto luogotenenziale n. 99 del 16 marzo 1946, il governo Bonomi fissò le norme per l’effettuazione delle votazioni per il referendum e l’Assemblea Costituente che si tennero contemporaneamente il 2 e il 3 giugno 1946.
2 Sugli esiti referendari in provincia di Frosinone cfr. G. de Angelis-Curtis, Il 1946 anno di votazioni: dalle elezioni Comunali al referendum istituzionale all’Assemblea Costituente, in «Studi Cassinati», a. XXVI, n. 1, gennaio-marzo 2026, pp. 14-39.
3 Avvocato di Frosinone (26 novembre 1899 – 24 maggio 1976) aveva ottenuto 11.811 voti di preferenza.
4 Avvocato di Frosinone (28 giugno 1891 – 8 gennaio 1977) aveva ottenuto 6.150 voti di preferenza.
5 Ingegnere di Sora (14 febbraio 1903 – 2 settembre 1976) aveva ottenuto 6.853 voti di preferenza.
6 Avvocato di Benevento (30 dicembre 1878 – 7 agosto 1967) già deputato del Regno nel 1921 e nel 1924 eletto in Terra di Lavoro, aderì alla secessione dell’Aventino e nel ventennio dovette riparare in Francia. Tornato a Roma, assunse le funzioni di prefetto, poi fu sottosegretario al Tesoro nel governo Parri e nel I governo De Gasperi. Era stato eletto all’Assemblea Costituente nell’Udn nel Collegio Napoli-Caserta e si iscrisse al gruppo parlamentare della Democrazia del Lavoro. Fu senatore di diritto nella I legislatura repubblicana sulla base della III disposizione transitoria della Costituzione e aderì al Psli di Saragat dopo la scissione di palazzo Barberini.
7 Nozze Visocchi-Baffo, in «Terra di Lavoro», a. XXXVII, n. 34, Caserta 23 settembre 1933.
8 Dai resoconti stilati dalle Forze dell’ordine si evince che a fine 1948 nella cartiera erano impiegati 780 operai. Infatti quel periodo fu caratterizzato da una serie di agitazioni che si verificarono nei vari stabilimenti cartari presenti nell’area meridionale della provincia tra Ceprano, Isola del Liri e Sant’Elia Fiume Rapido. Il 7 novembre 1948 i dipendenti della cartiera Visocchi-Arata minacciarono lo sciopero per l’esclusione di Ceprano dall’elenco dei Comuni del cassinate che avrebbero beneficiato dei finanziamenti per la ricostruzione previsti dal D. L. 02.04.1948 n. 556. Il 19 dello stesso mese le maestranze della stessa azienda proclamarono un altro sciopero, esteso a tutti gli addetti dell’industria cartaria di Isola del Liri, per protestare nei confronti dei Carabinieri di Ceprano che avevano provveduto a denunciare il segretario della locale Camera del Lavoro e quello provinciale, Augusto Potini, in seguito alla manifestazione di protesta organizzata nel mese precedente. Le misure adottate dalla questura a tutela della libertà di lavoro e dell’ordine pubblico fecero parzialmente fallire lo sciopero, in quanto su 4000 operai di Isola del Liri, solo 220 si astennero dal lavoro dalle ore 11 alle ore 12, mentre dei 780 operai della cartiera Visocchi di Ceprano aderirono in 300. Il 23 novembre si ebbe una nuova agitazione delle maestranze della cartiera Visocchi-Arata di Ceprano per il minacciato licenziamento di 29 operai (G. de Angelis-Curtis, Politica, economia e società in provincia di Frosinone 1946-1948, Caramanica ed., Marina di Minturno 1996, p. 93). L’interessamento del prefetto e l’accoglimento della proposta della integrazione dei turni di lavoro scongiurò tuttavia il drastico provvedimento (Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Dir. gen. P. S., cat. C21, Rel. dei Prefetti 1948, b. 17, Relazione sulla situazione politica, economica-annonaria, sullo spirito e l’ordine pubblico e la situazione della P. S. del mese di novembre 948, 30 dicembre 1948).
