Monte Cifalco


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Studi Cassinati, anno 2013, n. 3
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di Giovanni Petrucci

Le fortificazioni
Un tratto della linea Gustav, che dalle alture a nord di Sant’Elia Fiumerapido attraverso Olivella giungeva a Terelle e a Montecassino, diveniva più solida su Cifalco, sovrastante Valleluce.
In questa frazione presero stanza moltissimi Tedeschi, che si accinsero fin da ottobre 1943 ad apprestare sul monte un vero baluardo della linea difensiva. Ne è testimonianza l’uccisione il 24 dello stesso mese da parte dei Tedeschi di Liberantonio Soave, mentre questi insieme con Sabatino Di Cicco ed altri Valleluciani cercava di nascondersi nella boscaglia per non andare a costruire le piazzole.
Presero definitivo possesso del villaggio ai primi di novembre 1943, quando i soldati, che facevano parte di una Compagnia del Genio Militare, di buon mattino, «con la mappa del paese alla mano iniziarono la requisizione»1 delle case. Si installarono in quelle più spaziose ubicate più in alto per poter dominare e raggiungere agevolmente il centro di smistamento in piazza Chiesa, dove erano soliti riunirsi. A sera, a tarda ora, rastrellarono alla sprovvista per le stradette i contadini, che stanchi della dura giornata si accingevano a cenare e ad andare a dormire; li rinchiusero in un ampio locale e la mattina all’alba, puntando loro le armi alla schiena, li spinsero su a Cifalco a lavorare. Da quel giorno gli uomini validi a Valleluce scomparvero: uscivano la mattina e rientravano alla sera tardi. Alla stessa maniera si comportavano gli sfollati: avevano imparato a sfuggire al pericolo e si davano alla macchia quando ancora era buio. Alcuni giovani più coraggiosi come Pasquale Morra di Cassino2, Serafino Tagliaferri, alias Sistuccio, Aurelio Di Ponio, osavano trattenersi seduti davanti alla Chiesa; altri rimanevano nascosti nelle case, dove era difficile poterli stanare. In paese tutti ricordano l’episodio di Enrico Iucci che non riusciva a zittire un maiale con manciate di granturco, mentre un panzergrenadier si aggirava nei vicoletti.
047-04-1All’alba un soldato con l’elmetto calato sugli occhi e il mauser 98 ad armacollo girava per i vicoletti, fischiava tre volte e gridava:
Soldatenkompagnie, muss man austehen, esist Zeitaus Gebirgezugehen!
La compagnia frettolosamente si radunava in piazza Chiesa e, consumata subito una frugale colazione, si dirigeva verso la montagna.
Nei primi giorni i Tedeschi facevano delle retate nei paesi vicini per rastrellare gli uomini validi e portarli a lavorare. Poi si servivano di giovani soldati italiani, sbandati in seguito all’armistizio e fatti prigionieri. Questi erano rinchiusi in un centro di smistamento della Cartiera Cerroni, ex Picano, di Sant’Elia, situata vicino al Ponte degli Sterponi. Ormai facevano parte integrante della Compagnia ed erano costretti a lavorare duramente su a Cifalco3. Col passare dei giorni si era raggiunta una pianificazione perfetta e la macchina bellica procedeva alacremente. Per i rifornimenti dei materiali c’era un sevizio bene organizzato di muli e di asini che si muovevano sotto la guida di prigionieri russi: partivano verso sera dai depositi della Cartiera Boimond e proseguivano per Valleluce e per Cifalco.
Verso la fine di novembre, ultimando i lavori di fortificazione, i Tedeschi requisirono per una decina di giorni altri muli e asini presso alcune famiglie di Valleluciani4. A sera scendevano dalla montagna per riposare nelle abitazioni dei civili, che vivevano una vita di preoccupazioni e di sospetti. Era sempre presente in tutte le ore del giorno per i vicoli uno strano soldato, Pippione5. Questi era piuttosto avanti negli anni e non andava in montagna; restava nel villaggio per provvedere al rancio dei commilitoni. Girava sicuro per le strette, tenendo tra le labbra sempre una pipa ricurva, che pendeva sul mento: il che spiega il soprannome affibbiatogli con arguzia dai Valleluciani. Bussava ogni mattina alle porte e avvertiva delle necessità, specialmente del vino per la truppa, mettendo nell’animo una certa euforia ed allontanava tristi pensieri di nostalgia. Tuttavia le famiglie dovevano sopportare le continue vessazioni, altrimenti si vedevano sottrarre il doppio con la forza delle armi.
Simpatico fu lo scherzo operato dal frugoletto Tonino Angelosanto, quando una mattina svegliò anzi tempo i soldati e li mandò al lavoro di notte6. All’alba seguente fischiò ancora più presto, ma fu afferrato da Hans che capì il gioco e divenne suo amico.

