Il Codice Cassinese della Divina Commedia


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 Studi Cassinati, anno 2012, n. 2
“Il codice cassinese della Divina Commedia per la prima volta letteralmente messo a stampa per cura dei monaci benedettini della badia di Monte Cassino”, Tipografia di Monte Cassino 1865.
di Emilio Pistilli
 2012-03.jpgTra i beni più preziosi custoditi nel prestigioso Archivio di Montecassino, ma anche uno dei meno noti, è senza dubbio il codice cassinese della Divina Commedia, manoscritto risalente agli anni immediatamente successivi alla morte del sommo poeta, corredato, tra l’altro, di un capitolo a cura del figlio di Dante, Jacopo.
In occasione delle solenni celebrazioni per il sesto centenario di Dante l’opera fu messa a stampa con i tipi della novella tipografia monastica nel 1865. Ne fu fatta una tiratura limitata a 219 esemplari, cosa che la resero di grande valore, al di là di quello storico letterario.
Il manoscritto, per il quale fu usata della bellissima carta bambacina in 4° grande in 205 fogli, reca la numerazione antica sul lato inferiore, n. 589, la nuova sul lato superiore, n. 512. L’edizione a stampa consta di pagg. LV + 596.
La storia e l’importanza del codice è ben messa in evidenza nei Prolegomena (pagg. I-LV) redatti dai cassinesi Luigi Tosti, Andrea Caravita e Cesare Quandel
Dai Prolegomena

Luigi Tosti: storia del codice

Il primo catalogo delle opere conservate nell’archivio cassinese, ci informa Luigi Tosti (1811-1897), risale al sec. XV, redatto su ordine di Papa Paolo II, probabilmente per scegliersi i manoscritti da trasferire nella biblioteca vaticana. Un altro catalogo fu fatto nel sec. XVI su mandato di Clemente VII. Entrambi furono trasmessi al Vaticano, probabilmente non senza che fossero accompagnati da preziosi codici cassinesi.
Non risulta che nei due cataloghi comparisse anche il codice cassinese della Divina Commedia. Neppure lo si trova citato nel catalogo redatto dal benedettino Bernard de Montfaucon (Aube, 1655 – Parigi 1741), che, va detto, trascura anche altri prestigiosi codici che certamente erano conservati nell’archivio di Montecassino. Neppure il grande archivista Erasmo Gattola ne fa cenno, ma probabilmente solo perché non gli si attribuiva grande interesse. È certo che lo troviamo per la prima volta nel catalogo dei Mss. in otto volumi del cassinese Placido Federici (Genova 1739 – San Vincenzo al Volturno 1785).
Il primo approccio concreto al codice dantesco ci fu, alla fine del sec. XVIII, da parte del benedettino Giuseppe Di Costanzo, abate di S. Paolo a Roma. Ma questi suscitò un’aspra disputa tra studiosi per aver supposto che Dante avesse tratto spunto dalla Visione di Alberico, monaco di Montecassino vissuto nel sec. XII, il cui manoscritto era conservato nell’archivio cassinese1. Importanti comunque furono le sue “Annotazioni sopra le varianti e le postille” al nostro codice, 237 in tutto, che furono ricercate e discusse dai maggiori dantofili del tempo. Il Di Costanzo, però, ritenendosi il primo scopritore del manoscritto – mentre, come abbiamo visto, già il P. Federici lo aveva segnalato nel 1768 – erroneamente ne collocò la redazione al sec. XV.
Luigi Tosti, nei Prolegomena alla edizione cassinese, riconduce la scrittura del codice ai tempi stessi di Dante o immediatamente successivi esaminando il tenore, la lingua e i riferimenti storici degli autori (che furono più di uno) delle annotazioni e delle chiose apposte tra le righe e i versi del documento; chiose che furono scritte in tempi diversi; oltre quelle sincrone dell’originale dantesco numerose sono quelle tratte da successive versioni della Divina Commedia, risultando essere di altra mano e di altri tempi2.
