La connivenza fra monaci e briganti: una leggenda da sfatare


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di Costantino Jadecola
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03.jpgChe i Piemontesi tentino in tutti i modi di accreditare una presunta connivenza fra i briganti e la chiesa di Roma è un dato di fatto che, tra l’altro, trova conferma in ciò che scrive un ufficiale del loro esercito, Alessandro Bianco di Saint Jorioz, “Capitano nel Corpo Reale di Stato maggiore Generale”, il quale afferma che “i monaci dei conventi di Casamari, Trisulti e San Sosio nemicissimi al Governo italiano, fautori e manutengoli di brigantaggio, predicatori di reazioni e disordini, eccitatori furenti ed implacabili di saccheggi e di rapine, non anelano che a restaurazioni sanguinose. I loro conventi sono i ricettacoli di tutte le bande che minacciano la frontiera, nidi di furfanti, quartieri generali di tutti i malfattori che Francesco Borbone e il governo papale gettano sul confine”1.
Il deputato Giuseppe Massari, dal canto suo, non gli è da meno e nella sua relazione sul brigantaggio nelle province napoletane conseguenti l’inchiesta della specifica commissione parlamentare di cui era presidente, è più che convinto del fatto che se a Roma avviene l’“ordinamento regolare di bande (…), i conventi di Trisulti e di Casamari sono ricettacoli notissimi di briganti; sono i loro quartieri di predilezione”.
Alla luce di queste e di consimili affermazioni, viene da chiedersi chi mai fossero questi briganti dal momento che dovrebbe trattarsi, ovviamente, di briganti diciamo “politicizzati”, ovvero impegnati a far sì che Francesco II di Borbone potesse tornare in possesso del suo regno, quel Regno delle Due Sicilie sottrattogli dai piemontesi. Ma di un tal genere di briganti l’unico cui viene da pensare è Luigi  Alonzi, detto Chiavone, che, però, terminò la sua avventura umana nel mese di giugno del 1862.
Di altre bande operanti a cavallo della frontiera e caratterizzate da finalità legittimiste o con intenti politici riesce difficile trovare traccia. Al contrario, questo sì, lungo quella stessa frontiera operava una folta schiera di delinquenti, diciamo pure comuni, i quali, agendo per loro esclusivo tornaconto, sfruttavano le circostanze, cercavano di evitare per quanto possibile contatti con i “belligeranti” e costituivano una costante minaccia per quanti vivevano al di qua e al di là della frontiera fra Stato Pontificio e Regno d’Italia, già delle Due Sicilie. Tra i quali, appunto, i frati dei conventi di Trisulti, Scifelli, Casamari e San Sosio, che, è il caso di ricordare, si trovavano tutti in territorio dello Stato Pontificio, cioè nel territorio di uno stato sovrano al cui vertice era la più alta autorità della chiesa cattolica cui si rifaceva quella religione che era poi la stessa di coloro che in quei conventi dimoravano e della quale erano anche, come dire, custodi e “legali rappresentanti”.
Sarà anche il caso di ricordare che questi veri e propri fortini della fede oltre ad essere posizionati nella parte più meridionale del territorio pontificio erano tutti ubicati in luoghi isolati tant’è che tale loro caratteristica se oggi appare alterata sia a Scifelli che a Casamari, dove l’originario isolamento, soprattutto in tempi a noi abbastanza vicini, è stato letteralmente annientato dalla crescente e spesso spontanea urbanizzazione, al contrario è ancora riscontrabile sia a Trisulti che a San Sosio.
Si trattava, insomma, di strutture appartate che, di conseguenza, non potevano non essere facile preda di quella diffusa delinquenza la quale non doveva avere difficoltà alcuna nel sottomettere al proprio volere ed al proprio potere anche i poveri religiosi che in esse vivevano ed ai quali, dunque, non restava altro da fare che ubbidire o soccombere.
In una situazione del genere, dunque, non si riesce a capire cosa potesse esserci di male se i monaci di Trisulti, Scifelli, Casamari e San Sosio, ammesso e non concesso che le cose siano andate così come dicono gli invasori piemontesi, attuassero ogni accorgimento per tutelare essi stessi e il loro stato al punto da dare l’impressione di essere complici dei briganti.
Ma la domanda è un’altra: perché mai i Piemontesi s’interessano a ciò che accade in questi conventi e, in particolare, a certa loro presunta immoralità?
