In memoria di Oreste Del Foco


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Studi Cassinati, anno 2015, n. 3
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Il Centro Documentazione e Studi Cassinati-onlus si associa al cordoglio espresso dalla città di Cassino e da tutto il cassinate e porge le proprie sentite e sincere condoglianze alla famiglia Del Foco per la perdita del dott. Oreste, caro socio del CDSC, che dalla sua tremenda esperienza giovanile ha saputo trarre quella forza necessaria per potersi affermare professionalmente, non solo, ma per esercitare l’attività di specialista come una missione coniugando la rigorosa competenza con una profonda umanità, riconosciutagli da tutti i suoi colleghi, da tutti i suoi pazienti e loro familiari.

Foto-11È difficile esprimersi quando tanti, troppi ricordi affollano la memoria, quando lo stato d’animo è affannato per il tumulto dei sentimenti, quando l’emozione non accenna a placarsi, anche se ci eravamo preparati a questo momento e all’evoluzione della malattia che l’amico Oreste, da buon medico, aveva preavvertito. Trovare le parole di commiato per un amico, un caro amico, che è stato anche il suo grande maestro, nel momento che affronta il suo ultimo viaggio, diventa oltremodo difficile.
La sua morte rappresenta un doloroso lutto per i suoi cari, per la moglie Brunella, per i figli Carlo, Consalvo ed Arturo, per le nuore Brunella, Antonella e Grazia, per i fratelli Manlio ed Edoardo, per i nipoti Biancamaria, Ottorino, Zaira, Federica, Mariateresa, Chiara, Maria, Manlio, Oreste, Aureliana, Brunella, Claudio Manlio, e i pronipoti Lorenzo, Andrea, Carla, Maria Sole, Leonardo, Gianmarco, Antonio, Simone e Mattia, che egli amava al pari dei suoi figli e che gli sono stati sempre vicino con incommensurabile affetto.
Oreste Del Foco ha inciso in modo determinante nella mia vita professionale così come in quella di tantissimi altri colleghi. Al tempo stesso formulo, quale presidente emerito, anche le condoglianze del presidente dell’Ordine dr. Fabrizio Cristofari e del Direttivo alla famiglia tutta e in particolare ai medici Consalvo, Ottorino e Bianca Maria iscritti all’Albo di Frosinone. Oreste Del Foco, ricordiamo, è stato anche consigliere dell’Ordine nel triennio 1976-1978.
Il pensiero và alla Geriatria, alla grande famiglia della Geriatria, ai medici, agli infermieri, agli ausiliari e tecnici che nel corso degli anni e anche dopo hanno condiviso insieme scelte, momenti di soddisfazione, hanno gioito e sofferto anche in rapporto alle vicissitudini di una sanità in profonda, tumultuosa e rapida trasformazione.
Per tutti Oreste è stato il primario di Geriatria, il fondatore della Geriatria.
La Geriatria nasce a Cassino con Oreste Del Foco, più di quarant’anni fa, nel 1974. La prima Geriatria del Lazio Meridionale, destinata poi a diventare una tra le prime dieci d’Italia. La Geriatria di Cassino, che da poche stanze via via era diventata un grande Reparto, punto di riferimento di tutta la popolazione, ora era al centro dell’attenzione nazionale. Ma tutto partiva da lontano, dal lavoro svolto in silenzio e con forte abnegazione nello storico Ospedale «Gemma De Posis». Lavoro svolto costantemente con grande impegno, con lealtà, con estrema correttezza, con spirito di gruppo: tutte qualità imprescindibili che hanno contraddistinto l’attività professionale del dottore e maestro Oreste Del Foco.
Oltre quaranta anni di vita professionale svolta insieme, fianco a fianco fino al 1994, quando Oreste decise di lasciare l’Ospedale e sia successivamente negli anni che mi videro subentrare alla direzione del Reparto. Ricordo, come fosse oggi, quella mattina dell’aprile del 1994 quando mi chiamò nel suo studio e mi comunicò che aveva deciso di lasciare la guida del Reparto alla fine dell’anno : «preparati – mi disse – perché ora toccherà a te dirigere e far crescere la Geriatria».
In tanti anni di vita professionale e di condivisione di scelte ed obiettivi non c’è mai stata incertezza, mai una discussione, mai una scorrettezza. Tutta la mia formazione pratica scaturisce dal rapporto con Oreste, e questo fin dal terzo anno di Università, da quando studente frequentavo l’ospedale. Sono stato sempre al suo fianco, quasi la sua ombra, apprendendo giorno dopo giorno l’arte della medicina, forgiando il mio carattere e affinando la mia professionalità.
Ricordo anche la gioia e la commozione di «don Oreste», così amavo chiamarlo perché signore di animo e di fatto, il giorno che fui eletto presidente nazionale della Società Scientifica di Geriatria.
