S. ELIA FIUMERAPIDO – GENNAIO 1944 LA TRAGEDIA DELLA “TORRE”


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di Gino Alonzi

LA TORRE S. ELIA FR.1“La Torre”, così detta per antonomasia dai santeliani, è un edificio di due piani a pianta esagonale sito nella costa di Monte Raditto, realizzato dagli imprenditori napoletani Scotto che, per mezzo di un canale ricavato lungo il fianco della montagna, portavano acqua prelevata a nord dal Fiume Rapido proprio al serbatoio sottostante “La Torre” stessa. (vedi illustrazioni).
Da qui l’acqua immessa in condotta forzata (poggiata su piloni di cemento ad un’altezza media dal suolo di 3 metri) da quota 80 m. circa e per un percorso di quasi 2 Km, alimentava le turbine della centrale elettrica che forniva energia agli impianti della “Cartiera del Rapido”.
Il canale, la Torre e la condotta sono tuttora in funzione per opera di alcuni industriali del napoletano che cedono allo Stato l’energia prodotta dalla centrale elettrica per poi poterne disporre per le loro industrie. La condotta non appena inizia il piano, taglia il corso del Rapido tramite un magistrale ed ardito ponte in ferro lungo una cinquantina di metri.
Proprio la Torre fu luogo di una delle più pietose tragedie che patì il nostro territorio durante il Secondo Conflitto Mondiale; ve ne furono per la verità anche molte altre che meritano di essere ricordate: ma questa, per il modo e le circostanze in cui avvenne, resta tuttora indelebile, seppur con qualche comprensibile reticenza nella mente di tanti santeliani.
Siamo all’inizio del 1944, le truppe alleate sbarcate in Sicilia stringevano sempre più in una morsa la famosa “Linea Gustav” tedesca, una ben munita difesa, quasi invalicabile.
Dopo una settimana già diversi paesi del cassinate erano stati conquistati. Il 10 gennaio sulle sponde del Fiume Rapido e del Rio Secco, tra Cassino e Olivella di S.Elia Fiumerapido, iniziarono i combattimenti. Da una parte la 5ª Armata Alleata: il 2° Corpo d’Armata americano (34ª e 36ª divisione e Gruppo di Combattimento B della 1a Divisione americana), il Corpo di Spedizione francese (2ª Divisione marocchina e 3ª Divisione algerina con 3° e 4° Gruppo Tabor e 2° Gruppo Corazzato) e la 44ª Divisione Fanteria “Rapido”, mentre dalla parte tedesca la 5ª Divisione da montagna e la Divisione Corazzata “Goering”.
Il 14 gennaio la 2ª Divisione algerina del Maresciallo Juin prese S. Elia.
Trattavasi delle tristemente famose truppe maghrebine (tunisini, algerini e marocchini), i terribiliLA TORRE S. ELIA FR “Goumiérs” dai caratteristici barracani a strisce verticali e dalla ferocia inaudita. Abilissimi combattenti da montagna ma bestie crudeli, soldati senza onore e senza scrupoli, mandati sempre avanti come carne da macello, resistenti ad ogni fatica e privazione, ai quali il Maresciallo Juin, loro comandante, in cambio aveva dato “carta bianca”, ovvero libertà di saccheggio e in modo particolare di violenze e stupri cui si abbandonarono senza freno, spesso ignorati nelle loro nefandezze proprio dai loro comandanti.
Migliaia di episodi che non hanno mai avuto un “processo di Norimberga”, in quanto crimini di guerra. E pensare che questi sarebbero dovuti essere i nostri “liberatori”…
Stando così le cose, gran parte dei santeliani anche per fuggire dalle continue incursioni aeree e dai cannoneggiamenti, lasciarono il paese ormai devastato per rifugiarsi in anfratti e grotte nella vallata del Rapido a nord di S. Elia e tra Valvori e Vallerotonda, portando con sé le poche masserizie e qualche genere di prima necessità.
La Torre, strategicamente alquanto defilata rispetto ai tiri di artiglieria ed eventuali bombardamenti, sembrò un luogo abbastanza sicuro per un riparo, visti i tempi che correvano: in più, considerando il freddo di quel gennaio, era già molto avere un tetto sulla testa, poter accendere il camino per scaldarsi e cucinare quel poco di cibo che ci si riusciva a procurare in giro, non senza correre rischi di ogni genere. Quindi alcune famiglie, sin dall’inizio dell’inverno, scelsero di trovare rifugio nella “Torre”.
Nel frattempo continuava l’avvicinamento delle truppe di Juin nel tentativo di prendere da nord S. Elia Fiumerapido. Tutto sembrava andare per il meglio per i rifugiati finché quel tardo pomeriggio del 18 gennaio 1944 le paure e i timori mai sopiti si materializzarono all’improvviso. Lungo il canale semidistrutto avanzava verso la Torre una colonna dei famigerati “Goumìers”, inconfondibili nelle loro casacche a strisce.
