Dal Teatro Manzoni al Cinema Teatro Arcobaleno


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 1

Mostra documentaria e fotografica organizzata dal CDSC: 100 anni di spettacoli, cinema ed eventi in Cassino

Il Centro Documentazione e Studi Cassinati), nell’ambito delle sue numerose attività istituzionali, ha organizzato una mostra fotografica e documentaria sugli spettacoli e sulle attività culturali svoltisi a Cassino dalla metà dell’Ottocento agli anni Ottanta del secolo scorso, dapprima nel Teatro Manzoni e poi nel Cinema Teatro Arcobaleno.
L’esposizione ha voluto descrivere uno spaccato della vita italiana ricordando le manifestazioni, gli spettacoli e la cinematografia a Cassino, in un percorso storico tra la città ottocentesca e prebellica, la ricostruzione e la rinascita civile e culturale negli anni del boom economico.
La mostra, ricca di documenti originali ed inediti, quali inviti a manifestazioni, foto storiche, locandine e manifesti cinematografici, manifestini pubblicitari e tante altre testimonianze, ha voluto far rivivere l’atmosfera passata del Teatro Manzoni, gli anni difficili della ricostruzione e le speranze di un nuovo futuro attraverso il ricordo documentale degli eventi, delle manifestazioni e delle proiezioni cinematografiche programmate al Cinema Teatro Arcobaleno, progettato nel dopoguerra dall’arch. Mario Messina.
Il ricco catalogo – certamente da conservare –, curato dall’ing. Arturo Gallozzi, raccoglie i più significativi documenti esposti alla mostra, delineando con illustrazioni e commenti il percorso proposto nell’esposizione, evidenziando come nel tempo si siano modificate le esigenze ed il gusto, in tema di spettacolo, degli Italiani ed in particolare dei Cassinati, dalle manifestazioni di inizio secolo scorso agli eventi politici del dopoguerra o a quelli goliardici dei 100 giorni o “Mac Π 100” che festeggiavano il centesimo giorno prima dell’inizio dell’esame dì maturità. O ancora, la trasformazione delle preferenze cinematografiche, dalle pellicole d’autore del Neorealismo ai film di cassetta, ed infine, con la crisi del cinema, alle pellicole vietate ai minori. Il tutto raccontato da preziosi documenti, per la maggior parte inediti, raccolti e conservati dal socio del CDSC Alberto Mangiante, cui va per intero il merito dell’esposizione.
La mostra, realizzata con il patrocinio dell’Assessorato alla cultura del comune di Cassino, si è tenuta dal 19 al 28 marzo presso la biblioteca comunale “Pietro Malatesta” a Cassino ed è stata allestita dal gruppo di lavoro CDSC appositamente costituito e composto dai soci Alberto Mangiante, Arturo Gallozzi, Fernando Sidonio e Maurizio Zambardi. All’inaugurazione hanno accolto i visitatori il Presidente del CDSC onlus, Prof. Giovanni Petrucci e l’Assessore alla cultura Avv. Beniamino Papa. I numerosi visitatori, particolarmente interessati, hanno apprezzato vivamente l’iniziativa.


Dal catalogo della mostra “Dal Teatro Manzoni al Cinema Teatro Arcobaleno”
di Alberto Mangiante

Per la festa dello Statuto, nel giugno del 1875, il Comune di Cassino, oltre alle solite manifestazioni a sfondo scolastico, aveva anche organizzato una recita teatrale: è questa la prima notizia di uno spettacolo teatrale dato al Manzoni.
L’anonimo redattore che ne dà notizia sul foglio locale “Il Lampo” non ci fornisce altre informazioni e si limita solo a narrarci la serata nominando la compagnia che aveva dato luogo allo spettacolo: la Spettabile Compagnia dell’Emilia diretta da Ida Lambertini. Si potrebbe anche relazionare la notizia data con l’inaugurazione dell’edificio teatrale.
