Pignataro Interamna – Pleistocene: l’era dei mammut nella valle del Liri


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Studi Cassinati, anno 2015, n. 4

di Francesco di Giorgio

«Studi Cassinati» intende celebrare i novant’anni dal ritrovamento del fossile di Elephas antiquus rinvenuto a Pignataro Interamna nel maggio 1926, ricostruendo gli aspetti salienti della vicenda, con il vasto eco mediatico prodotto dalla «scoperta del secolo» e il forte impatto che ebbe il «mastodonte» sulla gente comune, sulla comunità accademica e scientifica, sulle istituzioni. La conclusione, purtroppo per il territorio, portò al trasferimento a New York del fossile acquisito dall’American Museum of Natural History. Opportunamente si è colta l’occasione per una ricognizione dei vari ritrovamenti di fossili rinvenuti, precedentemente e successivamente, sempre a Pignataro  e di quelli scoperti nell’odierno Lazio meridionale che dimostrano come tutta questa area, oltre a essere stata sempre ricca di un bene prezioso come l’acqua, sia stata popolata di uomini e animali fin dai tempi più remoti.

La valle del Liri e i giacimenti pleistocenici
Ci fu un tempo in cui l’intera Valle del Liri era coperta di acqua. Era il cosiddetto lago Lirino che, nella sua massima estensione, andava da Ceprano fino alle porte di Santa Maria Capua Vetere.
Ancora in epoca romana56-01-1 insistevano tre laghi nel territorio di Aquino oltre ad alcuni altri specchi d’acqua cosiddetti minori, in località Piumarola di Villa Santa Lucia (lago “le pantanelle”) e in San Germano-Cassino (lago “lo pantano”).
Siamo nell’era del pleistocene. Ed è proprio qui, nel cuore dell’Italia centro-meridionale, che si sono avute le principali formazioni quaternarie continentali: glaciali, lacustri, fluviali e diluviali. In particolare nella Valle del Liri sono emerse le maggiori testimonianze della fauna e delle attività umane che risalgono al paleolitico e al neolitico. I vistosi avanzi fossili che affiorano in queste aree permettono di ricostruire le condizioni morfologiche, climatiche e biologiche allora predominanti. Gli studi su queste materie sono alla base della moderna climatologia fino ad arrivare alla meteorologia dei nostri tempi. È con la scomparsa delle acque di cui si parlava in premessa, avvenuta a seguito delle conseguenze delle eruzioni del vulcano di Roccamonfina, che cominciano ad affiorare resti di fossili preistorici. Insieme alla grande quantità di avanzi di mammiferi che vivevano ai margini del grande bacino di acqua (cervi, buoi, orsi, leoni, grandi pachidermi quali gli elefanti), vengono ritrovati anche manufatti di pietra. È la prova che della presenza, sulle sponde di quei laghi, anche dell’uomo paleolitico, che precede le posteriori ondate dei neolitici, il quale cacciava quegli animali con armi di pietra come quelle, tra le più perfezionate, ritrovate nella zona di Telese (Bn). Siamo nei territori che appartennero in epoche successive alle popolazioni aurunche o, secondo alcuni studiosi, agli Ernici o ai Sidicini, ai quali ben presto subentrarono i Volsci e quindi i Sanniti.
La presenza nell’Italia centro-meridionale di ossa di elefanti è ricordata dagli storici fin dai tempi più remoti e agli antichi Romani erano ben noti gli avanzi fossili di grandi mammiferi quaternari in queste zone. Se ne trova prova negli scritti di Svetonio nella sua Vita di Ottaviano Augusto.
Pur tuttavia i naturalisti dell’800 si smarriscono in un labirinto di congetture per spiegare come gli elefanti, i rinoceronti, gli ippopotami, possano aver vissuto sotto i nostri climi. Spesso le credenze del tempo favoleggiavano sulla origine di quelle ossa e per spiegarne la presenza nelle nostre regioni i più «savi» andavano con la loro mente agli elefanti condotti in Italia da Pirro e da Annibale (come ci ricordano gli scrittori romani, questi due condottieri sostarono a lungo a ridosso delle città romane di Interamna Lirenas, Aquinum e Casinum).
Come si può rilevare dalla cartina a lato, la dislocazione topografica dei diversi giacimenti da cui provengono gli avanzi di Elephas antiquus (questo il nome scientifico dei grandi pachidermi pleistocenici dell’Italia meridionale) è distribuita lungo i principali corsi d’acqua e intorno ai maggiori laghi esistenti al principio del pleistocene.

