Il caso di un’iscrizione tardorinascimentale a Fontana Liri


Print Friendly
di Angelo Nicosia
.

   01.jpgGrazie alla disponibilità di alcuni cittadini fontanesi, sensibili al loro patrimonio culturale, ho potuto avere le fotografie di un interessante reperto epigrafico depositato in un locale a piano terra del Palazzo comunale.

Si tratta di un troncone di architrave in pietra calcare che reca un’iscrizione incisa sulla fascia convessa sovrastante una cornice con gradino, gola rovescia e listello (fig. 1). Dimensioni cm 79x32x15 (lunghezza del testo cm 42); altezza delle lettere cm 4,8.  Retro scalpellato grezzo con rastremazione verso l’alto e fascia piana in basso. Inedito. Vi si legge:
– – – (giglio decorativo) PALLISCVS. 95 (triangolo decorativo)
Trascrizione: (15?) (- – -) Palliscus. 95. Traduzione: (un nome) Palleschi (fece fare nel) 1595.
Dal punto di vista paleografico l’iscrizione è eseguita in capitale con belle lettere regolari con apicature. Dopo “PALLISCVS” vi è un segno di interpunzione a forma di triangolo col vertice verso destra; un secondo triangolo, meno regolare e che sembra essere solo decorativo, è presente alla fine del testo dove mancano circa cm 10 della fascia iscritta; nonostante tale lacuna il testo sembra essere completo da questo lato.
Il numero 5 finale, simile ad una S a tratti rettilinei ovvero ad una Z rovesciata, è di un tipo in uso nel secolo XVI1 e attestato nello stesso periodo anche nella nostra zona2.
L’iscrizione è mancante della prima metà e vi si leggono solo il cognome di un personaggio, Palleschi (Palliscus), e due numeri che di sicuro rappresentano la parte finale dell’anno (1595). Il cognome ancora è presente a Fontana Liri3 e diffuso anche in altre regioni d’Italia ma in particolare nel Lazio con una maggiore concentrazione proprio in provincia di Frosinone4. Nei documenti d’archivio riguardanti Fontana Liri tale cognome è presente almeno dall’ultimo trentennio del secolo XVI, inizialmente scritto ancora nella forma latinizzata di “Pallisco”.
Un “Antonio Pallisco di Fontana di alta statura barba rossiccia con segno sulla fronte” fa parte degli “uomini armati” che il 2-XII-1572 accompagnano il “Revisore generale del duca di Urbino” durante un’ispezione nel ducato di Sora5. Nel 1577 un “tale Pietro Pallisco” viene segnalato per mettere “a repentaglio la tranquillità e la pace dell’intero paese” nel tentativo di “circuire” un “Arduino di Isola, persona anziana, molto stimata” perché il “Pallisco” “ambiva prendere il suo posto di responsabilità e di potere”6. Un “m. Cecco pallesco” (Francesco Palleschi) all’inizio del 1580 appare, nel “conteggio” delle rendite feudali del duca Giacomo Boncompagni, come “affittuario dell’affitto della corte in Fontana”, forse da intendere il castello in disuso; la lettera  abbreviata “m.”, che precede il nome, viene giustamente interpretata dall’editore del documento come “magnifico”, cioè  come titolo signorile del personaggio7. Nei documenti vescovili un “don Rocco Palleschi” è ricordato a Fontana Liri nel 1617 come canonico della chiesa di S. Stefano, “che era Rettore della cappella della SS.ma Anunziata” e che il 13-VII-1623 diviene arciprete8. Nel 1623 è ricordato anche il “chierico Francesco Pallesco” indicato come poco rispettoso delle norme di comportamento dei religiosi9. Arcipreti della chiesa di S. Stefano sono ancora Giuseppe Palleschi nel 1714, Ferdinando Palleschi nel 1729 e Gaetano Palleschi dal 1828 al 185210. Un altro Giuseppe Palleschi è registrato tra i presenti al seppellimento dei Fontanesi uccisi durante la ritirata dei francesi nel 1799, un Filippo Palleschi è sindaco nel 1820, tra gli amministratori comunali del 1862 troviamo un Raffaele Palleschi, e sindaco è anche Pasquale Palleschi nel 1921-192511.
Come si vede si tratta di una antica famiglia, non solo ben radicata a Fontana Liri, ma con i suoi membri che hanno rivestito importanti ruoli politici e religiosi per almeno quattro secoli e quindi collocabili nella cerchia della ricca borghesia locale. Non conosciamo le relazioni di parentela che intercorrono fra di loro, e forse non dovevano appartenere tutti allo stesso nucleo familiare (salvo i possibili legami nei casi in cui si ripetono gli stessi nomi), ma non si puó escludere che i Palleschi fontanesi potessero derivare da un unico ceppo originario, locale o trapiantato in loco in un tempo che ci è sconosciuto e comunque precedente al 1572 visto che a quella data sono già ben inseriti nel tessuto sociale e politico del paese.
