I Briganti nella Terra di S. Benedetto alla fine del XVI secolo


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Studi Cassinati, anno 2011, n. 2
di Fernando Sidonio

02-2011-03.jpg.jpgAttraverso la testimonianza riportata nel diario dall’Abate di Montecassino Girolamo V Brugia da Perugia (1590-1595) datato 1593, possiamo venire a conoscenza di diversi e singolari episodi riguardanti il fenomeno del “brigantaggio” nel nostro territorio. Gli eventi narrati nella “Historia Abbatiae Cassinensis”1, aggiungono nella loro specificità storico-geografica, un ulteriore tassello alla storia del nostro territorio rispetto ad un fenomeno così importante quale quello, appunto, del brigantaggio.
L’Abate Girolamo, nel definire gli anni del suo mandato, oltre a riferirsi a questi ultimi come i peggiori per via della carestia ininterrotta, fa espliciti riferimenti al dilagare “dei banditi”, i quali, a differenza dei tempi passati, si distinguono per la loro volontà a dichiararsi tali e si vantano della scelta “di vita” fatta. L’Abate riferisce di circa 200 banditi presenti nella zona e divisi in diversi gruppi, che ripetutamente saccheggiano, devastano il territorio, non risparmiando la vita a persone e animali.
“Non è da esser tacciuto, acciò sappino i posteri à lor consolazione, si se trovaranno oppressi d’altri infortuni, e affine di rendere le debite gratie al Sig. trovandosi tempo migliore l’infelicità di questi tempi presenti, che oltre la carestia d’ogni cosa non essendo memoria d’huomo, della peggiore di questa continuata hormai per quattro anni la moltitudine, che hà da questa anche parte origine dei banditi, quali non son de quella specie dei tempi passati, che per disgrazie occorse, sieno così à star’ fuori sforzati, mà questi son volontarii, e che si vantano d’eleggere questa sorte di vivere, per il miglior’, dove si puó dire con David, Domine quid multiplicati sunt, essendo ducento al presente in questi contorni dispersi in diverse compagnie, vedendosene pessimi effetti d’incendii di formenti, occisioni di animali, ricatti giornalmente, morte d’uomini, e altri infiniti misfatti da non dire, e dove mancano questi suppliscono i Soldati, a talche i poveri, e Ricchi si vanno aniebilando, mancando le genti, e gl’essercitii, e si il Signore non vi provede, quei, che vi restano, saranno forzati, come hanno cominciato a dissabitare”.
Fa riferimento ad alcuni avvenimenti nel territorio di S. Elia in cui un giovane “vigliaccotto” conosciuto al tempo per aver compiuto numerosi omicidi, fu capace con i suoi ricatti di terrorizzare l’intera popolazione, tanto è vero, riporta l’Abate, che molti preferirono abbandonare il paese.
Tale fu la fama e la malvagità di quest’uomo che infine furono i suoi stessi compagni a dargli la morte nel luogo denominato “Valle dell’Inferno”.
“Un’ Vigliaccotto di S. Elia &c. giovane, che aveva superato in Vicaria tutti i possibili tormenti per aver’uccisi più uomini, che non aveva nel mento peli non perdonato al proprio sangue, né a Sacerdoti, essendo libero dalla corte, si deliberò di voler’ far’ corte da se, facendo malignissimi discorsi, non credendo, come diceva più di quel che si vede, si prometteva farsi tiranno trovandosi attissimo a far’ ogni sorte di male, e così si dette in campagna, effettuando assai peggio di quel che si era proposto esseguire con mettere in essecuzione un suo nuovo pensiere di far’ ricatti, senza pigliar’ gl’uomini, ma con scrivere, che avea potuto occidere di quella casa, in tal’ luogo, il tale, e il tale, però che non temessero, se’ non mandavano i denari, d’esser’ occisi soli, perche gli voleva esterminare tutt’insieme, del che s’erano tant’atterrite le genti, che dissabitavano il paese &c.& si gli’altri portavano rispetto alle genti del Monastero, questo scriveva sotto le pene delle leggi de i fuoresciti, che si facesse quel che gli veniva in pensiere, e tutto gli succedeva felicemente in tanto, che restavano gl’ huomini fuor’ di se da una cosa in poi, che fù il numero, che s’era promesso di gli anni (che non fù meno di giorni) intorno al regnare, essendoche gl’istessi compagni in un’ luogo, dove si dice Valle d’inferno nelle montagne vicino al suo paese, vi fù confitto con pugnali, per dover’essere anche di nome perpetuamente infernale, dicendo i compagni occisori, non poter’ far’ altrimenti, perche passava i termini dei malvagi, talmente, che non harrebbero possuto loro durare, durando lui”.