I siti fossiliferi
Nella zona compresa tra Alvito a nord, Casalvieri a ovest e Atina a sud furono trovati pochi frammenti (due molari incompleti, una vertebra, due rotule, due pezzi di ossa lunghe) rinvenuti nei depositi quaternari dell’alta valle del Melfa. Dei due denti – studiati dal paleontologo G. B. Cacciamali – uno, affidato al Ga56-01-2binetto di Storia naturale del Liceo Tulliano di Arpino, è un molare inferiore sinistro rotto in due pezzi, il quale «per la forma romboidale dei dischi e per la grossezza e l’increspamento piuttosto pronunciato dello smalto» venne con ragione riferito da questo autore alla specie Elephas antiquus Falc. L’altro, di proprietà del cav. A. Graziani di Alvito è pure un molare inferiore sinistro e mostra 11 lamelle delle quali nove raggiungono la superficie di abrasione: quasi tutte presentano ancora elementi laminari distinti, in numero di tre o quattro per ciascuna lamella. Per la «esiguità e la lieve increspatura dello smalto e per l’andamento leggermente ondulato e quasi rettilineo e parallelo agli orli laminari» il Cacciamali lo catalogò quale appartenente ad un Elephas primigenius Blum.
Nel 1864 a Roccasecca, in contrada Vitolo, presso il fiume Melfa, durante lo scavo di una trincea ferroviaria fu dissotterrato uno scheletro intero di elefante del quale disgraziatamente non fu possibile recuperare che poche ossa. Alcuni di questi avanzi, fra i quali la porzione inferiore del femore e la mascella inferiore mutilata ma con i denti in sito ben conservati, furono donati al prof. Nicolucci che ne trattò nella sua monografia Su gli elefanti fossili della Valle del Liri pubblicata nel 1882.
A Cassino furono rinvenuti alcuni avanzi di elefantini in una caverna ossifera alla periferia della città – in mezzo a un deposito alluvionale nel quale furono ritrovati anche resti di iena, di rinoceronte, di bue, di maiale, di cavallo e di cervo – e consistenti in un frammento di molare, in due monconi di difese, in un tronco di femore, in una porzione di bacino e di altri pezzi, mal definibili, di ossa lunghe. Di questi ritrovamenti ne diede notizia il paleontologo Oronzo Gabriele Costa in tre diversi lavori pubblicati nel 1864. Lo stesso Costa nota come diversi reperti di selci lavorate – reperite nella caverna di Cassino – costituissero un «costante accompagnamento ch’essi fanno agli ossami fossili». Sempre il Costa ritiene che la fauna presente nella grotta di Cassino è da considerare simile a quella rinvenuta presso la grotta di Scalea. Di questi avanzi, probabilmente riferibili a un solo individuo, una parte fu raccolta dai monaci di Montecassino, qualche altro si conserva nel Museo geologico di Napoli e il resto andò disperso fra gli operai e gli abitanti del luogo. Questi frammenti fossili non sono stati descritti minuziosamente a causa del loro cattivo stato di conservazione ma alcuni indizi scientifici fanno ritenere che essi appartengano ad un individuo di Elephas antiquus Falconer. La grotta nella quale si trovavano i fossili di Cassino, che si apriva presso la «Porta Paldi» precisamente vicino la via che conduce a S. Angelo in Theodice, è stata più tardi distrutta dalle cave di travertino, sviluppate soprattutto nella contrada Fontanelle, tra il Colosseo e la cappella di Santa Scolastica.
A Sora nella zona di Castelluccio nel 1871 furono rinvenuti vari reperti (una grossa difesa di elefante, un corno e un dente molare di cervo oltre a una scure silicea scheggiata su una delle due facce) che, secondo gli esperti, erano giunti fin lì trasportati da correnti alluvionali quaternarie. Giustiniano Nicolucci lo scienziato che studiò i fossili, ritenne gli stessi molto simili a quelli rinvenuti sui terreni alluvionali della campagna romana.
Pontecorvo è la località in cui vennero messi allo scoperto, nel 1872, avanzi di elefanti tra i più importanti per numero e per conservazione. Furono trovati in una cava di pozzolana in contrada Pulviana, a circa cinque chilometri a sud-est della città e a sei dal fiume Liri. In questa cava, sottostante a un letto di circa due metri di depositi alluvionali recenti, si raccolsero, oltre a una quantità di frammenti difficili da essere diagnosticati, quattro vertebre, alcuni monconi di femore e di tibia, una falange, la mascella superiore, due difese, una delle quali quasi intera, due pezzi di mandibole con i rispettivi molari appartenuti a due diversi individui adulti, e un ramo mandibolare sinistro spettante a un giovane individuo di elephas antiquus italicus. I resti di Pontecorvo furono trasferiti, conservati in massima parte presso il Museo geologico di Napoli.

