I 150 anni dell’unità d’Italia – Episodi di tracotanza nell’Italia postunitaria


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Studi Cassinati, anno 2011, n. 1
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di Emilio Pistilli


A leggere i libri scolastici di storia si direbbe che l’unità d’Italia si raggiunse a “furor di popolo”: si dovettero solo spazzar via i regnanti che lo impedivano; la spedizione di Garibaldi nel Regno delle due Sicilie fu solo una passeggiata trionfale: Calatafimi e Palermo furono episodi destinati ad esaltare l’eroismo dei nuovi (o futuri) “Italiani”; la battaglia del Volturno fu una messa in scena che si risolse in una “pagliacciata” per l’esercito borbonico.
Fu, dunque, una guerra di liberazione dalla schiavitù borbonica, come quella del Lombardo Veneto che fu di liberazione dallo straniero.
Ma finalmente è venuto il tempo del riesame critico di tutto quel periodo della nostra storia. Si è cominciato a riconoscere le esaltazioni retoriche e le contraddizioni della storiografia ufficiale; a chiedersi se furono proprio tutti briganti quelli che si batterono, spesso in migliaia, contro le truppe piemontesi: tutte quelle industrie e attività artigianali che nel centro sud furono smantellate per essere trasferite al nord (per essere più vicine all’Europa, si disse allora) erano state causa di miseria e di degrado sociale? Le infrastrutture, come strade, ponti, ferrovie, canali di bonifica, costruiti in tempi borbonici, erano segni di arretratezza?
Certo, il rischio di capovolgere la lettura della storia è sempre presente quando si scopre l’inesattezza di quella corrente: si rischia di cadere nell’eccesso contrario.
Allora bisogna cercare altre fonti e altri segnali, spesso volutamente ignorati, per farsi un’idea più credibile della realtà storica del periodo studiato.
Ora frequentando gli archivi storici, statali e privati, rispolverando faldoni ammucchiati su scaffali da tempo ignorati, si puó gettare uno squarcio di luce nuova su ciò che accadeva nel passato nei nostri paesi, nelle nostre campagne, su come si comportavano le popolazioni, su come realmente la pensavano.
Su questo filone si registra oggi un dilagare di studi e pubblicazioni che, spesso semplicisticamente – talvolta sprezzantemente – vengono classificati come opera di revisionismo storico.
Già da tempo, per esempio, si è posto all’attenzione degli studiosi il fenomeno della massa di reduci del disciolto esercito borbonico all’indomani dell’unificazione d’Italia: migliaia di uomini, senza più la paga da militari, senza un mestiere, disoccupati, spesso con famiglia da sfamare. Abbandonarli a se stessi fu un atto che oggi considereremmo delittuoso. Così come spesso fu delittuosa la condotta di molti di essi che, per sopravvivere, si diedero al banditismo da strada o al brigantaggio.
Ciò che non si studia ancora è il comportamento tenuto dai nuovi “gestori” del potere, specialmente locale: persone che, senza particolari meriti, salvo quello di aver plaudito alla casa Savoia, si ritrovarono ad occupare posti di responsabilità negli uffici comunali e nella Milizia Nazionale; questi ultimi, col fucile a tracolla e la tracotanza del loro piccolo potere, quante vendette personali e quanti soprusi operarono contro gli ex borbonici o presunti tali? Quante furono le ingiustizie nei confronti di coloro che avevano avuto il solo torto di voler restare fedeli al loro deposto re?
Negli archivi della “Gran Corte Criminale” sono ancora custoditi migliaia di processi a carico di delinquenti comuni e di persone accusate di brigantaggio.
A S. Germano (ora Cassino), per esempio, nel 1861 il sacerdote Vittorio Grossi fu arrestato con l’accusa di brigantaggio per aver dato ospitalità ad un pellegrino proveniente da Napoli, munito di regolare passaporto, che non gli consentiva, però, di recarsi a Roma e poi a Torino, dove era diretto1.
Sempre a S. Germano, nello stesso anno, i frati cappuccini furono espulsi dal loro convento perché sospettati di brigantaggio2.
Ma innumerevoli furono le azioni giudiziarie e di polizia operate nello stesso periodo a S. Germano raccolte sotto la dicitura “brigantaggio”.
Per dare un’idea del clima che si era instaurato nelle nostre terre all’indomani della “liberazione” dai Borbone potrebbe bastare il seguente episodio tratto dal carteggio della Gran Corte Criminale di Caserta3. Capo di accusa a carico di Mariano Pistilli fu Paolantonio: “Arrollamento nello Stato di abitanti, per servire in truppe estere senza l’autorizzazione del Governo del Re. Nonché. Pubblico discorso tendente ad eccitare il malcontento contro le instituzioni Costituzionali. Reati avvenuti in Pontecorvo li 19 Agosto 1861, denunziati al Potere Giudiziario li 26 detto”.
