VERTENZA ARPINATI-LUCERNARI 1840


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Studi Cassinati, anno 2011, n. 1
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di Marcello Ottaviani


La storia (ma per essere più precisi dovremmo dire in questo caso la cronaca) non ci regala solo guerre, stragi e distruzioni, ma ogni tanto anche episodi umoristici, che ci fanno sorridere.
È il caso di una vertenza tra il conte Francesco Lucernari1 di Anitrella e un gruppo di arpinati guidati da Don Benedetto Cappella, Arciprete della chiesa parrocchiale di Santa Maria della Civita di Arpino.
Siamo nel 1840. L’Arciprete possiede in territorio di Arpino, Regno di Napoli, un terreno sulla sinistra del fiume Liri, località Scaffa. Sulla riva opposta, nello Stato Pontificio, sulla sponda destra del Liri, Lucernari ha terreni di sua proprietà (doc. 1).
Ecco cosa scrive l’Arciprete al Delegato Apostolico di Monte San Giovanni Campano: “Il suddetto Sig. Lucinara [sta per Lucernari] da diversi anni in qua fece compera di un terreno confinante col fiume. Per dilatarlo a suo vantaggio per molti mesi fece ivi gittare una orribile quantità di macigni, di pietre, e legni a segno tale, che avend’occupato tutto lo strato della corrente, l’acqua allontanata si portò un moggio di terreno spettante all’Arciprete di Civita”.
Si cominciano a delineare i termini del contendere.
Dunque: l’Arciprete di Civita si lagna dell’azione prepotente del Lucernari e ne ha tutte le ragioni in quanto il fiume comincia a danneggiare la sua proprietà. Però non si limita a sopportare: “Si tollerò con rammarico [potremmo dire con cristiana rassegnazione?] tale spettacolo; ma nel vedersi, che il Lucernara facea costrure altre palizzate per maggior ruina di altri terreni, l’Arciprete fè piantare infaccia a l’altro suo terreno tre mediocri palizzate. Siamo in piena guerra! Lucernari riempie il fiume sulla destra di grandi massi e l’Arciprete risponde con tre piccole palizzate. Ma i contendenti non si fermano qui.
“Ciò saputosi dal Lucernara mandò gli Operaj a costruire ivi afronte più gagliarde palizzate, colle quali mandò a volo due delle costruite dall’Arciprete e della terza poco gli à rimasto. Per gittare a terra anche questa, e per occupare tutta la larghezza del fiume, non si può credere quanti Operaj ha tenuto per molto tempo”.
Ve lo immaginate lo scenario? Da una parte gli operai del conte che buttano pietre e costruiscono palizzate, dall’altra l’Arciprete che guarda sgomento ciò che sta accadendo e cerca di rintuzzare in qualche modo l’affronto del conte.
Si rivolge allora Don Cappella alla comunità arpinate e invia un esposto alla Delegazione Apostolica di Monte San Giovanni (da cui dipendevano Anitrella, il conte Lucernari e i suoi terreni) per fermare l’azione del conte stesso.
Nell’esposto sono spiegate le conseguenze di una certa gravità, che ne derivano: “I Ricorrenti fanno presente a V.E.R.ma, che avendo il Lucernara tolta la corrente dall’antico suo letto, è divenuto quel luogo un terreno alberato e seminatorio a di lui vantaggio, questo affinchè sarà la di lui mira nell’aver fatte le altre palizzate, di dilatare, cioè, quel terreno a tutto lo spazio che gli riesca. Oltre i danni seguiti, vi saranno al certo gli altri seguenti, e di grandissima rovina. Occuperà egli, come già ha cominciato a fare, i diritti Reali: involerà i terreni de’ Ricorrenti, ai quali però resterà l’obbligo di pagare la Fondiaria senza fondi: farà un altro largario per li contrabandieri: manderà a terra la strada consolare col ponte ivi annesso, oltre degl’altri danni, cha gli alluvioni inaspetati sogliono produrre”.
