﻿{"id":1592,"date":"2016-09-13T10:33:25","date_gmt":"2016-09-13T08:33:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cdsconlus.it\/?p=1592"},"modified":"2020-04-26T16:39:26","modified_gmt":"2020-04-26T14:39:26","slug":"il-fronte-di-cassino-io-cero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cdsconlus.it\/index.php\/2016\/09\/13\/il-fronte-di-cassino-io-cero\/","title":{"rendered":"Il fronte di Cassino Io c\u2019ero."},"content":{"rendered":"<div class=\"art-postcontent clearfix\">\n<div class=\"art-article\">\n<div class=\"printfriendly pf-button  pf-alignleft\">\n                    <a href=\"https:\/\/www.cdsconlus.it\/index.php\/2016\/09\/13\/il-fronte-di-cassino-io-cero\/?pfstyle=wp\" rel=\"nofollow\" onclick=\"\" title=\"Printer Friendly, PDF & Email\">\n                    <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.cdsconlus.it\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/DEFINITIVA.1.png\" alt=\"Print Friendly, PDF & Email\" class=\"pf-button-img\" style=\"\"  \/>\n                    <\/a>\n                <\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Studi Cassinati, anno 2013, n. 4<br \/>\n&gt; <a href=\"https:\/\/www.cdsconlus.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/2013-XIII-n.-4-ott-dic.pdf\" target=\"_blank\">Scarica l\u2019intero numero di \u00abStudi Cassinati\u00bb in pdf<\/a><br \/>\n&gt; <a href=\"http:\/\/www.cdsconlus.it\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/13_Valente-2013-XIII-n.-4-ott-dic.pdf\" target=\"_blank\">Scarica l\u2019articolo in pdf<\/a><strong><br \/>\n<\/strong><span style=\"color: #fafafa;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>di <\/strong><strong>Antonio Valente*<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"http:\/\/www.studicassinati.it\/db1\/jupgrade\/images\/stories\/048\/4-13.jpg\" alt=\"4-13\" \/>Al di l\u00e0 di ci\u00f2 che racconta la storia, nonch\u00e9 quanto scritto in numerosi romanzi e racconti sull\u2019argomento, io che ho vissuto in prima persona le vicende determinatesi nel corso dei drammatici mesi in cui la guerra sost\u00f2 nel cassinate e poi nel dopoguerra, ho chiari i ricordi di quanto avvenuto lungo il cosiddetto \u00abFronte di Cassino\u00bb passante per la Collina della Piet\u00e0, dove vivevo con la mia famiglia.<br \/>\nInnanzitutto va precisato che un segmento della \u00abLinea Gustav\u00bb, il lungo sbarramento difensivo approntato dai tedeschi che andava dal Tirreno all\u2019Adriatico, era formato dal \u00abFronte di Cassino\u00bb. Quest\u2019ultimo, lungo circa 15 km., divenne tale quando, con l\u2019avanzare degli Alleati, i tedeschi si ritirarono al di l\u00e0 dei fiumi Gari e Rapido, avendo comunque la possibilit\u00e0 di colpire qualsiasi punto di quella vasta zona avvalendosi di un efficace osservatorio posizionato su Montecassino. D\u2019inverno il terreno sito ad ovest della Collina della Piet\u00e0 diventava acquitrinoso perch\u00e9 attraversato dal Gari e quindi mal si prestava a un attacco frontale da parte degli Alleati, nonch\u00e9 risultava difficile da attraversarla tale zona poich\u00e9, dirimpetto, v\u2019erano ben organizzate le postazioni tedesche, favorite dalla libera visuale che consentiva loro di colpire qualsiasi punto del Fronte. Tuttavia ad est vi era il Monte Trocchio che costituiva di per s\u00e9 una protezione.<br \/>\nIl punto fondamentale del Fronte restava pertanto la Collina della Piet\u00e0, dalla cui sommit\u00e0 si vedevano Cassino e l\u2019Abbazia a nord e Mignano Montelungo a sud, dove sul finire del 1943 erano arrivati gli Alleati. Essa fu il vero scenario di tutte le battaglie combattute nel territorio circostante.