Commemorate le vittime del bombardamento del 10 settembre 1943 su Cassino, 67° anniversario


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 3

Commemorate le vittime del bombardamento del 10 settembre 1943 su Cassino

Anche quest’anno il CDSC ha ritenuto opportuno e voluto farsi carico della cerimonia di commemorazione del primo bombardamento della città di Cassino, durante il quale trovarono la morte oltre un centinaio di cittadini, con una messa celebrata nella chiesa di S. Antonio.
In mattinata, su indirizzo del commissario prefettizio dott. Luigi Pizzi, alla presenza del sub commissario dottoressa Lucia Guerriero, è stato anche deposto uno fascio di fiori al Monumento ai Caduti di piazza de Gasperi, osservando un minuto di raccoglimento e nel mentre una sirena replicava il drammatico ululato di allarme che durante la guerra precedeva le incursioni degli aerei bombardieri.
Il 10 settembre del 1943 era una giornata molto tranquilla per i nostri cittadini, soprattutto perché appena due giorni prima l’EIAR (la radio italiana) aveva ufficializzato l’armistizio di Cassibile, firmato in realtà, in gran segreto, il 3 settembre tra il generale Giuseppe Castellano (su delega del generale Pietro Badoglio), e Walter Bedell Smith, a nome del presidente degli Stati Uniti Eisenhower.
Nulla lasciava presagire il dramma che si sarebbe consumato quel giorno in città.
Si pensava, al contrario, che l’armistizio avrebbe posto fine alle ostilità e quindi si nutriva sufficiente fiducia per il futuro; invece fu l’inizio di un calvario che si protrarrà fino al maggio del ’44, non prima di vedere completamente rase al suolo l’abbazia (15 febbraio) e la stessa città (15 marzo).
Per questo il 10 settembre del ’43 puó essere considerato il giorno più terribile della nostra storia perché quello in cui sono morti in pochi minuti oltre cento nostri concittadini, quello che ha fatto registrare il più grande sacrificio in termini di vite umane. Certamente ben diversa cosa perdere beni materiali rispetto alla vita dei propri genitori, figli, fratelli e sorelle. A ragione, il nostro presidente, nel suo intervento di seguito riportato, ha affermato che questi caduti “che ormai siamo abituati a chiamare comunemente vittime civili, non sono tali, ma martiri”.
E sono essi che si intende ricordare con la Santa Messa cantata, celebrata da don Benedetto Minchella davanti ad una folla di fedeli che ha superato ogni aspettativa e durante la quale si è toccato il massimo della commozione alla lettura dei nomi delle vittime di quel tragico giorno.
Tra le centinaia di cittadini presenti alla celebrazione religiosa anche gli ex sindaci Mario Alberigo, Marcello Di Zenzo e Domenico Gargano, nonché l’ex presidente del Consorzio di Bonifica “Valle del Liri” Armando Del Greco.
Molte di quelle vittime ancora non hanno un nome, nonostante siano trascorsi 67 anni,
Il completamento dell’elenco, con il passare del tempo e la riduzione delle fonti viventi, appare arduo se non impossibile.
Eppure proprio la cerimonia di commemorazione di quest’anno ha evidenziato uno degli aspetti per i quali essa merita di essere conservata anche per il futuro: infatti, nella navata centrale della chiesa di Sant’Antonio, grazie anche al contributo di divulgazione dell’evento avuto dai vari organi di informazione, che ringraziamo, sono accorsi anche familiari e conoscenti di cittadini periti in quel drammatico bombardamento e dei quali non si aveva notizia.
L’elenco, quindi, si è ulteriormente ampliato arrivando a contare ora 68 vittime identificate sulle 105 di cui si notizia.

Erasmo Di vito


L’intervento del Presidente Petrucci

Anche oggi mi trovo in questa Chiesa di S. Antonio a commemorare il sacrificio dei morti della città martire e, aggiungerei, di tutti gli altri dei vari paesi disseminati lungo la Linea Gustav, che ammontano a circa 10.000.
Corre l’obbligo di precisare che i caduti, che ormai siamo abituati a chiamare comunemente vittime civili, non sono tali, ma martiri. Infatti terminarono i loro giorni non avendo ideali cui obbedire, né armi in pugno per offendere, o per difendersi, né avevano fatto male ad alcuno: bramavano solo conservare la vita donataci da Dio, volevano essere perfettamente cristiani. Perciò dovrebbero essere ricordati come tali, perché testimoni di una fede incrollabile in Dio: e tutti senza dubbio terminarono i loro giorni invocando la Sua Potenza e il Suo perdono.
Non voglio tediare con rievocazione di episodi sulle battaglie: l’animo prova orrore al solo ricordo, ma fare qualche riflessione.
Dopo il primo bombardamento a tradimento di questo giorno del 1943, Montecassino fu distrutto il 15 febbraio 1944 e la città un mese dopo; ma non furono solo abbattute le case, le chiese, le scuole, vennero sconvolte le menti e molti portano ancora oggi il retaggio dell’immane catastrofe. Quanti drammi ricordano i martiri di Cassino: accenno solo al particolare di una donna che tutti conoscono. Ella mi riferiva di aver atteso per venti anni, affacciata alla finestra della sua abitazione, nei pressi di questa Chiesa, l’arrivo dei genitori da Roma, con la littorina delle 20,30; ma invano! Eppure aveva visto con i suoi occhi di bambina che essi erano morti sotto le macerie di questo 10 settembre. Nutriva, però, la pia speranza e una inconcepibile illusione di poterli rivedere! “E mio nipote, soggiungeva contrariata, non si vuole convincere ancora oggi che la mamma è morta forse per salvargli la vita nell’ecatombe della Loggia di Portella, e continua ad andarla ancora cercando negli Uffici Anagrafe di alcuni Comuni della provincia di Frosinone”.
Sono lutti che abbiamo sofferto nelle nostre carni, ma ormai il tempo ha attutito ogni rancore, ogni acredine, che in verità non hanno mai albergato nell’animo di nessuno dei Cassinati; i quali ben compresero e comprendono quelle brevi parole riportate nel Vangelo di San Luca: “Ebbene, io vi farò vedere che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati […]. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!”
In verità sapevano bene quello che facevano. Certi soldati correvano come cani sciolti compiendo ogni sorta di ribalderia nelle nostre contrade; il capitano Evans A. Bradford, avvicinandosi a Montecassino, avvertì dalla sua fortezza volante:
“Il bersaglio è piccolo, perciò abbiamo bisogno di uno stretto raggruppamento di bombe per causare la massima distruzione, in considerazione della vicinanza al bersaglio delle nostre truppe di terra […].
Entro pochi secondi, alle 9,25, uno sbuffo di fumo scoppiò in un vulcano ribollente, mentre veniva alimentato da altre 432 bombe esplosive. La cima della montagna era stata fatta a pezzi. «Centro», gioì il pilota”.
Nessun pensiero rivolse ai civili!
Eppure Don Agostino, uno dei superstiti, lo ospitò nell’Abbazia, mentre l’eroe aspettava la pubblicazione delle memorie della sua impresa dalla tipografia Pontone. Lo ospitò per alcune settimane, naturalmente, senza tante vanterie; ma comprendo che quel gesto fu di chi credeva profondamente e viveva le parole del Vangelo.
Ed io, seguendone l’esempio, oggi, in questo luogo sacro, interpretando la volontà ampiamente conosciuta dei miei concittadini, vorrei gridare a tutti coloro che si accanirono contro di noi inermi ed indifesi: “Dio e noi perdoniamo loro, perché non sapevano quanto stavano facendo!”

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