Fino a quella data per potere assistere a spettacoli teatrali ci si doveva recare a Napoli, consuetudine riservata ad una ristretta élite, mentre per il popolo la maggior parte degli spettacoli veniva allestita durante le fiere. Così, infatti, ricorda Antonio Fazzini in un articolo su “Poliorama pittoresco” del 1839, riguardante la maggiore fiera che si svolgeva a San Germano e che durava quattro giorni nei primi di Ottobre:
“Nel giorno ch’entrai San Germano, a dì 4 Ottobre, tenevasi una gran fiera di bestiami, di panni e d’altri obbietti, nella quale concorrevano nelle province del Regno e dalla campagna Romana gente senza numero per i loro traffichi. Al primo entrare della città vedeva unire un ire e venire di popolo, udiva un sussurro, un gridio, un urlar di animali, un annitrir di cavalli, in somma un baccano di casa il diavolo. Però mi ricorrevano involontariamente sul labbro i versi del poeta: diverse lingue orribili favelle … etc. Ma più fortunato di Dante, quant’io ne fui cacciato in mezzo a quelle turbe, vidi avvenenti donzelle addobbate con bianchi lini sul capo, con corpetti screziati di oro, con verdi zendadi e rosse gonne, bellissime, spiritose, vispette, che impiegavano tutte le moine e le lusinghe per rispacciare le loro robe. In mezzo a quelle moltitudini, o per meglio dire in mezzo a quelle onde di popolo, ventolava il rosso stendardo della fiera. In una pianura erano torme di pecore, di bovi, di cavalli, di asini. Gli uomini collocati accanto in mezzo agli animali rendevano spettacolo quasi vi fosse in quel giorno una confederazione dell’umanità coi bruti. Qua e là vedevansi cerchiolini e capannelli di chi mangiava sull’erba o sul desco, di chi o dormiva, o ciarlava, o brigava, o vendeva. Talune di quelle forosette, alzato il lembo della gonna, quando onestà il consentiva, ivano a bagnarsi nel Rapido, che a quel giorno pareva immeritevole del suo nome. Ecco ad un tratto percuotermi l’orecchio un motivo musicale noto sentito, l’aria “io so ricco tu sei bella”1, leggiadrissima del Donizzetti, le cui musiche perché vere, armoniche, sentite echeggiano non che nei teatri, nelle capanne e nelle piazze. A quel suono le turbe saltellanti traevano verso la rivolta di una chiesa, ove dei comici ambulanti rappresentavano una di quelle commedie dette dell’arte, che nate nei giardini di Atella, non è strano udire ancora ai tempi delle vendemmie e delle fiere nelle regioni meridionali d’Italia. I lazzi, gli epigrammi e’ saletti di quei buffoni mi ricordavano a quando a quando che presso a quei luoghi era nato Giovenale”.
La scena è magnificamente rappresentata nel quadro La fiera di San Germanodi Pasquale Mattei del 1832, conservato presso il Palazzo reale di Napoli.
Una locandina del 1878 ci riporta ad un altro spettacolo, l’Amleto, prodotto dalla compagnia Dominici-Papadopoli con un attore comprimario che di li a poco diventerà la quinta essenza del teatro italiano: Ermete Zacconi.
Lo Zacconi ed il padre, Giuseppe, furono scritturati per la stagione 1877-78 dalla compagnia Dominici-Papadopoli per interpretare nell’Amleto i ruoli rispettivamente di Laerte e l’Ombra; la turnée andò bene fino ad Isernia dove, però, i due titolari litigarono, tanto che il Dominici fuggì con gli incassi. Per salvare la compagnia dallo scioglimento si costituì una cooperativa nominando lo Zacconi capocomico; questi si trovò così ad essere l’interprete principale dell’Amleto nella successiva piazza che era quella di Cassino, il 9 aprile 1878.