Il mio rapporto con Oreste ha sempre interpretato i dettami del Giuramento d’Ippocrate che così viene definito e richiamato dal grande medico di Kos: «di ritenere colui che mi ha insegnato quest’arte alla pari dei miei genitori e di avere con lui comunanza di vita e nelle sue necessità di fargli parte del mio».
Oreste Del Foco è stato il vero medico, un grande medico, un medico che univa la preparazione all’umiltà, un medico che ha saputo coniugare fino in fondo la scienza e l’arte. La scienza è patrimonio universale di tutti, l’arte invece è il patrimonio del singolo, è la capacità del saper fare, è la capacità del saper comunicare, comunicare con gli allievi, comunicare con i pazienti, comunicare con i familiari. L’arte medica, unita alla scienza fa il grande e vero medico: Oreste Del Foco è stato un grande e vero medico anche nel solco di una tradizione familiare, provato durante la guerra, ferito in più parti, raccolto dalle amorevoli mani della madre Bianca Maria, vicino al padre Ottorino, falciato dall’esplosione di una bomba mentre erano profughi tra i profughi su a Terelle.
E quanta commozione il giorno in cui nel 1994, nel 50° anniversario della distruzione di Montecassino, celebrammo la «Prima Giornata Provinciale del Medico» a Montecassino. In quell’occasione, quale Presidente dell’Ordine, conferii una medaglia d’oro ed una pergamena alla memoria del Tenente Colonnello Medico Cavalier dottor Ottorino Giuseppe Antonio Del Foco, esaltando il suo attaccamento al lavoro, la sua dedizione, il suo amore per i pazienti più poveri e bisognosi e soprattutto il suo impegno per prestare assistenza, nel periodo bellico, alle popolazioni sfollate sui monti.
Giornata memorabile! Conservo tra i miei ricordi la lettera che il 25 giugno del 1994 Oreste volle inviarmi a conclusione di quella memorabile cerimonia: «Desidero, caro Luigi, esprimerti i sentimenti di viva ed affettuosa gratitudine che noi tutti di famiglia abbiamo accumulato durante la toccante cerimonia nei tuoi confronti. Nostro padre non era e non è stato un eroe, era un uomo che aveva innato il senso del dovere, dell’onestà, della dedizione professionale. Noi figli abbiamo molto apprezzato che la cerimonia commemorativa sia riuscita ad evidenziare, proprio questi aspetti della sua personalità di uomo e di medico che ha saputo svolgere il suo dovere completamente, sempre, anche nei momenti di maggiore pericolo». Di quella medaglia d’oro conferita al padre, Oreste ne era fortemente orgoglioso e dopo una delle tante visite avute dai ladri presso la sua abitazione ebbe a dirmi, commosso, con gli occhi lucidi: «Luigi, la medaglia di mio padre non me l’hanno portata via». E così dicendo la accarezzava con le sue mani.
Posso con forza testimoniare e proclamare che l’amico Oreste tutte le virtù del padre Ottorino le ha rappresentate sempre nel corso degli anni, trasferendo ai suoi familiari e a tutti noi medici, suoi allievi, il senso del dovere, dell’abnegazione, dell’onestà, della profonda dedizione professionale verso i pazienti e soprattutto verso quelli più fragili e bisognosi di assistenza ed attenzione come gli anziani.
Insieme con me testimoniano queste alte qualità dell’amico Oreste le centinaia di medici che si sono formati nel Reparto di Geriatria, i tanti infermieri che si sono avvicendati ed affiancati nella gestione delle corsie ospedaliere, i tantissimi pazienti che si sono affidati fiduciosi alle sue cure e sono certo di interpretare in particolare i sentimenti del dr. Giovanni Fargnoli, aiuto del Reparto di Geriatria e per tutti i primari il decano del Collegio dei Primari di Cassino prof. Benito Nagar. Allo stesso modo mi faccio interprete dei sentimenti dei capo sala Lanni e Pontone che si sono avvicendati in questi anni nel Reparto di Geriatria.
Non ci sono parole giuste o bastevoli, vi assicuro che ho avuto difficoltà a trovare le espressioni giuste, per ricordare a pieno la figura dell’amico Oreste che ha interrotto il suo viaggio terreno nella mattina di giovedì 17 settembre, dopo aver abbracciato sereno la croce della sua malattia con la dignità e la consapevolezza che è dei grandi uomini.
Mai una frase di sconforto, mai un’insofferenza, solo la sopportazione cristiana della sua malattia.
