Salvataggio, custodia e conservazione negli anni di guerra La Sacra Sindone (1939-1946)


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Studi Cassinati, anno 2015, n. 3
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di Maurizio Zambardi*

L’ostensione della Sacra Sindone nella Cattedrale di Torino, iniziata domenica 19 aprile 2015 e terminata il 24 giugno successivo, offre l’occasione per ripercorrere un aspetto poco noto ma di notevole importanza per tutto il mondo cattolico, e che pertanto merita di essere ricordato, relativo al salvataggio, alla custodia e conservazione del sacro telo negli anni della seconda guerra mondiale nell’abbazia di Montevergine (Avellino) affidato all’abate Giuseppe Ramiro Marcone originario di San Pietro Infine.

Foto-06Il primo settembre 1939, con l’invasione tedesca della Polonia, ebbe inizio la seconda guerra mondiale. Immediatamente in Italia, che tuttavia non aveva ancora fatto il suo ingresso in guerra mantenendo lo status di non belligeranza fino al 10 giugno 1940, le preoccupazioni, oltre a quelle di carattere militare e sociale, si rivolsero alla tutela del patrimonio artistico e religioso statale o privato. Tra le tante opere d’arte possedute da Casa Savoia una in particolare interessava re Vittorio Emanuele III: la Sacra Sindone1. Più che opera d’arte questa rappresentava e tutt’ora rappresenta una delle reliquie più importanti per la cristianità. Un patrimonio di fede di inestimabile valore.
Questa reliquia, di proprietà della Casa Savoia, era custodita da anni a Torino nell’omonima Cappella nel Palazzo Reale2. I pericoli connessi alla guerra appena scoppiata e i timori per un suo trafugamento indussero a spostarla, portandola in un luogo più sicuro. Il re, in un primo momento, pensò di trasferirla a Roma nel palazzo del Quirinale, poi per la scelta definitiva si rivolse alla Santa Sede. Si giunse così all’individuazione dell’Abbazia Nullìus di Montevergine in provincia di Avellino, il cui abate era don Giuseppe Ramiro Marcone, personalità di spicco, di cultura elevata e uomo tutto d’un pezzo, legato da profonda amicizia con la Casa Savoia3.
E così, il 7 settembre 1939, la Sacra Reliquia, che si trovava piegata all’interno di una cassetta d’argento, venne rimossa dal suo luogo abituale, posta all’interno di un’altra cassa di legno e chiusa con delle viti. Venne poi avvolta con un telo bianco, cucito nelle giunture, e cinta da uno spago ai cui nodi fu apposto il sigillo di piombo con le iniziali del conte generale Giovanni Amico di Meane, reggente dell’Amministrazione della Real Casa di Torino. In quello stesso giorno mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della segreteria di Stato di Sua Santità (che diverrà poi papa Paolo VI), inviò un telegramma all’abate Marcone con cui lo invitava a presentarsi in Vaticano a Roma senza però indicare il motivo di tale urgente convocazione.
Intanto a Torino, l’8 settembre, l’insigne reliquia parte alla volta di Roma accompagnata dal cappellano di Sua Maestà e custode della SS. Sindone, monsignor Paolo Brusa, e da un altro cappellano di Sua Maestà, il teologo don Giuseppe Gallino. Arrivata nella capitale viene deposta provvisoriamente nella cappella detta di Guido Reni dentro il Palazzo reale del Quirinale.