I fortini
Ancora oggi sono visibili i lavori di fortificazioni effettuati settanta anni fa circa. La linea difensiva andava dalla vetta di Monte Cifalco, a 947 m.s.m., fino a Colle S. Martino, a 835 m.s.m., per una lunghezza di circa cinque chilometri e con due osservatori alle estremità. Per un primo tratto, dalla Croce attuale di S. Bartolomeo alla punta Cifalco, i fortini erano quattordici.
Questo monte dominava due Valli. A est quella del Rapido e affacciandosi su di essa, gli osservatori godevano di una visuale per un raggio notevole sui paesi e sulle montagne all’intorno per cui era possibile scoprire i movimenti e tutto ciò che si verificava anche sotto gli alberi. La vista si estendeva sulle Serre di Acquafondata, sulle alture di Cervaro e in tutte le località, ad ampio giro: da Sant’Elia a Cassino, a S. Angelo in Theodice fino a Montecassino7. Alla parte opposta, a ovest, si apriva la Valle di Atina. Qui il monte aveva alti strapiombi e offriva un nido sicuro. In questa parte, lungo i precipizi di Cifalco e sulle alture di Cisternola e delle Pietre Longhe, ancora oggi sono ben conservati dei ricoveri ad Y, cioè con doppia entrata, o a L, con ampia rientranza protetta, scavati nella roccia. Le fortificazioni tagliavano la gola di Clia per risalire al Colle Belvedere e al Colle Abate che sono sotto monte Cairo.
047-04-2Le piazzole per cannoni e batterie di mortai erano a cielo scoperto ed erano mimetizzati da tronchi fronzuti di lecci. Gli artiglieri, in caso di cannoneggiamento, potevano rifugiarsi nei bunker. Da queste postazioni si snodavano fitti camminamenti, che rendevano sicuro l’apparato difensivo. I ricoveri avevano più aperture, adeguate al bisogno di entrata simultanea per un improvviso pericolo e di uscita in caso che una venisse ostruita, colpita da una cannonata. Erano eccezionalmente sicuri, data la posizione a picco sulla falda che affacciava sul caseggiato di Valleluce e difficilmente le cannonate anglo-americane potevano arrecare danno a chi vi si era rintanato.
I fortini, come precedentemente detto, erano scavati alla cima della cresta del monte e risultavano sotto metri di roccia, sicuri e non potevano essere conquistati dagli Angloamericani in quanto situati alla cima di ripidi scoscendimenti. Presentavano verso est bocche di diverso diametro per mitragliatrici MG 42, per cannoni obici leggeri da campagna da 105 mm., e cannoni senza rinculo da 75 mm. L.G.
Dalla Croce citata a proseguire fin oltre Valvori tale linea era costituita da tre apparati difensivi: al centro era il filo spinato in cerchi a spirale; questo formava un vero e proprio reticolato di altezza non inferiore ad un metro e costituiva una valida opera di protezione. Il terreno più in basso, scosceso intervallato da strapiombi e da ardui dirupi, era minato, tanto che al rientro, dopo le battaglie, vi trovarono la morte tanti ignari Valleluciani. Quello retrostante era solcato da trincee, camminamenti, passaggi protetti, che davano possibilità ai soldati di postazione di spostarsi facilmente e di rifugiarsi nei fortini.
Tra il Colle S. Martino e le sorgenti delle Acque Bianche, poi, era un ospedale da campo, i cui resti sono ancora oggi esplorabili.
La cartina realizzata dall’amico Sabatino Di Cicco descrive con chiarezza quanto esposto. I fortini vennero realizzati con molta cautela sotto le direttive del comandante della compagnia del Genio per lo più col piccone e la pala. Il materiale scavato, calcare, ciottoloso e terroso, non duro da estrarre, veniva insaccato, nascosto nelle fenditure della montagna e coperto da rami fronzuti ben disposti: doveva essere occultato per evitare che venisse avvistato dai ricognitori. Se questo fosse accaduto ci sarebbero stati bombardamenti aerei continui, che avrebbero reso impossibile continuare.
Stando alle informazioni di chi era stato costretto a lavorarvi nei primi giorni, spesso soldati specializzati facevano ricorso ad una mini escavatrice e a trivelle con punte a spirale: i fori venivano poi slargati facilmente con gli attrezzi. I genieri, essi dicevano, erano forniti di mezzi meccanici che certo agevolavano enormemente il lavoro manuale. Per ingrandire il vano ottenuto, a volte dovevano ricorrere a specialisti per far brillare, con l’esperienza dovuta al caso, cariche di esplosivi.