Considerata la elegante fattura del nostro reperto, esso doveva appartenere ad una apparecchiatura architettonica di un certo pregio ben attribuibile alla committenza di un qualche notabile rappresentante di questa famiglia probabilmente da identificare tra quelli prima indicati. Purtroppo il pezzo è mutilo e di rinvenimento sporadico da non permettere una sua precisa collocazione, né cronologica, né topografica e né onomastica.
Per la sua datazione, alcune caratteristiche paleografiche dell’iscrizione, come segnalato prima, riporterebbero al secolo XVI, per cui i due numeri finali andrebbero integrati con l’anno 1595, che mi pare la più plausibile nonostante che l’aspetto stilistico generale del reperto potrebbe far sospettare una data posteriore, il 1695, ma più difficilmente una anteriore (il 1495). Infatti l’opzione del 1595 è senza dubbio più compatibile con quella mentalità culturale del Rinascimento e del Tardo Rinascimento che, nello specifico, inizia in quel periodo a manifestarsi nella nostra zona anche con l’usanza di apporre una memoria nominale e cronologica direttamente sugli elementi architettonici a vista, che, se riferiti a residenze signorili, trova riscontri ad esempio nel Palazzo Cayro a S. Giovanni Incarico, con la data del 1553 (preceduta dal nome “Iacovo Cairo”) sulla mostra di una finestra della facciata12, nel palazzo di via Roma a Roccasecca, con la data del 1568 (e la sigla nominale D.V.) sul culmine del portale principale, sull’architrave di una porta interna del Palazzo Boncompagni ad Isola Liri, senza data ma dell’ultimo ventennio del secolo XVI13, e ancor prima nel Palazzo Spinelli ad Esperia con l’iscrizione nominale del 1481 sull’architrave della porta del salone interno14. E questi esempi riguardano gli edifici civili, ma l’usanza è comune anche, e soprattutto, per quelli di carattere religioso.
Riguardo a una collocazione topografica del nostro elemento architettonico, un calcolo empirico delle possibili dimensioni originarie dell’apertura darebbe una luce di circa cm 120, che puó andar bene tanto per una finestra quanto per una porta, anche se la seconda soluzione mi sembra sia quella da preferire. Inoltre il limitato spessore, il tipo di lavorazione e la forma a scivolo sul retro del pezzo farebbero pensare piuttosto ad una cornice decorativa applicata nel muro per riquadrare l’apertura, anziché a un suo elemento strutturale portante15.
Anche questa considerazione, sempre in via ipotetica, farebbe optare per una sua collocazione originaria interna e quindi più adatta per una porta, ma rimane incerto a quale edificio debba essere assegnata questa eventuale porta.
Il reperto a quanto sembra è stato rinvenuto, assieme ad altri 5 frammenti architettonici (cornici e gradini), circa sei anni fa a Fontana Liri Superiore lungo la scarpata sottostante la strada cieca alle spalle della monumentale chiesa di S. Croce, in una zona marginale e solitaria del paese16. Il luogo e le condizioni di rinvenimento si possono riferire sia a una discarica di materiali edilizi del posto, pertinenti ad un qualche precedente palazzo sovrastante o alla stessa chiesa di S. Croce, e sia ad una discarica di materiali provenienti dall’interno del centro storico, visto che ciò era permesso fino agli anni Ottanta del secolo scorso con lo scopo di creare e rinforzare il piano di posa dello slargo terminale dell’attuale strada cieca.
Tuttavia una provenienza dalle vicinanze del punto di rinvenimento apparentemente sembrerebbe essere la più probabile, anche perché lungo il margine a monte della strada si nota un crollo del terreno, causato dalla realizzazione di un piccolo locale per l’impianto di riscaldamento della chiesa, e dalla fronte del crollo si vede che il terreno franato è composto essenzialmente da pietrame di grandi dimensioni e da resti di elementi architettonici (pezzi di gradino, di montanti, di pietre angolari, di cornicioni anche modanati, ecc.) simili a quelli recuperati sotto la scarpata. Si tratta di certo di una riempitura o di un terrazzamento artificiale formato con la colmatura di materiali edilizi discaricati. È pertanto possibile che il nostro pezzo sia scivolato giù da quel crollo e che in origine facesse parte dei materiali discaricati in quella colmatura. In tal caso da dove provengono quei materiali di colmatura? E quando sono stati discaricati?