Presso il laghetto di Caira il 6 Agosto 1593, in un vallone detto “Pozzo Oliveto”, di proprietà del Monastero di Montecassino, nove banditi furono uccisi a pietrate dagli uomini di S. Germano; questi, tornando dalle loro scorribande avevano obbligato chiunque incontravano a portare i pesanti carichi dei loro bottini; si dice che furono trovate cinquantasette catene d’oro, una sola delle quali valeva settecento ducati, insieme a gioielli, coralli ed altri ori, sottratti alle popolazioni incontrate durante le loro bravate che avevano interessato il territorio fino alle porte di Napoli.
“Fù anco mirabile caso appresso questo d’una compagnia di nove tali, havendo scorso sin’alle porte di Napoli, venivano si carichi d’oro, che non lo potevano portare caricavano chi trovavano sino ai nostri serventi, doveche come piacque al Signore essendo sopra il laghetto di Caira, vicini alla possessione comprata l’anno addietro dal Monastero, in un vallone, detto pozzo oliveto fur’ seguitati dalla Corte, e dalli huomini di Sangermano, dove a furia di pietre per il più furon’ tutti nove occisi il di 6. Agosto 1593. non senza perdita di sangue dell’assalenti, però con utilità smisurata, fu fatta una preda incredibile di scuti d’oro, diceano, che fur’ trovate da cinquanta sette catene d’oro, una sola delle quali valeva, settecento ducati, con altre gioje, e coralli, oltre i carichi d’oro, e quel che avevano adosso loro, né fur’ trovate molte centinaja ammucciati in quell’angustia per quei cantoni”.
L’atteggiamento che più di altri qualifica i “nostri” banditi, è la volontà di ribadire in ogni circostanza l’orgoglio di essere tali. Viene riportato l’episodio di uno degli uomini del Viceré di Napoli, fatto prigioniero dai briganti e per il quale lo stesso Vicerè offrì, in cambio della libertà del suo, undicimila scudi e l’indulto. La risposta dei banditi fu di rimandare indietro il prigioniero e diecimila scudi, rifiutando l’indulto per poter continuare a vivere come fatto fin ad allora.
“Si dice, che in questi dì passati dal Vicerè istesso di Napoli, essendoli stato preso uno prigione si mandassi ad altra compagnia di questi tali, undeci mila scuti, e l’indulto a fine che li rimandassero il prigione, e che essi gli ne rimandorno dieci mila in dietro, e il prigione, renuntiando al beneficio dell’indulto, con dire, che volevano stare così ancora qualche dì tornandoli meglio, che in remettersi, e che pigliavano scudi mille, per tener’ conto del suo presente ecc”.
La cronaca dell’Abate data al 10 agosto 1594 l’ingresso dei banditi in S. Germano, in piena notte, malgrado la città fosse presidiata dai soldati; sparando ed intimidendo la popolazione si fecero strada salendo fino alla porta principale del Monastero, dove chiesero di poter parlare con l’Abate. L’incontro fu loro negato e andarono via senza inveire. Il 22 di quel mese gli stessi entrarono in S. Vittore, questa volta uccidendo quanti capitavano avanti, non risparmiando preti né bambini. Negli stessi giorni furono allontanati dal proprio convento i Francescani di S. Germano, mentre a Mignano altri venivano uccisi e gli abitanti dispersi. Davano un po’ di respiro alla popolazione i Commissari Regi, infatti, durante la loro presenza, furono uccisi in pochi giorni circa 60 di quei briganti, ma troppi altri continuavano a devastare il territorio.