Pignataro Interamna: l’interesse nazionale e internazionale per il sito fossilifero
A Pignataro Interamna i primi ritrovamenti di fossili risalgono alla fine del ‘700. Quindi nel 1816 venne localizzatoun reperto fossile abbastanza significativo . Fu56-01-3 subito recupe rato e consegnato, con la mediazione del sindaco dell’epoca, Benedetto Giovannone, alla Badia di Montecassino.
Destinazioni diverse ebbero i fossili recuperati successivamente. Una tibia incompleta di Elephas, rinvenuta nel 1894 dal capitano medico dott. Giacomo Lucciola dentro l’argilla sul declivio di una collinetta, a un metro di profondità, e da lui donata al Museo geologico dell’Università di Roma, fu illustrata tre anni più tardi, dal paleontologo De Angelis d’Ossat.
Nel maggio 1926 si ebbe, sempre a Pignataro, la «scoperta del secolo» – come fu definita all’epoca. Infatti in un giacimento pleistocenico, che già era stato oggetto di diversi ritrovamenti fossili, fu rinvenuto un esemplare «di mastodonte» poi identificato dagli scienziati come un individuo della specie di elephas antiquus Falconer. L’aspetto più importante era dato dal fatto che era un fossile tra i meglio conservati in quanto giunto fino a noi nella sua interezza, quindi suscettibile di poter essere studiato approfonditamente.
Il ritrovamento fossile di Pignataro Interamna ebbe grande eco sulla stampa nazionale e internazionale.
Le emozioni e le curiosità alimentarono un lungo pellegrinaggio sul luogo del felice rinvenimento fossile.
Tra i tanti giornali che documentarono quell’importante fatto di cronaca, ma soprattutto di scienza, vi fu «Il Mattino» di Napoli che ne rese testimonianza in un resoconto del 31 maggio 1926. L’articolo che, come è facile intuire, precede gli studi scientifici effettuati successivamente da eminenti studiosi, fu stilato dal giornalista  Antonio Procida:
«La notizia del rinvenimento in Terra di Lavoro di un fossile di enormi dimensioni ha in breve volgere di tempo fatto il giro del mondo: e il modesto Comune di Pignataro Interamna ha conquistato quella celebrità che era lungi dall’aspettarsi.
I ritrovamenti paleontologici, qui nel Mezzogiorno pur essendo frequentissimi e di somma importanza scientifica non hanno mai interessato se non gli studiosi: ciò si spiega col fatto che i fossili custoditi nei nostri terreni e rivelatesi dopo centinaia di migliaia di secoli, non presentavano affatto quei caratteri esteriori di spettacolarità che sogliono agire sulla fantasia e sulla curiosità delle folle. Il fossile di Pignataro Interamna è, invece, venuto alla luce con tutta l’imponenza della sua mole mastodontica e per aver atterrito e stupito quei bravi contadini che han turbato il suo riposo che data da qualche centinaio di migliaia di anni – si è attirato d’intorno la morbosa curiosità del pubblico l’interesse degli studiosi, i rigori protettivi della legge, le cupidigie degli speculatori i quali offrono già ingenti somme per acquistare il fossile ritenendo di poterlo rivendere con largo margine di utile.
Il ritrovamento – come di solito accade anche per i tesori di archeologia – è avvenuto per puro caso. Il podere dista, da Pignataro, di un centinaio di metri; e da Cassino sette Km. Il podere – contrada Fontanarosa – è di proprietà di certo Saverio Tiseo, un colono sui 55 anni. E’ una terra di natura argillosa, quindi ricca di acque sorgive. Un lato del podere veniva da qualche tempo sfruttato come cava: terreno da costruzioni per essere frammisto alla calce. Il Tiseo, la moglie Annamaria e le due figliole Bettina e Clelia curavano questo commercio che rendeva loro abbastanza.
Il 19 c.m. poco prima del tramonto le due ragazze zappavano ad una decina di metri di profondità ( 9 metri e 50 per essere precisi) allorché avvertirono una strana resistenza sotto la zappa. Il vecchio Tiseo – che a quanto si narra aveva sempre nutrito vaghe speranze di rinvenire tesori nascosti – ebbe subito l’intuito che qualcosa di singolare era per rivelarsi. E prese a lavorare con cautela ma con raddoppiata lena. Dopo qualche ora egli riuscì a mettere allo scoperto un grosso masso liscio e scuro come l’ardesia, ma stranamente modellato: sembrava pietra lavorata rozzamente. Continuò nel suo lavoro e venne fuori qualcosa che assomigliava ad una spaventosa e gigantesca testa. Poco dopo spuntavano due specie di sottili colonne marmoree ricurve, che furono battezzate per corna.
Intontito e terrorizzato il Tiseo corse dal Brigadiere Saviano comandante la Stazione dei Carabinieri di Pignataro Interamna il quale – controllato il ritrovamento – avvertì la Tenenza di Pontecorvo e il Podestà locale, dott. Vincenzo Tomassi.
Gli scavi vennero sospesi sin da quella sera e sin da quella sera venne avvertita la Sovraintendenza.
Ma sino a tutt’oggi nessun rappresentante del Ministero della Pubblica Istruzione si è ancora recato sopra il luogo. Onde si ignora – data la sospensione rigorosa degli scavi – se il resto dello scheletro sia rinvenibile e se sarà rinvenuto nelle stesse condizioni di perfetta conservazione che si osservano per la testa.

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56-01-5Le dimensioni.
Le fotografie che pubblichiamo danno l’idea abbastanza precisa delle dimensioni della forma del fossile. La testa emerge tutta dal terreno: è in posizione normale con le zanne protese orizzontalmente. L’osso frontale misura 70 cm di larghezza. La distanza fra le zanne è di 56 cm.
La lunghezza delle ossa facciali dal muso alla sommità del cranio è di m.1,43. La circonferenza del cranio è di circa 3 metri. Le zanne – che hanno una circonferenza di 50 cm. – sono lunghe ben 2,20 m. Quella sinistra si è spezzata a 70 cm. dalla base; l’altro troncone è però conservato dal Tiseo. La lunghezza dell’osso orbitale all’attacco delle zanne è di 90 cm.

Perché è un mastodonte.
Che sia un mammifero e, fra questi, un Proboscidato, è fuor di discussione: la mancanza di canini e invece la presenza del paio di incisivi sviluppati faticosamente (2,20 m., come abbiamo visto) costituiscono i caratteri salienti dei Proboscidati. In quanto ai molari nulla ci è stato possibile constatare perché non è dato rimuovere il fossile. Potrebbe trattarsi quindi di un Dinoterio, di un Mastodonte, di un Elefante primitivo, o di un Mammuth. Ma solo il Mastodonte ha proporzioni maggiori e ha le zanne poco ricurve, quasi dritte, come queste del fossile in questione.
Un Mammuth avrebbe zanne lunghe 4 m. almeno e un po’ più ricurve.

