Il sarto (il dentista, il pizzaiolo…) e la battaglia. Note sulla diffusione del nome di Cassino


Print Friendly

 

Studi Cassinati, anno 2013, n. 1/2

di Antonio Menniti Ippolito*

046-05Il cuore di New Delhi, ovvero di quell’area della capitale indiana edificata dagli inglesi a celebrare la propria imperiale presenza, è costituito da uno spazio circolare verde, Connaught Place, su cui affaccia un imponente complessi di edifici, anch’esso circolare, tagliato simmetricamente da strade che s’irradiano verso il resto della città. Su una di dette radianti è la sartoria Cassino, chiamata dal nome della battaglia cui il fondatore dell’attività voleva restare così anche in tal modo, nel lavoro quotidiano, legato.
Ma non è solo col nome di una sartoria che il nome di Cassino, sempre legato al sanguinoso scontro, resta diffuso in India. Nel maggio 2004, ad esempio, sul quotidiano «The Tribune», edizione di Chandigarh, è apparsa la notizia della celebrazione da parte del «34 Medium Regiment (Cassino II)» del «Cassino Diamond jubilee». A sessant’anni dalla partecipazione alla battaglia dell’VIII battaglione alla «Fifth Maratha Light Infantry», poi denominato, appunto, Cassino II, si è organizzato, così ricorda il giornale un «rally» ciclistico della lunghezza di 2000 Km! tra la città di Belgaum e quella di Meerut (ove scoppiò, per rimanere in argomento bellico, la rivolta dei Sepoys del 1857). Mi soffermo su Chandigarh, città non per caso interessata nella celebrazione. L’insediamento fu costruito per volontà di Nehru, che per ciò diede incarico al grande architetto Le Corbusier, al fine di provvedere di una capitale ciò che rimaneva dello stato del Punjab, pesantemente rimaneggiato nel 1947 in seguito alla Partition (la città principale della regione, Lahore, era passata al Pakistan). Il Punjab è uno Stato a maggioranza Sikh, una fede religiosa nata tra il XV e il XVI secolo; i Sikhs sono numericamente il quinto gruppo religioso del mondo, contando su 23.000.000 di fedeli, e hanno una spiccata vocazione militare che li ha sempre portati a ricoprire un ruolo rilevante negli eserciti coloniali operanti in India e poi nell’Indian Army della nazione finalmente indipendente. È così comprensibile come i siti web che danno testimonianza della storia della comunità siano anche ricchi di informazioni sui Sikhs che hanno combattuto a Cassino e in tutta Italia nel corso della II guerra mondiale. Un sito web olandese Sikh1, ad esempio, ricorda 83.000 correligionari caduti (e più di 109.000 feriti) nelle due guerre mondiali e dedica spazio a ciò che i soldati Sikhs, Gurkhas e musulmani indiani (non menziona gli indù) fecero in Italia e in specie a Cassino. Nel sito viene presentata una lunga lista dei sepolcreti e dei monumenti che commemorano quanti vennero cremati sul suolo italiano: ad aprire la lista Cassino, poi Forlì, il cimitero di guerra del fiume Sangro, Ancona, Arezzo e il cimitero di guerra che testimonia il contributo dei Gurkhas (618 soldati) di Rimini e poi, ancora, di Bari, Firenze, Ravenna.
Si resti sull’India, con cui non per caso s’è iniziata questa ricognizione. La vicenda singolare di questi combattenti, reclutati nelle fila di quell’esercito britannico che di lì a poco sotto i poderosi colpi della non violenza gandhiana avrebbe lasciato libera quella regione, è ben descritta in un libro di narrativa edito nel 2006, Due vite, opera di un affermato autore indiano, Wikhram Seth. Il volume ricostruisce la vicenda degli zii dello scrittore. Henny Seth è una ebrea tedesca scampata all’Olocausto raggiungendo in tempo utile l’Inghilterra. Qui reincontra e sposa l’indiano Shanti Seth, che era stato ospitato dalla sua famiglia a Berlino quando era studente di odontoiatria. Il dentista indiano, che aveva lasciato la Germania alla fine degli anni Trenta a causa delle leggi razziali, si era poi trovato a partecipare alla guerra, nelle truppe di Sua Maestà britannica, nel corpo odontoiatrico dell’esercito. Una parte drammatica di Due vite è dedicata a rievocare, sulla base della