Sul cambiamento di nome di alcuni comuni che prima si chiamavano Schiavi


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Studi Cassinati, anno 2011, n. 1
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Un lettore ci chiede “per quale motivo le località ‘Schiavi di Sora’ e ‘Schiavi di Arpino’ nel 1862 risultavano denominarsi ‘Schiavi’ ”. Considerato che non sono pochi i comuni che nel passato hanno avuto tale denominazione, lasciamo la parola allo storico Angelo De Santis (Minturno, 20 settembre 1889 – Roma, 28 dicembre 1981) che nel 1924 ne fece un breve studio in “I Comuni della Provincia di Caserta che hanno cambiato denominazione dopo il 1860“, Roma, Reale Società Geografica Italiana, 1924, riedito da “Collana de Il Golfo, Vol. I, 1989 in “Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale”.
Il cambiamento del nome del Comune di Schiavi di Formicola in Liberi (già mand. Formicola ora Capua, circ. Caserta) è richiesto per cancellare il ricordo di una ignobile epoca di servaggio. Così si esprime con un commovente ragionamento il consigliere Campagnano nella seduta del 27 aprile 1862: “1° In questo paese che ora nomasi Schiavi, i miei antenati furono i primi nel 1799 ad inaugurare il vessillo di libertà, e tutte ne soffrirono le tristi conseguenze – 2°) Come pure questo Schiavi vide in primo in epoca molto remota al 1820 istituirsi vendita Carbonaria – 3°) Così si agitò nel 1830 al movimento di Roma e salutò i Fratelli Bandiera – 4°) Al 1848 questo Schiavi si mosse con le prime città del Regno e questo Schiavi al 15 maggio mandò suoi figli alla fatal giornata – 5°) Al 1860 infine inaugurò una Legione che seppe meritare dalla patria con sacrifizi di sostanze e di sangue, e voi vorreste chiamare Schiavi ancora questo paese? Egli lo era sotto l’infernale dominazione borbonica; ma ora che il tiranno è stato cacciato e che un Re Galantuomo, un Padre dei suoi Popoli ci governa, questo piccolo paese abitato da uomini indipendenti e che sanno immolare sostanze e famiglia e vita per la Patria e per la libertà, non deve più chiamarsi Schiavi ma Liberi”.
La deliberazione fu inviata dal Governo al Consiglio Provinciale per il parere. Ma il Consiglio Comunale, conosciute le disposizioni ministeriali contenute nella circolare citata, nella seduta del 21 luglio stesso anno avvalorando la richiesta del cambiamento del nome Schiavi in Liberi col motivo della identità con altri comuni del Regno, faceva voti che il Prefetto rinviasse la deliberazione al Governo, senza attendere l’ulteriore parere del Consiglio. L’Invocato provvedimento non tardò, perché si ebbe il R. D. il 24 agosto successivo.
Quei buoni consiglieri hanno proprio voluto vedere nel nome del loro paese un retaggio di schiavitù, se con tanta foga un collega si accalora a dimostrare il contrario. Si giustifica pertanto il grido di ribellione: – noi schiavi! falso; quindi chiamiamoci liberi. – Ma non ci troviamo qui di fronte a un caso di assoluta ignoranza storica o, almeno, di ignoranza della tradizione popolare sulla propria origine? Si deve il nome “Schiavi” riportare agli Slavi o Bulgari che, come stanziarono nell’Italia settentrionale e vi fecero tanti danni, specialmente nell’Istria1, così li troviamo in tutta la vasta zona che si estende dall’Abruzzo alla Basilicata attraverso la Capitanata, il Molise e il Principato Citeriore in Campania?
È risaputo che nell’anno 667 “regnando ancora Grimoaldo, giunse in Italia, staccatasi dal grosso della sua gente, una schiera di Bulgari sotto il comando di un duca Alzecone, in cerca di terre per stanziarvisi. Grimoaldo la diresse a suo figlio Romoaldo, il quale le diede ad abitare un vasto territorio allora quasi deserto [per le guerre precedenti] dove erano le città di Sepino, Boviano ed Isernia, di cui Alzecone, deposta la dignità di duca, divenne Gastaldo”2.
Paolo Diacono, che ci ha lasciato la notizia, aggiunge dopo quelle tre città “et alias cum suis territoriis civitates”, e dice inoltre che stavano in quei luoghi anche ai suoi tempi “usque hodie in hiis, ut diximus, locis habitantes”, fine VIII sec3.
