Il mare bagna la provincia di Frosinone


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di Costantino Jadecola

41-06.jpgEra il mese di agosto del 1924 quando il periodico La Ciociaria pubblicò una carta topografica della regione a sud di Roma. Essa spaziava tra Tagliacozzo a nord-ovest e Alfedena al nord-est, per la parte montana, e tra Anzio e il Garigliano, per quella marittima, lasciando chiaramente intendere che questa avrebbe dovuto essere la nuova “provincia ciociara” o, addirittura, “regione ciociara” come talvolta venne definita.
Insomma, da un lato i Simbruini, gli Ernici ed il complesso montuoso delle Mainarde; dall’altro il mare, il mar Tirreno. E, nel bel mezzo, Frosinone che “per la sua amena e forte posizione, fondata dai Volsci nel 500 avanti l’era volgare e contrastata dagli Ernici”, si legge, costituisce “l’animatore e l’irradiatore di fiera libertà e di combattiva indipendenza” peraltro in un territorio dove “i vari popoli riportano il loro legame etnico e toponomastico al gruppo celtico, che sin dal secolo 15° avanti l’era volgare, si era sparso ed affermato in Europa.”1
Una cascata di retorica, insomma, per contribuire ad affermare la necessità e l’urgenza di una definizione amministrativa per i territori del Lazio in generale, di quello meridionale in particolare, sulla scia di una iniziativa, forse l’unica, presa agli inizi degli anni Venti da “un certo movimento che rivendicava la ricomposizione dell’unità storica ciociara” e del quale era stato “principale propugnatore”, tra il novembre del 1920 e l’ottobre dell’anno successivo, l’avvocato Pietro Gizzi2, sindaco di Frosinone, cui, appunto, aveva fatto seguito quella proposta dal periodico La Ciociaria diretto da Guglielmo Quadrotta, poi proseguita da La Rassegna del Lazio3, che fu di preciso riferimento per la campagna di sensibilizzazione finalizzata a sostenere la necessità del riordinamento amministrativo del Lazio con la creazione di nuove provincie.
Infatti, scrive Sandro Giuliani che intorno all’iniziativa presa dal giornale “si raccolsero pubblicisti e studiosi della regione, combattenti e fascisti, ottenendo di richiamare sulla storica terra, negletta da quando era passata dallo Stato Pontificio a quello italiano, l’attenzione del Governo e di suscitare iniziative come quella promossa dall’Enit di una escursione di giornalisti italiani e stranieri svoltasi nel 1925 nelle principali città: Anagni, Alatri, Ferentino, Veroli, Fiuggi ed alla celebre Badia di Casamari.
Escursione della quale si occupò ampiamente la stampa nazionale e internazionale.”4
Intanto, agli inizi del 1926, c’era stato un formale assenso da parte dello stesso Duce: era accaduto quando i rappresentanti dei comuni e dei fasci della Ciociaria recarono a Mussolini le pergamene contenenti la sua nomina a cittadino onorario di tutti comuni della regione. In quella occasione, infatti, il Duce, nel ringraziare, disse tra l’altro: “Ho ascoltato attentamente le descrizioni dei vostri bisogni, e vi dico di attendere con fiducia. Ma se qualche volta l’attesa è lunga, pensate che gl’italiani sono oltre 40 milioni e che i Governi del passato ci hanno lasciato un’immensa eredità di lavoro da compiere, mentre ogni giorno sorgono le nuove necessità della Nazione che si avvia alla grandezza. Mi avete detto che la Ciociaria è tranquilla e laboriosa: io aggiungerò con assoluta sincerità un altro aggettivo: i ciociari sono soprattutto valorosi. In trincea, dove ho vissuto con loro, io li ho conosciuti come i combattenti più dotati di coraggio, di bontà, di disciplina. Voi avete la mia simpatia fin da quel tempo. Portate dunque ai camerati della vostra terra l’attestato della mia gratitudine per la loro sicura fedeltà e date loro il mio più affettuoso saluto, con la promessa che il Governo Fascista non dimentica la regione laziale e raggiungerà la meta”5.
Ed, infatti, non dimentica, tant’è che meno di dodici mesi dopo Frosinone viene elevato al rango di capoluogo di provincia. Ma non solo. Nel relativo decreto istitutivo del 6 dicembre 1926, infatti, viene annunciato che il suo territorio comprenderà anche la fascia costiera tirrenica, ovvero l’intero ex-circondario di Gaeta6 e parte di quello di Velletri, grosso modo come prevedeva la carta topografica pubblicata da La Ciociaria.