Quando l’abate Marcone si presenta alla segreteria di Stato, il cardinale Luigi Maglione gli comunica la notizia che l’abbazia di Montevergine è stata prescelta come luogo più sicuro per la custodia momentanea della Sacra Sindone. Allo stupore iniziale non poteva seguire una gioia nell’assolvere a tale compito, pur se con enorme responsabilità. Dopo gli opportuni accordi viene fissata la data del trasporto della reliquia da Roma a Montevergine. La mattina del 25 settembre di quello stesso anno, un’automobile sfreccia alla volta di Montevergine, carica del prezioso e segreto carico. Sono incaricati del trasporto mons. Giuseppe Gariglio e il canonico Paolo Brusa. All’arrivo dell’autovettura in abbazia solo l’abate Marcone, il priore Bernardo Rabasca, il vicario don Anselmo Tranfaglia, il superiore invernale del santuario e il padre sacrista sono a conoscenza del prezioso contenuto della cassa che fu collocata sotto l’altare del Coretto di Notte4 chiuso a chiave da un robusto paliotto di legno. La collocazione in «quel loculo», infatti, era stata giudicata la più conveniente sia perché offriva «miglior garanzia di sicurezza» sia perché poteva «considerarsi degno di accogliere sì preziosa reliquia».
Fu redatto un verbale di consegna in quattro copie, sottoscritto e datato. Tuttavia il carattere previdente dell’abate Marcone fece sì che venisse contemplato anche il caso della possibilità di rimuovere la sacra reliquia da quel posto per situarla temporaneamente altrove, al fine di una maggiore difesa. Ed ecco allora che viene redatto un secondo verbale aggiuntivo: «Tuttavia, considerato che, in caso di eventuali incursioni aeree, data la potenza formidabile di esplosione di certe bombe, per quanto la su citata cassa sia in luogo sicuro ed internata nel muro maestro, costruito con pietra calcarea, alla profondità di 88 centimetri a ridosso della montagna, data la robustezza della montagna, data la robustezza del muro, sarebbe difficile che potesse venir danneggiata; comunque, per maggiori precauzioni, si è convenuto che, venendosi a verificare qualsiasi pericolo, S. E. Mons. Abate di Montevergine, curerebbe di trasportarla in un luogo ancora più sicuro, e precisamente in una galleria artificiale scavata nella viva roccia, a cento metri di distanza dal Coretto di Notte, alla quale si accede attraverso il corridoio del monastero, senza bisogno di uscire all’aperto. A pericoli scampati, la cassa verrà riportata al suo posto, sotto l’altare del Coretto di Notte».
Il trasferimento della Sindone nella galleria artificiale poteva essere effettuato per maggiore sicurezza, mentre era stata scartata l’ipotesi che la sacra tela potesse essere conservata fin dall’inizio nel tunnel in quanto il luogo non risultava adatto a una adeguata conservazione a causa dell’umidità5.
Nel corso degli anni di guerra il segreto della presenza a Montevergine della Sacra Sindone fu rigorosamente mantenuto e i fedeli che frequentarono l’abbazia in quel periodo non ebbero mai il minimo sospetto di cosa fosse lì custodito. Terminata la guerra, il 2 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale che sancì l’instaurarsi della Repubblica. Umberto II e i componenti di Casa Savoia partirono in esilio. Si prospettò allora il problema della sorte della Sacra Reliquia.
Il 10 giugno 1946 una lettera proveniente da Casa Savoia notificava alle autorità ecclesiastiche che quando avessero creduto opportuno, avrebbero dovuto recuperare e riportare a Torino la reliquia. Il cardinale Maurilio Fossati, arcivescovo di Torino, credette giunto il momento per riprendere la Sindone alla fine di ottobre del 1946. E così il pomeriggio del 28 ottobre del 1946 si presentò personalmente a Montevergine. Quel pomeriggio solo pochi monaci si trovavano in abbazia, trovandosi la maggior parte di essi nel Palazzo abbaziale di Loreto. In quella circostanza, constatata la squisita cordialità, paternità e benevolenza del cardinale, i monaci si fecero arditi nel domandare di poter vedere la preziosa reliquia che avevano custodito per tanti anni. «Si, si, ve lo meritate. L’avete custodita così bene», questa fu la risposta del cardinale Fossati. La notizia balzò di bocca in bocca e ben presto l’abbazia fu affollata di monaci e insigni personalità, tra cui il prof. Gedda. Nell’ampio salone di ricevimento venne preparato un grosso tavolo, coperto di tappeti e di merletti da altare. Con una sontuosa processione, al canto dell’inno Vexilla Regis prodeunt, si trasportò la Sacra Sindone dal Coretto di Notte al Salone di ricevimento. Prima della solenne ostensione il prof. Gedda tenne una conferenza illustrativa, ravvivata da interessanti proiezioni. Al termine furono rotti i sigilli che autenticavano il sacro deposito e cominciò la straordinaria ostensione. Verso mezzanotte il cardinale aprì personalmente la prima, la seconda e la terza urna: quest’ultima tutta di argento incastonata di smalto, con iconografia relativa alla passione di Gesù6.