Ridda di secoli.
A quale epoca risale il fossile di Pignataro? Bisogna andare cauti nel rispondere perché nulla è più facile che affermare solenni corbellerie e cadere in errori madornali come nel campo della paleontologia. Dunque: bisogna andar cauti. Però è lecito ricordare che il Mastodonte visse nell’era terziaria, nel periodo neogenico e nell’epoca miocenica. Assai prima del periodo glaciale o diluviale: prima cioè del Pliocene: il che potrebbe farci ritenere che questo mastodonte abbia reso la sua bell’anima a Dio un centomila anni orsono …
Questa indicazione intesa – naturalmente – con molta relatività, perché essa si basa solo su dati ipotetici e soggettivi. Gli stessi scienziati più insigni sono stati in aspri disaccordi in questa materia; disaccordi che sono sempre maggiori man mano che si affrontano i periodi più lontani, come il Precambriano o Azoico e il Mesozoico. Pel primo – che è il periodo che va dall’origine della crosta terrestre sino alla comparsa della vita – alcuni come Buffon calcolano 140 mila anni; altri come Geikie 50 milioni di anni; altri ancora 200 milioni!! La differenza come si vede è tutt’altro che lieve.

L’affluenza dei visitatori.
Curiosità della folla: da oltre una settimana un interrotto pellegrinaggio di visitatori del luogo sfila innanzi al colossale fossile sprofondato nella sua fossa gigantesca. Poi man mano che la notizia si propalava visitatori da paesi più lontani muovevano verso Pignataro. Ora la cerchia di visitatori va rapidament56-01-7e allargandosi grazie alla propagazione che alla notizia ha dato la stampa. E Pignataro – il piccolo e rustico Pignataro – va trasformandosi in stazione di turisti!
Chi però è fervidamente atteso è il Sopraintendente, il quale dovrà promuovere il giudizio degli scienziati e far riprendere gli scavi da operai competenti e specializzati, per tentare di far venire in luce l’intero scheletro. La qualcosa sembra sicura o quando in continuazione e in direzione del cranio, sporge dal terreno il principio di un osso che sembra essere la colonna vertebrale.
Non accenno neppure al valore scienti-fico del ritrovamento perché solo un tecnico potrebbe – dopo attento esame – ricavarlo dall’applicazione ai fatti della teoria attualista. Quindi è impossibile affermare da ora se il Mastodonte sia vissuto e morto altrove e poi trasportato con l’andar dei secoli in quel terreno; ovvero se sia vissuto altrove e morto nel punto in cui è stato rinvenuto; infine se sia vissuto e morto in questo terreno.
Resta però il fatto – della maggiore importanza – che questo è il primo Mastodonte rinvenuto in Campania e – a memoria di studioso – in Italia».

Gli intrighi della burocrazia italiana e gli auspici della comunità scientifica
Nei mesi successivi della questione vennero a interessarsi le istituzioni nazionali.
Il sottoprefetto di Sora, con telegramma n° 3818 del 27 luglio 1926 avente per oggetto «rinvenimento di scheletro fossilizzato di animale antichissimo», dette informazione (con abbondante ritardo) dell’importante scoperta al ministro dell’Interno in questi termini:
«In prossimità del centro abitato del Comune di Pignataro Interamna, in un fondo di tal Tiseo Domenico, è stato rinvenuto lo scheletro fossilizzato di un animale che ritiensi antidiluviano. Il teschio è grossissimo e le corna sono della lunghezza di circa m. 2,20 di cui uno conservatissimo. L’altro a metà frammentato in seguito allo scavo. Detto scheletro trovasi a circa 8 metri nel sottosuolo e la parte inferiore ancora non è stata messa fuori. Non si è potuto definire a quale specie di animale appartenesse, certo deve essere di data multisecolare. Il podestà del Comune ha scritto alla sopraintendenza degli scavi e monumenti di Aquino e Cassino, ma finoggi nessuno ancora di tali autorità si è interessato della cosa. Urgerebbe che qualche tecnico si recasse per un sopralluogo per le debite constatazioni e per continuare lo scavo. È già pervenuta una offerta da Milano per l’acquisto dello scheletro. Il podestà ha anche avvertito l’On. Ministero della P.I. Direzione Generale Scavi e Monumenti.                                                                                                            F.to il Sottoprefetto».