Uno studioso straniero, che pochi anni fa ha trattato delle colonie slave in Italia meridionale dal lato linguistico, dopo aver passato in rassegna tutti gli studi di quelli che lo hanno preceduto sull’argomento, esprime l’opinione che gli Slavi sarebbero penetrati dal Molise e dalla Capitanata nelle provincie di Caserta, Benevento, Avellino. Quanto alla prima provincia, aggiunge, la notizia non è certa. Le sole tracce sicure sono costituite da due nomi di luogo Castello degli Schiavi, che (Giustiniani, Dizion. III. 334) dal 1532 al 1669 si è chiamato soltanto Schiavi, e Schiava, villaggio del comune di Tufino (mand. Cicciano, circ. Nola). Nessun segno né tradizione di dominazione slava c’è nel paese, e gli abitanti del luogo spiegano il nome Schiava con la leggenda che un principe anticamente vi avrebbe tenuta presso di sé una schiava4.
Nel placito marsicano dell’anno 968 promosso coram Pandulfo principe Capuano dall’abate Paolo di S. Vincenzo al Volturno contro Adelberga badessa del monastero di S. Maria di Apinianico (in Marsorum provincia sive in territorio Marsicano), quattro giudici si sottoscrivono col cognome “Sclabus” e si aggiunge per determinarli “qui sunt Sciabi (o Sclavi) de Marsi”5. Questa dichiarazione è preziosa. Un altro comune nella medesima provincia di Terra di Lavoro (circ. Sora, mand. Arpino) oltre il citato, ora detto Liberi, denominavasi Schiavi, e il ricordo di un castello di tal nome, tra Alvito e Arpino, precede il placito di trentun anni in Leone Ostiense, il quale così dice sotto l’anno 987: “Agelmundus quidam nobilis de Vicalbo (Vicalvi) obtulit huic monasterio… nec non et omnia quae illi iure ha ereditario pertinebant, tam in civitate Sorana quam et in castello quod dicitur Sclavi6. Il castello trovasi proprio nel paese dei Marsi.
È detto più esplicitamente nella Cronica continuata dal Diacono Pietro, sotto l’anno 1098: “Nobilis vir Maxarus habitator istius civitatis Albae (Vicalvi) in territorio Marsicano obtulit huic sancto loco ecclesiam suam sancti Martini in dicto territorio ubi dicitur Sclavi”7.
Per il Clavelli, storico di Arpino, che accetta senz’altro la tradizione, esso è l’antico borgo di Cereate nelle vicinanze di Sora, che diede i natali a Caio Mario, e il nome sarebbe conservato dagli schiavi del vincitore dei Cimbri8. Così opina anche il Corcia9, richiamandosi al primo, e la tradizione viene accolta nel Dizionario corografico universale dell’Italia sotto v. Schiavi: “vuolsi che ricevesse la sua denominazione dall’avere ivi Mario tenuto i suoi schiavi”.
Questo comune si volle chiamare Fontechiari (è il nome ufficiale, che andrebbe corretto in Fontichiare o, almeno, Fontichiari), sia per evitare gl’inconvenienti derivanti dalla identità con altri comuni, sia per cancellare “una denominazione degradante”. Delib. settembre 1862; R. D. 12 ottobre successivo. Nella deliberazione è taciuto il motivo della scelta del nuovo nome, che sappiamo avere il suo fondamento in un fenomeno particolare del luogo; nei dintorni del paese, presso un ruscello chiamato dagli abitanti Rio di Schiavi, o di Fontechiari, sgorgano due fonti a brevissima distanza tra loro, una delle quali intermittente, in modo che in alcune ore del giorno e talora della notte inaridisce affatto; l’acqua limpidissima, sgorgando, produce un certo fragore come se provenisse per meati tortuosi e difficili10.
Il Resetar ricorda un solo comune di nome Schiavi nella provincia di Caserta, mentre eran due, come abbiamo visto. Se si dovesse prendere per buona la tradizione che Schiavi in quel di Arpino si è chiamato così per schiavi di Mario, come e donde derivò lo stesso nome all’altro comune nel mandamento di Capua? Questo è, si sa, di formazione più recente, perchè sembra non se ne trovi memoria prima del sec. XII11. Forse ripetono la loro origine dagli Slavi o Bulgari, i quali, tenendo nel debito conto le parole di Paolo Diacono “et alias cum suis territoriis civitates” dove abitavano anche ai tempi dello storico, è lecito supporre, che superando gli aspri gioghi appenninici, i monti di Venafro e il gruppo del Matese e la Meta, attraverso le valli del Calore, del Volturno e del Liri, si riversarono nella ubertosa Terra di Lavoro. E quando propriamente ciò avvenne? Forse la paziente ricerca delle cronache capuane e cassinesi potrà illuminarci.
Ma ancora un’ipotesi. Sappiamo dalle leggi longobarde che il giudice amministrava giustizia in luogo del principe e dei conti, perchè questi, che governavano le provincie e le città, erano ignari del diritto. È pur certo che dal nome Sclavus o Sclabus, distintivo dell’ufficio di giudice, derivarono I cognomi Schiavi e Degli Schiavi12 . Ora , per l’assenza di ogni traccia e tradizione di dominazione slava nella provincia di Caserta, secondo la recisa affermazione del Resetar, si può ammettere che il nome Schiavi dei due comuni abbia un’origine unica longobarda, nel senso che dalla carica coperta in antico da un membro della famiglia sia venuta la denominazione al territorio che possedevano o dove abitavano i discendenti di essa (come è avvenuto per i “Della Porta”, i “Del Giudice”, i “Gastaldi”, i “de Capitani”, i “Valvassori”, ecc.), o forse alla località in cui i giudici esercitavano il loro ufficio13.
