﻿{"id":3192,"date":"2016-09-30T10:06:41","date_gmt":"2016-09-30T08:06:41","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cdsconlus.it\/?p=3192"},"modified":"2016-11-07T19:15:54","modified_gmt":"2016-11-07T18:15:54","slug":"briganti-e-brigantesse-odio-amore-e-gelosia-tra-speranze-e-delusioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cdsconlus.it\/index.php\/2016\/09\/30\/briganti-e-brigantesse-odio-amore-e-gelosia-tra-speranze-e-delusioni\/","title":{"rendered":"BRIGANTI E BRIGANTESSE Odio, amore e gelosia tra speranze e delusioni"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><div class=\"printfriendly pf-button  pf-alignleft\">\n                    <a href=\"https:\/\/www.cdsconlus.it\/index.php\/2016\/09\/30\/briganti-e-brigantesse-odio-amore-e-gelosia-tra-speranze-e-delusioni\/?pfstyle=wp\" rel=\"nofollow\" onclick=\"\" title=\"Printer Friendly, PDF & Email\">\n                    <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.cdsconlus.it\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/DEFINITIVA.1.png\" alt=\"Print Friendly, PDF & Email\" class=\"pf-button-img\" style=\"\"  \/>\n                    <\/a>\n                <\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Studi Cassinati, anno 2008, n. 1<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>di Vito Mancini<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cEgregio direttore, la lettura dell\u2019articolo \u2018Le brigantesse: drude o eroine\u2019 pubblicato nel n. 3 di codesta rivista, mi ha riportato indietro nei miei ricordi di vecchie letture sul brigantaggio meridionale. Ne \u00e8 venuto fuori un articoletto sulle drude dei briganti nostrani che credo far\u00e0 piacere portare a conoscenza dei lettori della nostra rivista, se crede\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molto \u00e8 stato detto e scritto sul brigantaggio che impervers\u00f2 nell\u2019Italia Meridionale nel quinquennio 1860-65. Il fenomeno \u00e8 stato esaminato in tutti i vari aspetti. Esso ha origini molto lontane nel tempo, dovuto quasi sempre a momenti di crisi profonde dello stato e della societ\u00e0; si pu\u00f3 dire che esso ha avuto carattere endemico originato dal sistema feudale.<br \/>\nManifestatosi sin dai tempi del dominio angioino e aragonese, latente negli anni, si diffuse dapprima nel 1799 (Fr\u00e0 Diavolo, Sciarpa, Mammone, Pronio), poi durante la Repubblica Romana, indi contro l\u2019invasione napoleonica (Ciro Annichiarico, Fortunato Cantalupo il \u201cTerrore del Gargano\u201d, De Feo il \u201cFlagello della Calabria\u201d, Occhialone, Pennacchio) per accentuarsi dopo l\u2019Unit\u00e0, quando divent\u00f2 guerriglia organizzata, alimentata dalla profonda delusione dei contadini poveri, delusi dalle attese di promessi cambiamenti sociali e strumentalizzati da elementi reazionari borbonici. Conscio che le sue fatiche non gli frutteranno alcun benessere, che il prodotto bagnato dai suoi sudori non sar\u00e0 suo e credendosi condannato a perpetua miseria, il poveraccio coltiver\u00e0 sempre nell\u2019animo suo spontaneo l\u2019istinto della ribellione e della vendetta. Questa rivolta, espressione di un malessere sociale, deliberatamente sfruttata a scopi politici e inasprita dalla comune delinquenza, infiamm\u00f2 all\u2019epoca le nostre contrade.<br \/>\nLa scintilla scocc\u00f2 nella Basilicata, una delle regioni pi\u00f9 aspre, selvose e accidentate della penisola, in cui scorazzavano impunemente, compatti e numerosi, nuclei di malandrini, ai quali fu facile nell\u2019aprile del 1861 sollevare la plebe di Lagopesole e dei paesi circostanti, adducendo motivi demaniali e di restaurazione del tramontato regime borbonico.