Alvito: il rito collettivo del «portare la visita»


Print Friendly

 

Studi Cassinati, anno 2015, n. 1

di Donata Eramo

Il caso di Alvito, centro della Valle di Comino in cui perdurano particolari forme di devozione fra sacro e profano, superstizioni, credenze e riti1, può costituire uno spaccato interessante per lo studio delle tradizioni popolari del Lazio meridionale, con particolare riferimento anche alle pratiche alimentari2.
Nell’ambito dei rituali associati al cibo, sebbene oggi la persistenza di produzioni tipiche siano circoscritte all’interno di uno sparuto gruppo di piccole aziende di tradizione contadina centenaria3 e risultino ormai sfuocate le peculiari coltivazioni di miglio, un tempo inscindibilmente legate all’allevamento dei piccioni e alla presenza, nell’insediamento urbanistico, delle caratteristiche torri4, è particolarmente diffuso nella società post-agricola alvitana, quindi definibile come collettivo, il rito localmente identificato con la locuzione «portare la visita».
Non si fa qui riferimento, o almeno non soltanto, all’atto del recarsi in visita in sé, ma s’intende quello stesso atto accompagnato necessariamente da un dono rituale, il quale assume proprio il nome di «visita». Nella tradizione contadina alvitana essa è rappresentata da prodotti alimentari che variano di genere e di quantità a seconda dell’occasione per la quale sono consegnati e del legame con il visitato. A tal riguardo si distinguono, indicativamente, tre tipologie ricorrenti di visita: per la nascita; per la malattia; per la morte.
Nel caso di una famiglia in cui sia appena nato un figlio, i «visitatori» portano prodotti alimentari, in numero dispari, che servono per il sostentamento del neonato o della puerpera. Il dono contempla, quindi, generi quali pastina, pasta e, in epoca passata, l’imprescindibile gallina viva5, che sarebbe stata utilizzata per farne il brodo per la madre. Ciò in quanto, nell’immaginario collettivo del tempo, tuttora radicato in molti ambienti, il brodo di gallina avrebbe favorito, nella puerpera, come usa dire in loco, la «scesa del latte». Il medesimo effetto benefico avrebbe del resto prodotto la pasta, i cui ingredienti dovevano essere rappresentati solamente da acqua e farina6.
Rispetto al dono per i nuovi nati, con particolare riferimento a «portatori» di famiglie più umili, che ad Alvito erano maggiormente concentrate nelle frazioni di S. Onofrio e Val di Rio, le testimonianze raccolte indicano come le massaie non acquistassero i prodotti utili alla visita ma li “producessero” esse stesse, sia preparando in proprio pasta, pastina e prodotti caseari, sia allevando la gallina. Va qui soggiunto che per quel tipo di famiglie, soprattutto nei periodi post-bellici, separarsi da una gallina rappresentava un enorme sacrificio: le uova, che erano viste come alimento di lusso, non potevano essere consumate all’interno di quel nucleo se non in minima parte, dovendo servire per la vendita al mercato. Ciononostante, in occasione di una nascita, i «portatori di visita» sceglievano la gallina migliore del pollaio, a testimonianza di una sorta di mutuo soccorso attraverso il quale la famiglia o la piccola comunità tentava di sostenere, al meglio che le era possibile, una giovane vita, in un contesto culturale e socio-economico modesto, in cui molteplici fattori spesso facevano sì che le puerpere restassero senza latte proprio e i figli morissero ancor prima dello svezzamento. Per le stesse ragioni, anche il latte d’asina, quando ovviamente l’animale era in possesso di colui che avrebbe portato la «visita», si rivelava un bene prezioso, simbolicamente irrinunciabile soprattutto se la nuova mamma non avesse avuto latte o non lo avesse ancora «sceso»7.
In questo caso, come in quelli successivi, si registrano delle modificazioni intervenute nel tempo. Sempre relativamente al neonato, e a sua madre, dalle testimonianze raccolte emerge, infatti, l’integrazione di altri prodotti, e in particolare di una confezione di zucchero e una di caffè, cioè di alimenti poveri ma notoriamente energetici dal punto di vista nutrizionale.