Il teatro Manzoni intanto va avanti con spettacoli di operetta, prosa e varietà, con varie compagnie settentrionali, napoletane e romane come la compagnia Durante, conferenze e commemorazioni come quella fatta da Gualtiero Gnerchi nel 1907 in onore di Antonio Labriola a tre anni dalla scomparsa, in presenza della vedova Rosalia Von Sprenger e dei figli Alberto e Teresa.
Al di fuori del circuito teatrale gli spettacoli erano i soliti: le bande musicali, marionette e compagnie ambulanti che si fermavano in città per vari giorni.
Agli inizi del novecento arriva anche a Cassino il cinematografo e con l’istallazione, in un palco centrale, di un proiettore, anche al Manzoni si iniziano a proiettare film.
Il teatro è segnalato nella guida del Touring del 1928 per rappresentazioni di prosa ed operette, mentre scompare in quella del 1935, evidentemente la cattiva gestione e la carente manutenzione portarono alla chiusura definitiva del teatro che verrà riaperto solo in occasione di mostre come quella del ‘292 Nel programma del Comitato per il centenario benedettino del 1929 era previsto, a cura dello stesso Comitato, il restauro del teatro con l’uso gratuito per rappresentazioni teatrali e liriche durante i festeggiamenti.
Nel frattempo erano state aperte due nuove sale: il dopolavoro ferroviario sito in via Torino, dietro l’attuale Banca Toscana, gestito questo dal cav. Pasquale Matera, capostazione, mentre sul viale Dante, quasi di fronte la chiesa di S. Antonio, Giovambattista Vitto aveva aperta una nuova sala, denominata “Sala Dante”, piccolo cinema-teatro con platea e palchetti adibito però prevalentemente a spettacoli cinematografici.
Con la presa di potere del fascismo anche lo spettacolo, sia teatrale che cinematografico, venne gestito per esaltare di più la dittatura. Nacquero gli spettacoli in cui la massa non è più spettatore passivo ma viene coinvolta nel dramma. A Cassino questo approccio si ebbe in un dramma di Gesualdo Manzella Frontini, uno dei massimi esponenti del futurismo con Marinetti, che arrivato a Cassino dalla natia Catania, sul finire degli anni Dieci come insegnante d’italiano nel locale liceo, partecipa come protagonista alla vita culturale cassinate, insieme a Baccari, Di Biasio, Valente, Grossi ed altri, ed in special modo attraverso la rivista “le Fonti”.
Nel giugno del 1934 con la partecipazione di una grande attrice dell’epoca, Marcella Albani, e con la regia di Antonio Franchini veniva allestito nella cavea dell’anfiteatro romano il dramma del Frontini “La madre immortale”, con il coinvolgimento di tutte le scuole di Cassino, di artigiani e popolo, ideando così un movimento teatrale di masse all’interno di un dramma teatrale.
Altri spettacoli si ebbero con il carro di Tespi: questi ideato dal drammaturgo Giuseppe Giocosa portava nelle piazze italiane grandi spettacoli lirici, su grandi mezzi viaggianti e a Cassino si fermò un paio di volte, allestendo rappresentazioni nel locale campo sportivo.
Poi venne la guerra e la permanenza sul territorio cassinate degli eserciti belligeranti portò alla distruzione completa della città; i primi coraggiosi che ritornarono in città cominciarono a costruire tra le macerie le prime baracche; ricominciarono così i primi commerci, le prime imprese con i primi lavori: la vita riprendeva.
Ricomparvero i primi caffè e ritornò il cinema. Se ne impiantò uno sull’attuale via Secondino Pagano, il cinema “Rapido”, di Tamburrini-Cimillo-Adinolfi, spostatosi poi sul viale Dante (attualmente l’unico in funzione); un altro sul corso della Repubblica, il cinema Moderno, gestito da Gaetano Falese; il terzo su viale Dante, il cinema Risorgimento di Benedetto Miele e Antonio Valente.