Nel mentre andavano avanti i preliminari per stabilire come procedere e soprattutto chi dovesse prendere in carico la responsabilità della notevole scoperta, il deputato Giuseppe De Lorenzo, professore dell’Università di Napoli e membro dell’Accademia dei Lincei e Giuseppe Checchia Rispoli, docente di paleontologia della Regia Università di Roma, provvedevano a esaminare scientificamente i reperti così come affiorati fino a quel momento.
«Nello 56-01-9scorso mese di luglio – relazionano De Lorenzo e Checchia Rispoli – il colono Saverio Tiseo, di Pignataro Interamna, cavando, a scopo edilizio, arena dal suo podere situato sulle pendici meridionali del colle che regge il centro abitato, e propriamente in contrada Fontanarosa, vi ha rinvenuto, a circa otto metri di profondità, un grande cranio di mammifero, che è stato subito oggetto di grande curiosità e di molto rumore, essendo stato divulgato dai giornali in tutta Italia come l’avanzo fossile di un grande mastodonte miocenico.
Il fondo, in cui si è trovato il fossile in questione, fa parte, con la collina di Pignataro Interamna, di tutto il sistema di dolci ondulazioni, che si stendono da Aquino e da Pontecorvo lungo la sponda sinistra del Liri fino al fiume Rapido, sotto Cassino, e sono costituite dalle grandi alluvioni del quaternario antico, dilaganti prima tra la catena degli Aurunci e quella delle Mainarde, modellate poi dalle acque posteriori, defluenti in minor copia verso l’attuale e più limitato corso del fiume Liri, che continua ancora oggi, come ai tempi di Orazio, a mordere taciturno, con acqua quieta, i suoi campi: rura, quae Liris quieta / mordet aqua taciturnus amnis.
In questo terreno quaternario antico già da tempo si sono trovati avanzi di mammiferi fossili, specialmente elefantidi, in parte conservati nel Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli.
Il fatto che già esistano avanzi di elefanti fossili della Valle del Liri, non scema l’importanza dell’attuale rinvenimento di Pignataro Interamna.
Importanza veramente eccezionale, per la completezza del cranio esumato e per la sua posizione la quale fa indurre, che esso si trovi in giacitura originaria, non secondaria, di trasporto, e fa quindi sperare, che esso sia collegato a tutto il restante scheletro dell’animale. Infatti l’enorme testa è disposta col suo asse longitudinale, in posizione quasi perfettamente orizzontale; in modo da far supporre, che l’animale, sceso a bagnarsi in un bacino melmoso, ricco di vegetazione, sia affondato nella sabbia e nel fango, senza poter più nuotare, ed abbia cercato di tenere la testa e la proboscide in alto, per poter respirare il più lungamente possibile.
Lo scavo non è facile, non tanto per la profondità di esso, quanto per la friabilità dello scheletro stesso. Le ossa finora scoperte, infatti, quelle del capo, anziché pietrificate, sono decalcificate: in modo che, per isolarle e raccoglierle, occorre molta delicatezza ed accuratezza.
Per poter isolare la mandibola e scoprire i molari, si dovette scavare sotto il cranio un cunicolo, fatto poi ricolmare, per impedire il franamento dell’enorme teschio.
In questo terreno, dunque, ed in tali condizioni giace ora il cranio dell’elefante, davvero imponente nella sua muta grandiosità.
56-01-8Esso è lungo, dal sommo delle protuberanze craniali all’orlo distale degli intermascellari, m. 1,40, ed è largo, sulla linea frontale, tra i parietali, m. 0,80.
Tutti questi caratteri, e specialmente la lunghezza del cranio, la imponenza delle protuberanze e della fossa occipitale, la enorme divergenza degli intermascellari e degli incisivi, la depressione frontale, la strettezza dei dischi dei molari rispetto alla loro altezza ed alla lunghezza dei molari stessi, la forma delle difese, ecc., dimostrano chiaramente, che il cranio di Pignataro Interamna appartiene alla specie Elephas (Enelephas) antiquus descritta da H. Falconer, caratteristica delle fasi interglaciali del quaternario antico e la più grande delle poche specie di elefanti vissute sulla faccia della terra».
Il felice ritrovamento di questo cranio completo – a parere del De Lorenzo e Checchia Rispoli – dimostra che, contrariamente a quanto ne scrisse il Pohlig, aveva ben ragione il Falconer nel ritenere che il suo Elephas antiquus fosse strettamente affine al vivente elefante indiano, Euelephas indicus».
La conclusione del direttore dell’Istituto geologico dell’Università di Napoli e del suo collega di Roma è nel segno di un auspicio e cioè che gli scavi proseguissero e che i preziosi avanzi entrassero «a far parte delle collezioni dello Stato presso l’Università di Napoli». In tal senso Giuseppe De Lorenzo scrisse la seguente lettera, in data 10 agosto 1926, al Ministro della Pubblica Istruzione:
«L’E. V. è stata già informata dal Podestà di Pignataro Interamna, che un colono di quel paese, tale Saverio Tiseo, ha rinvenuto nel suo fondo un grande fossile. Recatomi sul luogo, ho potuto constatare, che si tratta del cranio completo dell’estinto Elephas antiquus Falc. del quaternario antico. Altri avanzi dello stesso elefante e della stessa Valle del Liri si trovano già in questo Museo di Geologia, da me attualmente diretto: ma nessuno di essi però raggiunge l’importanza del fossile di Pignataro, che per la sua completezza e per la possibilità di essere anche attaccato al restante scheletro dell’animale è di un valore veramente eccezionale.
Sarebbe quindi desiderabile che il fossile fosse acquistato per le collezioni di questo Museo e che eventualmente si proseguisse lo scavo.
Ma l’E. V. ben sa, che la dotazione di questo Istituto non consente tale acquisto né tali spese.
Pertanto io mi rivolgo all’E. V., perché voglia possibilmente acquistare con i fondi del Ministero il fossile di Pignataro, destinandolo a questo Museo di Geologia.
Del rinvenimento del fossile ho già dato comunicazione scientifica alla nazionale Accademia dei Lincei.
Con ossequi.                                                           Il Direttore dell’Istituto di Geologia
Giuseppe De Lorenzo»

56-01-10A questa lettera il Ministero, in data 28 agosto 1926, protocollo n° 14088, Div. XI, pos. 19, rispose nel seguente modo:
«In risposta alla nota sopraindicata si comunica alla S. V. che il Ministero, aderendo ad una precedente richiesta dell’Abate Ordinario della Badia di Montecassino, ha disposto che il teschio fossile di elefante, rinvenuto in territorio di Pignataro Interamna, sia custodito nel Museo del Gabinetto di Scienze naturali di quella Badia.
Il Ministero è quindi dolente di non poter accogliere la proposta formulata dalla S. V. per il collocamento di quest’esemplare di Elephas antiquus Falconer nel Museo di codesto Istituto.
Il Ministro: Fedele»