Nella seconda tipologia, rappresentata da una famiglia con un ammalato, gli alimenti offerti, sempre in quantità dispari, si sono nel tempo standardizzati nei seguenti prodotti: 3 kg. di pasta, una confezione di una bevanda, una confezione di zucchero, una di caffè e una di biscotti. In origine, per i ceti più umili, si trattava sempre di visita “autoprodotta” (pasta e – potendo disporre di animali – formaggi), con alimenti che incontrassero principalmente la necessità dell’ammalato, prestando attenzione anche alla sua età: se era piccolo, si orientava la visita sulla pastina fatta in casa, mentre a un adulto potevano essere destinati caci e uova. Rispetto, poi, all’intensità dell’affetto e al grado di parentela con la persona malata, sia in origine che in seguito la gamma di prodotti oggetto della visita poteva ampliarsi, contemplando frutta o carni di diverso genere8.
Chiude la casistica – mutuando e al contempo informando di caratteri propri la diffusa tradizione meridionale del “consolo” – la visita alla famiglia di un defunto, occasione per la quale i parenti più stretti usavano portare un cesto, ovvero un canestro, agevole strumento di trasporto, che era riempito di generi alimentari in quantità pari9. Anche all’interno di tale fattispecie, stando al campione intervistato, si registrano delle modificazioni. In passato, infatti, il canestro conteneva cibi già pronti per l’uso: pasta e carni cotte, pane e vino. Oggi, invece, quei prodotti sono consegnati “a crudo” e senza più l’ausilio del canestro, sostituito da una busta. In particolare la visita contiene, oltre alla pasta e alla carne da cuocere, la conserva, l’olio, il sale e tutto l’occorrente per il pasto. La presenza del vino e del pane rimanda evidentemente, in sintonia con la celebrazione eucaristica cattolica, al sangue e al corpo di Cristo.
Sempre in riferimento a quest’ultima tipologia, la tradizione voleva che, prima di lasciare la casa del defunto, tutto quanto fosse stato utilizzato per preparare i cibi dovesse essere accuratamente lavato, compreso un angolo della tovaglia, che doveva essere strizzata bene. Come qualsiasi regalo, anche il contenuto del canestro rimaneva al ricevente. In caso contrario, come attestano le testimonianze orali raccolte, l’anima del defunto «non sarebbe riuscita a riposare», inverandosi cioè un forte presagio di sventura. Secondo la cultura popolare, infatti, «la morte sarebbe potuta entrare nella casa» di colui che avesse riportato indietro il contenuto della visita.
Nonostante la rappresentazione della terza fattispecie rituale stia progressivamente cadendo in disuso, alcune persone più anziane sostengono di continuare, più che altro per fini scaramantici, a lavare un lembo della tovaglia che hanno preso nell’abitazione del defunto. Inoltre, pur senza più attenersi scrupolosamente all’antico cerimoniale popolare, gli intervistati più anziani testimoniano di seguitare il rituale della visita al defunto tenendo presenti almeno i suoi aspetti più generali. Ammettono così di portare spesso il necessario per cucinare, non tanto per aderenza al rito, quanto per questioni di praticità: in una abitazione in cui non si conosce la collocazione dei diversi oggetti, risulta più semplice portarsi dietro l’occorrente, anziché disturbare il familiare scosso dalla perdita. Rimane, però, tra i parenti più stretti del defunto legati alle tradizioni che non abbiano partecipato alla preparazione del pasto, l’uso di portare in visita prodotti, sempre in numero pari, che ricordino i generi alimentari contemplati un tempo, dalla pasta alla carne. Mentre il pane viene sostituito talvolta da grissini o da fette biscottate, al posto del vino è invalso l’uso di riempire la visita con alcolici o superalcoolici.
Le nuove generazioni, a prescindere dalla tipologia di «visita», hanno progressivamente sostituito al complesso alimentare un dono simbolico, rappresentato ad esempio da una pianta ornamentale o da un vassoio di dolci. Tuttavia il dono alimentare, benché non più autoprodotto, sembra aver trovato negli ultimi anni un rinnovato interesse. Probabilmente per ragioni non estranee alla crisi economica si registra, infatti, un ritorno al dono alimentare, formando la visita – consegnata in busta o in un piccolo cesto in confezione regalo, cioè avvolto in cellophan trasparente e abbellito con fiocchi e nastrini – con pasta, dolciumi e talvolta olio, senza prestare più attenzione a numeri e oggetti che un tempo, in termini ritualistici, e spesso anche sincretici, «portavano bene».