Esiti
I Tedeschi avevano operato con previdente conoscenza dell’arte militare: lo dimostrano le vicende che seguirono. Ne citiamo alcune.
Il 13 febbraio un fiero combattimento si svolse tra Marocchini e Tedeschi, a sud-ovest di Monte Cifalco, all’estrema propaggine, di fronte al colle che i Valleluciani chiamano Montelungo. I Tedeschi, appostati e ben protetti nelle loro trincee, videro i Marocchini avanzare sicuri e fiduciosi di poter conquistare i primi avamposti nemici e aggirare il baluardo da sud. I Tedeschi permisero loro di scendere dalla collina nell’avvallamento che li separava ma non appena furono allo scoperto li massacrarono tutti: dell’intera compagnia non se ne salvò nessuno. Benedetto Di Cicco, chiamato Federale, Girolamo Di Cicco e Antonio Soave poterono assistere alla carneficina da dietro ai vetri di una finestra8.
«Le premier obus allemand de la journée tombe à cent mètres du pont détruit de Sant’Elia à notre entrée dans la petite ville saccagée. Le Cifalco s’est découvert. Le Cairo montre son sommet coiffé de neige»9.
«Pas de route pour aller à ce village perdu (Valleluce), une simple sente muletière où l’on ne pouvait s’aventurer que la nuit car rien n’échappait aux observatoires du Cifalco de ce qui se passait dans le hameau et ses alentours. Le jour, impossible à la petite garnison de sortir des maisons, nimême de faire du feu. La moindre de ces manifestations d’activité était sanctionnée sans délai par une grêle d’obus de mortiers.
[…] Les Allemands avaient monté des pièces de 105 de montagne sur le Cifalco et tiraient à vue directe sur tout ce qui bougeait. Le corvées de ravitaillement et les évacuations ne pouvaient s’opérer que de nuit et jamais sans risque à cause des tirs systématiques et des patrouilles»10.
«En bas, du côté d’Acquafondata, un nuage d’opaque fumée masque les abris où sont tapis les soldats allemands qui tiennent aussi les hauteurs du Monna Casale et du Cifalco.
Sur les routes sinueuses qui descendent vers Sant’Elia, on lit sur pancartes: Né t’arrête pas, l’ennemi te voit ou Passe vite, tu es vu du Cifalco11.
Ce n’est qu’un village perdu, aux statues baroques et aux calvaires mutilés, qui reçoit à heures fixes sa ration d’explosifs, réglée comme un métronome: Sant’Elia»12.
La testimonianza di un sottufficiale tedesco, riportata da Alberto Turinetti di Priero,  fornisce le seguenti note illustrative sulle fortificazioni di monte Cifalco:
«Da quel momento cominciammo in effetti veramente a scavarci nella roccia ricoveri nascosti […] Fortunatamente essa era costituita da brecciame, rena grossolana e qualche pietra calcare, quindi non molto duro lavorare. Il materiale di risulta doveva essere mimetizzato fatto scomparire, perché volavano aerei ricognitori e se ci avessero scoperti, ci avrebbero seppelliti sotto cannoneggiamenti o bombardamenti aerei. Solo quando lungo la cresta di monte Cifalco furono costruiti tali ricoveri, le tane di volpi, vennero scelti quelli più adatti per essere ingranditi al fine di poter ospitare più soldati. Vennero scelte le tane più sicure, completamente scavate nel terreno roccioso con più di una entrata; spesso i genieri ponevano nel fondo delle cariche da scavo e si poteva penetrare in profondità per almeno mezzo metro.
Si lavorava di continuo giorno e notte, perciò dopo appena una settimana, avevamo i nostri ricoveri contro i cannoneggiamenti che cominciarono a farsi sentire fin dalla fine del mese di novembre.
Quando avevamo tempo disponibile, continuavamo a scavare per ampliare i nostri ricoveri nei quali eravamo costretti a vivere per giornate intere.
Le pattuglie di esplorazione, che uscivano quasi sempre di notte, portavano da Valleluce con i muli tutto ciò che era necessario per la giornata seguente, senza mai trascurare le taniche della benzina, ripiene di vino rosso da fonti inesauribili.
Una notte una pattuglia scaricò tre piccole stufe di ghisa complete di tubi: queste furono notevolmente gradite, perché ci permisero di riscaldare gli ambienti nelle notti eccezionalmente fredde, specialmente nel mese di gennaio quando cominciarono le nevicate.
Per suggerimento del Comandante, durante le prime notti raccogliemmo i rami tranciati degli alberi e li disponemmo a cinquanta metri dalla fila continua dei nostri bunker collegandoli con filo spinato. Poi gli uomini del Genio provvidero a minare lo spazio tra questo e i ricoveri. Furono lasciati solo due piccoli varchi: uno al centro e l’altro su in alto, presso il dirupo della vetta di monte Cifalco.
Un giorno arrivò un capitano che cercava un passaggio adatto per i suoi V-Mämnner. Il varco superiore era perfettamente adatto e nel giro di qualche giorno portò due italiani in abiti civili, che avrebbero dovuto spiare dall’altra parte.
Il Maresciallo capo faceva rilevare con una punta di orgoglio che le postazioni erano state così ben costruite, che il fuoco di artiglieria nemico causò solo pochi feriti; ma nello stesso tempo che erano divenuti uomini delle caverne.
I rifornimenti arrivavano ogni notte in abbondanza ed erano sempre buoni; nonostante il lungo e faticoso cammino per sentieri praticabili solo da animali, a volte a buio pesto e senza luna, giungevano puntualmente.
Potevamo scaldare il rancio sulle stufe, e ciò era di grande conforto; il cibo freddo era costituito da salsiccia, salame, formaggio, pane a cassetta e frutta. Mancava solo l’acqua.
Il cammino dal Centro di rifornimento al posto di comando del Battaglione durava quattro ore e si doveva ricorrere a muli. Qui poi dei soldati dovevano prelevare i contenitori del rancio da portare alle Compagnie, le cassette di munizioni, i proiettili per i cannoni, i rotoli di filo spinato. Le operazioni di scarico dovevano avvenire in fretta, perché i soldati dovevano raggiungere il Centro prima dello spuntar dell’alba, per evitare di essere avvistati dai ricognitori nemici, sempre presenti nel nostro cielo.
Le batterie dalle Serre di Acquafondata sparavano in orari imprevisti salve pericolose e perciò si verificavano continuamente perdite di uomini e di animali.
Il problema più grave era la mancanza di acqua, che risultava appena sufficiente per bere. Da settimane non potevamo lavarci e raderci: dovevamo pur farlo, perché le barbe incolte prudevano tanto; perciò eravamo costretti a usare il te o soprattutto il vino rosso che ci veniva portato dalle inesauribili riserve di Valleluce.
Agli inizi del mese di marzo alle postazioni venne istallato il telefono, uno per ogni plotone; il 6 dello stesso mese purtroppo il Maresciallo Franz Buchner ebbe l’ordine di rientrare per seguire un Corso di addestramento per aspiranti ufficiali»13.