È pacifico supporre che il fine ultimo di tale attenzione sia quello di promuovere una visione distorta della situazione in modo tale da fare apparire il brigantaggio e chi lo appoggia “non come una reazione politica ma come una piaga sociale”. Ne è convinto il gesuita padre Carlo Piccirillo il quale scrive che con la storia di questa connivenza tra briganti e Chiesa “si travia l’opinione pubblica e l’oppressore si cangia in benefattore. Bisogna di più che si gridi forte essere il Brigantaggio animato, nutrito, diretto da Roma, perché Roma non è ancora occupata dal Piemonte: così si persuaderà alla diplomazia che, per far cessare un tanto lacrimevole flagello delle popolazioni napoletane, è necessario che Roma sia ceduta, cacciatone il re Francesco che vi è ospitato ed esautoratone il Papa Pio IX che vi è Sovrano.”2 In tal modo, l’azione del governo di Torino apparirà come necessaria ed improcrastinabile per sanare certe situazioni e riportare alla normalità uno stato di cose ormai in avanzato stato di dissoluzione.
Peraltro, se davvero ci fosse stata questa connivenza denunciata dai Piemontesi, allora, il padre superiore del convento dei Liguorini di Scifelli, Vincenzo Macchiusi, si sarebbe dovuto comportare in tutt’altra maniera quando, il 19 di gennaio del 1861, Émile De Christen, un legittimista alsaziano di 26 anni che aveva posto la sua spada prima al servizio di Pio IX e poi di Francesco II, bussò alla porta del suo convento per chiedere ospitalità per lui e per i suoi uomini. Manchiusi, però, lo racconta lui stesso, non solo non spalanca le porte ma non si lascia nemmeno andare ad una accoglienza che le circostanze avrebbero non solo giustificato ma imposto. E ciò, soprattutto, nel timore – e lo dice apertamente – che la notizia “della venuta in Scifelli di questi “reazionari” sarebbe pervenuta in Sora, e immediatamente vi sarebbe stato spedito un buon nerbo di truppe piemontesi per abbatterla; ed in questo caso il collegio in poche ore sarebbe stato distrutto.” Cosicché, aggiunge Manchiusi, “io non lasciai mezzo intentato per persuadere il detto colonnello a dirigersi altrove, dimostrandogli che in poche ore sarebbe stato assalito dalla truppa regolare de’ suoi nemici, e che avrebbe formata la rovina propria e di questa casa.”3
Né è diversa la risposta che sempre De Christen si sentì fare un paio di giorni dopo dall’abate di Casamari, Angelo Gallucci, al quale anche aveva chiesto “un temporaneo ricovero alla sua gente affamata e rifinita di forze”. L’abate risponde: “In quanto al vitto, la carità come c’è per i poveri dei dintorni, c’è anche per i poveri soldati vostri (…); ma in quanto al ricovero, io non posso darvelo, perché se qui si trovassero i Piemontesi, addio religiosi; addio monastero.”
Appare dunque ben chiaro che se Scifelli e Casamari fossero stati per davvero covi di malfattori e di conniventi o manutengoli dei briganti i religiosi che in essi vivevano non avrebbero avuto timore alcuno nell’aderire alla richiesta di ospitalità, con l’opportunità, oltretutto, di rendersi disponibili per la causa. Ma così non è perché i superiori di entrambi i conventi temono soprattutto la reazione dei Piemontesi della cui violenza devono evidentemente essere a conoscenza.
Eppure si tratta di conventi ubicati in territorio dello Stato Pontificio, ovvero di uno Stato sovrano al quale, peraltro, i Piemontesi sino a quel momento non hanno ancora fatto pervenire uno straccio di dichiarazione di guerra. Semmai, in seguito, la faranno pervenire.
Il caso vuole, comunque, che, diversamente da Scifelli, il timore paventato dall’abate Gallucci a Casamari si manifesti in tutta la sua furia verso le 4 pomeridiane di martedì 22 gennaio 1861 quando i soldati piemontesi agli ordini del generale Maurizio De Sonnaz, dopo aver violato il confine pontificio, attaccano l’abbazia.