1 Su particolari aspetti della credenze alvitane legate alla religiosità: F. Ciccodicola, Rivalutazione di un culto: Santa Mesia patrona del Castello di Alvito, in «Storia e medicina popolare», X (1992), n. 2-3, pp. 28-49; D. Cedrone, Il culto di Sant’Onofrio in Alvito, in G. Giammaria (a cura di), Il culto dei Santi nel Lazio meridionale fra storia e tradizioni popolari, Isalm, Anagni 1996, pp. 49-58; L. Villa, Le edicole votive alvitane, in «L’Inchiesta» dell’11.01.1997, p. 13.
2 D. Cedrone, Riti e pratiche alimentari in Val di Comino, in G. Giammaria (a cura di), Pratiche e riti alimentari II, Isalm, Anagni 2006, pp. 69-75, osserva tuttavia come nel cominese non si riscontrino pratiche alimentari collettive legate a specifiche esigenze popolari.
3 Alla storia e alle produzioni tipiche di un’azienda alvitana è dedicata buona parte dello studio di R. Bedani, Scorci di vita agricola e pastorale, in «Storia, Antropologia e scienze del linguaggio», XX (2005), fasc. 3, pp. 85-104.
4 L. Santoro, Le torri piccionaie di Alvito. Riflessioni e spunti, in G. Giammaria (a cura di), Pratiche e riti alimentari … cit., pp. 77-89.
5 Tale uso ha alimentato anche l’aneddotica locale. Le testimonianze raccolte registrano, ad esempio, che ad una portatrice di visita, recatasi da una famiglia della località Val di Rio in cui era appena nato un bimbo, sarebbe scappata la gallina all’atto della consegna, procurando grande apprensione in tutti i presenti, che avrebbero fatto il possibile per recuperarla, al fine di evitare che ciò “portasse male”.
6 Il riferimento è alla «sagna» (ma senza i fagioli, di cui, nel territorio, è usuale l’accostamento) che, se impiattata con molto brodo di cottura, veniva accompagnata dalla locuzione dialettale «lenta lenta».
7 A questo riguardo meriterebbero un approfondimento tutti quei riti, talvolta sincretici, variamente presenti nella comunità alvitana, volti a tutelare il nuovo nato dagli effetti negativi di una vita in cui sacro e profano (come la fatalità di una vita di stenti e le azioni del maligno) si intersecavano fin – spesso – a fondersi in un unicum da cui le famiglie del luogo cercavano a tutti i costi di difendersi.
8 In passato si trattava, prevalentemente, di fettine o bistecche dell’animale che era stato macellato direttamente dal visitatore per necessità alimentari proprie o per la vendita. In tempi più recenti le carni vengono acquistate da macellerie di fiducia.
9 La funzione di supporto alla famiglia del defunto – nucleo che, naturalmente scosso, non era nelle condizioni, umane e psicologiche, per potersi curare anche dal punto di vista alimentare, considerando per altro che almeno un familiare non si sarebbe mai potuto distaccare dalla salma, per proteggerla da infiltrazioni maligne – espressa dai parenti più prossimi si riverberava anche sulla durata del rito: tanto più numerosi erano i congiunti, quanto più si dilatavano i giorni “utili” per portare la visita.

(28 Visualizzazioni)