Tra i fautori di una provincia mare-monti la gioia è grande. Del resto, come non esserlo visto che il loro progetto era stato puntualmente e totalmente recepito?
Come è noto, era stato Mussolini in persona a comunicare la notizia al podestà di Frosinone, il comm. Antonio Turriziani: “Oggi su mia proposta il Consiglio dei Ministri ha elevato codesto Comune alla dignità di Capoluogo di Provincia. Sono sicuro che con il lavoro, con la disciplina e con la fede fascista codesta popolazione si mostrerà sempre meritevole della odierna decisione del Governo Fascista” 7.
Nel neo capoluogo di provincia il testo viene scolpito su una grande lastra di marmo che sostituisce quella toponomastica di piazza della Libertà la quale, da allora, a ricordo dell’evento, si chiamò, appunto, piazza VI dicembre. Un avvenimento, si capisce bene, non di poco conto che, tra l’altro, offre lo spunto a qualche frusinate buontempone per arrivare addirittura a questa conclusione: “Roma caput mundi / et Frusino secundi!”8.
È indiscutibile che, per Frosinone, l’elevazione a capoluogo di Provincia costituisca una circostanza molto importante. Quando ciò accade, la sua popolazione, anche se in crescita, non arriva, comunque, ai 14 mila abitanti: per l’esattezza, 13.380. Insomma, meno di Cassino (19.001), Sora (18.076), Alatri (16.874), Ferentino (16.321), Veroli (15.527) e Pontecorvo (15.015) che, con Ceccano (12.970), Anagni (10.746) ed Arpino (10.634) sono i soli comuni della nuova provincia che a quel tempo superano i diecimila abitanti.
A favore di Frosinone giocava evidentemente il fatto di ospitare, forse già dal XIII secolo, il rettore di Marittima e di Campagna, la provincia meridionale dello Stato Pontificio nel cui contesto occupò nel tempo un ruolo sempre più rilevante sino a divenire, agli inizi dell’Ottocento, sede di delegazione apostolica. E solo questo, probabilmente, perché a Frosinone, al di là di quelle citate, non si ha traccia di iniziative finalizzate a caldeggiare l’istituzione di un capoluogo di provincia tant’è che l’avvocato Tancredi Grossi di Cassino arriverà a scrivere che “i frusinati una bella mattina (…) svegliandosi, si trovarono cittadini di un capoluogo di Provincia. Rimasero sbalorditi e stupefatti, perché essi stessi non potevano credere che un davvero modesto paese, prettamente agricolo, rinomato per la buona produzione di legumi, posto, la più parte, su un cocuzzolo, fosse stato, da una notte all’altra, elevato a capoluogo di Provincia”9.
Sta di fatto, tornando a quell’annuncio del 6 dicembre del 1926, che si trattava, tutto sommato, di una gran bella provincia: monti a iosa, fiumi e valli, ben 117 comuni, addirittura tre in più di quelli della provincia di Roma (114), ma, soprattutto, 150 chilometri di costa, talvolta tra scorci da sogno e non pochi riferimenti mitologici.
Un desiderio, per chi in ciò aveva sperato e per ciò aveva operato, che si avverava.
Una gran bella notizia, insomma. Ma non per tutti.
L’istituzione della nuova Provincia, come sempre capita, non beneficiò di un consenso unanime. Cosicché se Ferentino e Cassino ebbero a recriminare per essere state bypassate senza tanti complimenti, Sezze e Terracina, dal canto loro, nella previsione che una certa ipotesi potesse concretizzarsi, come in effetti poi si sarebbe concretizzata, già nell’estate appena passata si erano attivate per sostenere la richiesta di Velletri di essere aggregata a Roma, ritenendo addirittura umiliante l’eventualità di essere destinate a Frosinone. Secondo Leonardo Musci, “quest’ultimo problema era particolarmente sentito dalle popolazioni del mandamento di Piperno che facevano capo a Frosinone per sottoprefettura e a Velletri per altri servizi (per esempio ispettorati demaniali, forestali, scolastici)”. Non solo: “nel 1907 a Sonnino era stato indetto un referendum consultivo per il distacco dal circondario di Frosinone, passato all’unanimità ma senza esito pratico” 10.
Per ventisei giorni, dunque, nell’ultimo scorcio di quel 1926, Frosinone visse nell’illusione di essere il capoluogo di una grande provincia, di una provincia di tutto rispetto, soprattutto con uno sbocco, e che sbocco!, al mare.
Poi, però, dovette accadere qualcosa di molto rilevante, forse una grossa pressione romana o chissà cosa, se, nel giro di quei ventisei giorni, quella decisione saltò letteralmente: infatti, con il regio decreto11 del 2 gennaio 1927, numero 1, la provincia di Frosinone si vide privata della costa tirrenica, che venne attribuita a Roma, e di una popolazione complessiva che assommava a circa 140 mila unità.
