RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE


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Studi Cassinati, anno 2015, n. 4
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Angelo Nicosia (a cura di), Quaderni Coldragonesi 5, Comune di Colfelice, Colfelice 2014, pagg. 134, illustr. col. e b./n.; f.to cm. 20,7×29,8; ISBN 978-88-95101-49-1; s.p.
Si tratta del quinto volume della collana «Quaderni Coldragonesi»1 a dimostrazione di una continuità non propriamente facile da perseguire in tempi di crisi economica ma che, soprattutto, denota la bontà del prodotto editoriale. Anche per questo quinto volume numero, l’ambito geografico dei temi oggetto di indagine è circoscritto nella media valle del Liri tra Pignataro, Aquino, S. Giovanni Incarico, Fontana Liri, Sora e con al centro naturalmente Colfelice. Complessivamente i saggi che compongono il volume risultano essere undici:

Rosalba Antonini, Minuto frammento di Interamna (Interamna Lirenas vel Suc(c)asina, od. Termini, com. Pignataro Interamna FR) in cui la professoressa, già docente dell’Università di Siena, analizza un reperto rinvenuto a Interamna Lirenas. Si tratta di un frammento di coperchio in terracotta realizzato al tornio che presenta sulla parete esterna un segno formato da tre astine nette e marcate di difficile interpretazione e che la studiosa ipotizza possa trattarsi della cifra del numerale «50» oppure di un segno alfabetico;

Alessandra Tanzilli, Consecratio in formam deorum in un capitello composto figurato di Sora, nel quale è analizzato e descritto un capitello figurato, composto da due frammenti, custoditi dal 2012 nell’edificio del Seminario vescovile di Sora. Il reperto versa in pessime condizioni perché fu rilavorato nel corso dei secoli e riutilizzato come acquasantiera o fonte battesimale, mentre, più recentemente, ha svolto le funzioni di sottovaso e fioriera. Il frammento superiore del capitello si compone di quattro facce in ognuna delle quali vi è una figura in altorilievo: in due contrapposte ci sono figure umane (un plebeo e un togato) e nelle altre due altrettante aquile ad ali abbassate che stanno a simboleggiare la divinizzazione di un imperatore alla sua morte, mentre ai quattro angoli vi sono figure di eroti e ali espanse. Il frammento inferiore presenta solo foglie di acanto;

Angelo Nicosia, La pesatura di precisione in Aquino romana e i pesi di Interamna Lirenas in cui lo studioso e curatore della pubblicazione si occupa di frammenti di piccoli strumenti di pesatura ritrovati casualmente nei campi di Aquino. Il primo di questi oggetti è rappresentato dal gioco di una piccola bilancia a bracci uguali, mentre l’altro è l’asse in bronzo di una piccola stadera. Le loro ridotte dimensioni, che non hanno uguale corrispondenza in nessun altro reperto finora ritrovato e studiato, portano l’autore a presupporre che si tratti di strumenti di precisione usati per pesare prodotti farmaceutici o cosmetici oppure monete o metalli preziosi.In fine l’autore, dopo essersi soffermato su una serie di pesi e contrappesi rinvenuti sia ad Aquinum che a Interamna Lirenas, presenta un altro interessante reperto, sempre proveniente da Interamna Lirenas. Si tratta di un anello sul cui castone di forma ovale appare una scena: un gallo, posto nella parte superiore e rivolto verso destra, poggia le zampe su un gioco di una bilancia a due piatti al di sotto della quale c’è un modium, cioè un moggio per il grano a tre piedi. Facendo leva sull’iconografia (il gallo con la sua valenza simbolica collegata alla fertilità dei terreni agricoli, la bilancia simbolo di giustizia ed equità, il moggio utilizzato per la misura del grano) l’autore presuppone che l’anello potrebbe essere stato uno strumento di autorappresentazione appartenuto a un produttore/coltivatore/commerciante che con le immagini intendeva garantire la qualità, la genuinità e l’equità dei suoi prodotti;