E nell’anno 1594, prosegue Gattola, abbiamo: “ Successero dell’infermità, e morte, così nei Secolari, come nei nostri in questi travagli di banditi, quali non come l’altre volte per i boschi, ma a 10. Agosto entrano in San Germano di notte non ostante, che fosse presidiato di tanti soldati, niun’ si mosse, ma si salutavano come i Nemici alle fenestre, e porte con archibugiate non avevano rispetto di venire a sacro monte sino alla prima porta con dimandare di parlare all’Abbate si bene non con imperia, ma con preghiere, e mostrare restare con la negativa sodisfatti. A dì 22. entratono in S. Vittore, e vi occisero quanti li si parono avanti né perdonando a Preti, né putti, dove, che si stava di continuo in questi spaventi, e ridondavano nel corpo i patimenti dell’animo etc.
Furono in questi dì fatti dishabitare i Francescani dal Convento di S. Germano, e da Mignano, oltre averli uccisi, i medemi banditi, furono anco gl’abbitatori dispersi etc. però fu visitato San Germano, e reformati, e visitati quei Castelli; che si poteva all’occasioni, che dava da respirare la presenza dei Commissarii Regii, dando nelle loro rete, né venivano occisi moltitudine in pochii di: Sessanta capi né furno estirpati, però rinascevano immediate, guastando Terre, e disertando l’habitato, parea non si pensassi ad altro, che alla vita salvarsi etc
Ma la maggior tribolazione era in generale quella di questi proscritti, essendo di San Germano, dove havevano capitati Nemici, non era sicurtà da niuna banda, poiché stando noi neutrali eravamo reputati si non nemici, non amici dall’una, e l’altra parte, nocendo più quei dentro, che quei di fora, etc”.
Al fine di risolvere in maniera più concreta il problema del brigantaggio, malgrado l’azione svolta dal Commissario Loppos, la Corte, non vedendo il beneficio delle repressioni, promise l’indulto a coloro i quali avessero partecipato alla guerra. Il 30 gennaio nel territorio di Sessa furono chiamati coloro i quali dovevano partire per la guerra, ma mentre trattavano le condizioni, alla presenza del Commissario, ne furono uccisi 57 e molti altri nello stesso modo furono uccisi in Castelforte e Roccasecca.
“A dì 19. Gennaro essendo l’Abbate in S. Germano per esserci stato molti dì il Commissario Loppos contro i banditi con qualche successo, ma erano multiplicati tanto, e moltiplicavano, che non si conosceva niun’ giovamento, dove che la Corte si risolse da dare a tutti quei, che volevano andare alla guerra l’indulto etc. quali in Sangermano sotto l’indulto, come avevano da prima con pericolo loro essequito nel Bosco, e nelle strade appresso, e Castelli sicuri fecero quel ricatto, che volsero, non perdonando né amici né alla chierica, vedendo la vessazione, che dicevano del futuro pigliando in ogni luogo, quanto li veniva in apetito senza niuna sorte di rispetto, sinche chiamati a di 30. di Gennaio in Sessa dove era il Commissario, che dovea spedirli. Nell’entrare uno di questi, come alla morte vicino presenti il mal suo, esclamando, dove è oggi la tua sapienza Ibardella, così ridotti nel castello, mentre si trattava lo scritto si venivano levando d’attorno i conduttori, quando così in un’ tratto nel Salone sentano pagarsi di quella moneta, che avevano spesa nel prossimo né furono estinti vilmente cinquanta sette in un’ momento a quali sopra trovarono tant’oro, quanto volsero i ministri regii, quali harrebbono patito se non si fossero difesi con le vegliacherie fatte di questi sotto nome d’indulto, così nel medesimo tempo ne furono occisi altri diversi in Castelforte, etc in Rocca Secca un’capo, che si vantava non voler lassar’ altro, che la tonica a i Monaci di Montecassino etc”.