testimonianza di Shanti (e di altre fonti), alcune fasi della lunga battaglia di Cassino. Si descrive il ruolo delle truppe indiane, americane e polacche, i tentativi di attraversamento del fiume Rapido da parte inglese e indiana, le azioni dei francesi, dei marocchini, ecc. Shanti Seth si trovava in quello scenario, vedendo per la prima volta la guerra, contribuendo a prestare assistenza ai feriti, in una tenda-ambulatorio posta a poca distanza dalla linea di fuoco. Shanti descrive il bombardamento del 15 marzo 1944, la conquista della collina del Castello da parte dei Neozelandesi, gli assalti delle truppe indiane e gurkha sulle pendici del Monte. Nel corso di questa fase dello scontro, un bombardamento colpì l’ambulanza del medico indiano provocandogli la perdita di un braccio. Tornato in Inghilterra, malgrado ciò, Shanti riuscì a svolgere con successo la professione dentistica. Lo sterminio degli ebrei da un lato, e la guerra, simboleggiata dal terribile ricordo della battaglia di Cassino, dominano in definitiva ogni pagina di questo romanzo che ha avuto diffusione in tutto il mondo.
La memoria bellica insomma, ben più di ogni altro evento legato alla città, accompagna e diffonde il nome di Cassino e ciò avviene in modo assai diffuso. Un dato eloquente è fornito dai siti nazionali della enciclopedia in rete Wikipedia2.
Invitando ad esempio il motore di ricerca Google ad individuare le ricorrenze di «Cassino Wikipedia» si ha un panorama impressionante di descrizioni dello scontro bellico in una infinità di lingue. E il test è valorizzato dal fatto che Wikipedia è una enciclopedia spontanea, che nasce da contributi liberi, il che significa che in ogni continente, in quasi tutte le aree linguistiche, si è trovato qualcuno che volontariamente si è dedicato a parlare di Cassino. La diffusione di queste trattazioni non è così scontata: è legata all’interesse per la storia bellica in generale, ma probabilmente anche a motivazioni più specifiche. Tra queste, anzitutto, il desiderio di raccontare da parte di protagonisti diretti, ma anche quello di rendere pubbliche testimonianze trasmesse all’interno delle famiglie. E andando su aree particolari questo carattere s’amplifica.
Sui siti neozelandesi – soldati di quella terra ebbero come detto parte rilevante in quello scontro –, ad esempio, le citazioni sono singolarmente numerose, e conducono a ricostruzioni molto dettagliate degli avvenimenti nonché alla presentazione di testimonianze dirette o indirette (ad opera di congiunti dei sopravvissuti) che pure danno notizia di continui pellegrinaggi sul luogo della battaglia. Interrogando l’intero web sul binomio «Cassino-veterans» si arriva ad incontrare una serie di associazioni in Gran Bretagna, ma si viene condotti anche in Polonia, Canada, Nuova Zelanda, Repubblica del Sudafrica, ecc.: ancora un diluvio di narrazioni, presentate da soldati, infermieri, religiosi. In Inghilterra tre donne, figlie di partecipanti alla battaglia, hanno costituito la Montecassino Society, impegnata nel raccogliere resoconti e notizie apponendo inserzioni su appositi siti che invitano reduci o chi conservi materiale a contribuire allo sviluppo dell’archivio della società. Emerge da tutto ciò una quantità stupefacente di iniziative dal carattere essenzialmente commemorativo che risultano purtroppo disperse data la natura anarchica del web e che vanno però ad alimentare la leggenda della battaglia e, con essa, quella del luogo che l’ha ospitata pagando per ciò un prezzo durissimo. Ma c’è un aspetto più prosaico legato a questa leggenda: la notevole quantità di pizzerie, ristoranti, alberghi, pensionati che ricordano Cassino o Montecassino. Numerosissimi risultano in Polonia ove è difficile siano stati fondati da emigrati italiani, ma attività commerciali riferite a quei nomi sono anche in Norvegia, Stati Uniti, Canada, Sudafrica, ecc. Anche una ricerca sulla toponomastica stradale condurrebbe lontano: Cassino o Montecassino Street o Straße (o l’equivalente in altre lingue) sono ovunque. Ancora, e ci si fermerà qui per non esagerare, sul sito di aste online ebay (http://www.ebay.it o ebay.com) se si cercano oggetti in vendita nella sola Italia ne risultano (il test è stato effettuato il 29 dicembre 2006) una trentina, in gran parte cartoline della città, se si estende la ricerca al mondo intero, gli oggetti diventano centosettanta e sono quasi tutti riferibili alla battaglia: libri, medaglie, fotografie, fino un elmetto. I venditori sono stati quel giorno inglesi, polacchi, tedeschi, statunitensi, maltesi, francesi, canadesi e brasiliani.
