LA STORIA SIAMO NOI: ALBERTO LUTRARIO, TRA GUERRA E PANDEMIA

«Studi Cassinati», anno 2026, n. 2

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di

 Francesco Di Giorgio

Curare le ferite di guerra accelerò lo sviluppo della medicina. Nell’immagine Achille benda le ferite di Patroclo durante la guerra di Troia (Kylix di Sosias, V sec. a.C.).

Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 a Wuhan in Cina si sviluppa un virus denominato SARS – Cov – 2, agente eziologico della malattia Covid 19.

L’epidemia si diffonde rapidamente a livello globale e la sua velocità di diffusione del micidiale virus trova spiegazione fondamentale nelle relazioni moderne del mondo globalizzato e la rapidità dei trasporti ad esso connesse.

Quella del Covid 19 non è che una delle tante epidemie globali che nel corso della storia hanno interessato la comunità umana; a cominciare dal flagello sanitario che nel 430 a.C. decimò la popolazione di Atene e di parte del Mediterraneo orientale. Vicenda descritta nella monumentale opera di Tucidite ne La guerra del Peloponneso.

L’epidemia che però più ha segnato la memoria storica del mondo moderno è la cosiddetta “spagnola” sviluppatasi tra il 1918 e il 1920 che uccise più di cento milioni di persone in tutto il globo terrestre. Il cassinate dott. Alberto Lutrario, nella sua qualità di direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità, si trovò in prima fila a fronteggiare il terribile morbo e la catastrofe umanitaria che ne conseguì.

LA VITA E L’OPERA DI ALBERTO LUTRARIO

Scorcio del laghetto di San Giorgio a Liri.

 Alberto Lutrario1 (1862-1937) famiglia originaria di San Giorgio a Liri (provincia di Frosinone), laureatosi in medicina a Napoli, entra nell’amministrazione sanitaria nel 1894 dopo aver vinto un concorso pubblico per un posto di medico provinciale. Dopo gli incarichi di direttore degli uffici sanitari provinciali di Pisa e Livorno, approdò a Roma alla Direzione Generale della Sanità Pubblica, dove percorse tutte le tappe della carriera, giungendo nel 1912 alla nomina di direttore generale succedendo al prof. Rocco Santoliquido. Negli anni durante i quali fu direttore, il Paese fu sconvolto dalla Grande Guerra la Direzione di Sanità fu chiamata a svolgere il proprio ruolo in prima linea.

Tra le sue iniziative più significative si deve ricordare la lotta contro la malaria, nell’ambito della quale favorì la piccola bonifica a completamento della grande bonifica. Inoltre diede avvio alla standardizzazione dei sieri e dei vaccini e si deve a lui l’inclusione dei laboratori della Sanità Pubblica tra quelli riconosciuti dalle Convenzioni internazionali.

Collocato a riposo nel 1921 fu designato a rappresentare l’Italia nel Comitato d’Igiene della Società delle Nazioni divenendo presidente della Commissione sulla malaria dell’Organizzazione Sanitaria nell’ambito della stessa Società delle Nazioni.

Fu inoltre designato a far parte dell’Office International d’Hygiène Pubblique.

Alberto Lutrario con il figlio Francesco (archivio di famiglia del pronipote Alfredo Rainone).

Decorato della Croce di guerra e della medaglia d’oro dei benemeriti della Salute Pubblica, fu anche Autore di numerose pubblicazioni in campo sanitario.

Della famiglia Lutrario, oltre ad Alberto, anche il fratello Adolfo ebbe ruoli di rilievo nazionale. Fu infatti ispettore generale di Pubblica Sicurezza presso il Ministero dell’Interno dove si occupò dei casi più delicati e scottanti in materia di violenze fasciste e delitti di mafia. Fu a lui che il ministro dell’Interno Giovanni Giolitti affidò l’indagine ministeriale interna sulla strage di Modica avvenuta il 29 maggio 1921 quando per mano fascista persero la vita nove lavoratori. Il documento finale dell’indagine, meglio conosciuto come Rapporto Lutrario datato 18 giugno 1921, ancora oggi è oggetto di studio in materia di fascismo e violenze collegate.

