La forza dell’amore nella seconda guerra mondiale: storia di una riconciliazione


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Studi Cassinati, anno 2016, n. 2

di Cinzia Tiseo

Commozione ed emozione imbattendosi sui social network in fotografie di familiari.

foto-07É straordinario quanto in un attimo una fotografia possa evocare e dire sulla storia di chi ha assistito in prima linea alla grande tragedia del 900, ed io, nel riconoscere il sorriso inconfondibilmente fresco di mia nonna, Maria Margherita Tiseo, sul volto della donna con in braccio un bambino, ho avuto un tuffo al cuore. Chiunque, pur non conoscendone l’identità, può avanzare ipotesi circa il passato delle donne inquadrate in questa vivida immagine e presumere che abbiano resistito con fermezza allo sfacelo per ricomporre ciò che la guerra aveva ridotto in frantumi. Parlo di quelle donne forti e pratiche che offrono protezione a chiunque abbia bisogna di una madre, una sorella, una zia o semplicemente di un po’ di latte. Di quelle donne che vedono i loro uomini partire e tirano su i figli. Di quelle donne che dedicano la propria vita a rendere migliore quella degli altri, diventandone pilastro indistruttibile.
Inizialmente la mia attenzione si è riversata tutta sulla potenza di quell’espressione distesa e semplice a me così familiare, tanto da rendere inevitabile il confronto tra questa vecchia foto ed un’altra molto più recente in cui mia nonna, tenendo in braccio me e mia sorella, conserva quella stessa aria meravigliosamente allegra che evoca riscatto da un passato dilaniato. Ai piedi di una Rocca Janula deturpata si intravedono i rimasugli di una città frastornata dai bombardamenti, lasciando spazio, tuttavia, a un senso di sopimento e rimarginazione, tanto più percepibili se ci si sofferma con lo sguardo sull’espressione di speranza comune ai tre personaggi della foto, che costituendo una nota discordante con lo scenario circostante, si fanno portavoce esemplari di quanti hanno contribuito, con il lavoro e la speranza, alla ripresa di un’umanità messa in ginocchio dalle divisioni e dall’odio. Analizzata in quest’ottica, la fotografia in questione diventa lo strumento di trasmissione del messaggio di redenzione di chi la guerra l’ha scampata per miracolo, di chi ha visto realizzarsi il sogno di riabbracciare i propri uomini, ma anche di chi non è tornato più. Nel guardarla e riguardarla rievoco i tanti momenti in cui mio nonno, Emilio Nardone (a destra della foto), mai privato della memoria del passato, ci parlava della sua esperienza in Africa Orientale e dei successivi tre anni di prigionia in Inghilterra. Con l’annessione dell’Etiopia al suo impero coloniale, Benito Mussolini aveva raggiunto l’apice del consenso a lungo agognato. Con i suoi arbitri, il duce aveva sottoposto a censura la cultura, l’industria cinematografica e la stampa, esaltando “acriticamente” una nazione “mussolinista” fedele, più per adesione formale che per inclinazione, ai dogmi dell’obbedienza cieca e del combattimento, nonché al culto di un dittatore che ipnotizzava il suo popolo attraverso la retorica del mito di Roma antica. Irretito da quegli atteggiamenti da salvatore della nazione di cui aveva garantito l’ordine interno, il cittadino probo, votato alla guerra e alla difesa di una nazione in cui chi si oppone va messo fuori gioco, indossa la camicia nera in supporto della causa espansionistica. Scoppia però la seconda guerra mondiale e le forze britanniche che presidiano il Canale di Suez sottraggono al controllo italiano l’Abissinia da poco conquistata, deportando centinaia di militari in Inghilterra, tra cui mio nonno, che così non poté più inviare notizie alla neo-consorte, Margherita, con la quale si era sposato per procura. Al chiarore di quel futuro si oppose il buio di un interminabile presente in cui si cercava di dormire, affinché il tempo tra le inferriate dell’isolamento sembrasse più breve. Mia nonna dovette lasciare Cassino, caposaldo della linea Gustav, per trovare rifugio a Capua tra i familiari del marito, senza che l’irreparabilità della guerra alterasse la speranza di ricevere la notizia del suo ritorno. I lunghi anni di terrore che avevano portato all’oscuramento generale degli animi non avevano spento la sua necessità di aggrapparsi al poco che restava, finché le sue preghiere non si esaudirono nel 46; un anno dopo nacque mia madre. Certamente il destino era stato favorevole, ma a salvarli credo sia stata la forza di quel sentimento inalterabile.
Conservo intatte nella memoria le lunghe passeggiate per mano di mia nonna, il calore con cui mi offriva grandi fette di pane ricoperte di zucchero e la voce vibrante e fresca che ispirava conforto e confidenza con cui intonava i canti popolari che hanno allietato gli anni della nostra vita insieme. Insaziabile delle sue storie sempre a lieto fine, trovavo rifugio in quei momenti di gioia meritata e nell’avere l’impressione di rivederla chinata mentre taglia perfettamente la pasta fresca con le mani grezze di chi dalla terra ha raccolto i frutti migliori e con l’aria serena di chi non ha niente di più da volere dalla vita. Non posso fare altro che essere grata a quella donna pratica e solare per averci invitato a non aver paura, contagiandoci con quella preziosa sensazione di amarsi privi di passato, incuranti del futuro, ma ricchi unicamente dell’attimo presente.

Nella foto tratta da «Life», presumibilmente del 1946, i  nonni dell’autrice dell’articolo: a sinistra Maria Margherita Tiseo, la donna con in braccio il bambino, a destra Emilio Nardone.

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