L’esposto giunse alla Delegazione Apostolica di Frosinone, che diede mandato al Delegato di Monte San Giovanni di fare gli opportuni accertamenti, ma il delegato prese tempo, avanzando riserve, sia per il cattivo tempo, che per indagare più a fondo.
Si giunge così al 1841, quando si ha la relazione del delegato pontificio, il quale scrive che “Nel trenta Giugno 1834 per Atto pubblico del Notaio Giacomo Carboni il Sig.r Conte Francesco Lucernari da Monte San Giovanni comprò dallo Arpinate Rocco Incagnoli, ora defonto, quattro terreni del valore in tutto di sopra scudi ottocento, e fra quelli anche un fondo posto in questo Territorio in Contrada appunto la Scafa vecchia, perché in prossimità del medesimo sul Garigliano ossia Liri ne’ scorsi tempi trovavasi una barca sulla quale si tragittava chiunque dallo Stato Pontificio al Regno di Napoli o dal Regno allo Stato per quel punto di Confine recavasi”. La relazione prosegue dicendo che negli anni passati il Liri con la sua corrente aveva rubato terreno alla riva destra, per cui il Lucernari non aveva fatto altro che riappropriarsi del suo.
Non voglio dilungarmi oltre: i lettori sappiano però che alla fine della relazione, viene accertato che i due stati confinanti non hanno subìto danni, essendo rimasto il confine inalterato. Pertanto, conclude il Delegato, se gli Arpinati pensano di essere stati danneggiati, si rivolgano agli organi competenti del foro civile.
Senza voler pensare male, voglio aggiungere, il giudizio sulla vicenda non poteva essere diverso: gli Arpinati s’erano messi in bocca al lupo! Come avrebbe potuto il Delegato Apostolico dare ragione a loro? Non era Francesco Lucernari un membro dell’aristocrazia nera? Non era il signore di vaste terre nello Stato Pontificio?
Non sappiamo come la vertenza sia finita. Probabilmente il Liri, con qualche sua non infrequente piena, avrà risistemato il tutto.
Tuttavia il breve faldone che narra questi fatti, dà adito a interessanti considerazioni storiche. Vengono ricordati luoghi, fatti e persone, che fanno rivivere questa zona, ancora oggi detta “Scaffa”.
Questa località, una frazione di Arpino, si trova sulla S.S. Valle del Liri, tra Anitrella e Isola Liri. La relazione parla di transito di persone e merci tra i due stati e di contrabbando. Uno dei terreni comperati da Francesco Lucernari si trovava nella zona di Monte San Giovanni detta “Pantanelle”2, nei pressi di Chiaiamari, proprio vicino al fiume Liri; nella zona “Pantanelle”, se osserviamo il Catasto Gregoriano3, finiva la strada che conduceva al fiume Liri e che metteva in comunicazione i due stati (Pontificio e Delle Due Sicilie, ma sempre chiamato Regno di Napoli). Tale strada, ben visibile sulla mappa, porta la dicitura “Strada per il Regno di Napoli” e al suo termine vi è la colonnetta di confine n. 152.
Un altro appezzamento di terreno del Lucernari era in località Scaffa Vecchia. Dall’altra parte del fiume, Regno di Napoli, oggi frazione Scaffa-Vano, al km. 68,300 della consolare borbonica, c’era la Dogana (docc. 2-3), un edificio ancora oggi esistente. Vicino passava, e passa tuttora, la strada consolare borbonica, oggi SR82, fatta costruire dai sovrani napoletani nel 1795, per mettere in comunicazione la zona industrializzata Isola Liri-Carnello-Sora-Arpino con il porto di Napoli. Viene chiamata dal Delegato Apostolico Via Regia4.
Interessante è la figura del conte Francesco Lucernari. Era guardia nobile dello Stato Pontificio e nel 1806 viene ricompensato per gli incarichi svolti dal pontefice Pio VII Barnaba Chiaramonti con la concessione in enfiteusi di terreni nei territori di Ceprano e di Monte San Giovanni Campano, che comprendevano Anitrella, Colli e Strangolagalli.