Cosicché alla fine, dell’ex circondario di Gaeta andarono alla nuova provincia soltanto 11 comuni che, uniti ai 37 dell’ex circondario di Frosinone – Amaseno, Castro dei Volsci e Vallecorsa sarebbero “tornati” a Frosinone con un decreto del 31 marzo 1927 – ed ai 41 di quello di Sora, in totale 89, ne costituirono l’effettiva ossatura con una popolazione complessiva di 424.634 abitanti che la ponevano, fra le 92 province italiane, al 35.mo posto per numero di abitanti e al 39.mo per superficie del territorio.
Per Frosinone, la riduzione di territorio fu uno smacco bello e buono.
Ma la decisione come venne giustificata?
Con la mancanza dei collegamenti fra il litorale tirrenico ed il nuovo capoluogo. Parrà strano ma andò proprio così.
Il giornalista Gugliemo Quadrotta, uno di quelli che più si era battuto per la causa, scrive, infatti, che “la ragione fondamentale per la quale la Provincia di Frosinone è stata privata del litorale è quella della mancanza di comunicazioni fra il Capoluogo e Formia. Ma a parte il fatto che una linea automobilistica iniziata di recente non ostante che il litorale gaetino faccia parte della Provincia di Roma, fra Frosinone e Formia, funziona con notevole traffico, vi era un progetto già approvato dalle autorità competenti, di una ferrovia Roccasecca-Formia di 44 Km di percorso che unirebbe il litorale alla Provincia e avrebbe anche un carattere nazionale per la corrispondenza, attraverso il Lazio, fra il Tirreno e l’Adriatico, permettendo un traffico di merci rapido ed economico, oltre al valore strategico della linea ferroviaria”12.
Un discorso d’annata con tante buone intenzioni ma senza speranza alcuna di una concreta attuazione.
Identica è la giustificazione che viene fornita dall’avv. Nicolò Maraini, un avvocato originario di Como che fu il primo segretario federale dei fasci della nuova provincia, il quale, appunto, motiva la revisione dei confini col fatto che essa era da collegarsi esclusivamente “ad opportunità di comunicazioni ferroviarie”13.
Pur tuttavia lo stesso Maraini non poté fare a meno di ammettere che la decisione “ha alquanto disintegrato lo stato di fatto risultante dal primo provvedimento che aveva sistemato una partizione amministrativa e territoriale perfetta”14. Poiché, però, più di tanto evidentemente non si poteva dire, “comunque”, conclude Maraini, “anche oggi qual è costituita la Provincia Ciociara realizza un insieme armonico di interessi e raggruppa importanti forze agricole, commerciali ed industriali di una interessantissima plaga italiana”15.
Chi, come dire, resta spiazzato è, invece, il dott. Ubaldo Bellini, il primo prefetto della nuova provincia, che le sue dichiarazioni le aveva rese il 10 dicembre 1926, segno che non si era perso tempo nel concretizzare la decisione presa dal consiglio dei ministri appena quattro giorni prima: “Io so che vengo tra una gente abituata al lavoro e dotata di tutte le virtù che al lavoro incitano e che dal lavoro derivano”, aveva detto Bellini. Aggiungendo appena dopo: “L’agricoltura combatte la sua quotidiana, silenziosa battaglia fatta di savie previdenze e di vita sobria, onesta e parsimoniosa; l’industria trae dal corso della acque e dalle loro cascate16  la forza che è vita; sul mare pescoso si stende la divina bellezza che allietò gli ozi di Cicerone.”17.
Peccato che il riferimento al “mare pescoso” che allietava “gli ozi di Cicerone” nel giro di qualche settimana avrebbe perso ogni valore.
Lascia comunque perplessi la giustificazione addotta per motivare la decurtazione di territorio, giustificazione che attiene, peraltro, un problema ancor oggi irrisolto, e che aveva sicuramente una sua validità ma che inevitabilmente porta a chiedersi, e a chiedere: perché di ciò non si tenne conto in prima battuta, ovvero nel decreto istitutivo del 6 dicembre?
C’è da supporre che qualcosa di grosso dovette accadere e la conseguenza fu la riduzione del territorio attribuito a Frosinone. Che, anzi, rischiò, forse, peggio. Addirittura di essere privata del titolo appena conferitole di capoluogo di provincia.
