Ferdinando II in visita al ponte Farnese a Isoletta


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Studi Cassinati, anno 2016, n. 2

di Tommaso Molle

foto-03Nel volume numero 6 dei «Quaderni Coldragonesi», pubblicato dal Comune di Colfelice e curato, come i precedenti, da Angelo Nicosia, è presente un bell’articolo di Costantino Jadecola dal titolo Una strada modello: la Civita Farnese. Il lavoro indaga con dovizia di riferimenti le ragioni strategiche c commerciali che portarono alla realizzazione di questa strada che da Itri, passando per Pico e S. Giovanni Incarico, avrebbe dovuto collegare l’Appia alla «Regia Strada Latina», ovvero la cosiddetta Consolare Caianello-Arce, l’odierna Casilina, nei pressi di Arce, al fine di poter disporre per scopi militari e commerciali di un asse viario trasversale che mettesse in comunicazione Gaeta con Sora e, quindi, con gli Abruzzi. L’Autore passa in rassegna, inoltre, le varie tappe che, tra vagheggiamenti, proposte, progetti attuativi, ripensamenti, difficoltà finanziarie, portarono, nel giro di alcuni decenni, alla realizzazione di quella che viene definita una strada modello. Realizzata in un paio d’anni, con soluzioni tecniche pregevoli, in ordine alle pendenze, alla qualità dei manufatti, all’alberatura, ai problemi connessi alle difficoltà del tracciato, la «Civita Farnese», così volle che si chiamasse Ferdinando II, venne completata e subito inaugurata nel maggio del 1855. Era lunga 25 miglia napoletane, circa 47 chilometri, e larga 8-10 palmi. Tuttavia mancava il ponte sul fiume Liri e per attraversare il corso d’acqua ci si doveva servire ancora della scafa, una sorta di zattera a fondo piatto governata mediante un cavo che univa le due sponde, al quale si sosteneva il traghettatore.
Il ponte venne costruito, dopo aver vagliato le varie ipotesi e le diverse rielaborazioni progettuali circa la sua ubicazione, la tipologia costruttiva, i costi di attuazione, tra il 7 luglio 1856, data della solenne posa della prima pietra, e la fine del 1858. Di esso Jadecola riporta le caratteristiche tecniche, architettoniche ed estetiche. Lungo 380 palmi, a cinque archi «a tutto centro … della corda ciascuno di palmi 58», posato su quattro pilastri, il ponte fu costruito in mattoni con spalletta in travertino lavorato; i timpani degli archi erano alleggeriti da quattro trafori sagomati a forma di giglio borbonico, ben evidenziati da blocchi di travertino.
Durante la sua trattazione Costantino Jadecola si sofferma, tra l’altro, sulle vicende della cosiddetta Taverna di Campo di Mele, progettata come chiesa lungo la Civita Farnese, edificata ma mai portata a compimento per le sopravvenute vicende storiche relative all’occupazione piemontese del Regno di Napoli, quindi venduta e destinata ad altri scopi.
Riferisce, poi, diffusamente sulla visita ad Isoletta di Ferdinando II che il 23 aprile 1856 si era là recato con la famiglia per farsi un’idea della nuova strada. Ma poiché in quei giorni il Liri era in piena, per cui non era consigliabile attraversarlo con la scafa, il re fu costretto a rinunciare a compiere il tragitto fino ad Arce e a passare la notte ad Isoletta, ospitato nel palazzo di Achille Forte che perpetuerà al suo interno, con una lapide e delle rappresentazioni pittoriche, la memoria e il privilegio di quella visita. Concludendo sul soggiorno del re di Napoli ad Isoletta, l’Autore scrive: «Ferdinando II di Borbone, dopo quella sua visita ad Isoletta del 23 aprile 1856, non passò più da queste parti – del resto morì appena tre anni dopo, a Caserta».
Invece il sovrano fece ritorno da queste parti, come riferisce lo storico Raffaele de Cesare1.
Egli dà conto, infatti, di una successiva visita privata di Ferdinando II al ponte Farnese, presso Isoletta. Del resto la notizia era sfuggita anche a Gaetano Sacchetti, autore di una Storia di Isoletta2 in cui riporta dettagliatamente eventi, fasti e sciagure verificatesi nel paese durante tutta la sua storia.
De Cesare, uno storico molto equilibrato nelle sue analisi, cita questo avvenimento nell’ambito di una ricostruzione delle condizioni del Regno di Napoli e della dinastia borbonica alla vigilia della sua fine. II viaggio, fatto con la famiglia e pochi ufficiali superiori, e le sommesse considerazioni del re, riportale dall’autore, rendono ben evidente il clima morale e lo stato d’animo di quegli anni.
