Roccasecca: riemergono i resti del ponte romano sul fiume Melfa in località Ronca


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«Studi Cassinati», anno 2022, n. 1
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di Carlo Molle

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Recenti lavori nel greto del fiume Melfa a Roccasecca hanno riportato alla luce alcuni resti del ponte romano in località Ronca, non più ben visibili da decenni e dei quali si dà qui una breve comunicazione1. Questo ponte, ben noto a Michelangelo Cagiano de Azevedo2 e documentato da Antonio Giannetti e Alceo Morone3, si trovava poco più a monte del ponte moderno in cemento, che ha sostituito un precedente più precario “ponte a tavole”, del quale conserva localmente la denominazione.

Il ponte antico serviva l’antica via “Pedemontana”, che a oriente del fiume si dirigeva verso Casinum, seguendo grossomodo il percorso dell’attuale via San Rocco; a occidente, è probabile invece che la strada seguisse almeno due percorsi principali, dei quali l’uno diretto verso la zona dei Fraioli e Arpinum, l’altro verso la Valle di Arce, dopo aver aggirato la collina di Monte Felice su uno o su entrambi i versanti. Nello stesso tempo, un altro importante asse viario proveniente da Aquinum e ora in parte ricalcato da strade moderne (via Campo Cavaliere, via D’Aquino, via Socce, via Piana), convergeva da sud-est verso il nostro ponte4, dove si univa alla Pedemontana e in qualche modo proseguiva anche al di là di essa, mantenendosi sulla sinistra del fiume in direzione delle Gole del Melfa. La zona collinare subito al di sopra del ponte sulla sinistra del Melfa ospitava, tra l’altro, un cospicuo insediamento romano, oggetto di ricognizioni promosse dalla McMaster University di Hamilton (Canada), il cui nucleo principale era probabilmente costituito dalla villa romana della “Sedia Piana” 5.

Attualmente sono riemerse tre parti del ponte (fig. 1), collocate verso l’attuale sponda destra del fiume e poste all’incirca tra i 67 e i 43 metri a monte del viadotto moderno; esse sono solo parzialmente osservabili, in quanto immerse nei detriti dell’alveo, e non è del tutto chiaro se coincidano in pieno con le tre parti documentate in passato6.

Fig. 1. L’insieme dei resti del ponte visti da sud.

Fig. 2. Il pilone.

Fig. 3. L’intradosso dell’arcata.

A monte si scorge un primo nucleo in cementizio aderente ad almeno 4 grossi blocchi di travertino locale, difficilmente inquadrabili, forse parti di un’arcata (fig. 1A)7. Al centro è identificabile un pilone, di cui emerge il rostro a pianta triangolare (figg. 1B, 2), caratterizzato anch’esso da nucleo in cementizio e paramento in blocchi di travertino con qualche elemento di puddinga e di calcare compatto (si contano non meno di 12 filari per un’“altezza” di almeno m 3,1)8: probabilmente si tratta dello stesso pilone rilevato da Giannetti, il quale riscontrava la presenza di un rostro triangolare su entrambi i lati. A valle si trova un segmento dell’intradosso di un’arcata (ora ruotata di 90o) in blocchi di travertino (si contano 8 filari della ghiera), a loro volta sovrastati da una gettata di cementizio (figg. 1C, 3): anche qui non è chiaro se si tratti del segmento incluso nella porzione di ponte più grande vista in passato, ma dalla curvatura è possibile ricostruire una luce di cospicue dimensioni9, avvalorando l’ipotesi che il ponte non dovesse avere più di due arcate. La larghezza dell’arcata si può attualmente misurare fino a m 2,15 circa (per Giannetti non doveva comunque superare i m 3,3). Da notare che Giannetti segnala anche una “spalla di attacco” alquanto più larga dell’arcata, senza però rilevarla.

L’opera cementizia è generalmente caratterizzata da una malta non pozzolanica in cui sono immersi ciottoli fluviali, anche di grandi dimensioni, evidentemente raccolti sul posto, mentre i blocchi del paramento in travertino erano probabilmente estratti dalle cave di Aquinum. Questi blocchi, attualmente osservabili quasi solo in facciavista, sono generalmente più piccoli nel pilone (dove i filari sono alti mediamente circa cm 30) e più grandi nell’intradosso (dove i conci sono spessi intorno ai cm 50 e, in qualche caso, lunghi più di un metro).