Tra gli indizi che il Tosti aggiunge a conferma della sua ipotesi di datazione vi è il riferimento alla traslazione della salma di S. Tommaso D’Aquino a Tolosa avvenuta nel 1368 ma ignorata dal compilatore della chiosa a margine del verso 69 del canto XX del Purgatorio3. Addirittura giunge a collocare la redazione dei primi commenti a penna ad appena 21 anni dalla morte di Dante (“… assai presso il ventunesimo anno della morte di Dante”).
Non manca, il Tosti, di chiedersi se tra i chiosatori vi fosse la mano di un monaco cassinese. Per gli appunti più antichi lo esclude nettamente riferendosi al passo in cui Dante parla di S. Benedetto (Canto XXII, v. 37, Parad.), dove “il chiosatore afferma che il Santo venisse sepolto in Montecassino; ma che poi il suo corpo fosse rubato dai monaci di Fleury: ‘licet postea Floriacenses monachi furati sint’”: non è pensabile, congettura Tosti, che dopo le ricognizioni delle ossa del santo fatte fare da papa Zaccaria alla metà del sec. VIII e da papa Alessandro II nel sec. XI, con tanto di Bolle a conferma, non è pensabile che un monaco cassinese credesse alla leggenda della traslazione dei corpi di S. Benedetto e S. Scolastica a Fleury, leggenda – aggiungo io – che si spaccia per veritiera ancora oggi da parte di studiosi francesi nonostante l’ultima, rigidamente scientifica, effettuata nell’immediato dopoguerra, quando furono rinvenuti i resti dei due santi gemelli sotto l’altare maggiore della basilica di Montecassino.
La convinzione di Luigi Tosti è che le prime chiose sul codice dovessero essere del poeta Zanobio da Strada, vicario dell’abate cassinese Angelo I Acciajuoli da Firenze (ab. 1355-1357), fiorentino anch’egli, “nato nella terra di Strada, a sei miglia da Firenze l’anno 1312”; dunque molto vicino alle vicende terrene di Dante Alighieri e a coloro che lo conobbero di persona4. Infatti alcune annotazioni sulla vita del poeta risultano inedite rispetto alle altre versioni della Divina Commedia.
Il gran fervore di Tosti verso Dante gli fa supporre che a Montecassino fosse conservato non uno ma due codici della Divina Commedia: in effetti nelle note a margine del codice dell’Eneide, trascritto da un monaco cassinese, a detta del Federici, vengono trovati versi della Commedia di Dante difformi da quelli del nostro codice5.
Coglie l’occasione, l’autore della prima parte dei Prolegomena, per reclamare ai monaci cassinesi la primogenitura dei primi versi in lingua volgare (“… nella stessa Badia fu udito il primo vagito della italiana poesia”, pag. XVI)6 ricordando un codice in caratteri Longobardi che ne reca un altro più antico di un secolo rispetto ai versi di Ubaldino Ubaldini del 1184 con i quali questi narrava un episodio di caccia con l’imperatore Federico I Barbarossa, e inserendosi nella polemica se fossero i siciliani o i provenzali i primi a poetare in lingua volgare7.

Andrea Caravita: l’esame paleografico

Nella seconda parte dei Prolegomena (pagg. XIX – XL) il vice archivista cassinese Andrea Caravita (1824-1875) esamina il codice dal punto di vista strettamente paleografico, confrontandolo con altri codici presenti nell’archivio cassinese che utilizzano la stessa scrittura e la stessa carta di cui è nota la datazione.
Inizia con una descrizione minuta del codice.