<br \/>\nAvevo appena sette anni, ma ricordo chiaramente quanto la presenza dei tedeschi, durante tutta la durata del periodo bellico, fosse drammatica: ai piedi della collina passava la linea ferroviaria nord\/sud e presso il casello che la separava da Monte Trocchio accadeva di tutto: i \u201cmolestatori\u201d razziavano tutto ci\u00f2 che era commestibile, costringendoci a collaborare sotto minaccia, lasciandoci affamati, maltrattando e abusando delle donne. A questo proposito ho un ricordo molto doloroso di un episodio accaduto proprio ad una delle mie sorelle e mia cugina che i tedeschi, in quel triste periodo, le costringevano a recarsi al fiume per lavare i loro indumenti. Un giorno un ufficiale ordin\u00f2 loro di lavargli la giubba. Le ragazze dimenticarono per\u00f2 di svuotare le tasche della stessa, nella quale l\u2019ufficiale aveva riposto un anello d\u2019oro. Quando poi riconsegnarono il capo pulito l\u2019ufficiale, non ritrovandovi all\u2019interno alcun anello, tedesco inve\u00ec contro di loro minacciandole con le armi con una ferocia tale da spaventare tutta la comunit\u00e0. Noi fratelli decidemmo, allora, di recarci al fiume a cercare l\u2019anello tra la brecciolina circostante l\u2019argine dove era stato lavato l\u2019indumento, ed ecco che avvenne quella sorta di miracolo: l\u2019anello fu ritrovato e le ragazze risparmiate dalla furia di quel soldato.<br \/>\nOltre a subire questo crudele trattamento dai soldati tedeschi, dalla sommit\u00e0 della collina assistevamo alla sparatoria tra tedeschi e Alleati: i proiettili scavalcavano il santuario volando sopra le nostre teste. La notte, ascoltavamo impotenti i continui bombardamenti su Cassino e poich\u00e9 il rombo delle fortezze volanti era terrificante, spesso andavamo a nasconderci nel bosco sottostante dove, per ottenere maggiore protezione, costruimmo quattro o cinque cunicoli che penetravano sotto il santuario e in cui ci rifugiavamo di giorno e di notte.<br \/>\nDall\u20198 settembre 1943 (data dell\u2019armistizio), vedevamo dal nostro colle transitare molti convogli ferroviari colmi di mezzi militari, munizioni e soldati.<br \/>\nIl santuario della Piet\u00e0 costituiva un ostacolo per i tedeschi i quali avevano l\u2019osservatorio su Montecassino; decisero, quindi, di minarlo alle fondamenta e, per tale motivo, ci fecero abbandonare le nostre case. Era il dicembre del 1943. Il santuario divenne un cumulo di macerie e credo che ne approfittarono per far esplodere anche tutte le abitazioni circostanti perch\u00e9, al rientro dallo sfollamento (inizio estate 1945), tutto appariva distrutto. Lo scopo di tanta devastazione, per i tedeschi, fu quello di avere libera la visuale fino a Mignano Montelungo, ma l\u2019esplosione si rivel\u00f2 per loro anche uno svantaggio poich\u00e9 avevano inconsapevolmente favorito gli Alleati per lo stesso motivo.<br \/>\nProprio in uno di quei giorni un proiettile sparato dagli Alleati, che non avevano calcolato bene l\u2019ogiva (errore che ne accorciava il tiro), venne a cadere proprio vicino alla nostra abitazione e una delle schegge colp\u00ec al ginocchio una delle zie, rimasta claudicante per tutta la vita a causa della mancanza di cure adeguate.<br \/>\nL\u2019esodo<br \/>\nEravamo tantissimi. Lungo la strada che conduceva alle retrovie tedesche ci unimmo a tanta altra gente sfollata come noi. Il viaggio avveniva quasi tutto a piedi, scortati da militari armati: dopo otto o dieci ore di cammino ci fermammo alla nostra prima tappa, all\u2019incrocio di Pignataro Interamna\/Pontecorvo, dove ci divisero in gruppi e la nostra famiglia insieme a quella di mio zio fu caricata su un camion militare con destinazione Pontecorvo. Trovammo rifugio in una bella casa colonica abbandonata all\u2019imbocco del paese nella quale vi era una cucina rifornita di salumi, formaggi e quant\u2019altro: un miracolo, per noi che eravamo a digiuno da due giorni.