Considerate l’alternanza di opera cementizia e di opera quadrata e la raffinatezza delle cortine, sarei propenso a inquadrare la cronologia del ponte tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.10, pur nella consapevolezza che il tracciato della strada doveva essere assai più antico. In particolare, si potrebbe pensare all’epoca della deduzione della colonia triumvirale di Aquinum, generalmente collocata negli anni che seguirono la battaglia di Filippi (42 a.C.), o alla successiva età augustea, che segnarono un periodo di grande prosperità economica per la popolosa città della Valle del Liri, nel cui territorio – o quantomeno ai cui confini – il ponte si trovava.

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Postilla: in fase di stampa, grazie ad Angelo Nicosia, ho rintracciato anche i contributi pubblicati in

«Il Golfo» citati a nt. 3, dei cui dati avevo comunque potuto tener conto tramite la ristampa del 1986.

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NOTE

1 Già a partire dalla fine del secolo scorso, mi sono recato più volte sul posto per documentare il ponte (talvolta accompagnato dagli amici Valerio Vano e Mauro Filancia), ma finora non avevo mai potuto vederne i resti con l’evidenza attuale.

2 M. Cagiano de Azevedo, Interamna Lirenas vel Sucasina (presso Pignataro Interamna), Roma 1947, p. 43 (cfr. p. 38, fig. 3); Id., Aquinum, Roma 1949, p. 59 (cfr. p. 52, fig. 6), dove – forse a ragione – si riteneva non di origine romana il “Ponte Vecchio”, situato quasi km 1 in linea d’aria a nord (e a monte) del nostro ponte.

3 A. Giannetti, in «Il Golfo» n. 62, p. 8 e n. 63, p. 12, 1978 (non vidi), contributi comunque riproposti in A. Giannetti, Costruzioni romane nel Cassinate, in Id., Spigolature di varia antichità nel settore del medio Liri (con un’appendice epigrafica), Cassino 1986, pp. 183-189, in partic. pp. 186-189, figg. 5 (disegni di A. Morone) e 6; cfr. anche p. 192, nt. 4; A. Giannetti – A. Morone, Il territorio di Colfelice in epoca romana (noterelle archeologiche), Colfelice 1982, pp. 11 e 33, fig. 7.

4 Da notare che converge in quest’area anche la via “Guado del Melfa”, che era in funzione soprattutto del più tardo abitato di Roccasecca centro.

5 Sulla topografia della zona, tra l’altro: J.W. Hayes – I.P. Martini (edd.), Archaeological Survey in the Lower Liri Valley, Central Italy, under the direction of Edith Mary Wightman, Oxford 1994, partic. p. 106, fig. 31; S. Pietrobono, La via Latina nel Medioevo: l’apporto delle fonti medievali allo studio della viabilità nel territorio di Aquinum, in S. Patitucci Uggeri (a cura di), Quaderni di Archeologia Medievale IV. La viabilità medievale in Italia. Contributo alla Carta Archeologica Medievale, Firenze 2002, pp. 201, 215-222; G. Ceraudo – A. Nicosia, Ville romane lungo la via Pedemontana tra Roccasecca e Piedimonte Sangermano, in G. Ceraudo (a cura di), Ager Aquinas. Aerotopografia archeologica lungo la valle dell’antico Liris, Marina di Minturno 2004, p. 38, fig. 44; cfr. tav. I (dove però il percorso ipotetico della via Pedemontana viene graficizzato più a nord e dove – analogamente al citato studio anglosassone del 1994 – è il Ponte Vecchio ad essere considerato punto di convergenza della viabilità antica locale).

6 In Giannetti, Costruzioni, cit., p. 188, fig. 5c, le tre parti rilevate vengono disegnate a valle del ponte moderno, senza dubbio per una svista (cfr., bene, a p. 189), e anche la loro successione rispetto alla corrente (se coincidenti con le parti ora visibili) è descritta (a pp. 187-188) in ordine inverso.

7 Questo nucleo, dubitativamente identificabile con il terzo descritto da Giannetti, è ora visibile per un’ampiezza massima di m 2,6 e sembra purtroppo aver subito dei danneggiamenti recenti.

8 La larghezza del pilone è rilevabile fino a m 1,6; la profondità fino a m 2,95 circa.

9 Sembrerebbe cioè ricavarsi una circonferenza di circa m 15: difficilmente però l’arcata sarà stata costituita da un semicerchio completo e regolare così grande (peraltro Giannetti sospettava «una lieve tendenza ogivale» nella porzione di arcata più completa da lui pubblicata).

10 Sulle tecniche, cfr. le osservazioni di V. Galliazzo, I ponti romani, vol. 1, Treviso 1995, p. 233 e saltim.

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