Dunque le soluzioni auspicate dal professor De Lorenzo, purtroppo, non andavano nella direzione da lui auspicata.
Lo stesso proprietario del terreno, sollecitato da più parti con proposte concrete di remunerazione in denaro, e soprattutto frastornato dall’incredibile groviglio burocratico che si andava imbastendo intorno al «mastodonte di Pignataro», decise di prendere direttamente in mano la situazione e scrisse al prefetto di Caserta:
«Il sottoscritto Saverio Tiseo fu Domenico del Comune di Pignataro Interamna provincia di Caserta espone a V. E. quanto appresso:
che egli ha rinvenuto in un podere di sua proprietà un fossile antidiluviano, mostro di smisurata grandezza.
che esso è stato visitato ed osservato dai professori di paleontologia sig. Di Lorenzo di Napoli e signore Checchia di Roma non che dall’ispettore delle Finanze sig. Borrelli di Caserta che hanno dichiarato che il Governo si disinteressa del fossile.
Ora il sottoscritto in ragione a tali dichiarazioni verbali sarebbe assoluto padrone del fossile, e quindi libero di poterne disporre a suo piacimento.
Ad ogni modo però per evitare qualunque questione o contestazione sulla vendita od alienazione d’esso tanto a persone estere che nazionali, il sottoscritto prega l’E. V. di rilasciargli il necessario Nulla osta.
Sicuro di ottenere quanto si richiede il sottoscritto anticipatamente la ringrazia.
Con massima osservanza.
Pignataro Interamna 15 ottobre 1926
f.to Tiseo Saverio».

La richiesta del Tiseo riesce a smuovere le acque. Il prefetto interessa la «Regia Soprintendenza alle Antichità della Campania e del Molise – Direzione del Museo nazionale di Napoli e degli Scavi di Pompei», che a sua volta, con nota prot. 6734 del 1 novembre 1926, scrive al sottoprefetto di Sora comunicando che:
«Il nominato Saverio Tiseo da Pignataro Interamna ha chiesto a questo ufficio di alienare il fossile di elefante rinvenuto nel fondo di sua proprietà.
La Sovraintendenza ai monumenti ha fatto in proposito conoscere che l’On. Ministero della P. I. avrebbe destinato lo scheletro di elephas antiquus all’Abbazia di Montecassino e che non mancherà a pratica espletata, di far conoscere le risultanze che saranno adottate.
Prego pertanto la S. V. di far conoscere ciò al Tiseo diffidandolo a non vendere il fossile di cui egli non è proprietario e che invece fa parte del patrimonio archeologico nazionale.
La S. V. oltre alla diffida vorrà far vigilare affinché il Tiseo non metta in attuazione il suo proposito. Attendo assicurazione. F.to firma illeggibile».
Le raccomandazioni della Sopraintendenza di Napoli vengono subito rese esecutive mobilitando persino il Comando della locale Stazione dei Carabinieri reali per controllare le mosse di Saverio Tiseo.
Il 2 dicembre la svolta. Il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele comunica che «avendo accertato non avere il fossile grande importanza scientifica, non trovava difficoltà che tale fossile venisse alienato dal proprietario Tiseo».

I paleontologi americani scendono in campo
È a questo punto che spunta l’iniziativa dell’American Museum of Natural History di New York.
Il presidente di questo istituto è Henry Fairfield Osborn considerato uno dei migliori conoscitori viventi dei proboscidati fossili nonché sapiente organizzatore delle grandi spedizioni geo-paleontologiche nei deserti della Cina settentrionale e della Mongolia.
In data 4 settembre 1928 avvia i negoziati per un possibile acquisto del fossile.
Quindi dà la stretta finale alla trattativa, precisando che l’eventuale acquisto del fossile sarebbe stato effettuato «a condizione che nessun passo si facesse senza il debito permesso delle autorità del governo italiano».
Il 3 dicembre 1928 i negoziati terminano con l’acquisto.
Nel maggio dell’anno successivo i preziosi reperti, di grande utilità per la scienza, prendono la via degli Stati Uniti d’America.
Il  costo totale per il Museo americano fu di quattromilatrecentosettantacinque dollari (4.375,34): quasi nove volte la somma originariamente preventivata. Il presidente Osborn  contribuì con una donazione personale di mille dollari, che inizialmente doveva essere pari alla metà.
Alla stampa la comunità scientifica italiana, attraverso la voce dei professori Giuseppe De Lorenzo e Geremia D’Erasmo, farà la seguente dichiarazione: « È doloroso che l’unico cranio di Elephas antiquus trovato in situ con le zanne e la mascella inferiore perfettamente a posto, a Pignataro Interamna in provincia di Frosinone, sia dovuto andare perduto, malgrado le nostre ripetute insistenze per acquisirlo alle collezioni dello Stato».
Giacché come ci riferisce lo scavatore Saverio Tiseo con lettera del 19 febbraio, esso «dopo quattro anni, abbandonato e non curato più da nessuno, ridotto in frantumi, è stato raccolto e gli avanzi sono andati a finire in America».
In tal modo l’Italia ha perduto un documento unico più che raro per l’esatta conoscenza dell’Elephas antiquus, il grande elefante indoeuropeo del Pleistocene inferiore e medio.
A New York nell’aprire le casse contenenti il fossile, si fece la penosissima scoperta che tra il 1928, quando si chiusero le trattative per l’acquisizione, e il 1929 il proprietario Tiseo aveva irreparabilmente rovinato l’intera parte superiore del cranio, cercando di rimuoverlo a scopo di esibizione.
Così il superbo e unico cranio, fatto manifesto dalla descrizione del prof. De Lorenzo e dalle figure e fotografie realizzate al momento del primo sopralluogo, non esisteva più.
Le rimanenti parti del campione, cioè il rostro, le zanne, il palato, la mandibola e la parte inferiore dell’occipite erano anch’esse seriamente danneggiate; mentre tutta la porzione superiore era irrevocabilmente perduta per la scienza, a eccezione di tre piccoli pezzi, estratti con grande difficoltà dal duro cemento con cui il Tiseo aveva tentato di riparare la terribile ingiuria da lui inflitta a quell’esemplare di inestimabile valore.
I tecnici e gli scienziati americani si misero subito al lavoro per recuperare quanto più fosse possibile.
Dapprima la ricostruzione del cranio apparve disperata; e allo stesso Osborn che lo aveva donato alle collezioni del museo americano, sulla base delle eccellenti fotografie che mostravano l’esemplare nella sua condizione originaria, non fu nemmeno permesso di vederlo nel laboratorio.
Dopo diciotto mesi di arduo lavoro da parte di Jeremiah Walsh, sotto la direzione di Charles Lang, capo preparatore, e del curatore Barnum Brown, e finalmente del curatore in capo Hosborn, la ricostruzione entrò nel suo stadio finale.
Per il recupero completo e definitivo furono di valore inestimabile le fotografie e le figure realizzate dal Giuseppe De  Lorenzo.
Nel  marzo del 1931 Hosborn pubblicò un accurato studio osteologico del magnifico teschio di Pignataro Interamna. Nel numero 460 delle «American Museum Novitates» Hosborn così si esprime: «Un’onda di luce sull’anatomia e sulle parentele dell’elefante antico o a zanne dritte, conosciuto come Elephas antiquus, è risultata dalla scoperta nel 1911-12 dello scheletro di Upnor descritto con il nome della sottospecie Elephas antiquus restaurato e ricostruito nel British Museum di Londra nel 1927 e del cranio e della mandibola di Pignataro Interamna da me descritto come Palaeoloxodon antiquus italicus».
Di questo studio si possono vedere, nelle immagini a fianco, le diverse tipologie elefantine presenti nel sito pleistocenico di Pignataro Interamna.