 

1 S. Di Cicco, Diario dello sfollamento da Valleluce, Sant’Elia Fiumerapido 2012, p. 35.
2 Cfr. G. Petrucci, Nel Cassinate così vivevano durante le battaglie del 1943-44, ne «Il Secondo Risorgimento», Roma 1997, p. 48; S. Di Cicco, in Diario a più voci, Cassino 1984, p. 54.

3 Testimonianza di Benedetto nato a Sant’Elia il 7 agosto 1933.
4 S. Di Cicco, in Diario a più voci … cit.
5 S. Di Cicco, Memorie storiche di Valleluce, Cassino 2002.
6 Scuola Media Statale “G. Di Biasio”, 10 settembre 1943, Cassino […] Sul filo della memoria 18 maggio 1944, Cassino 1994, p. 92.

7 Una mattina all’alba io e mia madre scendemmo per un viottolo scavato nel tufo da Campo di Manno per attingere acqua dal Rapido. Fummo avvistati e al ritorno venimmo sorpresi da alcune salve di granate. Ci salvò l’incavo della traccia.

8 Testimonianza delle persone citate.
9 P. Ichac, Correspondance de guerre.
10 L. Berteil, Baroud pour Rome Italie 44. Au pied du Cifalco, Paris 1964, p. 46.
11 F. J. Temple, La route de San Romano, Actes Sud, 1996, p. 41.
12 J. Robichon, Le Corps Expéditionnaire Français en Italie 1943/1944, Paris 1981, p. 95.

13 Dal racconto del Maresciallo capo Franz Buchner cit. in A. Turinetti Di Priero, La 2a Compagnia del 100° Reggimento sul monte Cifalco, www.dalvolturnoacassino.it.

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