Senza dilungarmi oltre in discorsi che comunque non possono essere risolutivi, sulla base delle considerazioni fatte e assumendo per valida la data del 1595, proporrei due possibili ipotesi circa la provenienza originaria del nostro pezzo. La prima, come accennato sopra, la più ovvia considerando la posizione del rinvenimento, ma anche quella meno probabile per le discordanze cronologiche, è che possa essere riferito a una porta interna della sovrastante chiesa. Poiché l’attuale chiesa di S. Croce sembra sia il risultato della fusione, avvenuta nella prima metà del XVIII secolo17, con un’altra contigua dedicata a S. Andrea, sarebbe possibile in teoria che i menzionati materiali discaricati possano riferirsi ai lavori di accorpamento dei due edifici che avrebbe richiesto l’eliminazione di alcune parti più antiche.
Si potrebbe allora pensare che l’“anonimo” Palleschi della nostra iscrizione, nel 1595 avesse ricoperto qualche carica in una delle due chiese da giustificare la menzione del suo nome nella struttura architettonica poi eliminata (la presunta porta). Si tratta ovviamente di una semplice e molto incerta ipotesi, che bisognerebbe conciliare con le vicende temporali riguardo alla chiesa più antica di S. Andrea, quella nella quale avrebbe potuto ricoprire un ruolo tale da poter commissionare opere di edilizia.
Infatti questa chiesa è l’unica delle due ricordata come parrocchia, ma che già nel 1571, quindi prima del 1595, fu unita alla chiesa parrocchiale di S. Stefano perdendo così la sua autonomia e la precedente importanza18: e, d’altra parte, il primo Palleschi che ci è noto come arciprete di S. Stefano appare nell’anno 1623 e quindi solo allora in una posizione giuridica di poter eventualmente intervenire anche nella chiesa di S. Andrea. In pratica l’anno 1595 viene a trovarsi nell’intervallo temporale 1571-1623 in cui mancano correlazioni utili per il nostro assunto.
La seconda possibilità, la più probabile, è che esso possa provenire da una residenza dei Palleschi, che ci aspetteremmo situata nei pressi della chiesa di S. Croce e del luogo di rinvenimento, ma l’unico palazzo dei Palleschi ricordato dai Fontanesi è quello accostato sulla sinistra della chiesa parrocchiale di S. Stefano sull’opposto versante del paese.
Questo grandioso e massiccio palazzo, ora disabitato e transennato, caratterizzato da uno sviluppo angolare e dalla presenza di ridondanti decorazioni figurate sopra e sotto le finestre, mostra ad una superficiale visione dall’esterno almeno due fasi edilizie e un ultimo intervento di rinforzo dei cordoli sommitali riconducibile alle opere di messa in sicurezza dopo il terremoto del 1984 (fig. 2).
La posizione stessa dell’edificio, praticamente in un continuo con la chiesa più importante del paese19, a circa 50 metri al di sotto del castello e all’interno del circuito murario dell’abitato medievale, non puó che confermare l’antichità del suo impianto originario di certo anteriore al secolo XVI, e cioè ad un tempo precedente alla data accettata per la nostra iscrizione (1595).
Per questa ragione il nostro reperto andrebbe a collocarsi ad una successiva fase di profonde ristrutturazioni fatte eseguire dai Palleschi in un preesistente edificio forse acquisito nel momento della loro ascesa nella società borghese locale.
Ora non sarebbe del tutto da escludere che l’autore di queste ristrutturazioni potesse essere stato uno dei Palleschi prima citati e ricordati nel 1572, nel 1577 e nel 1580, e cioè rispettivamente Antonio, Pietro e Francesco, anche se, per ragioni non solo cronologiche, sarebbe da preferire l’ultimo. Avremmo così un nome da inserire nella nostra iscrizione del tipo: “15.Franciscus (giglio) Palliscus.95” (o Antonius o Petrus, compatibilmente con lo spazio occupato per la simmetria del testo).
Riguardo ai tempi di discarica del nostro reperto, è da notare che esso non mostra segni evidenti di una lunga esposizione alle intemperie atmosferiche nel luogo di rinvenimento, tanto che si potrebbe perfino pensare che possa provenire direttamente da questo palazzo a seguito proprio dei lavori post 1984, ma potrebbe anche provenire dallo stesso palazzo indirettamente attraverso la citata discarica ora franata. Infatti i materiali visibili sulla fronte di questa frana hanno un aspetto piuttosto “pulito” che dimostrano una permanenza in quelle condizioni di certo non superiore ad un secolo.