Di Cassino si dice insomma moltissimo nel web, e soprattutto – lo si ripete – nel ricordo degli avvenimenti militari. Ma Cassino non è assimilabile a Waterloo o a un qualsiasi altro luogo dove si svolsero, solo, celebri battaglie. La città era celebre anche prima, per ospitare ed essersi formata in simbiosi con la celebre abbazia, che è istituzione non certo irrilevante nella storia del cristianesimo. Se però messa in collegamento con detta abbazia, adoperando i sistemi messi in opera nell’altra evenienza, essa appare singolarmente assai meno nominata. Ciò avviene per una serie di motivi e, tra essi, anche per il fatto che di quel luogo si parla in altri termini pure in ambiti riguardanti san Benedetto, il movimento monastico benedettino, la spiritualità occidentale (ma certamente pure si lega un deficit di conoscenze sull’abbazia al di là di alcune sue fasi medievali e la lunga e grave crisi dell’ordine Benedettino in età moderna). Soprattutto, però, sembra di potersi notare, questo si verifica perché la storia di Cassino e della sua battaglia si è man mano trasformata nella storia di coloro che vissero in quella città, nello spazio di qualche mese, il momento forte della propria esistenza, degno di essere rievocato, esaltato e, con ciò, spesso anche trasfigurato.
Concludendo: questa rapida ricognizione, fondata sul casuale e inaspettato incontro col nome di Cassino su una insegna commerciale di un paese lontano, sulla rilevanza del ricordo dello scontro militare del 1944 in un’opera letteraria di un autore extraeuropeo, e proseguita con esplorazioni casuali nel caotico universo del web, mostra un tesoro memorialistico su cui sembra valer la pena di indagare. Il ricordo della battaglia sopravvive nelle testimonianze dirette o indirette riportate su innumerevoli siti, e che meriterebbe registrare, ma anche ad opera di associazioni animate, come s’è visto – verrebbe da dire, oramai, inevitabilmente – da eredi dei protagonisti così nelle generazioni più giovani. Anche però le insegne stradali, o la titolazione a Cassino di attività commerciali, sembrano meritare d’essere considerate e a questo proposito la realtà polacca sembra degna di particolare attenzione per l’abbondanza di casi che si presentano. A questo proposito nel proseguire l’indagine, potrebbe rivelarsi utile contattate responsabili dei siti, gestori di esercizi commerciali, ecc. per conoscere le motivazioni che li legano ancora al nome di Cassino e constatare quanta consapevolezza vi sia di ciò che si cela dietro di esso. Esiste insomma, per finire davvero, una storia parallela di Cassino, ancora da scoprire, legata alla coriacea sopravvivenza del ricordo bellico in chi ne fu protagonista e negli eredi di questi. È una storia della città e, soprattutto, una storia di uomini che la guerra portò ad essere protagonisti di un celebre evento. Una storia divenuta spesso più simile ad una leggenda che ad altro, ma non per questo meno reale: storia di Cassino fuori Cassino, per parafrasare Fernand Braudel, che sembra davvero valere la pena di conoscere.


* L’articolo è stato già pubblicato nell’«Annale di storia regionale», Anno 2_2007, Laboratorio di storia regionale, Università degli Studi di Cassino, Cassino 2007, pp. 61-66. Si ringrazia il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, e il direttore responsabile della rivista dell’Ateneo di Cassino, la prof.ssa Silvana Casmirri.
1  http://www.sikhs.nl/Main/World%20War%201%20&%202/WorldwarII.htm

(33 Visualizzazioni)