Marco Sbardella, L’iscrizione metrica del fonte battesimale della parrocchiale di San Giovanni Incarico analizza l’iscrizione incisa sul fonte battesimale della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista ubicata nel Comune di S. Giovanni Incarico. Il fonte battesimale, a forma di tronco di piramide rovesciata, appare costituito da tre elementi giustapposti che sembrerebbero diversi sia per datazione che per stile architettonico. Su tre lati della parte superiore è incisa la frase «illa l nascendi vis / hoc abstrusa / lavacro» che offre varie interpretazioni di lettura ma è tradotta dall’autore in «La potenza di nascere liberi è celata in questo fonte battesimale». Sbardella si cimenta anche in una approfondita analisi metrica del testo da cui risulta che la frase originale è un perfetto esametro di 13 sillabe abbinato a un uso sapiente di piedi, di cesure, di artifici retorici che rimandano alla metrica latina classica. Da ciò deduce che l’ideatore dell’iscrizione fosse un valente erudito il quale intese arricchire la chiesa con composizioni o rimandi alla poesia classica;
– Bianca Maria Da Rif, Una descrizione paradossale di Aquino del secolo XVII, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Padova, ha analizzato un curioso e insolito manoscritto intitolato Le minchionerie di Luca di Cicco, rintracciato e copiato da Pasquale Cayro, il grande storico di S. Giovanni Incarico. Nel manoscritto, databile a inizio del 1600, un sacerdote originario di Palazzolo/Castrocielo, tale Luca di Cicco di cui si sa ben poco o niente, vi descrive “esageratamente” e “assurdamente” la città di Aquino. Infatti il racconto, pur facendo riferimento a eventi storici, a monumenti esistenti e a una topografia reale, appare paradossale in quanto le descrizioni e gli avvenimenti vengono descritti in modo esasperato e le notizie riportate risultano ampliate dalla fantasia;

Fernando Riccardi, Un posto di Guardia Nazionale nel villaggio di Coldragone, ricostruisce, sulla base di un’attenta analisi di documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Caserta, una vicenda relativa alla «Guardia Nazionale», una forza militare formata da civili operante in ogni Comune. Nel 1865, quando Coldragone era ancora una frazione, il comando della «Guardia Nazionale» era ubicato a Roccadarce centro mentre le contrade del Comune risultavano sprovviste di elementi della forza armata a difesa della popolazione locale. In quell’anno, quindi, partì la richiesta di istituire un posto di «Guardia Nazionale» anche a Coldragone non solo perché anche in quel villaggio si verificavano «spessissimi reati, furti, e disordini, massime nei dì festivi», ma soprattutto perché sul suo territorio era ubicata la selva dei Liavani utilizzata come passaggio dai briganti in quanto in concatenazione con un bosco posto a confine con lo Stato Pontificio. Nonostante il parere sfavorevole del Consiglio comunale di Roccadarce, che si opponeva alla richiesta a causa di insufficienti disponibilità economiche, nel giugno 1865 si giunse alla positiva soluzione della questione quando il prefetto della provincia di Terra di Lavoro ordinò l’«istituzione di un novello posto di Guardia Nazionale nel villaggio di Coldragone» ordinando al Comune di Roccadarce di provvedere in via obbligatoria alla spesa;
Eugenio Maria Beranger (†), Riflessioni sull’opera “Appunti e ricordi ossia brevi memoria del sacerdote Antonio Cocumelli già canonico di Roccaguglielma ed abate curato di Civitella Roveto, ora Arciprete parroco dell’insigne collegiata e parrocchiale chiesa di Santo Stefano protomartire di Fontana Liri”, analizza un manoscritto di memorie redatte da d. Antonio Cocumelli, abilissimo oratore e arciprete di Fontana Liri, e fortunosamente rinvenuto proprio da Beranger. Il prelato vi racconta la sua vita e le sue vicende ecclesiastiche in arco cronologico compreso tra il 1828, suo anno di