9 Guglielmo e altri membri della famiglia Visocchi, erano sfollati dopo l’8 settembre 1943 proprio a Casalattico (G. Giammaria, L. Gulia, C. Jadecola, Guerra Liberazione Dopoguerra in Ciociaria 1943-45, Amministrazione Provinciale di Frosinone, Frosinone 1985, p. 72).
10 A. Mancini, La storia di Atina, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese 1994, pp. 763-764.
11 La prima generazione dei Visocchi che operò a cavallo dell’Unità d’Italia, formata dai fratelli Giacinto, Pasquale, Alfonso e Francescantonio, pur partendo da una «posizione economica buona ma non eccezionale», riuscì a costruirsi, «con determinazione e lungimiranza, una funzione e un’immagine elitarie, non basate esclusivamente sugli affari e sull’accrescimento del patrimonio, ma anche sulla cultura e sui saperi tecnici, la carriera politica, i contatti con ambienti economici e scientifici esteri, l’interesse al progresso della comunità di appartenenza ecc.». A parte Giacinto, la cui prematura scomparsa si fa risalire al suo impegno politico antiborbonico, Pasquale e Francescantonio (quest’ultimo ininterrottamente dal 1870 alla sua morte avvenuta nel 1908) furono consiglieri provinciali di Terra di Lavoro, occupandosi contemporaneamente, il primo dell’attività agricola della famiglia e il secondo di quella industriale, mentre Alfonso, dopo essere stato per qualche anno sindaco di Atina, si dedicò alla carriera parlamentare (deputato per otto legislature tra la X e la XIX legislatura, dimostrando, alla Camera, una «indiscussa competenza, tanto in materia agraria e industriale, commerciale e finanziaria», finché venne nominato, il 14 giugno 1900, senatore del regno). La generazione successiva, formata da Giuseppe, figlio di Pasquale, e da Orazio e Achille, figli di Francescantonio, «riprodurrà, in linea di massima, il “modello” creato dai padri, occupando posizioni di potere e di prestigio ai diversi livelli (Comune, provincia, Parlamento, governo, istituzioni economiche, circoli)». Giuseppe si dedicò quasi esclusivamente all’attività amministrativa (sindaco e poi podestà di Atina ininterrottamente dal 1894 al 1930), Orazio assunse la direzione della «Cartiera Fratelli Visocchi» e fu consigliere provinciale dal 1908 «quasi a raccogliere l’eredità del padre», mentre Achille abbracciò la carriera parlamentare rilevando il seggio dallo zio Alfonso (S. Casmirri, I volti del potere provinciale: affari e politica in Terra di Lavoro prima e dopo l’Unità, in Id., a cura di, Le Élites italiane prima e dopo l’Unità: formazione e vita civile, Caramanica editore, Marina di Minturno 2000, pp. 65-116).
12 Deputato per sette legislature consecutive, dalla XXI alla XXVII, dal 3 giugno 1900 al 2 marzo 1929, quando venne nominato senatore del Regno su proposta del ministro della Giustizia Alfredo Rocco. Fu sottosegretario al ministero per i Lavori pubblici nel I e II governo Salandra (23 marzo-19 giugno 1916) e al ministero del Tesoro nel governo Orlando (1° novembre 1917-18 gennaio 1919), quindi fu ministro per l’Agricoltura nel I governo Nitti (23 giugno 1919-13 marzo 1920).
13 L. Caira, V. Orlandi, Cronache del XX secolo 1900-1950, Comune di Atina, Atina 1995, p. 176.
14 G. de Angelis-Curtis, Politica, economia e società in provincia di Frosinone … cit., pp. 64-65.
15 Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Gab. 44-46, b. 208, t. 22102, S. Elia Fiume Rapido – Invasione di terreni, 14 novembre 1945.
