Blocchi lapidei a testimoniare la vocazione olivicola dell’antica Venafrum


Print Friendly, PDF & Email

.

«Studi Cassinati», anno 2022, n. 3
> Scarica l’intero numero di «Studi Cassinati» in pdf
> Scarica l’articolo in pdf

.

di Maurizio Zambardi

.

A sottolineare la forte vocazione olivicola del territorio dell’antica Venafrum, oltre alle tante descrizioni fatte dai molti autori antichi e moderni, sono i vari elementi lapidei che spesso si trovano nel centro storico della cittadina, incastonati nelle murature di palazzi e chiese, perché riutilizzati, o sparsi isolati nelle campagne. La loro forma e grandezza destano il nostro interesse e tanta curiosità su quale era la loro originaria funzione, ma tale curiosità rimane spesso senza risposta. Vediamo allora di capire la funzione originaria per alcuni grossi blocchi lapidei che ho osservato nel territorio di Venafro.

Il primo blocco è in pietra calcarea locale e si trova a pochi metri dalla Cattedrale di Venafro. Il blocco di forma grossomodo cilindrica è attualmente riutilizzato come larga base di una colonna monolitica in granito, anch’essa antica, alta 2,95 metri, esclusa la base, su cui è posizionata quello che rimane di una croce in ferro, visto che rimangono in situ solo i cerchi e i raggi che dovevano contornare la croce stessa. Il blocco ha un diametro di 2 metri circa e si trova cementato nell’asfalto dello slargo che circonda la Cattedrale. La parte che emerge dal piano asfaltato varia dai 20 cm, ad ovest, ai 40 cm, ad est. Il grosso blocco presenta sul piano superiore una lieve bombatura arcuata verso l’alto e un piccolo canale anulare, largo 10 cm circa e profondo, nella parte meglio conservata, pari 3,5 cm. Il canaletto è meglio evidenziato grazie alla presenza di un’incisione circolare del diametro pari a 140 cm circa. Borda il canaletto una cornice dello spessore variabile tra i 25 e i 30 cm. Sempre sulla faccia superiore del blocco, sul lato nord ed ovest, in maniera ortogonale tra loro, ci sono due parole incise. La prima, quella posta ad ovest, è «CARTUFANO», con altezza delle lettere che variano da 4,5 a 5 cm, per una lunghezza totale della parola pari a 32 cm. La seconda scritta, posta a nord, è «SCOZZAM», con altezza delle lettere che variano da 4 a 4,7 cm, per una lunghezza totale della parola pari a 29,5 cm.

Nella zona centrale della parte bombata vi è un profondo incasso di forma quadrangolare delle dimensioni pari a 70×70 cm, dove è alloggiata la base modanata della colonna, che risulta essere in pietra calcarea, alta 30 cm circa. In sommità della colonna in granito vi è un altro elemento lapideo sagomato, in pietra vulcanica, riutilizzato come capitello della colonna. Il blocco ha forma composta da un disco, con bordo arrotondato, dello spessore di circa 12 cm e del diametro di circa 60 cm, e da un sovrastante dado di lato pari a circa 15 cm.

Dall’analisi dei due blocchi sopra descritti si può dedurre che quello di forma cilindrica è in realtà un’ara di un torcular di un antico frantoio oleario di epoca romana, probabilmente di epoca repubblicana, cioè era la base su cui venivano posizionati, in maniera sovrapposta, più fiscoli in fibra vegetale che venivano riempiti con la frangitura delle olive. In sommità della torre di fiscoli veniva quindi posto un blocco lapideo, che potremmo identificare, nel caso specifico, con l’elemento in pietra lavica sopra descritto, che garantiva la pressione uniforme sui fiscoli, magari interponendo anche un disco di legno, generata dal prelum, o “pennone”, una sorta di trave in legno che aveva la funzione di schiacciare i fiscoli in modo da far uscire il succo di frangitura. Il succo spremuto si raccoglieva nel canaletto dell’ara e da qui veniva fatto confluire, attraverso altri canaletti, in vasche impermeabili, dove, per decantazione, si separava l’olio dall’acqua. Oggi tale funzione di separazione è affidata alla centrifuga.

In merito alle due scritte risulta difficile stabilire se è da metterle in relazione con l’epoca di realizzazione dell’ara, o se di epoca posteriore o moderna. Qualora fossero contemporanee alla realizzazione del blocco potrebbero indicarci il nome, o i nomi, del proprietario dell’antico frantoio oleario o dello scalpellino che realizzò il blocco lapideo.

Per completezza va detto che, a delimitare lo spazio antistante la cattedrale, vi sono delle colonnine, due delle quali sono dello stesso materiale granitico della colonna utilizzata per la croce. La prima ha diametro pari a 44 cm e altezza, per la parte che emerge dalla pavimentazione, pari a 75 cm, la seconda ha diametro pari a 40 cm e alta 95 cm. Non si esclude che i due pezzi potrebbero appartenere a una stessa colonna, simile a quella della croce.

Altro blocco lapideo si trova presso un’abitazione privata nelle campagne venafrane. Il blocco ha forma parallelepipeda di misure globali pari a 63x79x128 cm, presenta sulle due facce più larghe due coppie di incassi rettangolari con grandezze che si aggirano sui 25×55 cm per una profondità che varia dai 5,5 a 6,5 cm. Entrambe le facce hanno un incasso rotto. Il blocco può essere identificato in un lapis pedicinus, cioè quel grosso blocco lapideo inserito nel pavimento dell’ambiente del torcular, dove veniva alloggiato l’arbores e cioè due grossi pilastri in legno a sezione rettangolare dove faceva perno i prelum o pennone. La particolarità di questo lapis pedicinus è il suo riutilizzo simile, ottenuto ribaltando il blocco. La rottura potrebbe essere avvenuta per sollecitazione da taglio a seguito della flessione dell’arbores. Il blocco proviene dalla località Petrilli, lungo la strada che porta alla frazione Le Noci, dove rimangono i resti di un ambiente voltato di epoca romana, probabilmente una cisterna.

.

(20 Visualizzazioni)