nascita, fino al 1889. Nato a Fontana Liri, dopo aver compiuto gli studi ecclesiastici presso il Seminario di Sora (Cocumelli vi si ritrova nel 1848, anno di rivolte e rivoluzioni tanto che fu interrotta la formazione dei seminaristi a causa della chiusura della struttura), fu destinato a reggere una parrocchia di Civitella Roveto per passare poi, dal 1856, alla chiesa Collegiata della sua città d’origine. Nella transizione dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, Cuccumelli si sofferma a descrivere il «clima di intimidazione e prevaricazione» subito dai religiosi della diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo rimasti fedeli alla Casa Borbone e che colpì in particolare il vescovo Giuseppe Montieri, fedele legittimista, costretto a fuggire a Roma dove poi trovò la morte nel 1862, oppure scrive di un’altra questione che funestò queste terre, cioè quella del brigantaggio distinguendo la lotta armata lealista di chi voleva riconquistare con le armi il Regno di Francesco II di Borbone sviluppatasi subito dopo l’Unità, da quei briganti che operarono negli anni successivi i quali invece volevano «fare gli assassini di strada»;

Costantino Jadecola, I profughi delle terre invase: gli sfollati di Aquino, tratta della diaspora della popolazione di Aquino nel corso degli eventi della seconda guerra mondiale, ripercorsa facendo ricorso anche a ricordi e a diari familiari scritti dalla madre dell’autore. Dall’arrivo ad Aquino, nel dicembre 1942, delle prime truppe tedesche con l’instaurarsi dei primi rapporti conflittuali con la popolazione locale, si passa all’inizio del dramma dei civili con il primo bombardamento, il 19 luglio 1943, dell’aeroporto che causò il primo grande esodo della gente del paese. Ci fu chi cercò rifugio a Vallerotonda, altri a Caprile di Roccasecca, per poi proseguire a Colle San Magno dalle parti della miniera andando a popolare le lunghe gallerie della cava di asfalto. Iniziò una vita di sofferenze e privazioni finché il 12 gennaio 1944 giunse l’ordine di sfollamento. Ammassati su carri bestiami furono portati a Roma. Alcuni, come la famiglia Jadecola, riuscirono a eludere la sorveglianza e riuscirono a fermarsi nella capitale, altri furono sfollati in Comuni del centro Italia (Castiglion Fiorentino e Cortona in provincia di Arezzo), oppure della provincia di Cremona (Acquanegra Cremonese, Crotta d’Adda, Pizzighettone, Sesto Cremonese, Grumello Cremonese, San Bassano, Castelleone, Genovolta, Soresina, Casalmorano, Castel Visconti, Casalbuttano), di Mantova (Felonica), o di Bergamo (Bonate di Sotto). Opportunamente Costantino Jadecola evidenzia la solidarietà, il sostegno economico e i molti gesti di umanità offerti dalle popolazioni del nord est d’Italia agli sfollati di Aquino e del cassinate in generale. Un ultimo aspetto inserito riguarda la statua della Madonna della Libera. Anch’essa subì lo sfollamento, prelevata da militari tedeschi. Fu portata a Subiaco dove giunse il 30 aprile 1944 proprio nello stesso giorno in cui veniva revocato l’ordine di sfollamento. La statua della Libera rimase nella città del Sacro Speco di San Benedetto per trentatré anni. Quindi fece ritorno ad Aquino il 30 aprile 1977 con gran giubilo della comunità aquinate. Fu però una felicità di breve durata: «qualche tempo dopo, infatti, mani sacrileghe trafuga[rono] quel simulacro, osando in tempo di pace ciò che non era accaduto in tempo di guerra». Da allora la statua non ha mai più fatto ritorno ad Aquino;