Perciò resta il dubbio che tale discarica possa essere stata formata in seguito agli sgomberi dopo il terremoto del 1915, visto che Fontana Liri in quell’occasione non fu immune da considerevoli danni20 e, in tal caso, il nostro pezzo sarebbe stato rimosso dal Palazzo Palleschi in quella occasione. Chissà se questa discarica ancora nasconda la parte mancante del nostro reperto?
Come si vede le incertezze sono davvero tante, non esclusa quella della datazione, ma per la provenienza credo proprio che l’ipotesi del Palazzo Palleschi sia la più verosimile, almeno fino a quando non compariranno nuovi elementi per una prova contraria21.

1 Cappelli 1973, p. 426 (“Numerazione arabica”).
2 Ad esempio in una iscrizione del 1521 ad Esperia: Nicosia 2011, p. 40 fig. 10. Tuttavia il numero 5 nella forma a S con tratteggio più decisamente curvilineo è ancora usato nei portali dei secoli XVIII e XIX: Corradini 2004, III, tavv. VIII (1845) e XIVd (1754). Ved. anche successiva nota 13.
3 Ved. Elenco telefonico della provincia di Frosinone alla voce Fontana Liri.
4 Ved. in internet: http://gens.labo.net/it/cognomi/genera.html.
5 Piacentini 2011, p. 189.
6 Piacentini 2011, pp. 482-483.
7 Corradini 2004, II, pp. 155-157.
8 Piacentini 1999, p. 221 nota 174 (documenti della Curia Vescovile di Sora) e Pistilli 2000, p. 351.
9 Piacentini 1999, p. 224 nota 181. Questo Francesco Palleschi del 1623 potrebbe essere un nipote di quel Francesco “affittuario” del 1580, secondo l’uso frequente in passato di rinnovare i nomi nell’ambito della famiglia.
10 Pistilli 2000, p. 351. Solo per segnalare un legame con la locale chiesa di S. Croce (per la quale ved. oltre) ricordo un “Lattantio Pallisco” menzionato come “priore” di questa chiesa in una corrispondenza del 18-IX-1704 (Archivio diocesi di Sora, Serie B, ss. III n. 61, § 7 [Fontana Liri, Civilia, Brogliardo 1700-1724]).
11 Pistilli 2000, rispettivamente pp. 117, 243, 151 e 244. Anche per i due Giuseppe, del 1714 e del 1799, non si può escludere una relazione di parentela.
12 Nicosia 2009, p. 237; resta il dubbio se la data non sia 1558. I due numeri 5 sono a forma di S.
13 Corradini 2004, II, fig. a p. 57.
14 Nicosia 2011, p. 38 e fig. 4
15 Escluderei che possa trattarsi della mostra di un nicchione cieco perché la fascia longitudinale piana presente alla base posteriore del pezzo farebbe pensare che essa dovesse sporgere per pochi centimetri dalla muratura nel lato interno e quindi fungere da battente per le imposte.
16 Il reperto fu recuperato, assieme agli altri pezzi architettonici, dalla locale Associazione della Protezione Civile durante una “giornata ecologica”. Questa e le altre notizie mi sono state comunicate dall’arch. Vittorio Casciano, presidente dell’Associazione, che ringrazio per la sua disponibilità.
17 Pistilli 2000, pp. 329-332.
18 Pistilli 2000, p. 335.
19 La chiesa di S. Stefano è già ricordata nelle decime degli anni 1308-1310 assieme a quelle di S. Lucia e S. Andrea (Rationes decimarum, p. 19 n. 197).
20 Pistilli 2000, pp. 200-203.
21 Ad esempio la parte mancante dell’iscrizione per chiarire intanto l’identità del personaggio e magari confermare la datazione proposta. Anche le informazioni fornite solo telefonicamente dall’attuale discendente di quella famiglia, l’avv. Francesco Palleschi, non danno certezze per un fatto così indietro nel tempo. Qualche speranza si puó ancora riporre nell’archivio della chiesa di S. Stefano dove sono conservati, oltre ai registri parrocchiali, diversi altri documenti cartacei e in pergamena per il cui riordino si sono impegnati alcuni collaboratori fontanesi, che potranno giovarsi dell’assistenza del paleografo Fabio Simonelli che ha assicurato la sua disponibilità. Tra questi documenti è rilevante la presenza di diversi registri degli “Status animarum” a partire dalla fine del secolo XVI, utilissimi per indagini sugli antichi nuclei familiari del paese.

(118 Visualizzazioni)