Caira: i suoi abitanti storicamente sempre uniti a difesa degli interessi del villaggio


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di Sergio Saragosa

007.jpgAlla fine del XVIII secolo, l’antica chiesa di S. Basilio in Caira, risultava in pessime condizioni e il parroco del tempo chiese al Decurionato di S. Germano (Amministrazione comunale di Cassino) di ripararla per renderla agibile e fruibile da parte dei circa 500 fedeli che contava allora il villaggio di Caira. Ma il Decurionato, secondo la prassi del tempo, volle sapere cosa suggeriva il sovrintendente di Caserta riguardo a questa richiesta e, come da iter burocratico consolidato nei secoli, la suprema autorità volle conoscere tra le altre cose quanti abitanti contava Caira, quanto distava da S. Germano, con quali altri paesi confinava, chi aveva provveduto in altre circostanze a far fronte alle opere di “riattazione della chiesa” e, … chi più ne ha, più ne metta. Gli anni intanto passavano e nel mese di dicembre del 1811, sfogliando polverose pile di antichi documenti, un solerte dipendente del Decurionato ritrovò nell’archivio di S. Germano un documento  risalente all’anno 1668, che ci interessa in particolar modo perché rende onore ai nostri antenati. Il documento in oggetto è un atto notarile redatto il 21 gennaio del 1668 in S. Germano, e voluto da due parroci di S. Germano, don Antonio de Tarsia (curato del villaggio di Caira) e don Giovanni Suardo (curato del  Casale Farignola, antico “Monacato”), da una parte e alla presenza di don Augustino di Napoli, cellerario e pro Vicario Generale dei monaci cassinesi, e 17 abitanti di Caira, dall’altra. Si era arrivati a questo atto perché all’epoca gli abitanti del villaggio di Caira non avevano il parroco residente in paese a causa della mancanza di abitazione annessa alla chiesa e soprattutto perché il ridotto numero di abitanti, poco più di 200, non consentiva, secondo le leggi del tempo, l’obbligatorietà di residenza al curato titolare della chiesa. Gli abitanti di Caira, stanchi di veder morire i loro cari senza l’immediato conforto dei sacramenti, di essere costretti ogni volta a recarsi a S. Germano per una nascita o per le varie altre necessità e di poter fruire della santa messa solo la domenica e nelle feste comandate, decisero di correre ai ripari. Avevano già precedentemente fatto ricorso a Roma senza ottenere giustizia e fu solo grazie all’intercessione del pro Vicario, “… mosso a compassione per il male che ne derivava per i Casalesi di Cairo il non avere il parroco in paese …”, che si poté giungere ad un accordo. Alcuni abitanti del villaggio, 17 per la precisione, e cioè Stefano Roscilio, Angelo de Antone, Carlo de Varno, Baldassarre Roscillo, Luca Pittiglio, Giacomo Antone, Francesco Nardone, Matteo Nardone, Antonio Colella, Giacomo Nardone, Maurizio Miele, Michele Miele, Luca Saragosa, Nicola Taro, Antonio Velardo, Ambrogio Fardelli e Marco Antonio Miele, “… per conto proprio, per conto degli altri abitanti, dei loro eredi e successori …” , si obbligarono a costruire l’altare, il tabernacolo e il S.S., a tenere la lampada accesa di notte e di giorno, a fornire tutta la cera e, dulcis in fundo, “… di riparare la chiesa ogni volta che si renderà necessario …”. Tutto ciò come già avevano fatto nel passato, a loro spese. Inoltre, “… siccome il parroco e i suoi successori non potranno vivere decorosamente solo con 15 ducati i Cairesi ogni anno daranno 15 tomoli di grano buono alla raccolta …”. E tutto questo per avere il curato residente in paese. Don Antonio e don Giovanni infatti, dandogli  rispettivamente 8 e 7 ducati, avevano convinto un altro curato, don Germano della Nunziata, ad accettare di risiedere in Caira.
Fu appunto per aver preso l’impegno di riparare ogni volta la chiesa a loro spese, che questo atto causò un sacco di fastidi e di ritardi ai Cairesi, quando chiesero che la cadente chiesa di S. Basilio fosse rimessa a posto. Tra rinvii e richieste varie della sovrintendenza di Caserta e della sottointendenza di Sora, si arrivò infine a riconoscere che la popolazione del villaggio di Caira versava in misere condizioni e che non poteva più far fronte agli impegni presi il lontano 21 gennaio del 1668. Si era giunti infatti  al 1825 e le continue guerre, le invasioni di eserciti stranieri e le varie rivolte avevano depauperato il territorio e le popolazioni versavano in precarie condizioni.
Qualche tempo dopo, comunque, fatte le opportune perizie, iniziarono i lavori e, finalmente la Chiesa di S. Basilio fu riaperta ai fedeli. La popolazione di quello che attraverso i secoli passati era denominato a volte Casale di Caira ed altre volte Villaggio di Caira o Cairo Villaggio, ha avuto sempre un rapporto tormentato con la Chiesa di S. Basilio e con i curati ad essa assegnati per vari motivi. Dai documenti esistenti sia nell’Archivio di Montecassino che di Caserta, risulta che la chiesa solo poche volte è stata in buone condizioni e ha avuto sempre bisogno di essere riaccomodata e quasi mai i parroci hanno potuto risiedere in paese. Ciò si è verificato solo quando diventava parroco uno degli abitanti di Caira e nei periodi senza guerre che coincidevano con un aumento della popolazione e con una condizione economica fiorente. Alla fine del XVIII secolo gli abitanti di Caira avevano già iniziato a costruire nuove mura intorno a quelle cadenti della vecchia chiesa, con il loro lavoro e a proprie spese, ma siccome la situazione generale non era allora tra le più  floride, erano stati costretti a desistere e a chiedere l’intervento del Decurionato di S. Germano.
Quel che balza all’attenzione, leggendo l’atto notarile, è la compattezza dimostrata dagli abitanti di Caira che, stanchi di non poter contare su un parroco residente in paese, mandarono alcuni loro rappresentanti a firmare il documento notarile anche per conto di tutti gli altri e, addirittura, per le generazioni future, accollandosi un oneroso impegno in tempi non certo floridi: un vero accordo capestro dettato dalla disperazione. La determinazione dimostrata, che li aveva già spinti nel passato a produrre un ricorso a Roma, ci fa conoscere degli antenati di cui andare veramente orgogliosi. Sfogliando altri documenti d’archivio, mi è capitato di rinvenire comportamenti identici degli antichi abitanti di Caira, in altre situazioni, a dimostrazione che il bene comune affratellava tutti indistintamente e senza remore di sorta. E sempre risulta che le condizioni economiche non erano tra le più favorevoli. I cognomi delle famiglie di allora, esclusi quelli di de Antone, di Colella e di de Varno  sono quelli ancora oggi presenti nel nostro paese. Ciò sta a dimostrare che il sangue di quei nostri antenati scorre ancora oggi nelle nostre vene e ci auguriamo veramente di cuore che esso ci serva, se ce ne dovesse essere bisogno.

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