<br \/>\nAllettati dalla facilit\u00e0 con cui si era compiuta l\u2019insurrezione, promessa di facili ricchezze, i rivoltosi vanno a Ripacandida, Ginestra, Venosa, Lavello, restaurano il caduto regime, aprono le carceri, distruggono gli archivi, rubano, ammazzano, incendiano le case di molti benestanti in fama di liberali. Cos\u00ec a Melfi furono accolti con feste e luminarie tra frenetiche acclamazione del popolino che li scambi\u00f2 per soldati borbonici.<br \/>\nA questo moto risposero immediatamente le bande brigantesche che bivaccavano nelle Calabrie, nella Campania, negli Abruzzi e in Puglia. In quest\u2019ultima regione nel luglio del \u201c61 infuri\u00f2 la reazione capitanata da numerose bande di saccheggiatori; fra le quali si distinse per ardimento e per fede al vecchio regime quella del sergente del disciolto esercito, Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, che con la sua banda giurava di far rispettare i stendardi del nostro re Francesco II. Numerose le bande, agguerrite e formidabili, che dal Molise al Beneventano, dalla Capitanata alla Penisola Salentina e fino all\u2019estrema Calabria, sventolando le bianche bandiere borboniche, infestavano il paese, bloccavano le vie, impaurivano e ricattavano i possidenti, impedivano il traffico, rendevano impossibile la vita e finanche il lavoro quotidiano dei campi.<br \/>\nAll\u2019originario nucleo di facinorosi e grassatori si aggiunsero i renitenti della leva ordinata dal governo di Torino nell\u2019Italia Meridionale, fomentatori costoro per qualche tempo e riserva di briganti poi. Chi erano questi capibanda che amavano circondarsi di ignobile plebaglia, cui non facevano difetto le donne, vuoi per amore, vuoi per costretta remissivit\u00e0? Non manca, infatti, nell\u2019intera esperienza brigantesca il risvolto rosa: l\u2019amore, l\u2019odio, la passione. Vediamone qualcuna insieme al suo drudo.<br \/>\nAbbiamo accennato a Pasquale Domenico Romano, l\u2019ex sergente borbonico, che infest\u00f2 molta parte della Puglia fino al giorno della sua disfatta (5 gennaio 1863). Il nostro Romano, che assunse il nome di battaglia Errico la Morte, religioso a modo suo tant\u2019\u00e8 che scriveva pietose giaculatorie e, accingendosi a battaglia, invocava la protezione di santa madre Chiesa, godette delle grazie di Rosa Martinelli, formosa contadina salentina ventenne, acquistata per suo conto da un suo seguace per cento piastre. Spesso la donna fu la pietra dello scandalo in lotte intestine fra banditi gelosi, invidiosi e assatanati.<br \/>\nGiuseppe Nicola Summa di Avigliano, altrimenti detto Ninco Nano che si firmava \u201cil colonnello\u201d. Nato il 19 agosto 1833, era un misero bracciante agricolo, gi\u00e0 omicida ed evaso dalle carceri, il quale ebbe la sfacciataggine di offrirsi a Garibaldi che, sdegnato, lo scacci\u00f2 in malo modo. Nessun brigante fu tanto sanguinario e vile quanto lui. Aveva dimora nel bosco di Lagopesole ed, essendo affetto da sfrenata libidine, oltre a compiacersi delle grazie di sua moglie Caterina Ferrara fu Angelo, detta Scazzetta, di anni 31, aveva amanti Filomena Nardozza, alias Di Pecora, di anni 20, la quale indossava abiti maschili e girava armata di fucile (fu condannata in seguito a dieci anni di reclusione: si dice che bevesse il vino nel teschio di un bersagliere), Marianna Carpi, Maria Lucia Nella e la crudelissima Marianna Corf\u00f9, che nella vicenda della morte del suo drudo si lasci\u00f2 affumicare piuttosto che arrendersi. Con la morte di Ninco Nanco (27 gennaio 1863) si disse spento il brigantaggio nel Potentino.