Siamo nell’estate 1861: il 17 marzo dello stesso anno la Camera dei Deputati aveva proclamato Vittorio Emanuele II re d’Italia.
Mariano Pistilli, di Caprile, frazione di Roccasecca, ex militare del disciolto esercito borbonico, nel quale rivestiva il ruolo di “tromba del treno”, si era ritrovato, all’età di 28 anni, senza paga e senza lavoro. Per sbarcare il lunario si era posto al servizio del capitano della Guardia Nazionale di Castrocielo, Tanzilli. Il 19 agosto, per ordine del suo datore di lavoro, si era recato nella Selva di Tora, a confine tra Caprile e Pontecorvo, per assistere due donne dello stesso Tanzilli che dovevano estrarre da una peschiera la canapa lasciata a macerare presso la fontana di quella località. Secondo le varie verbalizzazioni e relative testimonianze, al Pistilli si presentarono due guardie nazionali di Pontecorvo, Pasquale Carbone e Francesco Palazzo, in abiti borghesi e armati di fucile: erano stati inviati in quella zona alla ricerca di manutengoli della banda Chiavone, che andava arruolando uomini per la causa del deposto Francesco II; per tale scopo si fingevano essi stessi emissari di Chiavone. Nel vedere Pistilli, che indossava una consunta divisa dell’esercito borbonico, lo apostrofarono: «Viva chi?»; quello prudentemente rispose: «Viva chi volete voi!». I due agenti – si legge nella relazione del giudice Mastelloni – “si finsero briganti della banda di Chiavone ed invitarono il Pistilli ad arruolarsi in detta banda, mediante il compenso di carlini sei al giorno”. Questi, probabilmente per timore, finse di accettare l’invito e promise di recarsi la sera successiva ad un appuntamento con gli stessi uomini, cosa che non avvenne. Nella deposizione di Mariano Pistilli si legge: «… Due individui sconosciuti ed armati di fucile, nel vedermi mi dissero: chi viva. Io intimorito risposi, vive chi volete voi. Essi soggiunsero, vuoi venir con noi con la paga di sei carlini al giorno, ed io mi rifiutai dicendo che non volevo passare più guai. Indi si presero il pane che portavo e mi dissero, tu sei uno dell’infami individui di Re Vittorio Emmanuele, e dopo essersi informati del mio nome se ne partirono. Ritornato al Paese raccontai tutto al mio Padrone Tanzilli».
Ma il giorno 25 Mariano Pistilli fu riconosciuto dalle due guardie alla fiera di Pontecorvo, dove si era recato per vendere un cavallo del padrone, ed immediatamente arrestato, senza neppure un mandato dell’autorità giudiziaria. Naturalmente si dichiarò innocente e indicò delle persone che avrebbero potuto dimostrare la sua buona condotta e la fedeltà al Re. Fu incarcerato e subito iniziò la procedura a suo carico. Furono ascoltati i testimoni, i vicini di casa di Pistilli, lo stesso capitano Tanzilli e persone “di indubbio attaccamento all’attuale Governo – come diceva il sindaco di Roccasecca Paolozzi4 –, i quali potessero deporre sulle qualità morali e politiche del detto Pistilli”: le verbalizzazioni furono tutte a discolpa dell’imputato; anzi, dalle dichiarazioni delle donne addette all’estrazione della canapa, risultò un comportamento intimidatorio e prepotente da parte delle due guardie nazionali di Pontecorvo.
Il 25 settembre 1861 la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro, 2ª Camera, sentenziava: «Visti gli atti, “considerando che colla istruzione non si sono raccolte prove in danno dell’imputato, il quale fu tratto in arresto non per ordine del potere giudiziario. Riprovevole oltremodo il contegno delle due guardie nazionali che fingendosi della banda di Chiavone spingevano l’imputato ad arrollarsi, ed ancorché questi avesse mostrato di aderirvi in parole ma prendendo tempo, è probabilissimo così rispondesse per timore. Chiede. Che la Gran Corte ordini la conservazione degli atti in Archivio e la provvisoria liberazione di Pistilli” … la Gran Corte [accogliendo la tesi del P.M., n.d.r.], a voti uniformi ordina che gli atti si conservino in Archivio; e che Mariano Pistilli sia provvisoriamente liberato dal carcere».
È, questo, uno dei tantissimi episodi di disagio politico-sociale che ci dànno idea di quale clima si vivesse all’indomani dell’unità d’Italia. Credo che le lotte condotte con criteri di prevaricazione e prepotenza dei vincitori nei confronti dei vinti siano quasi il pane quotidiano negli ultimi 140 anni della nostra storia e non sono certo segnali di matura democrazia.


1 Arch. Di Stato di Caserta, “Prefettura, Gabinetto”, B. 239, f. 2182.
2 Ivi, B. 266, f. 2852.
3 Ivi, B. 194, f. 3045 (1861).
4 Il 5 sett. 1861, doc. cit..

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