Dai bastioni di Gaeta a Montecassino: l’abate Giuseppe Quandel.


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Studi Cassinati, anno 2014, n. 2

di Fernando Riccardi

003-1Quando nel 1896, a Montecassino, si spense l’abate Nicola D’Orgemont, che era stato a capo del cenobio benedettino per ben 24 anni, il conclave monastico elesse come suo successore il 63enne monaco «Ordo Sancti Benedicti» Giuseppe Quandel. Qualche tempo dopo alcuni ufficiali dell’esercito italiano vennero in visita all’abbazia e «conversando con il padre abate si accorsero che questi manifestava grande interesse nelle cose militari. Grande fu quindi il loro stupore quando l’anziano religioso disse: io fui ufficiale del genio napoletano all’assedio di Gaeta»1.
Una storia lunga ed affascinante quella del padre abate cassinese. Giuseppe Quandel, nato a Napoli nel 1833, era figlio di Giovan Battista Quandel e di Maria Gertrude Vial. La sua famiglia, originaria della Westfalia, si era trasferita in Piemonte dove il nonno era ufficiale di un reggimento svizzero al servizio del re di Sardegna Vittorio Emanuele I. Dopo l’occupazione francese i Quandel si misero al servizio di Napoleone Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. Tornati nel 1815 i Borbone nel meridione d’Italia Giovan Battista proseguì la sua carriera militare nell’esercito napoletano fino al grado di generale di brigata. Fu poi giudice dell’alta corte militare. Morì nel 1859, all’età di settant’anni, giusto in tempo per non assistere al crollo repentino di quel Regno che aveva servito con grande dedizione. Giovan Battista aveva sposato Maria Gertrude Vial, una delle figlie del tenente-generale Pietro Vial de Maton (1777-1863) che, dopo essere stato governatore della real piazza di Gaeta durante l’assedio di Cialdini, seguì il re Francesco II di Borbone nell’esilio capitolino, occupandosi attivamente, nonostante la veneranda età, dell’organizzazione della resistenza armata ai piemontesi nelle province napoletane.
Quella dei Quandel, dunque, era una famiglia di militari che si tramandavano l’attitudine alle armi di generazione in generazione. E, come scrive Gigi Di Fiore, «il loro amore per la bandiera delle Due Sicilie era sincero, un sentimento ereditato dal padre Giovan Battista»2. Dal felice matrimonio tra Giovan Battista e Maria Gertrude scaturì una nidiata di sette figli, cinque maschi e due femmine.
Nel 1844, all’età di 11 anni, Giuseppe entrò nella Nunziatella dove si mise in luce come allievo diligente e preparato, al pari del fratello maggiore Pietro (1830) e di Ludovico (1838), anch’essi avviati dal padre alla carriera militare nell’esercito di sua maestà borbonica. Nel 1851 Giuseppe veniva nominato alfiere del genio e dislocato a Capua dove restò fino alla primavera del 1860. Terminata la scuola di applicazione con il massimo dei voti fu promosso tenente (1857) e poi capitano di II classe (agosto 1860). Intanto da qualche mese era iniziata l’invasione del meridione, con i garibaldini che, sbarcati in Sicilia, risalivano velocemente il continente e marciavano senza ostacoli in direzione di Napoli. Ai primi di settembre Giuseppe Quandel si trovava in missione negli Abruzzi. Appresa la notizia dell’ingresso di Garibaldi nella capitale del Regno (7 settembre) raggiunse immediatamente Francesco II a Gaeta e qui fu promosso capitano di I classe distinguendosi, quale provetto ufficiale del genio, nell’allestimento delle fortificazioni nelle gole di San Nicola, nei pressi di Itri, che nel 1799 avevano visto le gesta intrepide di Michele Pezza, alias Fra’ Diavolo. Poi il generale Traversa gli affidò il comando della terza sezione dei lavori sulle batterie del fronte di terra della piazza di Gaeta. Nel corso del drammatico e feroce assedio da parte delle truppe piemontesi guidate dal rude generale Cialdini (novembre 1860-febbraio 1861) Giuseppe Quandel fu tra i difensori più audaci e temerari, mettendo più volte a repentaglio la sua vita. Lo si vedeva di frequente sugli spalti della fortezza a dirigere con i suoi genieri, incurante del fuoco nemico, i lavori di ripristino per cercare di turare nel migliore dei modi le falle aperte dalle bombe dei piemontesi e nel consigliare un più efficiente posizionamento delle artiglierie borboniche. Ma, soprattutto, non si stancava mai di incoraggiare i soldati napoletani a resistere, a stringere i denti e a non mollare. Per il suo valoroso comportamento in quella circostanza il Quandel si meritò la Croce di San Giorgio e quella di Francesco I, accanto alla promozione a maggiore che gli venne conferita dal re Francesco II di Borbone in persona il 30 gennaio del 1861. Il 13 febbraio la fortezza di Gaeta si arrese. Il giorno seguente il sovrano e la consorte, la regina Maria Sofia di Baviera, con la loro piccola corte si trasferirono esuli a Roma, ospiti del pontefice Pio IX. Giuseppe Quandel, invece, condivise la stessa sorte che accomunò moltissimi ufficiali e soldati borbonici: la prigionia. Lui fu rinchiuso nel carcere dell’isola di Ischia e, tutto sommato, gli andò di lusso. Tantissimi, infatti, furono quelli inviati nel forte di Fenestrelle, nella Val Chisone, in Piemonte, che non era di certo un confortevole resort a cinque stelle come vorrebbero far credere alcuni storici nostrani fin troppo di parte. Ultimato il periodo di reclusione Giuseppe Quandel tornò in famiglia a Napoli3 e della vita militare non volle sapere più nulla. Pur sollecitato, e più di una volta, ad entrare nell’esercito italiano, conservando per giunta il grado raggiunto nell’armata napoletana, egli rifiutò sempre e con grande fermezza la pur allettante proposta, al pari di tanti altri ufficiali borbonici che non vollero mettersi ai servigi del re sabaudo. Giuseppe aveva in mente di percorrere un’altra strada molto lontana dalla guerra, di cui aveva potuto toccare con mano i devastanti e mortiferi effetti. E così pensò di raggiungere il fratello Cesare, che era monaco nell’abbazia di Montecassino4. E, dopo un brevissimo periodo di riflessione, prese anch’egli i voti abbracciando la vita monastica e facendo sua la Regola benedettina dell’Ora et Labora. Ben presto diventò prezioso collaboratore dell’abate napoletano Nicola D’Orgemont il cui fratello, Giovanni generale dell’esercito borbonico, durante l’assedio di Gaeta aveva avuto la responsabilità degli ospedali militari. Giuseppe Quandel, assieme al fratello Cesare, si impegnò in proficue campagne di scavi e in numerose operazioni di restauro nel monastero, raccogliendone le memorie in tre volumi manoscritti5. Tra le sue opere va ricordata pure la sistemazione del Codex Diplomaticus Cajetanus, una imponente raccolta di pergamene e di documenti riguardanti l’antico ducato longobardo di Gaeta. Fu per merito suo, infine, che il monastero di Montecassino, nel 1875, poté dotarsi di un osservatorio meteorico aerologico geodinamico di cui fu anche il primo direttore. Dopo essere stato amministratore dei beni dell’abbazia, Giuseppe Quandel, il monaco che era stato fedele soldato e valente ufficiale di sua maestà borbonica, nel 1896, fu eletto abate di Montecassino.
La sua esistenza terrena si concluse nella quiete del monastero cassinese alcuni mesi dopo: era il 27 febbraio del 1897. La Società Sismologica fece pubblicare il seguente necrologio: «La sera del 27 febbraio scorso moriva Monsignor Giuseppe Quandel, Abate Ordinario di Montecassino, membro della nostra Società Sismologica. Laureato in matematica, ed insegnante scienze matematiche e fisiche nel Collegio di S. Benedetto, da lui fondato e con molto zelo ed abilità diretto, egli dimostrò sempre grande passione per lo studio delle dette scienze, e seppe infondere vivo l’amore di esse fra l’eletta gioventù studiosa. Dilesse in particolar modo la meteorologia; e nel 1875, in seguito ai buoni uffici dell’amico suo Quintino Sella, egli otteneva dal Ministro Finali un sussidio per l’impianto di una stazione meteorologica, annessa alla celebre Abbazia. Da quell’epoca il Quandel, dopo avere atteso alla erezione dell’Osservatorio, curò con diligenza ed esattezza le debite osservazioni, mantenendo sempre ottimi rapporti colla Direzione dell’ufficio Centrale. Più tardi, alle osservazioni meteoriche volle si aggiungessero anche quelle geodinamiche, e procurò pertanto che l’osservatorio fosse fornito di alcuni dei principali strumenti sismici. Vide con piacere fondarsi la nostra Società Sismologica, alla quale egli fu uno dei primi a fare adesione. Uomo laboriosissimo, modesto oltre ogni dire, severo e rigido per la disciplina del Collegio, ma temperante questa coll’affabilità dei modi e col grande affetto, Don Giuseppe Quandel lascia, fra quanti lo conobbero, largo compianto per la sua morte».