“Il Codice Cassinese della Divina Commedia è un volume in quarto grande di 205 carte. Come tutti i codici Mss. di questo Archivio Cassinese va segnato esteriormente con due numeri d’ordine, l’uno antico ed inferiore, 589, l’altro superiore, 512; il quale ultimo appartiene alla nuova numerazione, che fu mestieri introdurre sul dorso dei Codici rimasti, dopo la spoliazione, che fecero gli Abati Commendatari dal XIV al XVI secolo, di questo Archivio, sottraendone molti preziosi Mss. Incomincia dal primo Canto dell’Inferno, e termina coi Capitoli attribuiti al figlio di Dante ed a Bosone da Gubbio. Sulla bella e larga pagina di carta bambagina scende nel mezzo, a colonna, il testo del Canto; tredici terzine per ciascuna faccia, e ai due lati del testo le chiose, ora più ora meno copiose, non che brevissime postille interlineari sulle parole del testo, quali fedelmente sono state riprodotte in questa edizione. Sembra questo Ms. essere stato ordinato per divenire un Codice di lusso, sebbene rimasto imperfetto, come mostra la bellezza e la nitidezza della scrittura, l’ampio margine, le iniziali dei canti tralasciate in bianco con largo spazio, per essere miniate da qualche mano valente. La prima lettera d’ogni terzina per i primi sette Canti va tramezzata da una lineetta rossa, come pure rubricate sono le chiose sincrone di questi primi sette Canti dell’Inferno. Le note che accompagnano il testo non sono tutte della stessa mano o dello stesso tempo, però le più recenti non rimontano oltre al XVI secolo”.
Il lavoro del commentatore  del codice si interrompe bruscamente quando era giunto praticamente al termine. Se così non fosse stato, lamenta il Caravita, avremmo conosciuto il nome e l’anno della compilazione del commento.
Dopo ampia digressione su questioni paleografiche e sulle classificazioni determinate dai paleografi ufficiali, ad iniziare dal Mabillon – determinazioni che il Caravita mette decisamente in discussione considerandole inappropriate generalizzazioni che non tengono conto delle strette influenze storiche ed artistiche legate alla scrittura –, esaminando l’uso della punteggiatura nel tempo e gli aspetti ortografici, il nostro archivista redige una sorta di monografia sulla storia della carta e, in particolare, della carta bambagina tratta dal cotone, notando, tra l’altro che i produttori di questo tipo di carta usavano imprimere sui fogli il loro marchio di fabbrica. “Di tali marche le più antiche che abbiamo potuto osservare in questo Archivio dal XIII al XV secolo, sono l’asta con due cerchietti, quasi due piccoli scudi, la balestra, la testa di vitello, il mortaio, le due chiavi, la corona, l’h sormontata da una croce (forse Jhesus); oltre quelle che porta impresse la carta del Codice Dantesco, le quali sono la scure, la cornetta da caccia, il fiore ed il cervo. Due di queste marche, la scure, cioè, e la cornetta si rincontrano nella carta del Regesto secondo di Pietro Abate; la qual cosa come ci chiarisce della comunanza di origine delle due carte, ci fa pure accorti dell’affinità del tempo, in cui furono scritti i due codici. Aggiugni che dopo l’anno 1378, non ci è venuto fatto scoprire altra carta, che ritenesse la impronta delle marche del Codice Dantesco” (Prolegomeni, pag. XL).
Andrea Caravita conclude il suo lungo intervento nei Prolegomena confermando, per la via da egli scelta, le stesse conclusioni di Luigi Tosti sul piano dell’analisi storica del documento dantesco: “Dallo studio fatto fin qui sulla scrittura e la carta del Codice Cassinese, ci sembra poter venire in questa sentenza, che l’età in che fu scritto fosse appunto il XIV secolo. In questa siamo stati condotti, meglio che dalle regole paleografiche generali, dai raffronti particolari delle altre scritture dello stesso tempo, conservate in Archivio. E ne abbiamo tratto non lieve beneficio; chè usciti dal campo pur troppo indeterminato, in che ci locavano quelle regole generali, per le quali fu originata tanta disparità di giudizio intorno all’ età di questo Ms., se non ci fu dato indicare l’anno ed il giorno, e segnare il nome di chi lo ebbe scritto; pure ne avemmo limitato lo spazio del tempo d’attribuirgli fra due termini, che lo circoscrivono, l’anno 1326 ed il 1378. Il primo di questi termini ci è stato offerto dalla simiglianza della lettera del codice dei sermoni di quell’Ambrogio da Castello, che scriveva nell’Aprile del 26, con quella delle chiose sincrone del Codice Dantesco, che si direbbero quasi della stessa mano; il secondo ci venne dalla simiglianza della sua carta con quella del Regesto di Abate Pietro de Tartaris, che reca la seconda di quelle date. Ravvicinando questi due estremi, ed aggiugnendo all’uno quello che potrà togliersi all’altro, secondo che meglio potrà apparire dallo esame di ciò che contengono, o riveleranno i comenti, sarà pur vero quello che già abbiamo accennato, che il Codice Cassinese della Divina Commedia sia da reputarsi fra i più antichi, scritto alcuni anni dopo la morte di Dante, o intorno alla metà del XIV secolo” (pag. XL).
