“AL TEMPO DELL’UNITÀ TRA REGNICOLI E PAPALINI”


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di Annamaria Arciero
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04.jpgOgni volta che, specie nell’anno appena passato, ho letto un libro di storia “ revisionata”,  mi è andato il pensiero ai miei insegnanti di storia, dal maestro elementare al professore delle superiori, che il Risorgimento me l’hanno presentato incrostato di retorica – chi non ricorda l’enfasi dei plebisciti delle popolazioni del centro Italia  all’indomani del trattato di Villafranca?  Del resto così l’avevano studiato anche loro! E così l’ho insegnato anch’io! –. Sono andata a rileggere  i miei libri di storia di mezzo secolo fa e quelli odierni dei  nipoti: la storiografia ha più i toni enfatici alla De Amicis che quelli dell’analisi critica. Non ci sono violenze o aggressioni da parte dei Savoia conquistatori, anzi pare che tutti i popoli anelassero a ricongiungersi con i Piemontesi, non vedendo l’ora di avere un solo re e una sola bandiera.
Questa è la “ vulgata”, storia scritta da “scrittori salariati”, come li chiamerà Gramsci, quelli che, stendendo un pietoso velo,  hanno diluito e minimizzato gli episodi di violenza dell’epopea risorgimentale, quali il ricorso alla forza e all’aggressione per  piemontesizzare  il Meridione.
Di contro, molti saggi pubblicati di recente, nel 2011, si sono concentrati  più sulle ombre che sulle luci di quell’evento epocale che, innegabilmente, è stato il Risorgimento nella storia d’Italia, con i suoi errori e le sue colpe, innegabili.
Il libro di  Costantino Jadecola “Al tempo dell’Unità tra regnicoli e papalini”, senza cadere nella retorica antiborbonica o filoborbonica, allarga e chiarifica un capitolo trascurato dalla sistemazione cronicistica della storia e della memoria: la situazione politica del territorio a cavallo del confine pontificio col nuovo Regno d’Italia, cioè quello che oggi è la nostra provincia di Frosinone. Si potrebbe dire che il libro apre uno scenario, delineato in chiave geopolitica, su quei dieci anni che separano l’unità d’Italia da Roma capitale.
L’autore lo fa senza rivendicazioni meridionaliste, senza denigrare il Risorgimento; lo fa raccontando fatti, accadimenti, cronache, reperiti da ‘storiografo onesto’– non da ‘scrittore salariato’ –. Del resto, già dalla ricca bibliografia, oltre che dalla propria precedente produzione letteraria, si vede che  da tempo egli va compulsando gli archivi della zona, le raccolte dell’“Osservatore Romano” o  di “ Civiltà Cattolica”,  per ricostruire e documentare la mappa del fermento politico-sociale  e delle tensioni paesane dei territori prossimi alla frontiera, quelli posti tra “ Regno e Campagna”, per dirla con un vecchio detto sangiorgese (Campagna era il territorio dello Stato della Chiesa  cui apparteneva Pontecorvo, enclave pontificia separata da S. Giorgio dal fiume Liri)
Ma ciò che scrive Jadecola non è anedottica, anzi, è un ripercorrere l’itinerario storico  nostrano, che si è barcamenato tra sostanziali resistenze al cambiamento e timide aperture al nuovo. L’autore attinge, oltre che ad opere di scrittori più o meno famosi, alle cronache dei giornali del tempo, alle relazioni militari,  ai diari di guerra dei Piemontesi e scende nel particolare, fornendo nomi, date, liste di partecipanti a governi provvisori o alternativi, a scorribande o attentati, a imprese di edilizia sociale, quali strade, ponti, acquedotti, ferrovie, fabbriche, industrie. Per chi, come me, è appassionato di storia locale, il libro è altamente istruttivo.
Ma classificarlo come libro di storia locale non è riduttivo della sua valenza. Come diceva Aristotele? “La storia è mimèsi del particolare”. Il libro è interessante per qualsiasi lettore desideroso di approfondire quella storia che per alcuni è conquista e per altri è liberazione. E se è vero che la miglior parte della sua opera un libro la compie nell’animo e nella mente di chi lo legge, al lettore di “Al tempo dell’Unità tra regnicoli e papalini” rimane il piacere di sapere. E all’autore quello di far sapere.

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