Alberto Lutrario dopo essersi laureato a Napoli in medicina si avvia ad una brillante ed esaltante carriera. Nell’Ateneo della città partenopea frequenta con particolare interesse le lezioni di igiene del conterraneo prof. Achille Spatuzzi (il medico igienista ed epidemiologo che legherà il suo impegno professionale alle bonifiche antimalariche della valle del Liri oltre che alla lotta alle epidemie coleriche a Napoli e nel Paese). I due eminenti medici igienisti ed epidemiologi conoscevano, dunque, molto da vicino le problematiche legate alle epidemie che per tutto il secolo XIX imperversarono nella valle del Liri e fu l’allievo di Achille Spatuzzi che prese in mano il testimone della ricerca e organizzazione dell’igiene pubblica del XX secolo. Per di più essi provengono ambedue da famiglie che erano importanti punti di forza della emergente borghesia del cassinate e parte del notabilato locale. La famiglia Lutrario, come del resto quella Spatuzzi, esprime a San Giorgio a Liri sindaci per molte consiliature, notai, farmacisti, imprenditori agricoli (noti i mulini ad acqua realizzati di concerto con i De Monaco, altra famiglia borghese della vicina Pignataro Interamna), medici.

ALBERTRO LUTRARIO E L’EREDITÀ SCIENTIFICO-CULTURALE DEL PROF. ACHILLE SPATUZZI

Achille Spatuzzi medico e docente universitario.

Del prof. Spatuzzi ricordiamo in particolare l’intervento al congresso medico internazionale di Firenze nel 1860 dove poneva con grande evidenza lo stretto rapporto tra alcune malattie e la situazione igienica nel cassinate. Così si esprimeva nel consesso di Firenze: «profittando delle osservazioni cliniche fatte nella valle del Liri nei diversi Comuni sparsi da Cassino fino ad Isoletta, colsi questa opportunità per dimostrare come a riconoscere la vera causa di certe malattie non basta studiare una data popolazione nelle diverse particolarità della sua vita, ed in relazione del teatro naturale ed artificiale ove essa sta nella scena sociale; ma bisogna talvolta utilizzare le ricerche storiche locali specialmente in questa nostra Italia; nella quale alla vita igienica, fonte della grandezza Romana, successe quella antigienica del Medioevo».

Di Spatuzzi il dott. Lutrario eredita soprattutto il rigore morale e professionale oltre che l’amore per la ricerca nel campo dell’igiene pubblica.

La grande lezione di Spatuzzi che legava l’attività del medico non solo alla cura, bensì anche e soprattutto alle cause che determinavano le malattie, era ben presente in Lutrario. Egli ricordava bene ciò che avveniva nella sua San Giorgio e nei paesi vicini come a Pontecorvo. In questa città, nel 1878, il corso del fiume Liri, là dove faceva ampie curve, generava il ristagno degli scarichi fognari del centro abitato. Durante una visita dei luoghi, il 17 aprile 1880, Spatuzzi scriveva «si vedevano in quel sito melme fangose, acque sozze e disperse, e scoli cloacali pestiferi» per quindi giungere a considerare «e si vuol trovare altra ragione per spiegare come e perché Pontecorvo nel 1879 fu tra i più flagellati dalla epidemia (colerica e malarica)?».

Lettera autografa di Alberto Lutrario inviata al deputato al parlamento principe Pietro Ginori-Conti.

L’attività professionale del giovane medico Lutrario inizia in un periodo particolare per la vita della nazione, per la sanità e l’igiene pubblica.

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. C’è la necessità di uniformare leggi e regolamenti dell’Italia post unitaria e, nel campo sanitario, si impone il ridimensionamento delle Opere Pie e delle Confraternite a favore di un modello nazionale della sanità come servizio sociale dovuto dallo Stato.