Luca Corino, Le antiche famiglie di Fontana Liri: Brevi cenni sulla loro storia e genealogia (secc. XVI-XVII), ha analizzato i registri parrocchiali della chiesa di S. Stefano di Fontana Liri, comparandoli e raffrontandoli con altri rinvenuti presso gli Archivi di Stato di Caserta e di Napoli e dell’Archivio storico diocesano di Sora. Dall’approfondito studio svolto è emersa una mole di informazioni che ha permesso all’autore, ad esempio, di ricostruire la genealogia e la presenza delle famiglie, perfino sulla loro dislocazione sul territorio, e di registrare i cognomi fontanesi, riportati con tutta una serie di preziose notizie sulle variazioni, sui capostipiti, sui matrimoni, sulle attività lavorative e professionali svolte. Oltre a professionisti (notai, medici, dotti fisici, giudici a’ contratti, militari), possidenti, sacerdoti, contadini, artigiani (chianchieri, fornari, barbieri, falegnami) vi erano persone che svolgevano particolari attività come quelle legate alla lavorazione della lana e dei tessuti (cardalana, venditori di bambacilli, sartori, pellecchiari) ma soprattutto c’è quella dei molinari, mestiere antico praticato da componenti di quasi tutte le famiglie fontanesi;
Bernardo Donfrancesco, Eleuterio e Gemma Riccardi, artisti di Colfelice, ricorda le figure di due artisti a tutto tondo, padre e figlia, vissuti tra Roma, Londra, Parigi ma originari di Colfelice. Eleuterio Riccardi era nato a Coldragone nel 1884. Il padre era un «piattaro», un lavoratore della terracotta e da lui apprese l’arte di modellare la materia. Giovanissimo, a 23 anni, si mise subito in luce a Roma esponendo una robusta scultura intitolata «Il fabbricatore di urne», rappresentazione del piattaro. Nel 1921 si trasferì a Londra e soggiornò nella capitale inglese per cinque anni divenendo il ritrattista preferito di nobildonne, uomini politici, letterati e artisti. Tornato a Roma, dopo aver realizzato un duplice busto in bronzo di Benito Mussolini, continuò la sua attività espositiva di sculture in marmo e pietra o in bronzo, dedicandosi anche alla pittura. La sua abitazione e il suo studio erano in Via Margutta, la strada degli artisti, e lì morì il 19 luglio 1963. La tradizione artistica della famiglia fu portata avanti dalla figlia Gemma che seguì le orme del padre, tuttavia nel campo del disegno e della pittura. Gemma nel 1987 ha provveduto a donare al Comune di Colfelice tutte le opere che le erano rimaste del padre, oggi conservate in alcuni ambienti del Municipio. Il Consiglio comunale di Colfelice ha voluto rendere omaggio a questo suo figlio dedicandogli la piazza principale del paese che da allora si chiama piazza Eleuterio Riccardi. Parimenti anche la città di Frosinone ha voluto ricordare l’artista colfeliciano intitolando una strada del capoluogo;
Vincenzo Palleschi, Un Laboratorio di Archeometria sul sito di Fabrateria Nova, docente presso l’Università degli Studi di Pisa e ricercatore del CNR, riferisce sull’installazione, nel corso della Campagna di scavi archeologici svolta nel luglio 2014 a S. Giovanni Incarico, di un Laboratorio mobile di Archeometria con cui ha provveduto ad avviare un’attività di analisi archeometrica capillare capace di offrire ulteriore dati per lo studio dei manufatti. Varie son state le tipologie di materiali analizzate: da reperti metallici come monete e monili, a intonaci, vetri e ossa. In quest’ultimo caso, ad esempio, si è riusciti a risalire al tipo di alimentazione dell’individuo a cui appartenevano, che dovette avere una dieta ricca di proteine animali nonché legata al consumo di vegetali. Inoltre la presenza del Laboratorio mobile ha consentito di ottenere dei modelli in 3D partendo da alcuni frammenti architettonici rinvenuti. In sostanza la prova in campo del laboratorio archeometrico a Fabrateria Nova ha dato un esito più che soddisfacente per cui Vincenzo Palleschi auspica che la ricerca archeometrica si possa spostare dai laboratori direttamente nei siti degli scavi archeologici poiché in tal modo si possono avere dei vantaggi potenziali enormi per la conoscenza, la valorizzazione, la conservazione dei reperti rinvenuti (GdAC).

Giuseppe D’Onorio, Costantino Jadecola, Sora. Ferite di guerra, Centro di Studi Sorani «Vincenzo Patriarca», Sora 2015, pagg. 86, illustr. b./n.; f.to cm. 17×24; ISBN 978-88-6781-050-5; s.p.