Cesare Quandel: importanza del codice
Nella terza parte dei Prolegomena Cesare Quandel (1837+1880) passa in rassegna le numerosissime edizioni della Divina Commedia, dichiarando, però, di non voler confrontarsi con i vari estensori essendo, lo scopo di questa pubblicazione, solo quello di segnalare e mettere a disposizione dei dantofili il codice cassinese8 che, come abbiamo visto, risulta tra i più vicini all’epoca del sommo poeta.
Accenna, poi, fugacemente, ai due capitoli inseriti nel codice dopo l’ultimo canto del Paradiso, senza titolo, ed attribuiti uno a Jacopo, figlio di Dante, l’altro a Bosone da Gubbio, con le loro postille, precisando, però, che i loro nomi non figurano nel testo, ma si ha la certezza degli autori perché sono presenti in altri manoscritti ricordati dal de Batines, come in quelli della Laurenziana, segnato col n. 11. 29. 41, della Strozziana, n. 149.151.152, della Gaddiana, n. 41., ed in altri, tutti pubblicati nell’edizione della Minerva9, anche se con molti difetti; anzi quella edizione, afferma Quandel,  si potrà avvantaggiare  dal confronto con il codice cassinese. Tra i testi manoscritti consultati per l’edizione di Montecassino il Quandel segnala solo quello detto “Catanese”, posseduto dai Benedettini Cassinesi di S. Nicolò all’Arena di Catania10, e l’altro, detto “Filippino”, custodito nella Biblioteca Oratoriana di Napoli11: entrambi aggiunti in Appendice.
Il volume è corredato da alcune riproduzioni fotografiche, tra cui un ritratto di Dante sul quale Cesare Quandel si sofferma a lungo: “Ponemmo da ultimo ogni cura ad illustrare tutta la parte paleografica del nostro lavoro con fac-simili espressi in rispettive tavole. Né crediamo che possa dispiacere ai lettori la vista di un’altro ritratto del nostro poeta che mettiamo innanzi al Volume, in mezzo a tanta produzione di altri ritratti, e a tante erudite dispute che hanno sollevato. Il nostro è fotografato da una tela di Scipione Pulzone da Gaeta, esistente nel nostro Archivio. Dante è ritratto al naturale fino al petto, nell’età sua più matura, in veste e lucco di colore scarlatto, e con corona di alloro. Sul capo allo estremo del fondo con bella lettera d’oro è scritto DANTES. Nello stesso fondo all’altezza del petto leggesi da una banda Scipio Cajetanus, dall’altra faciebat 15.7. Scipione Gaetano visse fra il XVI e il XVII secolo. Secondo il Baglione appresso il de Dominici, fu discepolo di Jacopino del Conte Fiorentino, ‘e come il suo maestro fu eccellente pittore e particolarmente nel far l’altrui effigie, così egli ai suoi tempi ritrasse gli altrui aspetti, e non solo passò il maestro, ma nel suo tempo non ebbe uguale’. Egli ritrattò Papa Gregorio XIII, Sisto V, D. Giovanni d’Austria, e molti Principi e Cardinali ‘sicchè gran credito acquistossi, e non si diceva d’altro al suo tempo che degli eccellenti ritratti di Scipione Gaetano’. Donde egli ritraesse questa bella effigie di Dante noi non sappiamo; certo che è assai viva e ben condotta” (pag. LIV).
Va però osservato, riguardo al ritratto di Dante inserito nel testo, che la firma è di d. Vincenzo Bovio Cassinese, monaco pittore di Montecassino di cui ci siamo già occupati nel n. 1/2012 di Studi Cassinati, pagg. 85-88, vd. Foto.
Conclude il suo intervento Quandel scrivendo: “Se tanto la fotografia di questo ritratto, quanto la riproduzione dei fac-simili non sembrerà lavoro ben fatto, si attribuisca al desiderio che avevamo di offerire al Comune di Firenze in questo sesto Centenario di Dante, un libro che fosse tutto cosa dei Monaci della Badia di Monte Cassino”.