I recuperi fossili del 1932 e l’intervista francese di Benito Mussolini
Passò solo qualche anno dalle grandi scoperte del 1926 e, sempre a Pignataro Interamna e sempre nello stesso sito fossilifero, ai primi mesi del 1932, proseguendo gli scavi, furono operati altri rinvenimenti.
A pochi metri dal luogo dove era stato ritrovato il cosiddetto «mastodonte» del 1926, e allo stesso livello (circa 4 metri), giaceva un cranio di cervo con le corna ramose quasi completamente conservate e, cosa di particolare interesse, due amigdaloidi che testimoniavano come la presenza di una fauna costituita da esemplari di notevole dimensione fosse accompagnata dalla presenza dell’uomo che dava loro la caccia.
Su queste ultime scoperte nel bacino fossilifero di Pignataro Interamna e sui ritrovamenti di alcuni avanzi di elephas antiquus a Roma durante i lavori sulla «Via dell’Impero», Benito Mussolini il 15 dicembre 1932 rilasciò una sua memorabile intervista, in lingua francese, a Louis Gillet pubblicata nella rivista «Revue des deux mondes»:
«Savez-vous ce qu’on a retrouvè dans les terres, en remuant le jardin  derrière  la basilique de Maxence? Un mammouth, un squelette encore presque intact; il ètait là, personne ne l’avait dèrangè, èchouè dans les boues, tranquillement, tel qu’ il ètait mort, il ya peut-ètre vingt mille ans … Des miriades d’annèes, au temps aù Rome n’ètait encore qu’un marècage tropical. Et puis, au mème endroit, tous ces monuments, ce Forum, ce passè, le Campo vaccino, les fouilles … Et maintenant les autobus. Quelle histoire!!!». …

Il rinvenimento del cranio di elephas antiquus del 1949
Nell’estate del 1949 nel giacimento quaternario di Pignataro Interamna avviene un nuovo spettacolare rinvenimento di un cranio di elephas antiquus italicus. Il fossile, illus56-01-12trato scientificamente presso l’Accademia dei Lincei in Roma, viene descritto come appartenente a un individuo non giunto ancora a completo sviluppo, recuperato nella sua interezza e considerato tra i reperti meglio conservati tra quelli fino ad allora scoperti. Dai dettagli dell’osteologia cranica, anche questo, come il precedente fossile del 1926, viene collegato alla specie di elefanti di origine asiatica anziché di origine africana.
Il rinvenimento avvenne a circa 20 metri dal precedente del 1926 a una profondità di poco meno di 7 metri dal ciglio della collina. Anch’esso era inglobato nelle sabbie, arene e ghiaiette di color giallo chiaro, che , intercalate a placche argillose e a straterelli torbosi, formano, con uno spessore oscillante tra i 40 ed i 50 metri, i terreni pleistocenici visibili in quella zona.
L’importante esemplare di elephas antiquus italicus scoperto nel 1949 fu assicurato alle collezioni dell’Istituto geopaleontologico di Napoli.
Dai resoconti dei paleontologi Geremia D’Erasmo e Maria Moncharmont Zei, che si occuparono della messa in sicurezza dell’importante rinvenimento, si legge: «raggiunto, dopo lunghe e laboriose trattative, un accordo con il sig. Vincenzo Tiseo, proprietario del fondo e scopritore del fossile, fu possibile procedere con ogni cura allo scavo e all’isolamento di esso, al rafforzamento sul posto con ripetute spalmature di silicato sodico, ad uno speciale imballaggio e al successivo trasporto a Napoli; sicchè l’esemplare è pervenuto senza danneggiamenti in questo Museo di Paleontologia, dove subirà ora gli ulteriori lavori, necessariamente lenti e difficili, di restauro e di montatura, e sarà oggetto di studio e di confronto, potendo considerarsi uno dei più interessanti rappresentanti di Elephas antiquus italicus».
Il lavoro di scavo, messa in sicurezza e recupero del fossile fu abbondantemente documentato in tutte le sue fasi anche a livello fotografico di cui vengono qui riportate le fasi più significative.