Angelo De Santis

1 Ved. B. Benussi, Nel Medioevo – Pagine di storia istriana, Parenzo, 1897
2 G. Romano, Le dominazioni barbariche in Italia, nella collezione Storia politica d’Italia, Milano, Vallardi, p. 312
3 De gestis Longobardorum lib. V, cap. 29, pag. 484, in Rerum Ital. Script. I.
4 Milan Resetar, Die serbokroatischen Kolonien Suditaliens, Wien, Holder, 1911, p. 39. Gli Slavi del Mezzogiorno sono 6000, appartengono per la lingua alla popolazione orientale dei Serbo-Croati e abitano il bacino del Biferno nel Molise, raggruppati in tre villaggi del circondario di Larino: Acquaviva Colle Croce, San Felice Slavo, e Montenitro. Secondo Guyon, Le colonie slave d’Italia (tratta di quelle dell’Italia settentrionale), in Studi glottologici italiani diretti da G. De Gregorio, Torino, Loescher, 1907, IV, p. 128; “Con grande probabilità gli Slavi del mezzogiorno d’Italia appariscono al principio del XVI secolo, allorchè le invasioni dei Turchi costringevano una parte degli Slavi dalmati a cercar rifugio nelle opposte sponde dell’Adriatico”.
5 Chronicon Vulturnense, lib. IV, in Rer. Ital. Script. I, pars II, p. 441 sgg.
6 Chron. Mon. Casinensis, lib. I, p. 619, in Mon. Germ. Hist. Script. VII
7 Cap. XX, p. 771. Sappiamo pure che il castello venne donato prima del 1075 da Landone, signore di Arpino, al monastero di S. Domenico di Sora: “… Excepto ipso castello, quod dicitur Sclavi, quod ante offerui in monasterio S. Dominici” (cfr. Gattola; Historia abbatiae Casinensis, Access., Venetiis, Coleti, 1734, p. 181) e fu depredato nel 1160. (V. Annales Ceccanenses, in Mon. Germ. Hist. Script. XIX, p. 285, 5).
8 Storia dell’antica città di Arpino, Napoli, 1623
9 Stioria delle Due Sicilie, I, 495.
10 Cfr. Ferd. Pistilli. Descrizione storico-filologica delle città, terre e castella poste lungo il Liri e il Fibreno, Napoli, 1824, p. 123 nota; Amati, Dizionario corografico dell’Italia, e il citato Dizionario corog. univer .dell’Italia sotto v. Schiavi
11 Un casale Sclavi è ricordato spesso a tutto il XVII secolo nelle scritture degli archivi capuani tra i moltissimi sparsi nel vasto territorio di Capua e da questa dipendenti. Cfr. G. Iannelli, Monografie storiche dei principali comuni feudali di Terra di Lavoro – Marcianise, Caserta, 1880, p. 451.
12 Cfr. G. Grande, Origine de’ cognomi gentilizj nel Regno di Napoli, Napoli, 1756, p. 263. Il Grand cita Falcone Beneventano (Chron. Ad an. 1113): Robertus, qui Sclavus. Roberto Sclavo, Conte di Caiazzo, fondò nel sec. XII un castello che da lui prese il nome di Schiavi (d’Abruzzo), nel circ. Di Vasto, prov. Di Chieti. San Vito dei Normanni, già S. Vito degli Schiavi o Sclavi, de Schiavonibus o de Sclavis, deve la sua origine a una delle molte invasioni degli Slavi in Puglia, probabilmente a quella del 906; così che il nuovo appellativo, assunto il 1862, storicamente non ha fondamento. Cfr. G. Leo, San Vito dei Normanni, già S. Vito degli Schiavi o Sclavi, Napoli, Lubrano, 1904.
13 Sarebbe interessante conoscere quanto l’On. Avv. Angelo Broccoli ha scritto nel Breve cenno storico sulle origini e vicende del Comune di Fontechiari, già Villa Schiavi, Napoli, 1902-03, che si conservava nella biblioteca del Museo Provinciale Campano in Capua, al quale, il compianto Broccoli diede tanta parte della sua nobile esistenza e multiforme attività quale Ispettore Tecnico. Il ms. di 16 pagine, ritirato poi dall’A., trovasi presso la famiglia, come mi scrive il Cav. R. Orsini, Direttore del Museo Campano, cui esprimo la mia viva riconoscenza per aver potuto consultare alcune monografie su luoghi di Terra di Lavoro, le quali mancano nelle maggiori biblioteche di Napoli e di Roma.

 

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