Così lo storico. «Si costruivano poche strade, pochi ponti e molte chiese: ma, tranne per queste, tutto si faceva stentatamente. Nel bilancio figuravano poco più di tre milioni per lavori pubblici, ripeto! Si spendeva anche poco per i cimiteri, essendo per la sepoltura ancora permesse le chiese. I bisogni del Regno, in fatto di lavori pubblici, erano indefiniti. Nell’ottobre del 1858 s’inaugurarono i lavori della strada della Sila, alla presenza delle autorità ecclesiastiche e civili; e pochi giorni dopo, il re con la regina, ì figli maggiori e pochi ufficiali superiori, scortato da gendarmi a cavallo, si recarono a visitare il ponte Farnese sul Liri, presso il villaggio di Isoletta, frazione del comune di Arce. Approvata l’opera, dovuta alla perizia dell’ingegnere direttore Ferdinando Rocco, il re volle proseguire per la via che mena ad Arce. Guidava egli stesso il phaeton, nel quale era la famiglia. A un certo punto di quella magnifica e ferace campagna, cui fanno corona le ultime propaggini dell’’Appennino abruzzese, il re fermò i cavalli e, chiamati i sottoprefetti di Gaeta e di Sora che lo seguivano, Francesco Dentici d’Accadia e Giuseppe Colucci, domandò loro come si chiamassero tutti i ridenti paesi che sorgevano alle falde di quei monti. Saputo che si chiamavano Fontana, Arce, Rocca d’Arce, Roccasecca, Colle San Magno, Palazzolo Castrocielo, uscì in queste significative parole; “Ecco, così dovrebbe essere tutto il Regno: la domenica suona la campana, e si riunisce il Decurionato. Si delibera, e poi ciascuno torna alla campagna e al lavoro; mentre nelle città…” e qui s’interruppe. Proseguendo per Arce, giunse al bivio dove si stacca il tronco che conduce a Ceprano, ed arrivato in quella cittadina, desiderò salutare il marchese Ferrari, non so se fratello o padre di monsignor Ferrari, ministro delle finanze di Pio IX. Scambiati con lui alcuni complimenti avanti il suo palazzo, tornò indietro, non scendendo dal legno, e rientrò a Gaeta a tarda sera».
Questo viaggio con la famiglia e pochi intimi ai confini del Regno sembra la premonizione dell’esilio al quale sarà costretto suo figlio Francesco II da lì a qualche anno. La visione bucolica della campagna e il desiderio di tranquillità mostrano l’inadeguatezza di un monarca, epigono di una pur nobile dinastia, cui però era sfuggito il ritmo della storia. Percepiva forse il re la minaccia di quell’alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese, che tra breve sarebbe scesa dal Nord al seguito dell’esercito invasore, con una parte di quella delle Due Sicilie, soprattutto quella di ispirazione liberale. Ben conosceva la debolezza che al Regno derivava da una classe dirigente corrotta e pronta a tradire; certo gli erano note le trame della massoneria, mentre i tradizionali alleati politici, l’Austria e soprattutto l’Inghilterra, lo abbandonavano. Erano forse queste preoccupazioni ad attraversare la mente del sovrano, tanto da fargli dimenticare persino che dietro quelle ultime propaggini degli Appennini c’erano gl’importanti centri industriali della Valle del Liri: Isola Liri, Arpino. Atina, con le loro cartiere, le fonderie, le industrie tessili che, con le industrie della valle dell’Irno e del Sabato, rappresentavano le poche realtà economiche moderne e foriere di progresso, in un contesto socio-economico basato essenzialmente sull’agricoltura e sul latifondo3. Forse sentiva che il ponte sul Liri e la strada che lo attraversava, da lui voluti per rendere più agevoli e spediti i collegamenti con gli Abruzzi, erano destinati a svolgere ormai una funzione ben diversa e i cui benefici non sarebbero certo andati a vantaggio del suo regno.

1 Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Milano 19692, pag. 319.
2 G. Sacchetti, Storia e cronaca dì Isoletta, Borgo S. Dalmazzo (Cuneo), 1957.
3 A. Dell’Orefice, L’industria della carta nella Valle de Liri durante il XIX secolo: dallo sviluppo alla crisi, in Trasformazioni industriali nella media Valle del Liri in età moderna e contemporanea, in Atti del ciclo di conferenze tenute nell’I.T.C. «C. Baronio» Sora novembre 1984 – aprile 1985, a cura del Rotary Club di Frosinone; G. E. Rubino, L’industria siderurgica nel Distretto di Sora in età borbonica, in Atti del ciclo di conferenze … cit.

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