Francesco Lucernari intuisce che i tempi stanno cambiando e che la ricchezza puó venire dall’industria, non più dalla terra. Perciò, imitando i vicini imprenditori di Isola-Sora, nel 1829 investe i ricavati dei suoi terreni nella costruzione della cartiera di Anitrella.
Diventerà “La fabbrica più moderna della Provincia Romana”5.
Apprendiamo inoltre, ma è un segreto di Pulcinella, che nella zona Scafa Vecchia, ma di più nei guadi vicini non controllati dalle guardie di frontiera, prosperava il contrabbando, oltre allo scambio e al passaggio di merci da uno stato all’altro.
Venivano da Napoli specialmente tessuti, soprammobili e chincaglierie e le monete di scambio più usate erano quelle del Regno di Napoli6.
Nel 1854 Valentino Lucernari, figlio di Francesco, denuncia per furto uno stracciarolo7 della sua cartiera: G. G. dice al giudice, che l’interroga (deve giustificare il possesso di monete avute dalla vendita di stracci rubati) che “… per questa strada denominata Reditoto8 [un forestiere] mi esibì in cambio la moneta di Regno [Regno di Napoli] con quella di campagna [Campagna Romana] e così presi da lui li sei carlini dandogli di cambiatura quattro bajocchi di più”.
Il contrabbando era fiorente (… “farà un altro largario per li contrabandieri”, scrive l’Arciprete di Arpino): proprio ciò che avviene ancora oggi presso le frontiere di tutto il mondo*.


1 Cfr. Mauro Grossi, I Lucernari di Monte San Giovanni Campano, Edizioni Comune di Monte S. G. C. , Veroli 2002; A. Martini, Biografia di una classe operaia. I cartai della Valle del Liri (1824-1954), Bulzoni Editore, Roma 1984; Rotondi Nadia, L’Ex-Cartiera Lucernari ad Anitrella: vicende storiche, Monte S.G.C., 2001; Scuola Media di Anitrella, Il tempo che fu, 1997; Giuseppe Spinedi, Monografia Medica di Monte San Giovanni Campano, Tipofrafia Roux e Favale, Torino 1884; Valeriano Pio, Anitrella di Monte San Giovanni, s.d.; Marcello Ottaviani, Cartiera Piccardo di Fontana Liri (1879-1925), 2010, pagg. 28-30.
2 Per questo toponimo, cfr. Fulgido Velocci, I Toponimi di Monte San Giovanni Campano, a cura del Comune di Monte S.G.C., 2010, pag.133.
3 Il Catasto Piano Gregoriano è stato il primo catasto particellare moderno dello Stato Pontificio. Il Catasto Alessandrino, precedente il gregoriano, voluto dal papa Alessandro VII, del sec. XVII, aveva ancora una veduta tridimensionale del suolo. Il Catasto gregoriano prese le mosse da quello del Regno Napoleonico d’Italia, compilato per l’Emilia-Romagna. Il Gregoriano fu completato nel 1835, regnante papa Gregorio XVI, le mappe rimasero in vigore fino al 1870.
4 Cfr. Ferdinando Corradini, La via Consolare borbonica da Cassino a Sora, in “Studi Cassinati”, anno VIII, n.2, 2008.
5 Cfr. Antonio Galli, Cenni economici e statistici sullo Stato Pontificio, Roma 1840, cit. da Alfredo Martini, op. cit., pag. 39.
6 Le monete dello Stato Pontificio erano lo scudo d’oro; il paolo o giulio, che valeva 1/10 dello scudo; il bajocco (abbreviato in baj) che valeva 1/10 del paolo o giulio e 1/100 dello scudo. Nel Regno di Napoli circolava il ducato napoletano, che poteva essere d’oro o d’argento; il carlino, che valeva 1/10 o 1/12 di ducato; il grana (o grano), che valeva 1/10 di carlino o 1/100 di ducato.
7 Stracciarolo: operaio addetto alla scelta (capata) degli stracci nelle cartiere.
8 Frazione di Monte San Giovanni Campano.
* Ringrazio il signor Antonio Gabriele che gentilmente mi ha dato notizie interessanti sulle zone Vano e Scaffa.

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