<br \/>\nEssendo arrivati tardi (circa le otto di sera), le nostre madri prepararono la cena con il cibo a disposizione e assegnarono ai loro mariti il compito di accendere il fuoco all\u2019aperto sotto un pergolato per cuocere la carne. Ricordo chiaramente che, attorno al fuoco, eravamo dieci adulti e sei tra ragazzi e bambini quando, improvvisamente, proprio sopra le nostre teste, apparivano dei razzi illuminanti: erano gli Alleati che si erano accorti del fal\u00f2 da noi acceso. Una pattuglia di soldati tedeschi ci circond\u00f2 tenendo i fucili puntati contro di noi; avevamo il terrore negli occhi e la morte nel cuore. Ci intimarono di spegnere subito il fuoco e, solo per piet\u00e0 verso tanti bambini affamati e spaventati, non conclusero la serata con un massacro. Ci fecero rientrare in casa e, al buio, consumammo ci\u00f2 che le nostre madri avevano cucinato. La mattina successiva, accadde il finimondo: si sentivano i caccia bombardieri degli Alleati arrivare verso di noi con un rombo assordante e terrificante e, contemporaneamente, la contraerea tedesca in un baleno si mise in moto. Intanto, nostro padre ci fece allineare velocemente di spalle lungo il muro maestro della stanza pi\u00f9 grande di quella casa poich\u00e9, secondo lui, se a causa di qualche bomba fosse crollato il solaio sopra di noi, quello sarebbe atterrato davanti ai nostri piedi e ci saremmo salvati; e cos\u00ec fu. Sul retro della casa, infatti, dopo pochi minuti cadde una bomba che provoc\u00f2 il crollo previsto da nostro padre e, al contempo, cre\u00f2 una buca grande e profonda.<br \/>\nIl bombardamento fu lungo e spaventoso e quando cess\u00f2 dinanzi a noi si present\u00f2 uno spettacolo infernale: un grande fossato alle cui pendici giacevano corpi di militari dilaniati e molti carri armati e altri mezzi distrutti.<br \/>\nSubito i tedeschi ci scortarono, a piedi, a San Giovanni Incarico e ricordo ancora che durante il tragitto piansi per il freddo che sentivo ai piedi: era gennaio e camminavo sulla brina senza scarpe. Venimmo sistemati in una piccola casa colonica che si trovava vicino ad un loro accampamento dove vedevamo i soldati mangiare e bere in abbondanza mentre a noi era riservata la fame. Per la seconda volta piansi, ma stavolta per la fame.<br \/>\nUn giorno, qualcuno si present\u00f2 alla nostra porta e, vista la presenza di tanti bambini e ragazzi, ci fece dono di mezzo sacco di crusca (cibo per bestiame) con il quale dovemmo sfamarci. Solo quando le nostre madri furono chiamate a lavare i vestiti dei militari, potemmo avere qualcosa di commestibile.<br \/>\nSpesso, noi bambini, frugavamo tra i rifiuti della \u201cmensa\u201d degli ufficiali alla ricerca di un torsolo di mela, di una mezza arancia spremuta o di un tozzo di pane secco da intingere nell\u2019acqua. Altrettanto spesso accompagnavamo mio padre al lago vicino per pescare le rane. Ricordo che, a piedi nudi e con le mani infreddolite, scovavo le povere bestiole nascoste sotto il fango in riva al lago, le catturavo, le consegnavo a mio padre e, insieme, le portavamo a casa: quelle rane costituivano la cena per le due famiglie (eravamo in quindici). Ma i guai per noi sfollati non finivano mai: dopo qualche tempo i tedeschi ci trasferirono ad Arpino dove, noi bambini e ragazzi, sfuggendo al controllo dei familiari e soldati, diventavamo testimoni oculari di indicibili atrocit\u00e0; assistevamo da vicino all\u2019addestramento dei soldati di truppa durante il pomeriggio che precedeva l\u2019invio degli stessi al Fronte di Cassino. L\u2019addestramento consisteva, per ogni soldato, nello scavare una fossa a mezzo busto in cui poi si appiattiva mentre un carro armato vi passava alla massima velocit\u00e0. Se, disgraziatamente, cedeva uno degli argini della buca, il soldato veniva schiacciato e ci\u00f2 accadeva ogni volta che lo scavo non veniva completato entro il tempo stabilito dal comandante.