Amava la vita, amava scalare le montagne, amava la campagna, amava i cani, i bianchi maremmani, questi sono stati sempre i suoi cani. Lamentava che avrebbero dovuto vivere quanto l’uomo, per sottolineare il dolore che provava alla loro morte. Al mattino, quando apriva una delle finestre della sua camera da letto, vedeva i suoi cani che gli abbaiavano, chiamandolo. Scendeva a fare quattro passi con loro in mezzo alla campagna. Ed era felice. Gli piaceva accudirli, accarezzarli, educarli. Gli piaceva il loro sguardo morbido ed il loro muso caldo. Amava ripetere che la loro vita dipende dalla nostra e la nostra è influenzata dalla loro presenza. È un rapporto che non tradisce. L’animale non ci giudica, ci ama.
Amava tanto la campagna, la sua campagna che ha voluto vedere per l’ultima volta, dalla finestra, domenica mattina; si divertiva a lavorare in campagna, guidava il trattore, potava le vigne, faceva il vino. Era orgoglioso del suo Pinot e del suo Cabernet.
Amava la musica, amava leggere, studiare, aggiornarsi e tutto ciò lo ha fatto fino a pochi giorni fa.
Amava la sua famiglia, la moglie Brunella, i suoi figli, le nuore, i nipoti tutti, i fratelli che gli sono stati sempre vicini negli ultimi giorni della sua vita terrena.
Amava la professione, amava i pazienti e quanti si rivolgevano a lui.
Ha curato, lenito le sofferenze di migliaia e migliaia di cittadini di Cassino e del Cassinate, sempre con abnegazione e profondo senso di responsabilità.
Di tutti ora porta con sé le confidenze, i problemi, le ansie, le gioie, i dolori, interpretando sempre fino alla fine i principi ippocratici della medicina: «Apollinem medicum et Aesculapium Hygeamque ac Panaceam iuro».
Con queste parole il dr. Oreste Del Foco, laureato il 25 luglio 1959 in Medicina e Chirurgia presso l’Università «La Sapienza» di Roma, inizia la sua vita di medico e fà il suo ingresso nella professione, iscrivendosi il 10 maggio 1960 all’Ordine dei Medici di Frosinone con la posizione n. 558 dell’Albo. Il 4 dicembre 1964 consegue presso l’Università di Siena la specializzazione in Malattie Cardiovascolari e Reumatiche. Il 14 dicembre 1970 presso l’Università di Firenze, consegue la specializzazione in Gerontologia e Geriatria.
Già medico mutualista, è tra i primi medici nel 1960 a entrare nel nuovo ospedale «Gemma De Posis», dove ricopre, presso il Reparto di Medicina, le funzioni prima di assistente e poi di aiuto.
Nel 1974 viene istituita la Divisione di Geriatria con 20 posti letto e viene chiamato a dirigerla come primario.
Negli anni successivi realizza il primo Centro di Endoscopia Digestiva del Basso Lazio, affidandone a me la responsabilità e subito dopo dà vita al primo centro provinciale per lo studio dei disturbi cognitivi.
Ricopre all’interno dell’Ospedale, allora ricompreso nella USL FR 10, più volte le funzioni di direttore sanitario e poi per un quinquennio quelle di coordinatore sanitario della USL, mostrando sempre saggezza ed equilibrio.
È stato medico competente per la Medicina del Lavoro e medico fiduciario dell’Abbazia di Montecassino fino allo scorso anno. Con Montecassino ha vissuto in particolare un rapporto intenso e come non ricordare le grandi figure, le pietre miliari dell’Abbazia, che abbiamo insieme curato ed assistito fino alla fine: dall’abate don Martino Matronola, a don Tommaso Leccisotti; da don Angelo Pantoni, a don Anselmo Lentini; da don Agostino Saccomanno a don Luigi De Sario e recentemente il caro e mai dimenticato don Faustino Avagliano.
Il 29 dicembre del 1994 Oreste Del Foco ha lasciato la guida della Geriatria, ma non ha cessato di svolgere la professione di medico, di cardiologo e di geriatra.
Punto di riferimento di intere generazioni, lascia ora un vuoto incolmabile.
Un grande vuoto per i suoi cari, a cui mancherà la guida amorevole e saggia.
Un grande vuoto per la città, perché viene meno una delle figure più prestigiose e rappresentative.
Un grande vuoto per la Geriatria di Cassino e del Cassinate e per i medici tutti: da oggi mancherà una guida ed un riferimento di alto valore professionale, umano e morale.
Un grande vuoto per gli amici e tra questi voglio ricordare per tutti Pasqualino Gallone che per tutta la vita gli è stato amorevolmente vicino.
Caro Oreste, riposa ora nella pace dei giusti, perché sei stato un uomo mite e giusto; continua a vegliare sui tuoi cari e su quanti ti hanno voluto bene.
Solo questa certezza di amore oltre il tempo ed oltre i confini terreni della vita potrà in parte riempire il vuoto che hai lasciato soprattutto tra i tuoi cari.
Da oggi tutti siamo orfani: orfani del marito, del padre, del nonno, dello zio, del fratello, dell’amico, del medico saggio.
Riposa nella pace, grande maestro di vita.
Riposa in pace, caro don Oreste; riposa nella pace dei giusti.
Arrivederci, carissimo “don Oreste”.