Si tratta di un’agile p56-14ubblicazione (volutamente ha un numero contenuto di pagine) che con i materiali proposti (documentazione del tempo, foto, immagini, indicazioni archivistico-bibliografiche) si prefigge di suscitare interesse tale da indurre a nuovi approfondimenti. La pubblicazione è il frutto dell’opera di una coppia di autori ma è arricchita da due contributi: uno di testimonianza dell’esperienza bellica e uno sull’antifascismo a Sora prima e nel corso della guerra. Il primo autore, Giuseppe D’Onorio, già docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico «Giovanni Sulpicio» di Veroli, apre il volume trattando questioni di carattere nazionale e internazionale sviluppatesi nel corso del ventennio compreso tra i due conflitti bellici (1918-1939) e sull’andamento della seconda guerra mondiale dal suo scoppio il 1 settembre 1939 alla resa del Giappone dell’estate del 1945. Quindi in un successivo capitolo tratta di alcune conseguenze belliche prettamente locali come quella relativa alla «requisizione e [a]l ripristino delle campane nel sorano» riportando il quadro del censimento predisposto dal vescovo di Sora, mons. Michele Fontevecchia, su richiesta delle autorità fasciste intese alla requisizione delle campane alloggiate nei campanili, nelle chiese e nelle cappelle della diocesi. Furono dunque catalogate 208 campane ubicate in 27 paesi (compresi alcuni abruzzesi della valle di Roveto come Canistro, Civita d’Antino, S. Vincenzo facenti parte della diocesi di Sora). La più grande, con i suoi 8.000 Kg, era quella della chiesa di S. Maria di Civita ad Arpino, la più antica, del 1321, quella della cattedrale di Sora. Nel dopoguerra risultarono rifuse 39 campane. Altro argomento trattato da Giuseppe D’Onorio riguarda i «Sodati tedeschi sepolti a Sora». Partendo da una lettera inviata da una vedova tedesca nel 1954, ben dieci anni dopo la morte del figlio, in cui chiedeva informazioni sul luogo esatto della sepoltura del giovane, poco più che diciannovenne, caduto sul fronte di Cassino il 9 novembre 1943, l’autore tratta dei due cimiteri provvisori tedeschi allestiti a Sora (uno all’interno del Cimitero civile, utilizzato, fra l’altro, anche per il seppellimentodi militari alleati, e uno creato ex novo in località Madonna del Buono Consiglio) in cui vennero scavate quasi 500 fosse nella quali furono inumati i corpi dei soldati germanici morti in battaglia nel 1943-’44. All’epoca fu d. Dino Facchini, cancelliere della curia vescovile di Sora, che trascrisse i nominativi di circa la metà dei militari sepolti nei due cimiteri con l’ubicazione delle rispettive fosse di tumulazione mentre i rimanenti sono rimasti ignoti (l’elenco originale è riprodotto nella pubblicazione). I resti dei soldati tedeschi furono esumati nel maggio 1960 e traslati nel Sacrario germanico di Collemarino a Caira (Cassino). Costantino Jadecola, precursore e antesignano degli studi e delle ricerche sugli anni di guerra nel Lazio meridionale e di tanto altro ancora, ripercorre le vicende belliche a Sora partendo dalla morte di due uomini del sorano trasferitisi in Inghilterra e avvenuta a causa dell’affondamento dell’«Arandora Star», la nave su cui erano stati imbarcati, per essere deportati in Canada, 1.564 emigrati italiani, tedeschi e austriaci, arrestati dalle autorità britanniche allo scoppio della guerra. Il siluramento da parte di un sommergibile tedesco provocò la morte di 446 italiani di cui una sessantina originari della provincia di Frosinone. Quindi Jadecola, utilizzando sapientemente le memorie di vari diari scritti in quei tempi da religiosi o civili, ripercorre le vicende avvenute a Sora e nelle zone circostanti a partire dalla caduta del fascismo, all’arrivo in città, il 9 settembre 1943, dei primi soldati tedeschi cui fecero seguito i rastrellamenti di giovani e meno giovani impiegati nella costruzione delle opere difensive, i ripetuti e