La truppa, scrive don Benedetto Fornari, “cominciò a sfasciare e porte e finestre, e svaligiare tutte le officine: Foresteria, Camere Abaziali, Cucina, Dispensa, Cancelleria, Forno, Porteria ed in fine la Sacrestia, e come ciò non bastasse alla rapacità dei Vandali Piemontesi fu sfasciato il Ciborio: buttate via le Sacre Specie e presa la S. Pisside, rotte le torce e le lampade dell’Altare Maggiore, ed insieme coi candelieri ne fecero un mucchio vicino una colonna per appiccarvi fuoco.”4
Non contente di ciò, “le milizie piemontesi, inviperite per la disfatta che toccò loro in Bauco, aveano rinnovato nel povero Episcopio di Sora la medesima depredazione di Casamari, e, quel che più fece maraviglia, niuno si trovò in quella città, che avesse almeno in qualche modo tentato d’impedire una si vandalica operazione, la quale non aveva avuto luogo giammai neppure nelle più spaventose vicende, cui era ita soggetta quella città. Anzi non mancarono dei perversi, i quali sia formalmente, sia materialmente ebbero cuore di partecipare al saccheggio, e tra gli altri fu uno che, tramischiatosi tra quella bordaglia non ebbe ribrezzo di predare il misero letto del proprio Pastore. La quale circostanza riferita a Giuseppe (ovvero il vescovo Montieri che si trovava a Roma, ndr), anzi che cagionargli afflizione, ebbe a ricolmarlo di gioia, in quanto poteva ancor egli, come già fece, ripetere col suo Divin Maestro: ormai non habeo ubi caput reclinem5. Abbenché non avesse egli potuto immaginare siffatto avvenimento, pur nondimeno, memore della premura onde nel 48 andavasi in traccia di carte, prima di allontanarsi da Sora pose in salvo una quantità di documenti riguardanti il sacro suo ministero. Non pensò di fare altrettanto però coi propri scritti, che lasciò chiusi dentro un armadietto del genuflessorio, cosicché insieme con tutto il resto, scassinato ancor questo, di moltissimi componimenti che vi erano in materia specialmente di predicazione e di diritto canonico, non restarono che alcuni pochi inutili brani.”6
A seguito di ciò, l’episcopio sorano venne convertito in ospedale militare e “alla medesima sorte andò soggetta la Chiesa Cattedrale, che fu cambiata in caserma, e finalmente fu apposto il sequestro alle rendite della mensa, comprese ancor quelle ch’erano già maturate, e di cui a tempo utile non si era procurata la esazione, come ancora i cattedratici e le quarte funebri dovute dai parrochi e dai Capitoli; e tutto ciò, perché il Vescovo, contro di cui già esisteva un mandato di arresto, non risedeva in Diocesi!! Era pur d’uopo di un singolare cinismo!”7
Problemi ci furono anche per San Sosio sia nel 1861 che nel 1863, sempre per via della solita voce secondo la quale nel ritiro si desse “ricetto” ai briganti. Si legge, infatti, nella cronaca del convento, detta “platea”8, che “per i sconvolgimenti politici di quest’epoca, questo Ritiro così attiguo al Regno non dovea andare immune da qualche disturbo. In questi anni difatti furono impediti i Religiosi di fare la questua nel Regno per il che tre parti delle ordinarie questue assegnate a questo ritiro non si poterono fare onde si ebbe non poco a stentare per provvedere del necessario la numerosa famiglia religiosa. Per essere poi questo ritiro in solitudine, e sul confine, fu fatto segno alle calunnie dei tristi del Regno i quali sparsero voce che qui si desse ricetto ai cosiddetti briganti quantunque qui non vi abbiano questi mai dimorato anzi non si siano mai veduti almeno armati. Queste dicerie si fecero giungere alle orecchie degli ufficiali della guarnigione francese i quali si mostrarono troppo facili a crederlo. Onde nel novembre del 1861, mentre accadeva un conflitto tra briganti e Piemontesi all’Isoletta ed a San Giovanni Incarico, una pattuglia di Francesi che perlustrava il confine si portò a questo Ritiro ordinando ai Religiosi di chiudersi in clausura: e così fu fatto. Ma sopraggiunto il Capitano Francese con tutta la sua compagnia di Ceprano e supponendo falsamente che i Chiavonisti fossero partiti da questa parte (quando invece vennero dal territorio di Sora e di Castelluccio) senza alcuna prevenzione ordinò di abbattere la porta della Chiesa vecchia. Ai colpi accorsero i Religiosi ad aprire; in questo sopravvenne il Signor Capitano Pontificio (?) che guidava alcuni gendarmi, e questi dichiarò al Francese l’immunità del luogo Sagro, e lo redarguì di quel modo violento usato contro un S. Ritiro di inermi Religiosi. Volle con tutto ciò il Capitano Francese visitare alcune stanze: ma ben presto si rimise dalla prima teoria e chiedendo mille scuse dell’equivoco preso, e del modo violento, domandò da mangiare per la sua Compagnia che era tuttora digiuna. Il che fatto, se ne partirono tutti e con termini obbliganti licenziossi il Capitano dal Superiore.”