<br \/>\nCarmine Crocco, soprannominato Donatello, era un capraio di Rionero in Vulture. Fu il pi\u00f9 prestigioso dei briganti, anch\u2019egli ardito e sagace fece parte dell\u2019esercito borbonico. Condannato per omicidio all\u2019ergastolo, evase e con Caruso si fece brigante, ambedue sognando di ristabilire il governo di Francesco II e diventare marchesi e generali come i loro predecessori del 1799. Crocco ostentava sul petto due decorazioni e si faceva chiamare \u201cgenerale\u201d. La sua banda fu la pi\u00f9 numerosa e agguerrita, tant\u2019\u00e8 che a lui fu indirizzato il legittimista spagnolo Borjes perch\u00e9 ne assumesse il comando. Fedele compagna del Crocco fu tale Giovanna Tito, avvenente e prosperosa, che non disdegnava partecipare alle scorribande armata di schioppo e pugnale.<br \/>\nFrancescantonio Summa, fratello minore di Ninco Nanco. Aveva compagna fedelissima Lucia Pagano, diciottenne. Trecce nere e pantaloni maschili Lucia montava a cavallo armata di rivoltella; divenne brigantessa impavida prendendo parte a molti combattimenti. Arresasi ai militi della Guardia Nazionale, fu condannata a dieci anni di reclusione, cinque dei quali scontati nell\u2019Isola del Giglio. Francescantonio non si accingeva a sfidare la morte (mor\u00ec l\u201911 marzo 1864) senza avere al fianco la sua Lucia.<br \/>\nVincenzo Tortora di S. Fele capeggiava una banda operante nel territorio di Ripacandida. Aveva con s\u00e9 un\u2019amante a nome Emanuela, giovane sui vent\u2019anni che lo seguiva a cavallo, vestita da uomo. Fu uccisa dal brigante Coppa che abus\u00f2 di lei. Costui fu ucciso a sua volta dal Tortora per vendetta.<br \/>\nCoppolone, che spadroneggiava con Serravalle nel circondario di Matera, era coadiuvato dalla sua donna, tale Arcangela Cutugno, non pi\u00f9 giovanetta, ma abile nel cavalcare e tirare di schioppo.<br \/>\nAlla cattura di Schiavone, alias Orecchiomuzzo, uno degli sgherri di Crocco, contribu\u00ec una delle sue favorite a nome Rosa Giuliani, la quale per gelosia e per precedenti rancori lo denunzi\u00f2 al delegato di Candida. Schiavone e Coppolone furono i meno sitibondi di sangue. Infine Michele Caruso di Atella, altrettanto sanguinario come Ninco Nanco, operava nel comprensorio che andava dal Fortore al beneventano e fino al circondario di Vasto nel Molise. Era stato alle dipendenze del principe di Sanseverino come pastore. Si dette alla macchia in seguito ad un omicidio. Aveva rifugio nella Selva delle Grotte e disponeva di un\u2019infermeria largamente provvista, cos\u00ec come nel rifugio di Crocco abbondavano vivande, vini e provviste varie. Fedele compagna del Caruso fu Filomena Pennacchio che indossava abiti maschili. Eroina a modo suo, con lo schioppo e il pugnale al fianco Filomena non disdegnava di calzare un cappellino sulle ventitr\u00e9. Moltissime le bande, moltissimi i capi, numerosissime le donne che con essi si accompagnarono, certamente non tutte per amore e dedizione, la gran parte di esse per ruberie e saccheggi. Qui abbiamo accennato ad alcune di esse, quelle che hanno lasciato qualche traccia di s\u00e9 nelle relazioni e nei racconti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>Risponde Fernando Riccardi<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>La \u2018guerra cafona\u2019 e la questione meridionale<\/em><\/strong><em><br \/>\nIl brigantaggio post-unitario, fenomeno molto complesso determinato da un coacervo inestricabile di cause sociali, economiche, ambientali, politiche, ideologiche e culturali, non pu\u00f3 essere ridotto, sic et simpliciter, all\u2019esplosione incontrollata e inarrestabile dei pi\u00f9 bassi istinti delinquenziali. Non tutti i briganti furono assassini, ladri e grassatori. Qualcuno, anzi, pi\u00f9 di qualcuno, in quel drammatico decennio che segu\u00ec l\u2019unificazione della Penisola, decise di ribellarsi per un motivo ben pi\u00f9 nobile: difendere la terra ma, soprattutto, la dignit\u00e0 oppressa e calpestata dagli invasori provenienti dal nord. Certo, non tutti furono eroi, cos\u00ec come non tutti furono briganti.<br \/>\nNon manc\u00f2 chi, profittando della situazione di grande confusione e di incertezza, bad\u00f2 solo ai suoi interessi, spesso torbidi, senza provare pulsioni ideologiche o palpiti patriottici.