Fu dato ordine di non toccare, per nessun motivo la Sacra Reliquia. E così, disteso sul lungo tavolo, il Sacro lenzuolo apparve agli occhi emozionati ed increduli dei presenti. Il prof. Gedda, con una bacchetta indicò, ma senza toccare, i segni più caratteristici. Mentre il cardinale Fossati sottolineò l’enorme straordinario privilegio che si stava dando ai presenti7.
Dopo una esauriente esposizione fu riavvolta, riposta nelle urna e nuovamente sigillata. Alle ore 1,30 del mattino la solenne ostensione terminò. Il tutto fu impresso in un cortometraggio di 130 minuti. Quella stessa notte la cassa contenente la Sacra Sindone fu portata sull’altare della cappella della Madonna, dove qualche ora più tardi, precisamente alle 5,30 del mattino, il cardinale celebrò la S. Messa. Poi tutti i monaci e i presenti portarono la sacra reliquia processionalmente all’automobile che l’avrebbe riportata prima fino a Roma e poi a Torino. L’abbazia di Montevergine con il suo rappresentante, l’abate don Giuseppe Ramiro Marcone, erano stati gelosi custodi della Sacra Sindone per 7 anni, un mese e quattro giorni, mettendola in salvo dalla guerra.

* Il presente articolo è uno stralcio dell’intervento da me svolto a San Pietro Infine il 5 settembre 2009 in occasione del convegno sulla figura dell’abate Giuseppe Ramiro Marcone, organizzato dalle Associazioni Culturali «Ad Flexum» e «Oikía». I lavori, moderati da Federico Marcone, videro, dopo i saluti dei sindaci di San Pietro e Mignano Montelungo, gli interventi di dom Faustino Avagliano, di Aldo Zito, di mons. Lucio Marandola, di padre Andrea Cardin, in rappresentanza dell’Abate di Montevergine, di Bernardo Pirollo e di Lucia Marcone. Seguì poi la pubblicazione del volume Don Giuseppe Ramiro Marcone Abate di Montevergine, Atti del Convegno, Edizioni Eva, Venafro 2010.
1 Un lenzuolo di lino che porta impressa l’immagine di un uomo, con dei segni interpretati come dovuti a maltrattamenti e torture, che la religione cristiana identifica con il corpo di Gesù Cristo quando vi fu avvolto nel sepolcro dopo la crocifissione.
2 I duchi di Savoia l’avevano acquistata nel 1453 ponendola nella loro capitale, Chambéry. Quando poi la capitale del ducato fu trasferita da Chambéry a Torino, nel 1578 vi giunse anche la Sindone.
3 Sulla figura di d. Giuseppe Ramiro, nato a San Pietro Infine il 15 marzo 1882, entrato giovanissimo nell’abbazia di S. Giuliano d’Albaro di Genova, ordinato sacerdote nel 1906, docente di Filosofia nel collegio di S. Anselmo di Roma, tenente cappellano negli anni della prima guerra mondiale, nominato abate di Montevergine l’11 marzo 1918, oltre al già citato volume Don Giuseppe Ramiro Marcone Abate di Montevergine, cfr. anche G. Mongelli, L’Abbazia di Montevergine durante il governo dell’Abate Marcone (1918-1953), Edizioni Eva, Venafro 2009 e San Pietro Infine: Convegno sull’Abate Marcone, in «Studi Cassinati», a. IX, n. 3, luglio-settembre 2009, pp. 232-234.