16 Sant’Elia Fiumerapido. La nazionaldemocrazia di Visocchi ed uno zelante interprete della legge. Oltre 40 famiglie sul lastrico, in «Il Rapido», a. II, n. 27, 19 settembre 1946, p. 4.
17 C. Jadecola, Mal’aria, Centro di Studi sorani “V. Patriarca”, Sora 1998, p. 205
18 Era nato ad Atina il 6 aprile 1863 e morì a Napoli l’8 febbraio 1945.
19 Il Decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 aveva provveduto a ripartire il territorio italiano in 32 Collegi elettorali plurinominali con seggi e voti residuati raggruppati poi nel C.U.N. (Collegio unico nazionale). Il sistema elettorale era di tipo proporzionale, con voto «diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti». I deputati da eleggere erano in numero di 573. Poiché le elezioni non si tennero nella provincia di Bolzano e nella circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano, i costituenti eletti furono 556.
20 In sostanza si trattava di una formazione politica estremamente eterogenea che riunì «tutte le forze conservatrici di tradizione liberal-democratica e anche alcune grosse personalità politiche» come Bonomi, Croce, Orlando e Nitti, già ministri prima dell’avvento del fascismo (L. D’Angelo, Il Partito democratico del lavoro, in S. Casmirri, a cura di, Partiti e istituzioni in Italia tra guerra e dopoguerra, Esi, Napoli 1994, p. 107).
21 Il Partito democratico del lavoro (Pdl) era sorto clandestinamente a Roma tra la primavera e l’estate del 1943 per volontà di Ivanoe Bonomi (già presidente del Consiglio nel primo dopoguerra) e di Meuccio Ruini (già ministro nei governi Nitti). Il periodo di massima espansione del partito fu tra la liberazione di Roma, nel giugno 1944, e la liberazione del Nord, nell’aprile 1945 proprio nel periodo in cui Bonomi ricopriva la carica di presidente del Consiglio. All’interno del partito coesistevano due anime, una allineata su posizioni conservatrici impersonata in particolar modo da Ruini, poi vi era una «base programmatica formalmente progressista» che faceva capo soprattutto a Enrico Molé. Per le elezioni all’Assemblea Costituente, Bonomi fu tra i fautori dell’alleanza elettorale del Pdl con le altre forze politiche dell’Udn (L. D’Angelo, Il Partito democratico del lavoro … cit., p. 103).
22 Achille e il padre di Guglielmo, Orazio, erano fratelli.
23 Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale P.S., cat. C21, Relazione dei Prefetti, b. 31, Relazione sulla situazione politica, economico-annonaria, sullo spirito e l’ordine pubblico e le condizioni della P.S., 10 giugno 1946.
24 Istituto Centrale di Statistica e Ministero dell’Interno, Elezioni per l’Assemblea Costituente e Referendum istituzionale (2 giugno 1946), Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1948.
25 Oltre ai dati record di Terelle (82%), Casalattico (77%), Acquafondata (75%) e Santopadre (73%), in tredici di quei Comuni in cui aveva prevalso (Aquino, Atina, Colfelice, Esperia, Pastena, San Biagio Saracinisco, San Vittore del Lazio, Vallemaio, Villa Latina, Villa S. Lucia) l’Udn si attestò a più del 40% dei voti, in altri otto tra il 30 e il 40% (fra cui Cassino e Pontecorvo) e in venticinque tra il 15 e il 30%, tutti centri ubicati nell’area meridionale della provincia (S. Casmirri, P. Totaro, Atlante elettorale dell’Italia repubblicana. Lazio. Assemblea Costituente, Camera dei Deputati 1946-1963, Ed.it, Catania 2008, p. 83).