<br \/>\nNella giornata di ritorno dal fronte (normalmente il giorno successivo a quello dell\u2019addestramento), vedevamo arrivare grossi camion, dotati di ribaltatori, carichi dei corpi dei soldati dilaniati sul fronte e poi gettati nelle fosse comuni che erano gi\u00e0 state preparate il giorno precedente. Assistevamo, quindi, al riempimento di quelle fosse che veniva effettuato con le stesse pale meccaniche adoperate per scavarle. Ma non tutti i tedeschi incontrati durante la guerra erano crudeli e spietati, vi erano anche dei padri di famiglia tra loro che, alla vista di tanta atrocit\u00e0, piangevano e si disperavano pensando alla sorte cui potevano essere incorsi i loro familiari in patria.<br \/>\nEbbene uno di questi uomini lavorava come cuoco per quei poveri soldati destinati al fronte: allo scattare del coprifuoco, come d\u2019abitudine, tutti noi venivamo ospitati nella cucina da campo (un camion attrezzato che si spostava insieme alla truppa) di quel cuoco, nella certezza di trovare qualcosa da mangiare. Inoltre quel cuoco salv\u00f2 la vita a mio fratello Graziano gi\u00e0 catturato e affiancato ai soldati che scavavano le fosse comuni. Graziano, per\u00f2, eluse la sorveglianza della polizia militare andando a nascondersi in un posto dove nessun tedesco avrebbe mai pensato di cercarlo. Infatti una pattuglia lo cerc\u00f2 invano per una giornata intera e ovunque senza mai trovarlo: era stato proprio quel soldato-cuoco a nasconderlo dentro un pentolone da cucina ricoperto da tante altre pentole non ancora lavate. Terminato il coprifuoco, via la pattuglia, il cuoco fece uscire mio fratello dal pentolone e ce lo restitu\u00ec sano e salvo. Quell\u2019uomo era stato un dono di Dio, per noi. Poi, una mattina di maggio, ci svegliammo di soprassalto, a causa del rumore esterno, e ci trovammo di fronte uno scenario completamente nuovo, soldati con divise diverse da quelle, ben note, dei tedeschi: erano gli Alleati. Questi, dopo pochi giorni, ci portarono nelle loro retrovie in Calabria poich\u00e9 non poterono collocarci nella zona di Cassino n\u00e9 sulla nostra collina della Piet\u00e0, in quanto erano zone infestate di armi, mezzi militari e mine disseminate in tutte le campagne circostanti. Il viaggio in Calabria, dur\u00f2 circa quindici giorni e solo dopo diciotto mesi ci portarono nelle nostre zone di provenienza.<br \/>\nIl ritorno<br \/>\nLo spettacolo che ci si presentava al rientro era a dir poco spettrale: erano state bruciate anche le pietre. Questo stato di cose imponeva a tutti di ricercare qualche possibilit\u00e0 di sopravvivenza, tenuto anche conto che tra noi c\u2019erano dei bambini molto piccoli come mia sorella Cesarina e mio fratello Bruno. Quest\u2019ultimo, in particolare, si ammal\u00f2 gravemente e fu salvato grazie alla penicillina americana che Graziano and\u00f2 a reperire al mercato nero di Napoli. Insomma, il soldato-cuoco salv\u00f2 Graziano e questi salv\u00f2 Bruno.<br \/>\nUn\u2019occasione di lavoro ci si present\u00f2 quando qualcuno ci inform\u00f2 che presso la stazione ferroviaria di Cassino si vendeva di tutto. Noi (io, i miei fratelli, Graziano e Pietro e miei cugini Arnaldo, Amasio e Domenico) trascorrevamo l\u00ec intere giornate vendendo acqua, sigarette e quant\u2019altro ai viaggiatori. Il ricavato quotidiano dovevamo consegnarlo a nostra madre, la quale doveva occuparsi anche di nostro fratello maggiore, Michelangelo, rientrato dopo tre anni dalla prigionia in Germania.<br \/>\nPiccola parentesi: Michelangelo era un vero fenomeno negli studi. Prima dello scoppio della guerra si era diplomato al Liceo classico conseguendo la media del dieci e poi si iscrisse alla Facolt\u00e0 di Giurisprudenza. Appena rientrato dalla prigionia si iscrisse nuovamente alla stessa Facolt\u00e0 a Roma e l\u00ec, al primo appello, super\u00f2 ben diciassette esami con voti eccezionali. Nella capitale alloggiava presso una zia, ma al vitto dovevamo provvedere noi. Alla fine, Michelangelo divent\u00f2 un magistrato.