Nel 1894 assume l’incarico di medico provinciale a Pisa e successivamente a Livorno. Nel 1896 viene chiamato a Roma presso la Direzione della Sanità Pubblica. Nel 1902 assume l’incarico di direttore generale della Sanità Pubblica presso la Direzione generale del Ministero dell’Interno. Prefetto di 1ª classe (sedi di Catanzaro, Siracusa, Bari) non assume la carica permanendo nell’incarico di direttore generale della Sanità Pubblica e di delegato per l’Italia nel Comitato dell’Ufficio internazionale di igiene pubblica a Parigi (dicembre 1919 – aprile 1921). Fu anche membro del Comitato dell’Ufficio internazionale di igiene della Società delle nazioni a Ginevra (1923-1926). E, prima ancora, nel 1922, capo delegato italiano alla Convenzione internazionale sanitaria di Varsavia.

Nel 1910, durante l’epidemia colerica che colpì la Puglia con minaccia di estensione nel resto d’Italia meridionale, Lutrario si distingue per la tempestività e rapidità delle misure messe in atto oltre che per la modernità dell’approccio scientifico adottato nella lotta alla malattia.

LA GRANDE GUERRA

La guerra del 1915-18 oltre che essere la prima ad essere combattuta sulla scena mondiale, presentò subito situazioni inedite per l’uso degli aerei da bombardamento e l’impiego di gas tossici.

Antonio Salandra, presidente del Consiglio dei Ministri dal 1914 al 1916.

L’organizzazione sanitaria era completamente impreparata a fronteggiare tali situazioni e l’opinione pubblica fece sentire forte la sua voce sul tema.

La stampa amplificò i disagi e la rabbia popolare, cui seguirono interminabili discussioni parlamentari.

La situazione di grande tensione indusse Alberto Lutrario, direttore generale della Sanità pubblica, con il benestare del presidente del Consiglio dei ministri, Antonio Salandra, ad affidare nel 1915 a Giuseppe Sanarelli (direttore dell’Istituto di Igiene della regia Università di Roma) una missione di studi in Francia che il celebre medico e politico svolse nell’estate di quell’anno al fine precipuo di esaminare il sistema dei servizi sanitari e profilattici in ambito civile e militare, comprese «le varie provvidenze e istituzioni promosse e attuate in relazione alle necessità sorte dalla presente guerra».

La relazione del prof. Sanarelli sulla sua missione in Francia, fu consegnata dall’autore nelle mani del dott. Lutrario i primi di ottobre di quell’anno con l’avvertenza che il documento presentava «dati, formule, provvedimenti, che sono affidati alla mia discrezione personale e dai quali, per ora almeno, non credo che si desidererebbe la divulgazione».

La relazione del direttore dell’Istituto di igiene di Roma non andò oltre il personale apprezzamento del dott. Lutrario. Considerato il tragico contesto bellico in corso, sia Sanarelli che Lutrario convennero di non renderla pubblica, evitando così di non mettere il Governo italiano in imbarazzo e in situazioni scomode.

Ambulanza chirurgica del 4° Corpo d’Armata durante la 1ª guerra mondiale.

Ma proprio partendo dalle oggettive difficoltà in cui si trovava la sanità militare e civile del Paese, Alberto Lutrario profuse tutto il suo impegno per porre le basi di una sua ristrutturazione in senso moderno e soprattutto dai forti connotati di “servizio pubblico”.

Nel 1917, forte della rinnovata fiducia accordatagli dal presidente del Consiglio dei Ministri Vittorio Emanuele Orlando, istituì in zona di guerra un ufficio sanitario speciale quale diretta emanazione del servizio di sanità pubblica. Sarà la pietra miliare del moderno servizio di sanità militare degli anni a venire.

I PROVVEDIMENTI INNOVATIVI NELL’ORGANIZZAZIONE SANITARIA

Confezione di chinino.