Ma se nel 1861 e nel 1863 per San Sosio si trattò solo di voci con conseguenze di scarsa entità, ben diversamente andarono le cose alcuni anni dopo quando Falvaterra viene occupata dai volontari del sud che al comando di Giovanni Nicotera sono diretti alla conquista di Roma per l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia ed il ritiro è soggetto alle arroganti pretese dei garibaldini.
“Nel mese di ottobre 1867 quando bande rivoluzionarie capitanate dal Garibaldi invasero sacrilegamente in un colle altre questa Provincia, il Ritiro di San Sosio”, si legge sempre nella richiamata “platea”, “dove soffrire quanto le altre case religiose dello Stato Pontificio. Sin dal dieci ottobre la banda comandata dal Nicotera si accampava ed ingrossava tra Pastena ed il confine; il 13 dello stesso mese un mano di Garibaldini occupò Falvaterra e dopo aver manomesso le casse pubbliche, ed abbattuti li stemmi Pontifici ed insultato l’Arciprete volendolo costringere in pubblica piazza a predicare decaduto il Paterno Governo Pontificio, si mosse verso questo ritiro onde perquisire foraggi e cavalli. Un sedicente tenente guidava quelli sciagurati e col suo esempio animava i suoi a fare sacrilego strapazzo dei poveri religiosi. Ne rinchiusero cinque col P. Rettore nel Refettorio ove intimarono loro, senza ammettere replica, che o cinque cavalli si consegnassero all’istante o cinque religiosi sarebbero fucilati che eran sitibondi del loro sangue. In casa era un solo cavallo, e due altri erano a Ripi, nondimeno volevan entro mezzora cinque cavalli sotto pena della fucilazione di cinque religiosi, e sagramentava il tenente che egli era uomo da mantenere la parola. Guai a chi tentasse repliche! Misurava i colpi colla sciabola e ne tirava orrendi sulle tavole lasciandovi profonde impressioni.
“Alla fine preso l’unico cavallo che era nella stalla e le bardelle ordinaron che immediatamente si facessero venire da Ripi gli altri due cavalli e si consegnassero al Sindaco di Falvaterra. Vollero quindi il Rettore al deposito e perché scarso era di denaro, non essendovi che circa 13 scudi, il detto tenente montò a furie eccessive e cavata la pistola a rivolta l’appuntò all’orecchie del P. Rettore intimandogli che cavasse altri denari altrimenti al tergo intimo avrebbe lasciato il colpo. Visto peraltro che nulla giovavano le minaccie, prese quel poco denaro, e due religiosi in ostaggio pei cavalli, partiva co’ suoi. Se non che i due religiosi furono subito rilasciati ed i due cavalli presentati al Sindaco la sera stessa; questi, essendo passati i Garibaldini in Falvaterra, li rimandò al Ritiro. La sera medesima si presentarono tre sconosciuti che a nome dell’intrusa rivoluzione ordinarono il mangiare per 100 persone e dovettero i religiosi preparare anche il pane che mancava; peraltro, benché passassero nella vicina strada frotte di garibaldini che andavano ad ingrossare le bande, pur nondimeno non vennero le minacciate cento persone. I poveri Religiosi veduti i truci aspetti di quelli sciagurati che si dichiaravano loro nemici mortali, uditene le orribili bestemmie; ed esperimentatine i modi più che barbari, allibirono e, chi più, chi meno, amava allontanarsi a cercar ricovero negli altri Ritiri.
“Il P. Rettore partì subito per Roma ove dal P. Rev.mo ottenne licenza che i Religiosi che lo volessero si ricoverassero o in Ceccano o in Paliano o in Ferentino o in Montecave; e con questo permesso partivano due Padri, uno per M. Cave; ed uno per Paliano; due vecchi Fratelli infermi furono mandati con compagno a Ferentino. Intanto partivano da Falvaterra quei Garibaldini; ma nel paese restava il Governo provvisorio composto dalla Giunta e dalla Guardia Nazionale.”