26 A. Loffredo, Il quinto grosso, in «La Voce di Cassino e dei Comuni della battaglia», a. II, n. 11, 18 luglio 1946.
27 L’elezione di Visocchi a deputato annullata, in «Il Rapido», a. II, n. 28, 26 settembre 1946, p. 1.
28 L’annullamento dell’elezione Visocchi alla prossima seduta della Costituente, in «Il Rapido», a. II, n. 33, 28 novembre 1946, p. 1.
29 Carmine De Martino (1898-1963), commerciante, industriale, imprenditore e dirigente sportivo italiano, aveva fondato la SAIM (Società agricola industriale del Mezzogiorno) attiva nel settore farinaceo e dei tabacchi, di cui era proprietario. Subito dopo l’esito elettorale si era iscritto al Gruppo misto per poi entrare a far parte di quello democristiano a partire dal 10 dicembre 1946, il giorno prima dell’inizio del dibattito in Aula sulla sua eleggibilità.
30 Sulla base della relazione redatta da Sandro Pertini in cui aveva sostenuto «che non si p[oteva] non convalidare l’elezione», la Giunta per le elezioni si era espressa «nella sua stragrande maggioranza» a favore della conferma dell’elezione di Carmine De Martino ritenendo che egli non avesse la diretta titolarità delle concessioni statali emesse per l’esercizio delle linee filoviarie e per la coltivazione del tabacco, che, invece, erano rilasciate alla Saim (Società agricola industriale meridionale) di cui il parlamentare salernitano era l’accomandatario.
31 Assemblea Costituente, Elezioni, Giunta delle elezioni, Ricorsi, http://archivio.camera.it/.
32 A. Mancini, La storia di Atina, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese 1994, p. 764.
33 Enrico Molè (1889-1963) avvocato, politico, giornalista, era stato uno dei cinque segretari della secessione aventiniana dopo il delitto Matteotti. Venne poi nominato sottosegretario del ministero dell’Interno nel II governo Bonomi, ministro per l’Alimentazione nel governo Parri, ministro della Pubblica Istruzione nel I governo De Gasperi. Era stato eletto all’Assemblea Costituente nell’Udn nel Collegio Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria. La sconfitta elettorale patita il 2 giugno 1946 dal Pdl con soli 12 deputati eletti sui 41 seggi conquistati dall’Udn, portò all’abbandono del partito di Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini (che si iscrissero al Gruppo misto alla Costituente). Molé assunse la leadership del Pdl nonché fu presidente del Gruppo della Democrazia del Lavoro alla Costituente con Persico vicepresidente. Sulla base della III disposizione transitoria della Costituzione, Molé fu senatore di diritto nella I legislatura repubblicana e vicepresidente del Senato (L. D’Angelo, Il Partito democratico del lavoro … cit., p. 107).
34 L’elezione di Visocchi definitivamente annullata, in «Il Rapido», a. II, n. 35, 19 dicembre 1946.
35 Atti Parlamentari, Assemblea Costituente, Seduta di martedì 10 dicembre 1946, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1946, p. 810.
36 Dante Veroni (1877-1949) originario di Velletri, avvocato, già sottosegretario del ministero di Grazia e Giustizia nel II governo Bonomi, nel governo Parri e I governo De Gasperi, fu poi senatore di diritto nella I legislatura repubblicana sulla base della III disposizione transitoria della Costituzione.
37 In sede di discussione in Aula, i democristiani Camillo Corsanego e Matteo Rescigno si espressero favorevolmente alla convalida, contrari invece furono Vito Reale e un altro rappresentante dell’Udn, Girolamo Bellavista. Poi l’intervento dell’autonomista Alberto Cianca convinse i deputati ad approvare il rinvio «alla Giunta stessa l’esame del caso» (Atti Parlamentari, Assemblea Costituente, Seduta di mercoledì 11 dicembre 1946, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1946, pp. 907-911).
38 Carmine De Martino fu deputato della Dc per la I, II e III legislatura repubblicana (1948-1963) e fu nominato sottosegretario del ministero degli Affari esteri nel I governo Zoli e nel II governo Segni.
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