A Lutrario sono legati tantissimi provvedimenti e iniziative tra cui l’organizzazione dei servizi di emergenza sanitaria in occasione del terremoto che colpì Avezzano, Sora e i tanti Comuni della valle del Liri; il finanziamento di speciali luoghi di cura per il ricovero dei tubercolotici polmonari; l’efficace lotta contro la TBC attraverso il Comitato centrale antitubercolare costituito presso il Consiglio Superiore di Sanità e le sue diramazioni nei consorzi provinciali antitubercolari.

A sostenere l’impegno sul fronte delle malattie tubercolari, a fianco di Lutrario, troviamo anche Ettore Marchiafava che nel 1925 organizzò il primo congresso internazionale sulla malaria e si fece promotore di numerose iniziative per la salvaguardia dell’igiene e la cura dei malati di tubercolosi. Un ruolo importante nella valle del Liri nel sostenere e propagare presso le popolazioni il valore dell’igiene privata e pubblica quale migliore antidoto alle epidemie, lo svolse la chiesa locale. Si distinsero in tal senso i fratelli parroci rispettivamente di Pignataro Interamna, don Egidio Fargnoli e don Vincenzo Fargnoliche della chiesa parrocchiale di San Giorgio a Liri fu prima cappellano e poi parroco.

Prof. Ettore Marchiafava.
Don Vincenzo Fargnoli, parroco di San Giorgio a Liri.

Nel secondo dopoguerra, sarà Alberto Coluzzi, umbro ma trapiantato ad Esperia, ad intervenire in prima persona con l’Istituto di malariologia «Ettore Marchiafava» di cui era autorevole esponente, sulle gravi malattie epidemiche sviluppatesi nel cassinate a seguito degli eventi bellici.

ALBERTO LUTRARIO E LA “SPAGNOLA”

Tra i tanti documenti prodotti dalla monumentale attività scientifica di Lutrario ne ricordiamo uno in particolare relativo alla relazione fatta in qualità di direttore generale della Sanità pubblica al Consiglio Superiore di Sanità sull’epidemia influenzale che stava flagellando l’Italia (la spagnola) e sui provvedimenti presi dal Governo nel tentativo di arginarla.

Così esordiva Lutrario il 17 ottobre 1918 nel resoconto intitolato I provvedimenti del governo nell’epidemia di influenza: relazione al Consiglio Superiore di Sanità:

«la forma infettiva che ha invaso l’Italia e che tanta commozione ha destato nel Paese, non è che un episodio della grande manifestazione epidemica che con fulminea rapidità ha invaso le nazioni d’Europa. È una pandemia non dissimile da quella del 1889 – 90, che molti in Italia ricordano. Non diversa da quelle altre, molto pregresse, che la storia della medicina ci ha tramandato. Negli ultimi due anni aveva dominato in America in forma molto grave, accompagnandosi ad una intensa epidemia di poliomielite anteriore acuta, che aveva determinato un’alta mortalità infantile. Ora è la volta della vecchia Europa, dove si è propagata con irrefrenabile violenza a tutti i paesi dell’ovest e degli Imperi centrali. La malattia ha guadagnato anche la costa dell’Africa, bagnata dal Mediterraneo e l’Asia. Mancano notizie precise delle Nazioni orientali, ma deve essersi molto diffusa, per quanto è dato giudicarne dalle frammentarie informazioni che ci giungono».

Nella relazione Lutrario, con estrema lucidità e concretezza, ammette l’alto valore assoluto dei morti dove, solo a Napoli, viaggiavano con una media giornaliera dei decessi pari a 40/50 con una punta estrema in un mese con 250 decessi.

L’alto tributo in vite umane metteva in luce come ci si trovasse di fronte a un morbo nuovo ma con provvedimenti di contrasto alla malattia che erano gli stessi adoperati nei secoli precedenti.

