Annotazioni in vista del 150° anniversario dell’Unità d’Italia


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 3
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di Francesco Di Giorgio


“… Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi cafoni, son fior di virtù civile.
E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: e la canaglia dà il sacco alle case dei Signori e taglia le teste, le orecchie ai galantuomini, e se ne vanta, e scrive a Gaeta: i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a me il premio. Anche le donne cafone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno ai liberali) pei testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno ed in mezzo a noi. Ma da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatto fucilare alle spalle…“
Questo è il tono della lettera che Luigi Carlo Farini1 scrive a Cavour alla fine del 1860, nel pieno delle operazioni militari dell’esercito piemontese tese a far capitolare l’esercito borbonico e il Re Francesco II asserragliati nel forte di Gaeta.
Il quadro che viene descritto, al di là dei fatti evidenziati, rappresenta molto bene il filo conduttore delle battaglie risorgimentali nel sud dell’Italia.
Non si trattò evidentemente di una passeggiata e nemmeno di una campagna militare accompagnata e sostenuta dalle masse popolari che, diversamente da quanto propinato dalla storiografia ufficiale, dopo essere state prese in giro dalle promesse di maggiore libertà, di maggiore benessere economico attraverso radicali riforme, soprattutto agrarie, furono, in realtà, abbandonate a se stesse e strette nella morsa di solidi compromessi tra i Piemontesi e i cosiddetti “galantuomini meridionali”, costrette per i più, a prendere la via dell’emigrazione. Eppure, fino al 1861, le popolazioni meridionali, benché afflitte da un tenore di vita non certo adeguato ai livelli medi europei dell’epoca, non avevano mai conosciuto la dura vita dell’emigrante!!
Fu a seguito dell’Unità d’Italia e delle modalità con cui essa fu portata avanti che le popolazioni del sud furono costrette ad aprire solide ed ampie vie migratorie andando ad ingrossare i paesi del sud America prima e del nord America poi.
Oggi, in epoca in cui ci sentiamo cittadini europei più di quanto non lo fossero i tanti legittimisti che, numerosi, accorsero da tutta Europa a sostenere i diritti e le prerogative della dinastia borbonica a Napoli, possiamo vedere gli avvenimenti legati al Risorgimento sotto ben altra lente.
Resta, in ogni caso, imprescindibile la verità storica, tanto più necessaria in quanto la cosiddetta “questione meridionale” sorta a seguito del compimento dei moti risorgimentali, ancora oggi non risulta sufficientemente risolta.
È ingeneroso il giudizio che alcuni opinionisti danno degli storiografi che si sforzano di portare alla luce verità storiche a volte difficili da digerire ma pur sempre verità. È assurdo parlare di “ narratori di un sud nostalgico del regno borbonico e delle sue istituzioni.”
Sostenere che “la questione risorgimentale, così come è stata posta ultimamente, è roba da intellettuali e studiosi, oppure da propagandisti di grana grossa” è un errore grave che rischia di perpetuare antichi dissapori e antiche incomunicabilità tra nord e sud.
Non è affatto un caso se la fase preparatoria delle celebrazioni per l’importante anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia è stata irta di difficoltà. È la prova provata che a distanza di un secolo e mezzo, ancora non si è sedimentato un comune sentire della nazione italiana intesa come patria di tutti.
Forse i fatti storici, di cui la lettera di Carlo Farini a Cavour sono un piccolo esempio, fanno ancora oggi da freno al comune sentire dell’unità nazionale?
Per chi volesse addentrarsi nell’Italia meridionale degli anni 1860 al 1870, e segnatamente nei territori della vecchia Terra di Lavoro e o zone “pontificie” confinanti, avrebbe tante ragioni su cui riflettere oltre che sulle esternazioni del Farini.
Il 23 gennaio 1861, a seguito di scontri tra il brigante Alonso Luigi detto Chiavone e i suoi seguaci, i piemontesi inveleniti dalla pesantezza degli scontri, sconfinarono in territorio pontificio sottoponendo a saccheggio la celebre Abbazia di Casamari. Così descrive i fatti il monaco, storico/archivista dell’abbazia di Calamari, don Alberico M. Lombardi: “…arrivata dunque la truppa, cominciò a sfasciare e porte e finestre, e svaligiare tutte le officine: foresteria, Camere Abaziali, cucina, dispensa, cancelleria, forno, porteria ed infine la Sacrestia e, come se ciò non bastasse alla rapacità dei vandali Piemontesi, fu sfasciato il Ciborio: buttate via le Sacre Specie e presa la S. Pisside, rotte le torce e le lampade dell’Altare Maggiore, ed insieme coi candelieri ne fecero un mucchio vicino ad una colonna per appiccarvi il fuoco“.