<br \/>\nRidurre, per\u00f2, quel nutrito stuolo di legittimisti che giunsero da ogni parte d\u2019Europa per sostenere la lotta contadina che infuriava nel sud d\u2019Italia alla stregua \u201cdi ignobile plebaglia\u201d, di loschi figuri da inviare al capestro, come spesso fu fatto, non sarebbe giusto n\u00e9 storicamente corretto. La ricostruzione di Vito Mancini, figlia legittima di quella storiografia imperante che per tanto, troppo tempo, l\u2019ha fatta da padrona, mi \u00e8 sembrata eccessivamente convenzionale. E se ci\u00f2 vale, a mio avviso, per i cosiddetti briganti, ancora di pi\u00f9 lo \u00e8 per le \u2018brigantesse\u2019, un mondo assolutamente inesplorato e in gran parte sconosciuto. Non furono tutte \u2018drude\u2019, tutte volgari prostitute, quelle che si unirono alle bande per dispensare le loro grazie ai rivoltosi.<br \/>\nNon tutte furono femmine da bordello degne della pi\u00f9 feroce esecrazione e da additare al pubblico ludibrio. Molte furono costrette a salire la montagna per non morire di fame e di stenti, per sfuggire alla disperazione, per allontanarsi da quel paese dove il giudizio della gente era pi\u00f9 tagliente della lama di un coltello e dove insopportabili e oltraggiose erano le angherie dei piemontesi e dei loro aficionados locali. A quel tempo non era facile la vita per mogli, madri, sorelle o amanti dei briganti. Per loro non c\u2019era scelta: o ci si dava alla macchia o si collaborava, in tutti i sensi, talamo compreso, con gli sbirri venuti da lass\u00f9 a dettar legge.<br \/>\nNon esisteva via d\u2019uscita. E se molte si piegarono, in tante decisero di resistere impugnando lo schioppo e il pugnale. Bisognerebbe, poi, distinguere le donne dei briganti, quelle che per amore vollero stare vicine al loro uomo, dalle brigantesse vere e proprie che abbracciarono la causa spinte da motivazioni ideologiche e politiche. Forse non furono tante. Di certo si confusero in quella massa indistinta di donne, di madri e di mogli. Ci\u00f2 malgrado sarebbe ingeneroso fare di tutta l\u2019erba un fascio. Cos\u00ec come fuorviante \u00e8 imputare quel fuoco inarrestabile che infiamm\u00f2 il meridione d\u2019Italia dal 1860 al 1870 unicamente alla voglia di rivalsa dello straccione, del poveraccio che da sempre coltivava \u201cnell\u2019animo suo spontaneo l\u2019istinto della ribellione e della vendetta\u201d.<br \/>\nSe fosse stato veramente cos\u00ec, quella rivolta sanguinosa ed estenuante non sarebbe durata tanto a lungo n\u00e9 il governo sabaudo avrebbe impiegato nella repressione le sue migliori energie. Sarebbe stata spazzata via al primo impercettibile soffio di vento.<br \/>\nE invece cos\u00ec non fu perch\u00e9 alla base della \u2018guerra cafona\u2019 vi erano motivazioni ben pi\u00f9 profonde. Quelle stesse che, ancora oggi, impongono di parlare della \u2018questione meridionale\u2019.<br \/>\nArgomento antico, datato, ma, ahim\u00e9, drammaticamente irrisolto. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Fernando Riccardi<\/em><\/p>\n<p class=\"bawpvc-ajax-counter\" data-id=\"3192\"> (775 Visualizzazioni)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>. Studi Cassinati, anno 2008, n. 1 di Vito Mancini \u201cEgregio direttore, la lettura dell\u2019articolo \u2018Le brigantesse: drude o eroine\u2019 pubblicato nel n. 3 di codesta rivista, mi ha riportato indietro nei miei ricordi di vecchie letture sul brigantaggio meridionale. Ne \u00e8 venuto fuori un articoletto sulle drude dei briganti nostrani che credo far\u00e0 piacere portare a conoscenza dei lettori della nostra rivista, se crede\u201d. Molto \u00e8 stato detto e scritto sul brigantaggio che impervers\u00f2 nell\u2019Italia Meridionale nel quinquennio 1860-65. 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