4 Il Coretto di Notte è una cappella lunga e stretta (18 metri per 4,25) caratterizzata da un altare e da uno stupendo coro ligneo. Il suo nome deriva dal fatto che la cappella fu costruita, nel 1632, per servire alla preghiera notturna dei monaci che anticamente si alzavano a tarda ora per recarsi a recitare l’ufficio divino. Il nuovo ambiente serviva a diminuire il sacrificio e il disagio di dover recitare, a mezzanotte, anche nei rigidi mesi invernali, l’ufficio divino nella glaciale basilica. Infatti in un ambiente più piccolo e ben riparato il disagio, specie per i monaci più vecchi e ammalati, sarebbe stato minore.
5 Il lungo tunnel era stato realizzato alla fine del 1700. Infatti a Montevergine, dai primi decenni del XII secolo fino al 1954, nell’ambito del santuario e per un raggio di circa cento metri si osservava una perpetua strettissima dieta quaresimale, con esclusione di carni di qualunque specie, di uova e di latticini. A questa «tradizione del magro» erano obbligati tutti, monaci, ospiti, pellegrini, sani e ammalati. Per sfuggire a tale rigida norma non si trovò di meglio che di costruire fuori della zona del santuario, considerata proibita, un locale in cui ci si poteva recare, almeno in certi giorni, a mangiare cibi più nutrienti e più adatti. Fu costruito un primo edificio nel 1794 poi, per varie esigenze, ne venne realizzato un altro sul lato opposto, che oltre ad avere una via d’accesso esterna, fu collegato al monastero proprio dal tunnel, di cui si è detto, lungo 145 metri, costruito nel cuore della montagna.
6 Alla fine del ‘500, su commissione dei Savoia, fu costruita da un gioielliere piemontese la cassetta per conservare la Sindone appena giunta a Torino. La cassetta (lunga 134 cm, alta 22 cm e profonda 31 cm) è in legno ricoperto d’argento sbalzato con inserti di smalti policromi ed è arricchita da molte gemme e pietre dure. Decorano la cassetta i medaglioni raffiguranti i simboli della Passione di Gesù (il gallo, la corona di spina, il flagello, la scala, il martello e i chiodi, la lancia, la spugna, la tunica, i dadi) e due “veroniche” con il Santo Volto sui lati corti: preziosi ed immagini illustrano l’oggetto contenutovi e ne sottolineano l’importanza. La cassetta conservò la Sindone per quattro secoli e fu protagonista dell’avventuroso salvataggio del lenzuolo durante l’incendio dell’11 aprile 1997. A partire dal 15 aprile 1998 la Sindone è stata riposta in una nuova teca, tecnologicamente più avanzata, e la cassetta è ora conservata al Museo della Sindone.
7 La successiva ostensione si ebbe dopo 27 anni, precisamente il 23 novembre del 1973  a Torino. La pratica delle ostensioni, ovvero le pubbliche esposizioni del telo sindonico, risale al 1578, anno in cui fu estratto dalla teca che lo custodiva per poter essere periodicamente esposto in particolari occasioni. Nell’ultimo secolo le ostensioni sono state 9 (nel 1931 in occasione delle nozze tra Umberto di Savoia e Maria Josè, nel 1933 in occasione della celebrazione dell’Anno Santo straordinario, nel 1969 per consentire a una commissione di esperti di esaminare il Telo, nel 1973, la prima in diretta televisiva, nel 1978 per celebrare il quarto centenario del trasferimento della Sindone da Chambéry a Torino. Fu una nuova occasione per studiarla. Ben 44 studiosi di tutte le nazionalità hanno esaminato la Sindone, apposta per l’occasione su un tavolo girevole, per 120 ore consecutive).

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