micidiali bombardamenti dell’aviazione alleata, l’installazione in città di ben sette ospedali militari, lo sfollamento della popolazione locale in luoghi montani più appartati oppure di quelli che da paesi circostanti (Picinisco, Casalattico) invece decidevano di spostarsi a Sora ritenendola più sicura. In un clima di intimidazioni, di soprusi si inserisce la «strage di ponte Olmo» nei pressi dell’abbazia di San Domenico nel corso della quale, il 27 maggio 1944, rimasero uccisi, da parte di soldati dell’esercito tedesco, i componenti della famiglia La Posta (padre, madre e due figlie di 18 e 16 anni, mentre altri due figli si trovavano a combattere sui vari fronti di guerra) e che taluni ipotizzano sia stata dovuta a un tentativo di violenza carnale ai danni delle due giovani difese fino alla morte dai genitori. Nei giorni successivi si giunse alla liberazine della città con conseguente rapido rientro degli sfollati. Fu fatta la conta dei danni provocati dalla guerra che tuttavia non si rivelarono estremamenti gravi come in altri paesi e città del Lazio meridionale (Cassino, il cassinate e molti altri paesi fino alla costa totalmente distrutti), poiché limitati ai due ponti sul Liri fatti saltare dai tedeschi in ritirata, all’acquedotto e alla rete elettrica inservibili, oltre a svariati immobili demoliti dai bombardamenti. Jadecola termina questa sua rapida ma densa carrellata di avvenimenti ricordando cinque cruente vicende di persone originarie di Sora. La prima è relativa a «Domenico Jaforte, “Menicuccio” il calzolaio», poi portiere di uno stabile a Roma, comunista e militante della brigata Garibaldi, arrestato dopo l’attentato di via Rasella, trucidato alle Fosse Ardeatine, «martire per ingenuità e semplicità di costumi, vittima di falsi avventori d’osteria, complici dei fascisti di delatori interessati»; poi c’è quella di «Raffaele Milano: una famiglia dissolta» di antiche origini ebraiche, già profondamente provato dal terremoto della Marsica del 1915, stabilitosi a Roma dove, dopo l’8 settembre 1943, cambiò cognome in Piccone per sfuggire ai tedeschi ma fu arrestato con moglie e figlia in seguito alla delazione per denaro di una donna, e Raffaele  morì alle Fosse Ardeatine, la consorte ad Auschwitz e la figlia nell’altro campo di concentramento di Bergen-Belsen; quindi c’è la vicenda di «Alberto La Rocca dei martiri di Fiesole», giovane carabiniere fucilato nella cittadina toscana assieme ai suoi commilitoni Vittorio Marandola di Cervaro e Fulvio Sbarretti di Nocera Umbra il 12 agosto 1944 (tutti e tre Medaglie d’oro al V.M.), accusati di atti di sabotaggio si presentarono al comando tedesco per consentire la liberazione di dieci inermi ostaggi civili; poi c’è quella di «Giuseppe e Michele Gigli: una tragedia condivisa», gemelli, classe 1924, soldati arrestati a Roma l’8 settembre 1943 deportati in Polonia in un campo che fu “liberato” nel 1945 dai russi i quali fucilarono il giovane Giuseppe mentre Michele, tornato a Sora ed emigrato in Canada, rimase un «morto vivo e con triste ricordi» come egli stesso scrisse; infine c’è quello di «Giuseppe Testa: piuttosto la morte» giovane originario di San Vincenzo Valle di Roveto il quale, pur avendo subito spietati interrogatori, umiliazioni e torture, non volle rivelare nulla sull’attività e sui componenti di un Comitato, di cui faceva parte, impegnato ad assistere i prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Avezzano che cercavano di passare il fronte e ricongiungersi con i propri commilitoni, e  finì fucilato dai tedeschi ad Alvito. In conclusione Jadecola pone tre «Asterischi». Il primo, «Il finto funerale», racconta di una messinscena, andata a buon fine, organizzata al fine di far entrare in città alcuni prodotti alimentari posti in una bara e inscenando un funerale con tanto di finto prete e di finta desolata vedova; il secondo, «Un fatale incidente», ricorda la morte