Uno dei più famosi tra i banditi fu Angelo Ferro di Sant’Oliva, terra della Baronia di Rocca Guglielma, il quale pare guidasse più di 400 briganti. Proprio detto Angelo il 30 maggio del 1594 insieme ai suoi briganti, nelle terre di Mignano, tese un’imboscata al Commissario del Vicerè D. Alvaro Unzeda. Questi stava scortando, insieme ai suoi soldati, per quei territori ora detti “Fossa della Rava” un gran numero di carcerati. Detto Angelo con ottanta dei suoi liberò questi ultimi, e li condusse in Montagna dove diede denari a chi di loro volesse tornare a casa, armi e vestiti agli altri a cui concesse di unirsi nelle sue scorribande. Tutti quelli che tornarono alle loro case, resero grande il nome di Angelo Ferro e tanta era divenuta la sua fama ed anche il numero dei suoi seguaci, che il Vicerè di Napoli D.E.H. Enrico Gusman Conte d’Alvares chiamò il marchese Carlo Loffreda per tentare di risolvere in maniera definitiva l’ormai ingestibile situazione. Il Marchese, verso la fine del 1595, tentò di risolvere la questione più che con la forza con la ragione, proponendo ad Angelo ed ai suoi l’indulto in cambio della loro partecipazione alla guerra delle Fiandre. Questa proposta fu accettata da Angelo e da circa 700 suoi seguaci, e nella primavera del 1596 si misero al seguito del colonnello Anniballo Macedonio.
Un ulteriore approfondimento della notizia sopra riportata, riguardante l’accordo di Angelo Ferro e Don Carlo Loffredo, ci è resa anche da D. Honorato Napolitano nel “Brevibus Annalibus Cassinensibus”, ove viene specificato che per la partecipazione alla guerra delle Fiandre ad Angelo Ferro venne conferita la nomina di Capitano.
L’Anonimo Sangermanese – scrive ancora il Gattola –, che annotò i fatti dall’anno 1593 al 1646, racconta:
“In questa Provincia di Terra di lavoro nell’anno 1593. una infinità di Banditi infestavano tutti questi luoghi, seguendo trà molt’altri un’ loro principal capo dimandato Angelo Ferro di S. Oliva, terra della Baronia di Rocca Guglielma, costui tenendo molti capi di squadra sotto di se, manteneva in campagna più di quattrocento Foresciti, e venne in tanta insolentia, che trà gl’altri ardiri, che mostrò con la corte regia a di 30. Maggio nell’anno 1594,giorno di lunedì della Pentecoste, fu che passando per il territorio della Terra di Mignano D. Alvaro Unzeda Spagnolo Auditore di D. Emanuel Pontio di Lione Comissario contra Forasciti mandato dal Vicerè del Regno, e proprio dove hora si dice lo fosso della rava, portando seco una quantità grande de’ carcerati; oltre molt’altri soldati, acciò guardassero detti Carcerati dall’ insolentie di essi Foresciti. dett’Angelo con ottanta altri de’ suoi seguaci intesero l’avviso, trovandosi da quei contorni, l’uscirono in contro, e di poi averli assaliti, e l’Auditore, e li soldati con una vituperosa fuga lasciorno li carcerati in potere di essi Foresciti, quali in un’ subito disciolti furono, e condotti sopra una montagna ivi vicina, e con quest’occasione non voglio mancare di riferire un’ atto magnanimo fatto da detto Angelo in persona de’ detti carcerati, quale fu, che di poi haverli condotti in detta Montagna, li fe ridurre tutti insieme, e feceli un’ accomodato raggionamento, dove trà l’altre cose, li desse la vita infelice, che si sopportava da Foresciti, e però essortava tutti a fuggire tant’infelicità, mà se però alcuno desiderava di seguirlo, esso l’haveria dato arme, e vestiti, e se volevano tornare alli loro paesi l’averria dato tanto denari, che li fossero bastati per il vitto fin’ a tanto, che ivi fossero gionti mà alcuni, che furono disperati più dell’altri, elessero la strada di seguirlo, e altri poi elessero di pigliarli li denari offertoli, e avendoli receputi sen’ andarono alli loro paesi magnificando il nome d’Angelo Ferro dounque giungevano (mà stavano poco sicuri d’essere di nuovo carcerati dalla giustizia), onde pareva, che ormai, per la gran copia cresciuta di loro, né da viandanti, né d’abbitatori in qualsivoglia luogo si possa stare sicuro dall’oltraggi, e assassinamenti di quelli, alla fine D. E. Henrico Gusman Conte d’Olivares vicerè di