Si chiudono i Prolegomena con la “Dichiarazione dei testi a stampa o a penna che sono stati comparati col codice cassinese”.
A fine volume segue una sorta di tabula gratulatoria con l’elenco dei 183 sottoscrittori che commissionarono la stampa dell’opera. È interessante scorrere l’elenco: vi si trovano personaggi in vista della Cassino (allora S. Germano) di metà Ottocento, come Pasquale Grossi, Alessandro Grosso, Luigi Jorio, definito Presidente, Loreto Lena, che sarà sindaco della città a partire dal 1896, Benedetto Nicoletti, che sarà sindaco dal 1871 al 1882, Silvestro Petrarcone. Inoltre nomi illustri come il Conte Gabrio Casati di Torino, Gino Capponi, senatore di Firenze, Costantino Nigra, a quel tempo ambasciatore d’Italia a Parigi, il barone Bettino Ricasoli di Firenze, il Duca della Salandra di Napoli, Francesco de Santis. 5 copie del volume furono acquistate dal libraio Cammelli di Firenze, 10 copie dal Consiglio Provinciale di Bari, altre 10 dal Consiglio Provinciale di Caserta, 6 dal Consiglio Provinciale di Napoli. Infine una copia ciascuna fu acquistata dalle biblioteche dei PP. Cassinesi di S. Martino di Palermo, di S. Paolo di Roma, della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni e delle biblioteche Borracciana di Napoli, Comunale di Lucera, dell’Università di Torino.
Ora l’opera è divenuta rarissima, ma è possibile consultarla in rete internet sul sito di Google Boocks – Bayer. Staatsbibliothek, tratta dalla “Bibliotheca Regia Monacensis”, oltre, naturalmente, sulla bellissima copia della Biblioteca Monumentale di Montecassino.Ho l’obbligo, e il piacere, di ringraziare il Direttore dell’Archivio di Montecassino, Faustino Avagliano O.S.B., per le belle riproduzioni (fotografo R. Mastronardi) delle pagine che corredano questo lavoro, e il Bibliotecario della Biblioteca Monumentale di Montecassino, Gregorio De Francesco, O.S.B. per avermi agevolato nella consultazione del testo a stampa del codice.

1 Raoul Manselli: “Alberico di Montecassino. – Nato intorno al 1100 nel castello di Settefrati in Val di Comino (Frosinone) di nobile famiglia, a dieci anni, come ci racconta nel Chronicon Casinense Pietro Diacono, colpito da gravissima malattia, rimase privo di coscienza per nove giorni e nove notti. Ebbe allora una visione in cui s. Pietro, accompagnato da due angeli, gli fece conoscere le pene infernali e le beatitudini del Paradiso. Ritornato alla vita si fece allora monaco a Montecassino, ove fu accolto da Gerardo (abate tra il 1111 e il 1123) che incaricò Guido, maestro dello stesso A., di scriverne la visione; il che questi fece apportandovi ritocchi e aggiunte: altre aggiunte e rimaneggiamenti furon fatti, con molto arbitrio, da uno sconosciuto. Da ciò A., per esortazione dell’abate Senioretto (1127-1137), fu allora indotto, ormai più maturo negli anni, a riscrivere in tre giorni la sua visione, giunta fino a noi, come sembra, in quest’ultima redazione, e conservata nel codice Cassinese 257. Fu poi preposto del monastero di S. Maria, non lontano da Montecassino, nel 1145. Alberico (da non confondere col monaco omonimo, anche vissuto a Montecassino, ma nel sec. XI, e considerato uno dei fondatori dell’ars dictandi) è ricordato come uno dei precursori della Commedia. La visione di A. comincia con la visita ai tormenti dei dannati: ai lussuriosi seguono i violenti, i protettori dei sacerdoti indegni, i sacrileghi, i simoniaci, coloro che si sono dedicati alla vita religiosa o alla penitenza senza persistervi, i detrattori e i falsi testimoni, i ladri e i rapinatori. Dopo aver passato un fiume purificatore e aver assistito a una lotta tra demoni e angeli, A., sempre guidato da s. Pietro, visita il Paradiso, ove incontra s. Benedetto – non manca qui una serie di esortazioni per i monaci – ascendendo poi di cielo in cielo, ove vede ciò che a un uomo non è lecito riferire. Dopo un giro per il mondo, torna sulla terra”, da Enciclopedia Dantesca (1970).