Il tuo allievo del cuore

Luigi Di Cioccio*
(Presidente Emerito Ordine dei Medici e Primario Geriatra)

* Commemorazione letta il 18 settembre 2015 nel corso delle esequie nella Chiesa Madre di Cassino.

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Il dottore Oreste Del Foco, l’uomo che abbiamo da poco perduto, è stato, sotto il profilo umano, un medico d’altri tempi, che, per disponibilità e dedizione alla professione, vale a dire per coscienza, sembrava uscito da un romanzo di Cronin; per scienza, invece, un aggiornatissimo professionista dei tempi nostri, che ha continuato, fino all’ultimo, ad arricchire e sostenere l’esercizio della professione con uno studio assiduo ed intelligente, grazie al quale si teneva al corrente (e si impadroniva) delle più recenti scoperte in tutti i settori della medicina. Ma non è, certamente, stato il solo studio a fare di Oreste Del Foco un medico straordinario: lo studio era al servizio di un notevolissimo intuito nativo, che lo accomunava ai grandi clinici del passato, quelli, per intendersi, alla Cardarelli, e gli consentiva diagnosi esatte al di là dell’apporto e della conferma degli attuali, sofisticati strumenti di analisi.
L’uomo, generosissimo, era coraggioso e tenace, concreto e di poche parole. Le circostanze della vita lo avevano segnato da subito, da quando, non ancora adolescente, aveva perso il padre (anch’egli medico di valore) sotto i bombardamenti di Terelle nel secondo conflitto mondiale, ed egli stesso era rimasto gravemente ferito. Il trauma dovette essere devastante, e, forse, impresse nel suo carattere quella tendenza alla laconicità, peraltro sempre cortese, che gli rimase per tutta la vita; al contempo, però, risvegliò in lui un coraggio e una tenacia poco comuni in un adolescente. Primo di quattro fratelli, spinto dalle amare circostanze della vita, dovette affiancare la madre (donna risoluta e combattiva) nel difficile compito di conduzione della famiglia, reso più arduo in un periodo, l’immediato dopoguerra, in cui le condizioni di abbandono e di cruda miseria rendevano drammatica la vita di tutti, ed escludevano qualsiasi ipotetica richiesta di aiuto.
Riprendeva, intanto, e portava a termine, gli studi interrotti durante la guerra, che culminarono, negli anni seguenti, nella laurea in medicina.
L’inizio della professione coincise con la ripresa economica della famiglia, alla quale era attaccatissimo e alla quale continuò a dedicare la massima cura.
È ancora giovanissimo quando diventa un punto di riferimento sicuro per pazienti e colleghi, ben oltre i confini della città; ed ha poco più di quarant’anni quando vince il concorso di primario di geriatria dell’ospedale di Cassino. Il reparto di geriatria, destinato a diventare il fiore all’occhiello del nosocomio cassinate, nasce, in effetti, con lui, dal momento che non esisteva prima della sua nomina: fu lui a crearlo, organizzarlo e poi a dirigerlo con mano sicura per moltissimi anni. L’ospedale diventò la sua seconda casa, i pazienti, e il personale ospedaliero, suoi nuovi familiari. Dopo la pensione, continuò ad esercitare privatamente la professione, con indiscussa competenza sorretta da un’alta moralità.
Colpito da un male inesorabile circa due anni fa, da medico era diventato paziente, un paziente coraggioso ma rassegnato, perché consapevole della gravità della sua malattia. L’ha sopportata per lunghi mesi con dignità, consegnandosi docile nelle mani dei colleghi, senza interferire in alcun modo nel loro lavoro, senza esprimere il suo pure autorevole parere, assolutamente estraneo ad ogni forma di collaborazione. Di molte parole non era mai stato, nemmeno nelle sue preziose diagnosi, che suonavano precise, essenziali, perentorie come sentenze; ora, durante la malattia, era diventato ancora più taciturno, rispondeva per pura cortesia a coloro che andavano a trovarlo, ogni tanto si assopiva, dando l’impressione di essere diventato estraneo a questo mondo, forse già interessato ad un’altra vita.
Uno degli ultimi giorni, ha pregato la moglie (che, insieme ai figli e ai nipoti, non gli ha fatto mancare nemmeno per un attimo un’amorevole assistenza) di accompagnarlo fuori: voleva osservare a lungo (consapevole che, forse, sarebbe stata l’ultima volta) la campagna, la sua amata campagna.
Per imprìmersela nella mente, per portàrsela nel cuore.