Napoli mandò Carlo loffreda marchese di S. Agata acciò con il valore, e con il senno oppugnasse, e estinguesse detti Forasciti dandoli il mero, e misto imperio sopra di ciò, mà esso di loffreda più con il senno, che con l’arme volse estinguere essi Forasciti, perché circa la fine dell’anno 1595. fe trattare con detto Angelo, e suoi seguaci, se volevano andare a servire S. M. E. alla guerra di Fiandra per trè anni continui, esso l’haverria dato l’indulto, finalmente di poi molti trattamenti esso Angelo, e altri settecento dei suoi seguaci se contentorno andarveci, e nella prima vera dell’anno 1546. sotto il governo del Colonello Aniballo Macedonia cavalier’ Napolitano si mesero in viaggio verso la Fiandra; dove gionti mostrarono più viltà con l’inimici della santa sede, che con gl’ amici di queste parti, e quel’altri forasciti, che rimasero, parte con il medemo indulto concessogli andorno a servire altri potentati, e parte furono dissipati da lor’ nemici in questa parte, e parte furono dalli Soldati regi discacciati, e così per virtù di detto Carlo mà prima per voler’ di Dio, restò libera questa povera Provincia, che ormai era quasi dissabitata per tante calamità”.
Ancora il napoletano D. Honoratus nei suoi “Brevibus Annalibus Cassinensibus”, aggiunge: “Venne in San Germano nel nostro ospizio D. Carlo Laffredo Marchese di S. Agata contro li sudetti banditi con amplissima potestà datali dal ViceRè per estirparli, o pure d’indultarli con condizione che andassero a servire in Fiandra sotto il Colonnello D. Annibale Macedonio nobile Napolitano del Seggio di Porto. Il Loffreda vedendo, che la forza non giovava, si servì della dolcezza con indultarli tutti con la sudeta condizione, e creò Capitàno il sopradetto Angelo Ferri”.
In conclusione, credo che quegli eventi si possano raffrontare con quelli del brigantaggio pre e post unitario di metà Ottocento, dunque fenomeno esistito sin dai tempi dell’antica Roma, e quasi sempre risposta delle classi meno abbienti alla miseria e alle sofferenze, alle calamità, alle guerre, alle carestie; al riguardo lo scrittore Francesco Saverio Sipari da Pescasseroli (1828 – 1874) così argomentava:
“Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l’ama. Il contadino robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione, eivolta a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piobe, e non nevica e non annebbia. Con questi ottanticinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre, spesso invalido dalla fatica già passata, e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano per più giorni gli ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo da portare nulla all’usuraio o al monte dei pegni, allora (oh, io mentisco!) vende la merce umana.; esausto l’infame mercato, pigli il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra, e mangia. Dirò cosa strana: mi perdonino. Il proletario vuol migliorare le sue condizioni nè più nè meno che noi. Questo ha atteso invano dalla stupida pretesa rivoluzione; questo attende la monarchia. In fondo nella sua idea bruta, il brigantaggio non è che il progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio. Certo, la vita è scellerata, il modo è iniquo e infame … Ma il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari. Non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento, a piccoli lotti dei beni della Cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante… Date una moggiata al contadino e si farà scannare per voi, e difenderà la sua terra contro tutte le orde straniere e barbariche dell’Austro-Francia”2.
Va precisato, ad onor del vero, che la situazione del proletario nella Terra di S. Benedetto risulta essere alquanto diversa rispetto a quanto descritto da Sipari, fruendo, i contadini, di contratti e di situazioni giuridiche e sociali un po’ più vantaggiosi rispetto al resto del Mezzogiorno.


1 Erasmo Gattola, Historia Abbatiae Cassinensis, II, Venetiis, Coleti, 1733, pagg. 675-677.
2 In B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1966, pagg. 337-339.

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