I mammut nella letteratura internazionale
I geologi e i paleontologi studiano gli avanzi degli animali pleistocenici semplicemente come fossili, per la loro definizione sistematica e cronologica e sotto il loro aspetto anatomico comparato.
Gli archeologi ne cercano le rappresentazioni grafiche o plastiche tramandateci dagli uomini dell’età della pietra. La memoria storica di queste rappresentazioni induce a dire che: gli elefanti o loxodonti dell’Africa centrale non ci hanno dato alcuna loro figurazione artistica degna di nota, 56-01-14malgrado siano stati a contatto  con la più antica civiltà della terra quale l’egiziana e con quella derivata della civiltà greca e latina.
Gli elefanti indiani invece hanno eccitato sempre la sensibilità artistica dei popoli tra cui vive o ha vissuto. Notevole è la letteratura indiana imperniata sugli elefanti.
In uno dei trattati sugli elefanti, Matangalila di Nilakantha si racconta la leggenda secondo cui l’eremita Palakapya crebbe da piccino con gli elefanti selvatici  giocando con essi, con le loro femmine e con i loro piccoli, scorazzando per boschi e foreste, per fiumi e torrenti, per monti e pianure, bagnandosi con essi nei laghi e nei rivi, vivendo di acqua e di erbe, imparando tutto ciò che concerne gli elefanti, quello che debbono e quello che non debbono mangiare, quel che fa loro bene e quello che fa loro male, le loro voci e i loro gesti, le loro gioie e i loro dolori. In questo trattato è data grande importanza alle bozze frontali (kumbhas) ed alla profonda insenatura tra esse (vidu), caratteristiche identitarie dell’elefante indiano come del cranio dell’elefante di Pignataro Interamna.
Nelle figurazioni preistoriche degli elefanti estinti, quando gli uomini avevano già sviluppato eminenti qualità artistiche, ma non erano ancora capaci di profondi pensieri morali e filosofici, primeggia quella del mammut.
Il mammut lanoso, ci dice Osborn, è l’animale classico della paleontologia. Esso è il primo mammifero estinto trovato dall’uomo, è il primo ad essere usato come prova di un diluvio universale, il primo ad essere usato come prova dell’esistenza di una vita di mammiferi di un mondo da lungo tempo estinto antecedente al diluvio. Il mammut è anche il primo a ricevere una descrizione scientifica in lingua latina, il primo a ricevere un nome scientifico: Elephas primigenius ovvero elefante originario.

Conclusioni
Dal mese di agosto 2015 il giacimento pleistocenico di Pignataro Interamna è ricordato nel suo luogo, in contrada Fontanarosa, con un cartello gigante fatto apporre dal- l’Amministrazione comunale diretta dal sindaco Benedetto Evangelista.
Vi sono raffigurati un paesaggio pleistocenico nonché le varie tappe di ritrovamento degli scheletri di Elephas antiquus, compreso quello del 1949.
Nella valle del Liri e nel punto di essa in cui si sono trovati gli avanzi animali e le armi di tipo chelleano, un’area di non più di cento metri quadrati, durante la 3^ epoca interglaciale vigevano condizioni tali da dar vita alla numerosa fauna quaternaria di clima caldo, associata ai primi uomini paleolitici delle nostre regioni.
è in questi luoghi che affondano le radici della fiorente letteratura sugli elefanti preistorici affermatasi a livello mondiale.
Per concludere possiamo dire che i fossili di Pignataro Interamna, come quelli di Cassino, Aquino, Ceprano, Castelliri, Roccasecca, Pontecorvo, Arpino, Casalvieri ecc., sono una testimonianza imprescindibile e fondamentale per lo studio dei fenomeni della geografia fisica dei tempi sia passati che presenti. E non deve meravigliare se, nell’Italia centro-meridionale, prima ancora che altrove in Europa, si siano sviluppate quelle giuste cognizioni sulle formazioni e trasformazioni della terra che attraverso i secoli e i millenni ci hanno gradatamente portati fino alla geologia moderna.

Fondi archivistici, fotografici e bibliografia essenziale di riferimento:
– Archivio di Stato di Caserta, Gabinetto, Prefettura, b. 319, f. 3734;
– Documenti fotografici archivio privato prof. Luigi Di Cioccio, Castrocielo;
– Atti dell’Accademia Gioenia di scienze naturali di Catania, Anno LXXIV, 1897, serie IV vol. X;
– «Rassegna storica salernitana», anno II, agosto 1938;
– O. G. Costa, Intorno alle ossa di mammiferi trovate presso Cassino, Stamperia del Fibreno 1864;
– H. Falconer, On the species of Mastodon and Elephant occurring in the fossil in Great Britain;
– G. De Lorenzo, Geologia dell’Italia meridionale, Epsa, Napoli 1937;
– G. De Lorenzo, L’elephas antiquus di Pignataro Interamna, Rend. Acc. Naz. Lincei, vol. IV 1926;
– G. B. Cacciamali, Scoperte paleontologiche ad Arpino, Tip. Iaselli, Caserta 1890;
– H. F. Osborn, A long-jawed Mastodon … ecc.;
– G. Nicolucci, Su gli elefanti fossili della Valle del Liri, Acc. delle scienze 1882;
– G. Sacchetti, Storia geologica di Montecassino, Stab. Di Mauro, Cava dei Tirreni 1920;
– G. D’Erasmo, M. Moncharmont Zei, Il cranio giovanile di Elephas Antiquus italicus di Pignataro Intermana, nella Valle del Liri, Stab. Tip. Genovese, Napoli 1955.

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