Che le cose non filarono lisce così come si diede ad intendere è, infatti, ipotesi in qualche misura confortata da alcune considerazioni cui uno dei più autorevoli esponenti fascisti provinciali, Carlo Bergamaschi, all’epoca segretario federale, si lasciò andare in occasione della visita in provincia del segretario del P.N.F. Achille Starace, il 5 marzo 1933.
C’è, in un passaggio del discorso di benvenuto di Bergamaschi, un ritorno al passato: dapprima parole che sanno di entusiasmo, quando ricorda “il primo periodo”, quello, cioè, che ha “ancora i bagliori dell’epica invidiata vigilia e vive nelle risonanze eroiche della Marcia su Roma, cui le contrade delle valli del Sacco e del Liri diedero arditamente centurie di volontari”; poi parole, invece, rivelatrici di una “inquietudine”, rimasta drasticamente celata, che dovette scuotere con notevole intensità non solo i vertici locali del partito appena dopo “la creazione della Provincia che ricompose ad unità le terre del Latium Novum, accomunando alle popolazioni del Frusinate quelle del Sorano e del Cassinate”. Insomma, dice Bergamaschi, l’elevazione di Frosinone a capoluogo “produsse un certo inevitabile disorientamento nei vari campi: il disorientamento non fu subito dominato e si aprirono i solchi delle rivalità campanilistiche. L’azione del Partito diventava sempre più necessaria ma anche più difficile tra il dilagare dello cose tristi e pettegole, che offuscavano ogni sensibilità e corrodevano il giovane organismo creato dal Duce, proprio mentre si svolgeva in pieno vigore il tempo della ricostruzione operosa della nazione”18.
D’altro canto, dice Bergamaschi rivolgendosi direttamente a Starace, “all’E.V. sono ben note tutte le vicende in cui fluttuò in quell’epoca la vita politica ed amministrativa ciociara”. Ma probabilmente si trattò molto di più che di una semplice “fluttuazione” se, addirittura, “nel rabbuiato orizzonte [si] vide sfolgorare la lucente spada del Duce, a minacciare di soppressione la Provincia”19.
Meglio, allora, la decurtazione di territorio che non l’eliminazione della provincia. La quale, ben presto finì con l’essere decantata come “una delle più belle, operose, attive, sobrie, provincie italiane”.
E, sebbene neonata, veniva già celebrata come la “‘provincia rurale’ per eccellenza”20.
Con tanti saluti al “mare pescoso” che allietava “gli ozi di Cicerone”.

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1 La Ciociaria. Agosto 1924.
2 Leonardo Musci, Il Lazio contemporaneo: regione definita; regione indefinibile. In “Atlante storico-politico del Lazio”. Editore Laterza. Bari, 1996,  p. 143, nota.
3 Ciò sarebbe accaduto nel 1928 dopo che, nel 1926, aveva mutato la testata in Rassegna del Lazio e dell’Umbria.
4 Sandro Giuliani, Le 19 provincie create dal Duce. Popolo d’Italia, Milano 1928, p. 151.
5 Idem c.s.
6 Al comma 5 dell’articolo 1 venivano erroneamente attribuiti a questo circondario i comuni di Pastena, Pico e San Giovanni Incarico, appartenenti invece a quello di Sora. Come tali, peraltro, essi risultavano già trasferiti in blocco alla nuova Provincia di Frosinone.
7 Ricognizioni(I.) Scrittori e Giornalisti della Provincia di Frosinone, a cura di Guglielmo Quadrotta, Arpino 1933, p. 13, nota. Il telegramma era distinto dal N. 30920.
8 Idem c.s., p. 14, nota.
9 Tancredi Grossi, Sempre a proposito dell’Università. In Il Gazzettino del Lazio, 23 (1975), 7, p. 1.
10 Leonardo Musci, Il Lazio contemporaneo: regione definita; regione indefinibile, op. cit., p. 141.
11 Sarebbe stato convertito in legge il 29 dicembre 1927 (n. 2584).
12 La Provincia di Frosinone. Numero unico edito dalla Federazione provinciale fascista. 1927, p. 61.
13 Rassegna del Lazio e dell’Umbria. 4 (1927), 7-8, 1-30 aprile 1927, p. 105.
14 Idem c.s.
15 Idem c.s.
16 Bellini in passato aveva diretto il “commissariato civile” di Isola Liri.
17 La Provincia di Frosinone, op. cit., p. 8.
18 Carlo Bergamaschi, Fascismo in Ciociaria. Frosinone 1933, pp. 12-13.
19 Idem c.s. , p. 13.
20 L’escursione giornalistica nella Provincia di Frosinone. In Rassegna del Lazio e dell’Umbria, 4 (1927), 15-18, Agosto-Settembre, p. 206

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