Più vivo e drammatico il racconto del Gesuita padre Antonio Onorato che descrive la violenza dei piemontesi che non avendo potuto sfogarsi contro Chiavone e i sui uomini, scaricano il loro furore contro l’inerme Monastero con “ladronerie da Beduini, ferocie da Vandali ed empietà da Musulmani si rivolsero contro quell’asilo pacifico di santità. Inorridisce l’animo a raccontare pur di volo e rappresentare in iscorcio le nefande esecrazioni che vi perpetrarono senza verun ritegno di religione e d’umanità. Fuggiti quasi tutti i monaci e gli altri appiattatisi all’irrompere delle orde malnate dei furibondi, questi non solo saccheggiarono il monistero rubando tutto fino ai pagliericci dei letti, ma spronarono la cavalleria dentro le soglie del santo tempio di Dio, stesero le mani sacrileghe sopra tutto il sacro vasellame, ruppero i crocifissi, trinciarono sacre immagini e fino giunsero ad aprire il ciborio e rapirne la pisside disperdendo e calpestando con empietà da demoni le venerate particole. Da ultimo, quasi ciò fosse nulla, appiccato il fuoco a vari punti del monistero, come i ladroni che dopo l’assassinio si rinselvano a dividersi il rubato, partirono ritornando nei loro confini. E la buona ventura volle che i monaci, i quali stavano nascosti, potessero accorrere immantinente ad estinguere le fiamme; altrimenti il fuoco avria devastato tutto, come avea già fatto nella spezieria, nel fienile, nel forno e nella camera del cellario. E questi sono quÈ modelli di lodato costume, cui re Vittorio Emanuele con impudenza degna veramente del suo governo proclamò di mandare negli Stati della Chiesa per rimettervi l’ordine morale“.
Questi episodi fanno da contraltare alle dure parole del romagnolo, e piemontese di complemento, Luigi Carlo Farini sopra riportate “ma, amico mio, che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile”. A distanza di 150 anni, cosa c’è di differenza tra questo modo di pensare sulle popolazioni meridionali e i ripetuti giudizi nell’Italia di oggi esternati ripetutamente attraverso il tam tam dei media anche da politici di spicco?
Ecco allora che potrebbe tornare attuale la riflessione fatta dal Vescovo di Isernia mons. Andrea Gemma sul discorso del Presidente Ciampi in occasione delle tradizionali cerimonie del 4 novembre del 2001.
“Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla “ festa dell’unità d’Italia e delle forze armate” il 4 novembre scorso. Avevamo insieme pregato in Cattedrale – anche per Lei, signor Presidente- e ci eravamo recati al monumento dei caduti in una mattinata piena di sole. Tutto bello, tutto coralmente sentito, compreso l’inno nazionale d’Italia. Poi la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l’accenno al risorgimento e, addirittura a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie.
Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo.
Creda, e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica – nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il Regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo Sovrano con guerra non dichiarata e quindi contro lo “ius gentium”, plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un’azione che, a suo tempo, tutta l’Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un avventuriero armato, che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell’epoca, che Ella stessa potrà reperire.
Nessuno di noi vuole rinvangare il passato, signor Presidente, soprattutto un tale passato. Non lo può fare nemmeno Lei, travisando la storia.
Sui casi del genere gli antichi nostri avi dicevano saggiamente “Parce sepultis”.
Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto risorgimento certi scheletri ripugnanti.
Cerchiamo insieme di costruire una Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro.
Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di una giovane studiosa d’Italia: “ Risorgimento da riscrivere”.
lasci stare il risorgimento, signor Presidente e parliamo insieme di “rivincita” morale, civile e religiosa che la nostra Italia merita e di cui tutti, insieme, vogliamo essere artefici operosi, senza nostalgie per un passato non troppo antico che ha assai poco da insegnarci“.
L’importante anniversario che l’Italia si appresta a celebrare si annuncia dunque denso di problematiche. Vanno celebrati i fasti risorgimentali sic et simpliciter? È l’occasione giusta per sottoporre a revisione critica gran parte della storia risorgimentale d’Italia? Oppure è il caso di raccogliere la morale del vescovo di Isernia?

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