2 “La qual cosa ci fa via ad altra avvertenza generale intorno ai comenti del nostro Codice. Questi sono di vari autori e di vario tempo, i quali vennero successivamente ad illustrare questo testo a penna, tolti da altri manoscritti che recavano lezione differente dalla nostra”: Prolegomena, pag. XIII.
3 “Né meno certi ci sono paruti gli indizi, che potrebbero chiarirci intorno al tempo, in cui siano stati scritti i comenti marginali più antichi, la scrittura dei quali riputammo sincrona a quella del testo. Al canto XX. v. 69. del Purgatorio, in cui Dante tocca della venuta di Carlo d’Angiò in Italia, ed afferma che questi violentemente cacciasse di vita S. Tommaso, l’antico chiosatore dice, che Carlo spegnesse di veleno il S. Dottore, per timore che non giungesse al papato, e nota che il corpo del Santo ancor giacesse nella Badia di Fossanova, ove passò di vita. È chiaro dunque che il comentatore scrivesse innanzi la traslazione delle ossa di S. Tommaso a Tolosa, che avvenne nell’anno 1368”: Prolegomena, pag. XII.
4 “Non è improbabile che Zanobio ricordasse di essere poeta, e ragionasse della Divina Commedia e del suo autore. La memoria n’era ancor fresca; ed a lui, fiorentino, vissuto con molti, che avevano conosciuto l’Alighieri, spesso dovettero volgersi i Cassinesi a sapere delle cose del Poeta”, pag. XVII.
5 “… la lezione dei versi di Dante, recati nel margine del codice virgiliano, differisce spesso dal testo che pubblichiamo; locchè mostra che non fosse un solo l’esemplare della Divina Commedia, che a quei di era nella biblioteca del monastero”, pag. XVI.
6 Si riferisce alle prime espressioni in lingua italiana in forma poetica prescindendo ovviamente dalle prime tracce del volgare che si trovano nelle carte capuane o placiti cassinesi del sec. X (960-963).
7 Saverio Bettinelli, nel suo “Opere edite e inedite in prosa ed in versi”, tomo IX, Venezia 1799, ricorda i versi di un certo scultore Nicola, del 1135, riportati in un cartiglio in mosaico sull’arcone tra la navata centrale ed il presbiterio della cattedrale di Ferrara: “Li mile cento trentacenque nato / fo questo templo a san Gogio donato / da Glelmo ciptadin per so amore / e tua fo l’opra Nicolao scolptore”: dunque mostra di ignorare, come tanti altri, quelli dell’archivio cassinese.
8 “Non ispetta a noi il giudicare del frutto, che abbiam cavato dalle nostre povere fatiche intorno alle varianti lezioni, che l’esame del nostro Codice ci ha dato raccogliere. Neppure é nostro debito entrare nell’esame del loro pregio: ciò spetterà ai futuri curatori di altra edizione dantesca.”, pag. L.
9 La divina Commedia di Dante Alighieri col comento del P. Baldassarre Lombardi, ora nuovamente arricchito di molte illustrazioni edite ed inedite,  Padova, Tipografia della Minerva MDCCCXXII.
10 225 fogli, cartaceo, ottima conservazione. Ogni pagina ha 33 versi, chiusi in un quadrato della lunghezza di centimetri 19.2, le cui linee, ora a matita ed ora ad inchiostro, si estendono sino all’orlo della pagina. Le iniziali di ogni canto, probabilmente di epoca posteriore, sono alternativamente in rosso ed in azzurro. È attribuito alla fine del sec. XV.
11 137 fogli numerati, bellissima scrittura con commento in latino e figure miniate. Non se ne conosce l’epoca ma è da attribuire alla famiglia dei Poderici o Pulderici di Napoli, estinta nel secolo XVI.

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