“(…) Non tardarono molto a stazionarsi in Falvaterra altri garibaldini capitanati da un tal Antinori e questi avendo perfino esaurito il grano del Monte di Pietà per isfamare i suoi, voleva mandare a suggestione di un sedicente Commendatore Bennati (Cavadenti) l’intiera Compagnia a discacciare i Religiosi e satollarsi con le loro povere masserizie. Ma il Sindaco facendo valere non si sa qual ordine del Generale Nicotera l’impedì a tutt’uomo; che anzi mandò una scritta al P. Rettore in cui gli si vietava di dare a veruno alcun che, senza l’ordine della Giunta provvisoria. Soltanto il dì 26 ottobre venne improvvisamente l’istesso sedicente Capitano Antinori nel mentre che trattenevansi i Religiosi col Superiore in ricreazione presso il prato.
“In prima atteggiatosi a cortesia richiese modestamente le armi; ma veduto che gli si negavano per la semplicissima ragione che non vi erano in niun modo, prese a parlare da Garibaldino, minacciando fucilazione, e che se partiva senza l’armi sarebbe tornato a mettere a ferro e fuoco il Ritiro. Non valevano ragioni, non testimoni e dopo aver fatto le furie per un pezzo, all’osservazioni di una sua guardia parve persuaso non aver noi armi e si partì fra il soddisfatto ed il malcontento lasciando in forse i religiosi del peggio che ne sarebbe avvenuto. La sera s’accrebbe il timore nella Comunità, quando veddesi scendere da Falvaterra l’intiera Compagnia; ma respirarono alquanto, quando invece si vidde che quell’orda passava il fiume per andare a Ceprano.
“Dopo altri alquanti giorni di costernazione, si consolarono i religiosi nel vedere partire dallo Stato Pontificio le bande rivoluzionarie e le truppe italiane, e restituito fra la gioia delle città e paesi il paterno Governo della S. Sede.”
Sempre in prosieguo dell’avanzata dei volontari garibaldini verso Roma, la sera del 26 ottobre 1867 anche Casamari subisce, dopo quella di gennaio del 1861, una seconda, violenta invasione concretizzatasi, tra l’altro, nella sottrazione di beni di varia natura di proprietà dei monaci. E quando un paio di giorni dopo furono per andar via “per la dirottissima pioggia” gli stessi garibaldini “spogliarono le persone dei monaci coi revolver alla mano strappando loro di dosso mantelli, cappucci e cocolle per ricoprirsi, rubando anche i quattro cavalli ed una mula, né dimenticando di levare il peso del ferraiolo d’inverso all’Abate, le sue camicie di lana, la borsetta di danaro che avea in dosso con entro circa 45 paoli e qualche scudo di rame che andava distribuendo ai poveri orfani pel cholera, e strappatogli l’anello abaziale dal dito.”9
Insomma nelle vicende che portarono infine all’unificazione nazionale non possono dimenticarsi situazioni come quelle appena raccontate, rimaste per troppo tempo nel dimenticatoio forse per non incrinare il mito di una unità nazionale che, però, più il tempo passa e più ci si rende conto che dovette essere tutt’altra cosa rispetto a quella che ci è stata raccontata sui banchi di scuola e che ancora oggi qualcuno, che fino all’altro ieri ignorava addirittura, e calpestava, il concetto di patria, si sforza di voler accreditare.
Cosicché nel novero di quelli che fecero questa nazione unita, penso sia il caso di riservare un piccolo spazio anche a quei monaci dei nostri conventi di frontiera vittime non solo dei briganti propriamente detti ma anche di chi, volendo appropriarsi di cose altrui, non esitò a manifestare la propria arroganza e prepotenza in termini ben peggiori.

1 Alessandro Bianco Di Saint-Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863. G. Daelli & C. Editore. Milano. 1864, p. 204-205.
2 Carlo Piccirillo s. j., La relazione della commissione d’inchiesta intorno al brigantaggio. In La Civiltà Cattolica. Serie V, vol. VIII, 5 ottobre 1863.
3 Idem.
4 Benedetto Fornari, L’Abbazia di Casamari e il brigantaggio in Rivista Cistercense Anno I, n. 3. Settembre-Dicembre 1984. p. 261.
5 Luc. IX. 59.
6 Saggio di pratica pastorale ossia Memorie sulla vita episcopale di Monsignor Giuseppe Montieri Vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo per un ecclesiastico suo familiare (Canonico Luigi Spinelli suo segretario). Volume I. Tipografia degli Accattoncelli. Napoli. 1870, pp. 581-582.
7 Idem.
8 Ringrazio padre Costantino Comparelli per la cortesia di aver messo il documento a mia disposizione.
9 L’Osservatore romano, 10 dicembre 1867.

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