<br \/>\nRitornando all\u2019ambiente della stazione di Cassino e del nostro piccolo commercio va registrato che si viveva in quei frangenti in uno stato di violenza morale e materiale. La cattiveria umana superava ogni limite e proprio l\u00ec assistevamo a numerosi fatti raccapriccianti: un uomo (che mancava assolutamente di umanit\u00e0 ed empatia, eccedendo invece in cattiveria e sadismo) durante la sosta di un treno diretto a nord, ebbe un diverbio con un soldato, poco pi\u00f9 che un ragazzo, sceso dal convoglio per necessit\u00e0 fisiologiche. Nessuno di noi cap\u00ec la causa dell\u2019alterco, sta di fatto che quell\u2019uomo crudele stratton\u00f2 il ragazzo facendolo cadere tre volte ai suoi piedi e mentre il povero malcapitato stramazzava al suolo con le mani e con un\u2019arma lo picchi\u00f2 ripetutamente lasciandolo a terra svenuto. Il treno, nel frattempo, ripart\u00ec senza quel ragazzo a bordo. Non sapemmo mai nulla della sua sorte, ma molti anni dopo venimmo per\u00f2 a sapere quella dell\u2019uomo che lo picchi\u00f2: una fine indegna, che non si augura neanche al peggior nemico.<br \/>\nI luoghi della guerra<br \/>\nSappiamo bene che i tedeschi si erano ritirati a nord del Gari e del Rapido, dalle Limate fino a Caira.<br \/>\nRicordo che fino all\u20198 settembre 1943, il terreno di mio padre, in localit\u00e0 Cesarino (di fronte al Monte Trocchio), era occupato da numerosi carri armati tedeschi. Ai primi di gennaio 1944 i tedeschi si ritirarono al di l\u00e0 del Gari e del Rapido, lato nord. Da l\u00ec inizi\u00f2 la tragedia del Fronte di Cassino: la nostra collina era ormai fronte scoperto mentre gli Alleati, per avvicinarsi ai due fiumi e creare la prima testa di ponte, persero migliaia di soldati sul terreno minato posto al di qua dei due fiumi (sinistra), in particolare nella zona di Fontanarosa. Come abbiano fatto gli Alleati a sminare quelle zone e crearsi un passaggio cos\u00ec da raggiungere i due fiumi e oltrepassarli, l\u2019ho saputo direttamente da uno dei due pastori che furono associati a quell\u2019operazione, Luigi Bianchi e Pasquale Zenga (entrambi di Colletornese-Cervaro), i quali resero un grande servizio agli Alleati. Infatti ai due pastori, che avevano assistito, in precedenza, alla posa delle mine anti-uomo da parte dei tedeschi, furono affidate migliaia di pecore (australiane e neozelandesi) da condurre a pi\u00f9 riprese sotto la collina della Piet\u00e0. Le povere bestie venivano sollecitate ad avanzare verso il fiume, mentre i due uomini si nascondevano nei fossati circostanti. Attraversando i campi le pecore saltarono quasi tutte in aria. Se ne salvarono soltanto quarantacinque, che i due pastori ricevettero come ricompensa per il servizio dato. Questo numero fu confermato molti anni dopo dalla sorella di Antonio Bianchi, mentre il pastore Zenga mi confid\u00f2 che le pecore sopravvissute furono, in realt\u00e0, oltre mille e che le rivendettero a tutti i pastori dei paesi vicini. Gli Alleati avevano finalmente il campo sminato. Era l\u201911 maggio 1944. L\u2019attraversamento vero e proprio avvenne il 18 maggio 1944 ad opera dei gurka, soldati che facevano parte del Commonwealth (8^ armata inglese). Questo avvenimento fu ripreso anche dal giornale \u00abItalia Libera\u00bb che usc\u00ec a Caserta e Napoli nel 1944. In nessun libro di storia, tuttavia, si parla di questo episodio.<br \/>\nNell\u2019immediato dopoguerra: i nuovi giochi<br \/>\nLa nostra zona era piena di munizioni inesplose ammucchiate lungo le strade. Moltissimi dalla Campania venivano in prossimit\u00e0 del santuario a rifornirsi in questo \u201cmercato nero\u201d. Ricordo che mio fratello Pietro riusc\u00ec ad ottenere, oltre a un moschetto T8, una mitragliatrice tedesca nuova che sparava trentotto colpi di seguito. Purtroppo la utilizzava in malo modo, ad esempio appoggiava sulla mia spalla destra la canna dell\u2019arma indirizzando le sventagliate nel tunnel attiguo alla nostra abitazione. Naturalmente poco tempo dopo quelle armi ci furono tolte.