1 R. M. Selvaggi, Nomi e volti di un esercito dimenticato. Gli ufficiali dell’esercito napoletano del 1860-61, Grimaldi & C. Editori, Napoli 1990, p. 169.
2 G. Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’unità, Rizzoli, Milano 2010, p. 75.
3 Qui dette alle stampe un ponderoso volume di oltre 400 pagine dal titolo Lavori del Genio napoletano nelle posizioni occupate dall’esercito dietro il Garigliano fino al termine dell’assedio di Gaeta con la descrizione di questa Piazza, ed alcune riflessioni sull’attacco e sulla difesa di essa con Atlante per cura di Giuseppe Quandel maggiore del Genio napoletano in Gaeta, ex professore di artiglieria e fortificazione nel Collegio degli allievi militari, Cavaliere di dritto del R. E. M. ordine di San Giorgio della riunione, tipografia di Gaetano Cardamone, strada Latilla n. 6, Napoli 1862.
4 Cesare Quandel (1837-1880) era un provetto studioso, esperto di archeologia e fine umanista. Fra l’altro nel 1865 curò, assieme a d. Luigi Tosti e a d. Andrea Caravita, la pubblicazione del Codice cassinese della Divina Commedia (cfr. E. Pistilli, Il Codice Cassinese della Divina Commedia, in «Studi Cassinati», a. XII, n. 2, aprile -giugno 2012, pp. 106-116) e nel 1880 il commento di Paolo Diacono alla Regola di San Benedetto.
5 I tre registri portano il titolo di Ricerche sulle fabbriche del Monastero di Montecassino e contengono anche una «importante e poco conosciuta descrizione di S. Germano (odierna Cassino)» (E. Pistilli, Una descrizione di Cassino di fine Cinquecento di Onorato De’ Medici, in «Studi Cassinati», a. 2, n. 1, marzo 2002, pp. 36-39).

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