Nella Torre le famiglie pensarono subito, in modo concitato e febbrile cosa era possibile fare, come poter sottrarre  le loro figliole ad un destino inevitabilmente atroce: tutti erano in preda all’angoscia e al terrore mentre i Goumìers si avvicinavano sempre più.
Non c’era più tempo e modo per tentare la fuga: sarebbe stato peraltro un autentico suicidio. Si decise allora di nascondere le ragazze nel serbatoio vuoto facendole scendere attraverso la botola del pavimento utilizzando la scala in ferro, infissa nella parete (vedi illustrazione – tavola B).
La botola fu richiusa con assi in legno e vi fu poggiato un letto sopra, nel quale giaceva un finto infermo. Le ragazze scese nel serbatoio (per umana com­­prensione e per rispetto verso i parenti ne citiamo soltanto i nomi e l’età) erano:
Francesca, di 14 anni; Antonietta, sua sorella, di 20 anni; Angelina di 18 anni e sua sorella Antonietta di 14 anni e infine Maria di 17 anni.
La cosa sembrò avere successo: infatti i Goumìers dopo un’accurata ispezione dei locali della Torre, e non avendovi trovato ciò che più cercavano, si apprestavano a lasciare l’edificio quando alcuni di essi, passando sul davanti e guardando attraverso la grata del tubo di sfiato (vedi illustrazioni) notarono la presenza delle ragazze le quali, poverette, non avevano avuto la freddezza e la furbizia di accostarsi alle pareti del serbatoio e vista la scarsa luce del tramonto avanzato, non sarebbero di sicuro state scoperte.
Imbestialiti per non aver potuto trovare l’accesso al luogo, malmenarono e minacciarono di morte tutti i presenti fino a quando, scostando il letto e tastando con i calci dei fucili, sentirono il vuoto della botola: così dopo aver rimosso le assi di legno cominciarono a scendere nella cisterna.
Sentito il gran trambusto e vista avvicinarsi sempre di più la loro triste sorte, le ragazze non attesero oltre e con il coraggio che solo la disperazione dà, si gettarono, abbracciate l’una all’altra, nel vuoto della condotta (ovvero da un’altezza di circa 80 metri, ndr).
Alla fine della ripida discesa, la condotta inizia ad andare in piano e proprio in quel punto una cannonata aveva provocato un largo squarcio, per cui le poverette seppur martoriate, riuscirono a buttarsi fuori e fuggire. Tutte meno una, Maria, di 17 anni.
La ragazza, ferita più gravemente delle altre, si lasciò andare di sotto, in mezzo ad una siepe di rovi e con il buio della sera non fu vista dalle altre che da parte loro, traumatizzate dalla rovinosa caduta e sconvolte da quanto accaduto, si erano date alla fuga.
Maria rimase tutta la notte al freddo, agonizzante, finché al mattino un ufficiale francese ordinò che venisse caricata su di una jeep insieme ad Angelina, ferita meno gravemente e tornata per cercare l’amica. Le due fanciulle furono poi portate nelle retrovie, presso l’Ospedale Militare di Pozzilli. Qui passarono la  giornata e la notte seguente: giunto il mattino Angelina chiese notizie di Maria. Era morta durante la notte…
La tragedia della “Torre” era compiuta.
Maria, 17 anni, morì. Francesca è venuta a mancare il 12 agosto 2011. Sua sorella Antonietta vive tuttora negli Stati Uniti.
Angelina invece vive in S. Elia: a lei dobbiamo la sorprendente e lucida descrizione di ciò che accadde in quei giorni e l’epilogo di quella triste vicenda. La sorella Antonietta è morta in Inghilterra nel 2007.
Di tutta la vicenda negli anni a seguire poco o nulla si è detto e tantomeno scritto: le protagoniste sopravvissute hanno riportato traumi fisici e psicologici indelebili. Ho ritenuto pertanto cosa giusta prendere carta e penna per colmare queste colpevoli dimenticanze.
Ha avuto ragione Angelina quando mi ha detto: “Era ora, dopo tanto tempo, che qualcuno si ricordasse”, poggiandomi una mano sulla spalla come ringraziamento.
Alla fine l’ho fatto: ne sono contento e fiero. Mio nonno Angelo amava spesso ripetermi: “Chi dimentica il passato non è degno del presente e va incontro ad un incerto futuro”. Aveva ragione.

Le notizie sulle date di alcuni avvenimenti e sugli schieramenti in campo, sono tratte dal libro di Benedetto Di Mambro “Da Montelungo al Fiume Rapido 1943-44).
Ringrazio Angelina Vizzacchero, suo malgrado protagonista, per la minuziosa descrizione dei tragici eventi. Tonino Angelosanto e Rocco Vallerotonda per la collaborazione. Il Preside Prof. Giovanni Petrucci per avermi spronato ad intraprendere la difficile opera.

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