A Cassino–Caira i prigionieri austro-ungarici della Prima Guerra Mondiale


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Studi Cassinati, anno 2015, n. 2

di Antonio D’Angiò*

Disponibile da pochi giorni su www.studicassinati.it, sito del Centro Documentazione e Studi Cassinati1, la ricerca relativa al campo di prigionia di Cassino–Caira, il Concentramento in cui furono internati i soldati dell’Esercito austro-ungarico fatti prigionieri al fronte.
La ricerca, curata da Carlo Nardone, ha consentito per la prima volta di compilare un elenco dei 789 militari morti (con i dati biografici, militari, territoriali) nel Concentramento nel corso del biennio 1917-1919, certamente un numero determinato per difetto.
Così nella introduzione di Gaetano de Angelis-Curtis, direttore della rivista: «Da una relazione redatta in occasione di una delle prime visite compiute al Concentramento da una delegazione pontificia, svoltasi il 4 maggio 1917, risulta che il Campo si componeva di 27 padiglioni costruiti in mattonelle, coperti di tegole e chiusi da un muro di cinta rivestito di calce, avente m. 1.700 di periferia». I dormitori risultavano essere «spaziosi e ben aerati, arredati con due file di letti provvisti di pagliericcio e di due coperte». Le cucine erano «semplicissime con una fila di focolari, sui quali si posa[vano] delle marmitte dalla capienza di 50 razioni ciascuna» al fine di «sfruttare opportunamente il calore». Anche l’«afflusso dell’acqua nei bagni, nelle docce e nei bacini» risultava «normale» ma «non così per il W.C. dove la carica d’acqua non funziona[va] sempre bene», mentre la «pulizia lasciava a volte a desiderare». Il servizio religioso era «assicurato da un benedettino cassinese, il p. Donaggio, e da un sacerdote diocesano». Tuttavia mancava un luogo nel quale poter svolgere le funzioni religiose. Quando qualche giorno dopo la delegazione fu ricevuta in udienza da papa Benedetto XV e fu rappresentata al pontefice l’esigenza della costruzione di una «cappella di legno per i prigionieri nel lager di Cassino» e allora «egli tirò da una tasca una banconota da 1.000 lire» e quel contributo, «unito a quello della contessa Czernin» permise al Campo di dotarsi, appunto, di una cappella (A. Monticone, La croce e il filo spinato, Rubettino, Soveria Mannelli 2013, pp. 176, 180).
I prigionieri che transitarono nel campo (di cui una stima li fa arrivare a circa 35.000) furono utilizzati soprattutto nelle opere di rimboschimento delle montagne circostanti, e la maggior parte furono rilasciati nell’estate del 1919.
Tra questi, il più noto è certamente il filosofo (tenente) Ludwig Wittgenstein, fatto prigioniero a Trento nel giorno dell’armistizio, il quale nei mesi trascorsi al Concentramento finì di mettere a punto la sua opera Tractatus logico-philosophicus. Come ci segnala sempre De Angelis-Curtis nel suo intervento: «Proprio riconoscendo l’elevato valore culturale di Wittgenstein, la Segreteria di Stato della Santa Sede volle sensibilizzare l’abate di Montecassino, mons. Gregorio Diamare, al fine di “agevolare” le pratiche di rimpatrio in Austria del filosofo»2.
Tra gli altri prigionieri che poi lasciarono il Concentramento di Cassino–Caira, si segnalano le figure del medico Robert Hans Jokl, di nonna ebrea e di religione cattolica, il quale durante la prima guerra mondiale condusse delle ricerche sul tifo e fu inviato sul fronte orientale per curare una epidemia di colera. Poi il pittore impressionista ungherese Oszkàr Nagy ed il pittore, disegnatore e scultore austriaco Michael Drobil.
Infine, da pag. 130 a pag. 154 della pubblicazione, una ricca sezione fotografica che racconta sia la costruzione del campo di concentramento che la vita dei prigionieri nel campo.
Possiamo dire, quello di «Studi Cassinati», un altro modo per ricordare questo centesimo anniversario dell’inizio, per l’Italia, della Prima Guerra Mondiale.

*Riportiamo la nota pubblicata dal nostro socio rintracciabile all’indirizzo: http://www.zenit.org/it/
authors/antonio-d-angio
1 Nella pagina online sono disponibili altri quattro articoli, sempre sullo stesso argomento, apparsi nel corso degli anni e curati da Sergio Saragosa e Alberto Mangiante.
2 Così il testo del 16 aprile 1919: «Alle cure della Rev.ma vorrei raccomandare oggi il tenente Ludwig Wittgenstein del concentramento di Cassino. La madre, settantenne, è gravemente ammalata e dei cinque figli che aveva non le resta – all’infuori di questo prigioniero – che uno solo, storpiato in guerra. Se la P.V. credesse anche questa volta di poter interporsi presso le autorità del luogo e agevolare così le pratiche di rimpatrio da me iniziate presso le Autorità centrali, gliene sarei particolarmente grato. Coi ringraziamenti anticipati gradisca la P.V. i sensi di vera e sincera stima coi quali godo riaffermarmi» [Estratto da pag. 112 della pubblicazione].

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