Mario non rientrò a casa alla fine delle lezioni


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Studi Cassinati, anno 2011, n. 1
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di Giovanni Petrucci


Si ferma con noi a giocare al pallone, un grosso gomitolo di stracci perfettamente sferico, stretto abilmente con lo spago: non so proprio dove Enrico li avrà trovati così leggeri e soffici e come avrà fatto a metterli insieme! Quello di ieri legato con il filo di telefono rosso tedesco, acciaioso e duro, faceva proprio male quando tiravi un calcio!
Mario ha la stessa nostra età, un bel ragazzo, robusto e alto, con qualche segno inconfondibile delle sofferenze patite durante i nove mesi delle battaglie e con uno strano colore giallino sul viso, che so riconoscere subito come un piccolo indizio della nostra malaria che tanto ci fa soffrire. Adesso che abbiamo bisogno di star bene per aiutare la famiglia a riorganizzarsi e a riprendere il corso normale di vita, essa ci tarpa le ali. Colpisce tutti, grandi e piccoli, senza pietà; è contagiosa: si preavverte con malessere, cefalea, vaga astenia o mialgia. Poi aggredisce con accessi febbrili violenti che si ripetono ogni tre giorni; in verità da noi la febbre è più assidua e amica: torna sistematicamente a giorni alterni. Con la sua caduta, cresce la sudorazione e occorre asciugare il corpo per evitare altri malanni.
I nonni e i genitori per fortuna ne restano immuni, e possono con tutto agio curare noi ragazzi. La loro pelle forse è coriacea e inattaccabile dagli apparati boccali succhiatori, perforanti delle zanzare, oppure il loro sangue evidentemente è amaro e non riesce appetibile dall’anofele della malaria. Fatto sta che noi figli siamo assistiti da infermieri pronti e non abbiamo bisogno del campanello per le chiamate.
La malaria ci toglie le forze, con la temperatura che sale oltre i quaranta: anche d’estate siamo costretti a coprirci con tutto ciò che è in casa.
Lo spazio che si apre dinanzi al palazzo Lanni, dove al primo piano è ubicata la nostra scuola media, è stretto e lungo. Per noi è un vero campo sportivo, dove possiamo dare sfogo alla nostra euforia di ragazzi e sudare l’unica camicia che possediamo! Non ci solleticano sogni di imitare i grandi calciatori, che non conosciamo! Ci basta essere noi stessi e goderci questi attimi di tempo libero, perché dopo dobbiamo tornare al lavoro vero, pesante che toglie le forze.
Sono gli ultimi giorni del mese di maggio 1945 e siamo contenti oltre misura, in quanto tra non molto l’anno scolastico terminerà. Entrano i professori Don Anselmo Lentini, Fernando La Marra, Giuseppe Di Zenzo con la moglie e dopo ci affrettiamo noi, dando però tempo ai primi di scomparire dietro alle porte.
Le ore passano lente nel chiuso delle aule; dalle piccole finestre aperte entra solo l’afa di un tempo che si annuncia piuttosto caldo. Invece noi desideriamo muoverci per Fuori la porta, correre sulla Villa Comunale dove continuare a giocare con la palla di pezza.
Finalmente alle tredici e quindici suona la campanella, un bossolo di ottone alto cinquanta centimetri battuto da un pezzo di ferro, e siamo per strada, di ritorno a casa.
Dopo pranzo e l’abituale pisolino di mio padre, dobbiamo tornare al lavoro. Vado prima di lui a preparare i banchi e socchiudo la porta sulla quale il sole manda i suoi raggi cocenti e lascio completamente aperta l’altra alle mie spalle, perché si formi una corrente fresca dall’interno. Sono quasi le sedici, quando sento uno strano vocìo, prima appena percettibile, poi sempre più distinto e crescente.
Mi faccio sulla porta per rendermi conto di cosa stia accadendo e vedo un uomo assai prestante, sulla quarantina, alto e con i capelli neri arruffati; precede tanti ragazzi che gli fanno coda: è preoccupato; si nota chiaramente perché si stringe le mani fortemente. Grida qualche parola, ma non riesco a comprendere nulla. Riconosco nella frotta Adolfo, il fratello di Mario, più piccolo di qualche anno. Arranca per stare insieme con gli altri. Mi avvicino e cerco di sentire qualche parola, di comprendere … Antonio, così lo sento chiamare, è in ansia perché Mario non è tornato a casa. Da quando col bombardamento del 19 luglio 1943 del campo di aviazione di Aquino la moglie Antonietta si sentì male e ne morì, è sempre irrequieto. Chiamò i migliori medici di Cassino, un ufficiale tedesco che di tanto in tanto compariva alla stazione ferroviaria, la cui gentilezza contrastava con la divisa militare, fece venire da Roma il prof. Signorelli, ma non ci fu nulla da fare. Donna Maria era prestante e forte, ma quelle luci appese ai paracadute nel cielo della cittadina vicina e che illuminavano a giorno Cassino la spaventarono, mentre nel prato dove erano stesi tanti tronchi di quercia, si stringeva i figli come fa la chioccia. Antonio arriva fin sotto il palazzo Lanni e sul portone si scorge il prof. Di Zenzo, che, saputo del fatto, si è affrettato ad aprire la scuola.
“Era presente oggi: all’ultima ora; dopo la mia lezione di francese ed è andato via”.
Antonio non attende altre parole; ringrazia, saluta e va via di corsa, seguito dal codazzo che va aumentando di numero. Mi unisco anche io perché sono ansioso di sapere dove sia finito Mario. Dobbiamo arrivare a Portella, a Capodacqua e proseguire poi per S. Michele. Fa caldo e non ce la facciamo nemmeno a tenere la camiciola addosso; Carlo si toglier anche la canottiera e resta a torso nudo.
“Percorrono questa strada, quando tornano a casa“, dice Adolfo: il ragazzo è svelto e sa bene quello che dice.
Si mette in testa al gruppo e precede tutti, saltando fra le pietre del tracciato.
Luigi azzarda una ipotesi e la comunica ad alta voce a tutti:
“Si sarà fermato lungo la strada ad osservare uno di questi residuati che vediamo ai margini e si sarà ferito. Ciò accade tutti i giorni!“.
“Non state a sentire questo stupido, questo uccello di malaugurio! Mario sa bene che non deve fermarsi nemmeno ad osservare da lontano gli ordigni! Conosce quale pericolo si annida nel materiale lasciatoci dagli Americani come regalo per noi ragazzi“.
“Comunque corriamo, perché lo dobbiamo ritrovare subito“.
Precede tutti Adolfo, che inciampa nei sassi della strada e cade; si rialza sveltamente e riprende la corsa, ma scivola sui bordi di una buca causata da una granata. Lo aiutiamo a rialzarsi e lui riprende la corsa. Poi si ferma di botto spaventato!
Mario è sdraiato ai piedi di una vecchia quercia: ha la testa poggiata su una grande pietra e con le mani si stringe le ginocchia. Sente freddo e ha la febbre altissima: non ce la fa più neanche ad alzarsi da terra, né ci degna di uno sguardo, irriconoscibile e giallo di malaria.
Antonio se lo carica sulle spalle e lo riporta a casa. Il ragazzo visitato dal medico Gargiulo, l’apostolo della malaria di Cassino, curato con amorevolezza, dopo alcuni giorni torna a scuola. Ma la malattia ha operato sul suo corpo: il volto è giallo e lui ha perso l’agilità di prima. Quando lo rivedo oggi per il Corso della Repubblica, il pensiero mi corre alla palla di pezza di Enrico e al prof. Di Zenzo che riportò la scuola media in questa città.

 

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