Benedetto “… nella contrada la vita stava riprendendo”


Print Friendly
.
di Giovanni Petrucci
.
 044-08.jpgBenedetto Rodi era nato il 7 agosto 1933, lo stesso mio giorno natale, aveva quindi appena dieci anni, tre meno di me.

Se non che era molto più svelto e più coraggioso: non temeva di aggirarsi tra gli ufficiali tedeschi del Comando situato presso la casa di zi’ Rosa, verso l’estremità della contrada Croce. Alla sera si metteva in fila con i soldati sorridendo e scherzando per avere la sua razione di sbobba. Non di rado il cuciniere lo chiamava, gli faceva una carezza e gli porgeva il mestolo pieno, prima che ai soldati in fila. Andavano tutti i ragazzi del caseggiato a ricevere il piatto colmo e i Tedeschi distribuivano volentieri quello che avevano cucinato. Era un pasto non molto gustoso per il palato dei Santeliani, preparato probabilmente con patate ridotte in purea e carne fatta bollire chissà per quanto tempo perciò divenuta friabile e con l’aggiunta di latte e zucchero.
A Benedetto non piaceva, ma lo portava di corsa e volentieri al nonno, che ormai, perduti tutti i denti, l’ingollava volentieri.
Non temeva di toccare il lungo fucile mauser 98, o addirittura la mitragliatrice MG 42 che i soldati appoggiavano ad un angolo, per avvicinarsi al cuciniere con le mani libere e la gavetta tesa in avanti.
La sua famiglia un bel giorno si rifugiò insieme con cinque o sei altre nella galleria del Raticcio; gli uomini demolirono le pareti degli ambienti dove erano le vasche di decantazione delle acque e costruirono dei letti per essere al sicuro dagli scoppi improvvisi delle granate, mentre l’acqua continuava a gorgogliare sotto le tavole dei letti. C’era solo un pensiero fisso: se una cannonata fosse caduta all’imbocco, sarebbero morti sepolti vivi.
Una mattina tutti i ragazzi dovettero uscire fuori dal ricovero perché Maria Antonia Lanni si sentiva male: aveva le doglie e i dolori si erano ravvicinati di molto col far del giorno. Verso le nove le grida divennero più forti e spaventose, poi regnò la calma e poterono rientrare nel ricovero. Trascorso qualche minuto si sentì un vagito prolungato e festoso. Le famiglie della minigalleria si erano accresciute della presenza di un neonato. Antonio Iaquaniello, il padre era raggiante per la gioia: pur essendo di prima mattina, offrì da bere a tutti e tutti dovettero accettare per rallegrare una giornata che si prevedeva di terrore. Festeggiarono anche gli Americani che inviarono proprio in quei momenti salve di più bocche da fuoco nel Valloncello del Rapido. La vita trionfava sulle cannonate che cadevano sempre puntuali!
Esse continuarono a cadere impietose e improvvise!
A Benedetto toccava andare lontano per le provviste: egli partiva la mattina presto, quando era buio ancora e non si facevano sentire i cannoni né vicino, né lontano. Doveva arrivare oltre il Ponte degli Sterponi e trattenersi nel campo a cogliere i broccoli di rape, le cappucce e altre verdure nei campi situati nei pressi del Ponte Nuovo. Non temeva e si aggirava volentieri nei campi; passava anche a quello di zia Mariuccia, che gli aveva raccomandato di prendere anche per lei un po’ d’erba da lessare.
Una volta riempiti due sacchi, se li pose sulla spalla destra e via di corsa verso la sua grotta situata al di là della Cartèra, perché le donne potessero preparare il pranzo alle prime ore del giorno seguente, quando ancora non passavano gli aerei.
Alla Cartiera Cerroni era costretto a sostare, perché lo chiamavano i soldati italiani prigionieri dei Tedeschi, i quali erano in procinto di salire su S. Martino per scavare le trincee. Avevano le vescicole alle mani: non erano abituati a quei lavori pesanti, erano sfiniti, non ce la facevano più a tirare picconate per una giornata intera e poi camminare per diverse ore per scendere a dormire abballe a Cerroni.
Uno di questi, di nome Mario, era più insistente e preoccupato. Gli faceva pena, perché chiedeva sempre di imbucargli una lettera: desiderava mandare notizie alla mamma e dirle che era vivo.
E Benedetto doveva spiegargli che in paese erano fuggiti tutti e anche l’ufficio postale era stato abbandonato.
– Fammi fuggire, indicami la strada, perché io possa tornare a Firenze.
– Lo chiederò ai miei in montagna e un giorno ti farò scappare!
Una mattina Mario lo aspettava con la solita ansia e Benedetto gli rivelò che il giorno seguente sarebbe arrivato più presto del solito e se lo sarebbe portato con sé lontano lontano, alla grotta.
E così fu.
Mario lo seguì per le strade nascoste della campagna santeliana e arrivò al Raticcio.
Qui fu accolto come uno di famiglia e poté mangiare il pasto comune, per lo più verdura condita con olio, senza sale, con una fetta di pane e un abboccato bicchiere di vino.
Era contento perché non vedeva più le armi puntate alle spalle che lo sollecitavano a scavare; si era ambientato volentieri, ma aveva il chiodo fisso di scappare e tornare a casa sua. Si faceva ripetere quali montagne doveva scalare per avvicinarsi a Frosinone e imparò sulla punta delle dita i nomi dei paesi per quali doveva passare: Atina, Ponte Melfa, Alvito e così via.
A metà del mese di gennaio i Tedeschi dovettero fuggire dalla contrada Croce, perché scesero dal monte Raditto i Francesi.
Dopo il bombardamento di Montecassino del 15 febbraio, ci fu l’ordine da parte di questi ultimi di sfollare. Mentre le famiglie si preparavano per trasferirsi al centro di smistamento di Palazzo Lanni, Mario sparì: aveva fatto capire la sera precedente che in Italia Meridionale non voleva andare, che non voleva allontanarsi ancor più dalla sua Firenze e la notte attraversò la linea del fuoco in abiti civili che gli aveva procurato Benedetto.
Nel 1946, quando nella contrada la vita stava riprendendo, comparve un baldo giovanotto che cercava ansiosamente Benedetto. Era Mario, venuto per riabbracciare il suo salvatore e per manifestargli la sua amicizia. Rinverdirono i vecchi affetti, anzi questi si rinvigorirono e Mario propose al ragazzo di volerlo ospitare a Firenze.
La vita a Sant’Elia era dura, sia per la fame, sia per i pericoli che tutti correvano a causa dei residuati bellici, sia per la malaria.
I genitori acconsentirono e Benedetto con un viaggio in treno che durò tutta una notte poté arrivare a Firenze.
Mario gli trovò prima il lavoro da un ciclista e poi lo affidò al gestore di un bar in piazza della Signoria. Benedetto era lontano dalla sua terra, dalle montagne sempre verdi e protettive, dai suoi campi, dalla sua famiglia! Si trovava nella più bella piazza d’Italia e il lavoro non era affatto pesante: altro che la vanga più alta di lui! Doveva pulire semplicemente i tavoli del bar ristorante Il Bargello, Punto Rosso! Col tempo imparò a fare il cameriere e intascava abbondanti mance, che gli riempivano le tasche. Divenne un signore e poteva mandare a casa tanti soldi; poi i camerieri e colleghi gli fecero comprendere che le mance dovevano essere versate nella cassa comune, e alla sera i soldi venivano divisi in parti uguali. Ma anche così il guadagno era notevole: cinque volte quanto guadagnava suo padre a Sant’Elia, sudando dalla mattina alla sera.

(38 Visualizzazioni)