Lutrario era ben cosciente di tutto ciò, ma qualcosa andava fatto anche se come «un granello di sale», ma andava fatto: «la pulizia stradale, lo spazzamento in forma umida, la scrupolosa nettezza della casa e poi speciali cure vanno rivolte ai luoghi di convegno (cinematografi, teatri) e alle vetture pubbliche (soprattutto tranviarie, ai treni). Ma più forse delle accennate misure possono le cautele di igiene individuale: la pulizia delle mani, della bocca, della cavità nasale, evitare i contatti non estremamente necessari con gli infermi; e soprattutto difendersi dalla proiezione di goccioline di saliva che sogliono accompagnare i colpi di tosse e gli starnuti ed osservare il precetto civile ed igienico di non sputare per terra».

Per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria le fonti ufficiali si preoccupavano di non allarmare viepiù la popolazione dando per assodato il contenimento dell’epidemia, il basso numero di contagiati rispetto ad altri paesi europei, il modesto tasso di letalità e il modesto numero delle vittime, le abbondanti disinfezioni e il sistema sanitario che rispondeva nella giusta misura. Un ritornello che veniva veicolato fino allo sfinimento!

La “spagnola” non faceva distinzione di genere e non risparmiò tanti personaggi illustri del tempo come Edvard Munch (che dopo aver superato la malattia volle farsi un autoritratto), Thomas Wilson, presidente degli Stati Uniti d’America, Walter Disney. Questi furono colpiti dalla malattia in forma benigna. Andò diversamente per altre celebrità: Guglielmo Apollinaire, trovato morto in una mansarda a Parigi dal suo amico Giuseppe Ungaretti. Max Weber uno dei fondatori della sociologia moderna e Edmond Rostand, poeta e drammaturgo francese che, a seguito di complicanze gravi, non riuscirono a sopravvivere.

LE CONDIZIONI IGIENICO SANITARIE NEL CASSINATE

In provincia di Caserta (ndr: il Cassinate faceva parte, all’epoca della storica provincia di Terra di Lavoro con capoluogo Caserta) il morbo della spagnola comparve ai primi di luglio del 1918. In una relazione stilata da tre commissari inviati nel sud dal dott. Lutrario apprendiamo che: «arrivati in uno di questi paesi, i tre sanitari, ignari delle condizioni in cui si consumava la vita dei contadini nel meridione, apparve un panorama sociale, culturale, igienico e abitativo sconvolgente, dove la miseria più nera e una atavica ignoranza modellavano comportamenti e sistemi di vita. Subito essi si accorsero che la sottovalutazione del morbo era il tratto dominante. All’inizio i primi casi passavano inosservati: il medico non c’era, così i parenti e i vicini dei colpiti dal morbo si rivelavano i naturali sostituti e a loro era demandato il soccorso e l’assistenza». Ben presto però – come si rileva dalle considerazioni della rivista medica Il Policlinico (anno XXV, fascicolo 39, 29 settembre 1918) «questi ultimi contraevano il contagio, trasformandosi da infermieri a pazienti e, portando la malattia nelle loro case, davano il via a dei focolai infettivi che a breve incendiarono tutto il paese. La sporcizia, le dimore senza servizi igienici, la promiscuità delle persone in ambienti stretti con dormitori comuni, facilitavano la trasmissibilità del morbo in maniera esponenziale».

La situazione era dunque drammatica in uno scenario già difficile. Le statistiche del tempo ci dicono che già in situazioni di normalità la mortalità infantile – entro il primo anno di vita – era del 24,29%.

LE “RAGIONI DELLA GUERRA”

Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio dei ministri dal 1917 al 1919.

La guerra tuttavia dettava, inesorabile, le linee di condotta. Tutti dovevano cooperare alla vittoria e contemporaneamente alla sconfitta del morbo!

In un piccolo opuscolo di appena dieci pagine dal titolo Istruzioni popolari per la difesa contro l’influenza, i curatori nelle vesti della Direzione generale della Sanità Pubblica, recitavano lo stesso copione. Accanto a modeste ammissioni come “la grande disposizione dell’organismo umano a contrarre la malattia”, “l’estrema diffusibilità” e “il grande numero degli ammalati”, si rinnovavano obsoleti concetti: “la mortalità non è così rilevante” e “non dare ascolto alle voci superstiziose ed esagerate”, con la raccomandazione che non vi fosse nulla di più indicato, per combattere il morbo, di praticare delle iniziative igieniche individuali, che alla fine venivano enumerate una per una.