di una donna, avvenuta nel collegio di Casamari, vittima del ribaltamento di un automezzo tedesco carico di fusti di benzina; il terzo, «Come un raggio di sole», narra della visita pastorale condotta dal vescovo di Sora mentre infuriavano le battaglie di Cassino, nei mesi di febbraio, marzo e aprile del 1944, in vari paesi della sua diocesi a più diretto contatto con il fronte di guerra e, come testimonia d. Giovanni Battista Colafrancesco, poi a lungo parroco di Aquino, il 18 maggio 1944, giorno della presa di Montecassino da parte dei polacchi del gen. Anders, mons. Fontevecchia era giunto a Roccasecca a rianimare e ridare fiducia e speranza nella vita alla popolazioni locale. Il volume si impreziosisce della testimonianza («Pagine di diario») di Wesla Mancini, figlia di un dirigente delle Costruzioni Edili ed Idroelettriche trasferito da Isola Liri a S. Elia Fiumerapido prima dello scoppio della guerra a sovrintendere ai lavori di costruzione, ai piedi di Vallerotonda, di una cabina idro-elettrica. Quando scoppiò la guerra il padre Roberto fece trasferire la sua famiglia a S. Elia ritenendo il paese più sicuro rispetto a Isola Liri, città industriale. Poi la guerra giunse nel cassinate e la famiglia Mancini trovò rifugio, assieme a molte altre persone, nelle gallerie scavate per la costruzione della centrale e non ancora ultimate. Dai soldati tedeschi che combattevano nella zona non ebbero mai noie, anzi agli occhi di una giovane ragazza quindicenne quei militari «facevano pena» nel «vederli così giovani, indifesi e allo sbaraglio». Nel dicembre 1943 giunse lì nei pressi un uomo dall’aspetto «molto distinto» che poi si rilevò essere il gen. Ricciotti Garibaldi, in contatto radio con gli alleati che stavano organizzando lo sbarco di Anzio, il quale fu aiutato da Roberto Mancini nell’espletamento della sua attività militare. Con l’avvicinarsi ogni giorno di più del fronte di guerra la famiglia Mancini lasciò il rifugio delle gallerie e si spostò a Vallerotonda dove era già conosciuta la triste fama degli uomini di colore delle truppe coloniali francesi che incutevano timore e paura per le violenze sessuali perpetrate. Quindi i civili furono evacuati e portati a Venafro e da qui la famiglia Mancini giunse a Caserta, raggiungendo poi Teverola. A liberazione avvenuta poté far ritorno a Isola Liri. La giovane Wesla con la sorella Carla e tanti altri coetanei, maturati dalla difficile esperienza della guerra, dopo essere stati «attraversati e sconvolti dalla Grande Storia», furono pronti «a profittare del poco rimasto, a vivere con fiducia, ricomponendo la [loro] semplice esistenza in una normale quotidianeità». Infine Michele Ferri, studioso del brigantaggio nel sorano e dei sovversivi del Lazio meridionale, pubblica un capitolo dedicato a «L’antifascismo a Sora» nel quale, dopo aver citato alcuni oppositori sorani al regime fascista, tratta delle prime esperienze resistenziali al nazi-fascismo sorte dopo l’8 settembre 1943 che portarono alla nascita della «Banda del Fibreno» formata da 68 partigiani di cui 32, con sei donne, risultavano gli elementi effettivamente operativi. Dalla documentazione rintracciata è possibile risalire alla costituzione della Banda, al territorio dove operò, all’armamento in dotazione, alle relazioni con altre formazioni partigiane, agli atti di sabotaggio svolti, ai nominativi dei componenti arrestati. (GdAC).

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1 Il volume è stato presentato il 13 febbraio 2015 a Colfelice e, a cura dell’Asscoiazione cuturale «Mastroianni», il 17 giugno 2015 a Fontana Liri. In apertura un breve ma intenso ricordo di Eugenio Maria Beranger, storico, studioso dell’alta Terra di Lavoro scomparso improvvisamente il 9 gennaio scorso, anche con la proiezione di un brano di una intervista che rilasciò alla Rai il 14 dicembre 2014.

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