Dopo 69 anni!


046-10Grazie all’articolo Gli sfollati di Trocchio, comparso su «Studi Cassinati» del decennale, numero IV del 2010, per la prima volta dopo 69 anni si sono rivisti Mario Sabatini e la sua madrina Giulia Arciero.
Proprio quello che si auspicava l’allora direttore Emilio Pistilli quando, dalle pagine del bollettino precedente, lanciò l’idea di raccogliere i nomi degli innumerevoli sfollati della nostra terra, così come era stato fatto per le vittime. Al nostro lo spunto venne dalla richiesta di notizie da parte di gente siciliana circa gli sfollati di Cassino che erano stati ospitati, evidentemente lasciando un buon ricordo, in quella terra lontana.
Questa volta, a segnalare l’articolo è stato Valentino Rossetti, ideatore del sito «Dal Volturno a Cassino», il quale, amico della famiglia Sabatini, ne conosceva il desiderio di rintracciare le persone che erano state ‘a patire insieme’ ma anche a condividere ansie e trepidazioni nei primi mesi del 1944. Giancarlo Sabatini ha contattato «Studi Cassinati» e il 29 aprile eccoci tutti riuniti a ricordare, raccontare, testimoniare e … diventare amici.
Ma conviene raccontare dall’inizio della storia. Storia che io già conoscevo perché il padre di Giancarlo, Antonio  Sabatini, ferroviere in servizio presso la stazione di Cassino, quando è andato in pensione ha sentito il bisogno di scrivere le sue memorie di guerra, senza alcuna velleità letteraria, ma – testuali parole – solo allo scopo di «dimostrare ai figli che nella vita possono accadere molte cose, per cui è necessario trovare il modo di superarle con energia e coraggio». Una copia di questo diario era stata data a mio zio Umberto Arciero e io l’avevo fotocopiata per possederla, trattandosi di una testimonianza di guerra della mia zona.
Dunque queste sono le vicende raccontate dal protagonista. Antonio Sabatini, al primo bombardamento di Cassino, decide di trasferirsi con la sua famigliola, moglie incinta e due bambini, Graziella di sei anni e Giancarlo di ventuno mesi, in campagna, nella zona di Foresta.
Ma i continui rastrellamenti dei tedeschi li inducono a nascondersi in una grotta di monte Trocchio, nell’unica rimasta, ché sono tutte occupate da chi ha avuto l’idea prima di loro. Si tratta di una caverna  sicuramente ex-abitacolo di una volpe, perché è bassa, tanto che Antonio è costretto a scavarne il piano per non stare incurvati tutto il giorno. Arrivare fin lassù con due bambini piccoli, di cui uno in braccio, qualche vettovaglia e  qualche coperta solo chi ha energia e coraggio poteva farlo. E lui, Antonio, di energia e coraggio ne aveva da vendere.
Sistemata, si fa per dire, la famigliola nella grotta, Antonio quasi tutte le notti scendeva nella contrada a cercare qualcosa da mangiare, cuocere la polenta, rifornirsi di acqua e indumenti. I soldati tedeschi che stazionano su monte Trocchio prendono a cuore quella famiglia di disperati che si è adattata a vivere nella tana delle volpi e forniscono spesso cibarie di ogni genere, ma li avvertono anche che presto se ne andranno, lasciando la zona minata e poi quella grotta esposta a sud  potrebbe ricevere colpi sia dai Tedeschi appostati a Montecassino, sia dagli Alleati che sparano da Montelungo. È vero che all’ingresso della grotta arrivano le cannonate e moglie e bambini sono rintanati in fondo ad essa, ma Antonio non se la sente di esporre i suoi cari all’aria aperta. Aspettano con ansia l’arrivo degli Americani, programmando di far piangere i bambini con dei pizzicotti quando  giungeranno i soldati alleati e di esporre pannucci e indumenti per far capire la presenza di creaturine … ma quando questo succede, dalla notte del 15 gennaio a quella del 17, disperano di sopravvivere: il fragore delle cannonate non cessa un istante, mentre una pioggia di schegge incandescenti impedisce di affacciarsi all’imboccatura della grotta.
La notte del 18, prima dell’alba, alle 4,30 – ed è gennaio! – la famigliola, in fila indiana, stando ben attenti a scorgere i dischi di metallo delle mine depositate dai Tedeschi, si mette in cammino verso il versante occupato dagli Americani. Quando questi li vedono arrivare, rimangono sbalorditi, non riuscendo a capire come abbiano fatto a uscire vivi dall’inferno di artiglieria scaricato su monte Trocchio. Verso le sette del mattino i nostri ‘eroi’ arrivano in una cucina da campo dove vengono rifocillati, si riscaldano, e poi si rimettono in cammino vero la statale Casilina, diretti a Napoli.
Dopo rocambolesche avventure, tra nottate in una casa minata e bombardamenti aerei tedeschi, arrivano a Mignano e qui vengono accompagnati in un centro di raccolta profughi, lo stesso in cui sono stati radunati gli sfollati di S. Lucia di Cervaro. Ma con questi Antonio Sabatini stringerà amicizia solo a Latronico (centro montano dell’entroterra lucano, in provincia di Potenza), quando, smistati generosamente dal Comune nelle casette di un villaggio termale, diventeranno vicini ed amici. Nel diario Antonio racconta che in particolare rapporti di amicizia e cordialità si instaurarono con i numerosi componenti della famiglia di Giuseppina Arciero, mia nonna, trovando con essa varie affinità, tanto che, allorché la moglie partorisce, assistita da Geseppella, la ‘levatrice’ di S. Lucia, i padrini del piccolo Mario saranno il giovane Umberto Arciero e la giovanissima Giulia Arciero, allora bella sedicenne, oggi bella e lucida ultraottantenne. Ecco, proprio questi due nomi, citati nella ricerca degli sfollati pubblicata su «Studi Cassinati», ha fatto nascere nel cuore di Giancarlo Sabatini – che il diario del papà lo conosce a memoria – la voglia di ritornare sui luoghi dove lui forse non ha avvertito disagi e paure, ma i suoi genitori e sua sorella Graziella sì. Rivisitare quei luoghi è stato il desiderio condiviso con la sorella Graziella e il fratello Mario e così la mattina del 29 aprile, accompagnati da Fernando Sidonio e da me – ambedue siamo figli di sorelle profughe anch’esse a Latronico – abbiamo risalito le coste di monte Trocchio, mostrando il percorso ripido e accidentato che il loro coraggioso papà faceva ogni notte, e poi, da lontano, il sito della grotta abitata per quattro mesi dalla loro famiglia. Che emozione sentire le esclamazioni di Graziella: – Sì, ricordo che affacciandoci vedevamo Montecassino e Rocca d’ Evandro! Sì, mi ricordo quella notte in fila indiana dietro a papà …! – Che tenerezza questi figli, ormai anziani, sulle orme dei ricordi, per fare onore al coraggio e ai sacrifici dei genitori! Poi abbiamo fatto visita alla madrina di Mario. Anche qui commozione, abbracci, ricordi, racconti di particolari … e cordiale amicizia.
I Sabatini mi hanno detto che un giovane regista vuole girare un documentario sull’avventura nella grotta di Trocchio. Sarebbe un ulteriore risvolto positivo della ricerca sugli sfollati del Cassinate.

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