I sette precetti per la profilassi (circolare del 20 ottobre, n. 20300, Epidemia di influenza, portante le istruzioni popolari per la difesa contro l’influenza. Per cura del Ministero dell’Interno. Direzione generale della sanità pubblica, Roma 1918):

1) evitare i contatti coi malati e coi convalescenti d’influenza;

2) condurre vita sobria e ordinata, sfuggire qualsiasi intemperanza, evitare i luoghi chiusi di pubblico ritrovo di ogni genere, i viaggi non necessari, le cause perfrigeranti, ecc.;

3) evitare molestie e pericoli ai vicini; non sollevando polvere nei locali frequentati; non sputando sul pavimento e, possibilmente, abituandosi a non sputare affatto; starnutendo e tossendo solo nel proprio fazzoletto; parlando senza proiettare goccioline di saliva attorno a sé;

4) intensificare la nettezza della propria persona con particolare riguardo alle mani ed alla bocca;

5) intensificare la nettezza della propria casa, confidando specialmente nel largo e continuo uso della scopa e dello strofinaccio umido; aerarla e soleggiarla;

6) non prendere medicinali senza prescrizione medica;

7) se si hanno malati in famiglia da curare che siano tenuti ed assistiti nelle migliori condizioni d’isolamento possibile; e quando non si possa isolare il malato in una stanza isolata a sé difendere almeno con pratici accorgimenti e con perseverante buona volontà le altre persone dalle mucosità infettanti del medesimo.

Tutti questi precetti si scontravano con la situazione sociale concreta e le precarie condizioni igieniche delle famiglie. Ritornavano così di estrema attualità le considerazioni di Spatuzzi al congresso di Firenze.

Il dott. Lutrario aveva ben presente il quadro generale entro cui era costretto a muoversi e decise di fare un passo coraggioso e inusuale, suggerendo agli organi politici di coinvolgere nella lotta alla epidemia, le forze armate.

Fu così che Vittorio Emanuele Orlando, il 23 ottobre, invia un telegramma ad Armando Diaz, supremo comandante delle forze armate:

«Vostra eccellenza sa come disastrose siano le condizioni della salute pubblica in questo momento in Italia, è forse il momento più difficile, poiché l’epidemia è nel periodo della sua massima diffusione e nelle province in cui essa decresce non si è ancora in grado di sopprimere l’ordinanza di assistenza. Anche a parte la questione di umanità vi è un’altra ragione politica che rende estremamente pericoloso in momenti come questi, di lasciare accumulare l’odio e la protesta del popolo, per il fatto di gente che muore senza alcuna assistenza. Non è esagerazione il dire che in questo momento il Paese è più depresso per l’epidemia che per la stessa guerra. Rivolgo la più viva e più calda preghiera a Vostra Eccellenza poiché anche l’esercito venga in aiuto».

L’appello fu raccolto e l’esercito intervenne mettendo in campo le sue capacità tecnologiche, logistiche ed operative oltre che di efficienza sanitaria così come acquisita grazie alle intuizioni del medico sangiorgese.

Tutto questo non impedì ad Alberto Lutrario di fare un esame rigoroso di quanto avvenuto durante l’epidemia e sulle priorità non sempre in linea con la vita delle persone. Le sue parole in una relazione al Consiglio Superiore di Sanità: Le prevalenti esigenze dell’ora compromisero così il successo che, sia pure limitatamente, avrebbe potuto sperarsi da varie disposizioni di indiscutibile valore profilattico.