<br \/>\nIo avevo circa nove anni, facevo parte di un gruppetto di ragazzi pi\u00f9 grandicelli di me e ubbidivo ai loro comandi. Ci recavamo ogni mattina alla stazione di Cassino per occuparci, come gi\u00e0 ricordato, del nostro piccolo mercato nero e, nel tempo che intercorreva tra il passaggio di un treno e un altro, eravamo soliti mettere in atto giochi, taluni molto pericolosi, inventati al momento. Fra tutti, ricordo il gioco del \u201ccatozzo\u201d. Questi non era altro che la catasta di legna allestita dai carbonai e poi bruciata a fuoco lento per ricavarne la carbonella. Il nostro gioco per\u00f2 consisteva nell\u2019ammucchiare munizioni inesplose (che nel \u201945 abbondavano) nel diroccato deposito motrici della stazione, formarne un \u201ccatozzo\u201d, disinnescare l\u2019ordigno centrale, dare fuoco e poi scappare per ripararci e goderci, a distanza, l\u2019effetto \u201cbig-bang\u201d. All\u2019inizio quelle esplosioni, interminabili, mi spaventavano non poco, ma poi il gioco cominci\u00f2 a piacerci. Invece il gioco dell\u2019acqua alta e dei bazooka mi facevano sentire forte: dopo aver fatto incetta di bombe a mano inesplose, disinnescavamo gli ordigni e li scagliavamo nel pozzo sito ai piedi del colle della Piet\u00e0 col semplice intento di veder schizzare in alto l\u2019acqua del pozzo (vinceva la gara chi la faceva schizzare pi\u00f9 in alto). Inoltre vicino al pozzo vi era una grossa buca, formatasi in seguito all\u2019esplosione di una potente ed enorme bomba aerea, e che, riempitasi piena d\u2019acqua piovana, noi ragazzi usavamo come piscina. Il gioco dei bazooka, invece, funzionava cos\u00ec: con i compagni, puntavamo quelle armi verso Monte Trocchio, sicuri di colpire il bersaglio. I colpi, al massimo, raggiungevano soltanto qualche casa diroccata a pochi metri di distanza, ma noi eravamo felici lo stesso: erano giochi pericolosi, ma erano i nostri giochi. Ma il premio per tanta inventiva, alla fine, erano solo calci nel sedere da parte dei miei fratelli pi\u00f9 grandi e meritati schiaffoni anche dai genitori.<br \/>\nEpilogo<br \/>\nNon sar\u00e0 stata per caso la Vergine del nostro santuario, a proteggerci durante tutto il periodo di questa immane tragedia bellica? Sta di fatto che tutta la comunit\u00e0 della Piet\u00e0 si \u00e8 salvata ed \u00e8 tornata a casa, in primis mio fratello Michelangelo, dopo tre anni trascorsi nei lager tedeschi in Polonia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">* Si ringrazia la famiglia Valente e Lorenza Bucci per la disponibilit\u00e0.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<p class=\"bawpvc-ajax-counter\" data-id=\"1592\"> (238 Visualizzazioni)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Studi Cassinati, anno 2013, n. 4 &gt; Scarica l\u2019intero numero di \u00abStudi Cassinati\u00bb in pdf &gt; Scarica l\u2019articolo in pdf . di Antonio Valente* Al di l\u00e0 di ci\u00f2 che racconta la storia, nonch\u00e9 quanto scritto in numerosi romanzi e racconti sull\u2019argomento, io che ho vissuto in prima persona le vicende determinatesi nel corso dei drammatici mesi in cui la guerra sost\u00f2 nel cassinate e poi nel dopoguerra, ho chiari i ricordi di quanto avvenuto lungo il cosiddetto \u00abFronte di Cassino\u00bb passante per la Collina della Piet\u00e0, dove vivevo con la mia famiglia. Innanzitutto va precisato che un segmento della \u00abLinea Gustav\u00bb, il lungo sbarramento difensivo approntato dai tedeschi che andava dal Tirreno all\u2019Adriatico, era formato dal \u00abFronte di Cassino\u00bb. 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