                                                                               Peppino Grossi*

* Già pubblicato su «L’Inchiesta» del 18 settembre 2015, è qui riprodotto con il consenso dell’autore.

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La notizia della scomparsa del prof. Oreste Del Foco mi ha lasciato in un primo momento incredulo, mi rifiutavo di credere, non è possibile mi dicevo, proprio come siamo portati a dire quando viene a mancare una persona cara, di cui non possiamo fare a meno.
Poi all’incredulità è subentrata una tristezza profonda, un dolore che difficilmente potrà essere attenuato dal tempo, soprattutto dal poco tempo che mi resta per poterlo raggiungere nella patria celeste. Una amicizia la nostra che risale ben oltre, prima che ci conoscessimo, alla mia fanciullezza, quando seminarista a Montecassino, il papà di Oreste era il medico di fiducia del grande cenobio e spesso mi visitava e immancabilmente mi ripeteva: «Tutto a posto, mio caro, non hai bisogno di medicine».
Dagli anni belli dell’Università ci siamo poi rincontrati al vecchio ospedale «Gemma De Bosis», lui primario di geriatria, io presidente dell’ospedale prima, poi della Usl/Fr10.
Geriatria era il reparto più bello e funzionale dell’ospedale. E la ragione era che ad Oreste, così attivo, così preparato, così serio e cordiale, non si poteva dire di no quando ci chiedeva una manutenzione speciale o l’acquisto di qualche strumento più aggiornato; e un’altra ragione era che ad Oreste molto spesso erano dei privati, degli estimatori che fornivano gratis i mezzi per gli acquisti che si riteneva utili.
E permettetemi un ricordo personale. Mia suocera era malata terminale. Era il caso di un accanimento terapeutico? Non sapevamo in famiglia che decisione prendere. Mi rivolsi a lui e gli chiesi: «Oreste, tu sai la situazione. Dimmi, che faresti se fosse tua madre?». Mi guardò e rispose: «Io tenterei». L’abbracciai perché mi aveva liberato da un incubo e lo ringraziai anche perché lui credeva veramente nella sua missione di medico, che è quella di salvare la vita finché è possibile, secondo il giuramento di Ippocrate.
Ecco, dovevo dire queste cose per i suoi cari familiari, per i tanti estimatori ed amici, per tutti quelli che da lui hanno ricevuto cure e attenzioni, per Cassino che perde con lui uno dei suoi figli più prestigiosi; per me, che in te perde, carissimo Oreste, per dirla con il poeta latino «metà della mia anima», «animae dimidium meae».
Vorrei salutarti così, carissimo Oreste: riposa sereno, riposa in pace sotto le grandi ali della misericordia di Dio; non dovrai più correre ai lettucci dei pazienti, dei malati, dei moribondi che hanno bisogno di te, perché lì non ci saranno più malattie, né dolore, non ci sarà più la morte.

Franco Gigante 

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