È quel che può dirsi ad esempio del divieto di affollamento. Mentre si chiudevano i locali di pubblico ritrovo, si riduceva l’orario dei pubblici esercizi, si protraeva l’apertura delle scuole, si limitavano le funzioni religiose e via dicendo, si dovevano chiudere gli occhi di fronte agli impressionanti affollamenti dei treni, delle vetture pubbliche, di ogni altro locale disponibile, a causa dei continui, tumultuosi movimenti di popolazione determinati da esigenze della guerra e del traffico.

Un quadro sconvolgente che ci racconta come, in quei tempi drammatici, fossero prioritarie le esigenze della guerra rispetto alle priorità della vita delle persone. E questo è un elemento di distinzione rispetto alla recente esperienza dell’epidemia da Covid dove le esigenze del lavoro e della produzione sono passate in secondo ordine rispetto alla salute collettiva.

LE PANDEMIE DELL’ERA MODERNA

Le pandemie dell’era moderna pongono comunque diversi quesiti e interrogativi che mettono la globalizzazione di fronte a nuove sfide. Molti governi, Istituzioni pubbliche e Attori privati durante la pandemia da covid sono stati spinti a prendere misure di restrizione alla libertà di movimento delle persone. Ma queste misure non potevano essere che provvisorie. Difficile mettere il bavaglio al movimento di capitali e merci e conseguentemente alle persone. Si imporranno, tuttavia, per il futuro, nuove strategie in cui bisognerà prevedere anche la globalizzazione dei livelli di vita delle persone e conseguentemente condizioni igieniche accettabili.

Dopo la parentesi della spagnola Lutrario continuò nel suo impegno a favore della sanità pubblica per affermare ed estendere su scala nazionale la rete dei servizi sanitari sia ospedalieri che ambulatoriali.

Casale di campagna della famiglia Lutrario in San Giorgio a Liri. In questo stesso casale durante la seconda guerra mondiale, fu sfollato da Napoli lo scrittore filosofo Luciano De Crescenzo.

Del lungo e intenso percorso umano e professionale di Alberto Lutrario, si può, a ragione, concludere che Egli è il degno erede del prof. Achille Spatuzzi. Entrambi hanno onorato il territorio del cassinate e l’Italia intera. Le basi organizzative e scientifiche, nonché le intuizioni politiche di Spatuzzi e Lutrario, in materia di sanità pubblica, sono ancora, in epoca moderna, valide, e per gran parte insostituibili. Come pure sono insostituibili le forze armate che, come avvenuto per la spagnola, e l’epidemia da Covid, sono state decisive nell’assicurare con celerità ed uniformità in tutto il Paese la distribuzione dei vaccini e il trasporto aereo in alto bio contenimento.

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Fonti:

Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Sanità, «Annali della sanità pubblica», vol. XI, 1950;

Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Sanità (1882-1915), b. 96;

A. Lutrario, I provvedimenti del Governo nell’epidemia di influenza, in «Il Policlinico», Roma 1918;

A. Lutrario, Note sull’epidemia di influenza in Italia, relazione letta dal direttore generale della Sanità pubblica dott. Alberto Lutrario, nella seduta del Consiglio Superiore di sanità del 27 febbraio 1919 e relativa discussione. Roma 1919;

A. Lutrario, La tutela dell’igiene e della sanità pubblica durante la guerra e dopo la vittoria, Ministero dell’Interno, Direzione generale della sanità pubblica, Roma 1921;

Relazione del prof. G. Sanarelli direttore dell’Istituto di Igiene della R. Università di Roma, in Archivio Centrale dello Stato, MI, DGPS, Atti amministrativi (1910 -920), b. 154;

Lettera di Giuseppe Sanarelli del 29 settembre 1915 ad Alberto Lutrario, in Archivio Centrale dello Stato, MI, DGPS, Atti amministrativi (1910-1920), b. 154.

1      I genitori di Alberto erano: Francesco Lutrario (figlio di Matteo e di Antonia Nardone), e Maria Luisa Carolina Pagano (figlia di Filippo e Maria Tavoliero). Tutti di San Giorgio a Liri, Diocesi di Montecassino (volume 17° dei battesimi della Parrocchia di San Gregorio, Crispano – Napoli).

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