Grande affluenza di pubblico ebbe la proiezione di un film, Il sole di Montecassino, che nelle prime immagini riportava alla mente la recente distruzione, interpretato da Fosco Giachetti nel ruolo di san Benedetto; lo stesso Giachetti aveva girato alcune scene nella città distrutta nel film “La vita ricomincia” di Mattoli, con Alida Valli ed Eduardo de Filippo. Sempre nel 1945 la città divenne il set del film “Montecassino” di Gemmiti, con Ubaldo Lay, Vira Silenti e Pietro Germi, divenuto, questi, più famoso come regista.
Spezzoni documentaristici sulla battaglia di Cassino erano già stati inseriti da un regista polacco Michael Waszynsky nel film “La grande strada” girato nel 1945, che raccontava l’esilio e la ricostituzione dell’esercito polacco con il battesimo di sangue per la presa di Montecassino. Il film fu ripreso nel 1948 dallo stesso regista coadiuvato da Vittorio Cottafavi e interpetrato da Paolo Carlini.
Nel 1958 la città ritorna ad essere set di un film tedesco: “I diavoli verdi di Montecassino”, film sulla strenua difesa della città dei paracadutisti tedeschi, impiegando nelle scene di massa comparse del posto, mentre alcune scene venivano girate nella vicina Piedimonte San Germano.
Nel 1948 Benedetto Miele con il fratello Vittorio affidarono all’architetto Mario Messina l’incarico di progettare un nuovo cinema teatro. Il Messina non era nuovo a certi progetti, avendo infatti progettato ad Asmara, in Eritrea, nel 1937 il cinema teatro Impero: a Cassino si trovava come progettista di edifici pubblici quali il Liceo, il Municipio e l’ospedale civile.
Il progetto del teatro prevedeva un grande ingresso, comunicante attraverso due porte, con la platea di circa 400 posti a sedere; mediante due monumentali scale a chiocciola si sarebbe acceduto alla galleria con circa 500 posti sempre a sedere.
La costruzione del grande edificio impiegò nei lavori ben tre imprese. Nel frattempo Benedetto Miele si era ritirato dalla società lasciando il fratello Vittorio solo nell’impresa. Il teatro cambiò nome, da “Risorgimento” ad “Arcobaleno” e venne inaugurato il 2 maggio 1950 con il film Giovanna D’arco, protagonista Ingrid Bergman.
Cominciava così quel cammino di film, varietà e teatro, sia lirico che di prosa, ed anche un festival della canzone italiana, ideato, quest’ultimo, da quel vulcano d’idee che fu Michele Giordano; ricordiamo poi la partecipazione di grandi attori come Nino Taranto, Tino Scotti, Oreste Lionello, Lidia Alfonsi, Marina Malfatti; cantanti come la Pavone, Morandi, Villa, Di Capri, Bindi e concerti come quelli di Tito Schipa e Severino Gazzelloni, nel 1981, accompagnato, quest’ultimo, dal suo pianista Leonardo Leopardi. Un ricordo di quella serata: Gazzelloni si fece accompagnare in platea per provare l’acustica e la trovò eccellente; poi, durante il concerto che seguì, dialogando con il numerosissimo pubblico, ricordò la sua giovinezza come membro della banda municipale di Roccasecca, quando veniva a Cassino per la festa dell’Assunta, al che il pubblico rispose con un’ovazione così forte da far tremare il teatro.
Poi però tra alti e bassi agli inizi degli anni Ottanta la struttura fu chiusa, per essere trasformata poi in esercizi che poco avevano ed hanno a che fare con lo spettacolo. Per ironia della sorte, l’apertura era avvenuta con la proiezione di un film su un personaggio storico e si chiudeva con un film di un altro grande personaggio: Ghandi.


1 Si riferisce all’aria farsesca tra la bella Adina e il ciarlatano Dulcamara nell’Elisir d’Amor.
2 Nelle manifestazioni del centenario benedettino del 1929 vi si allestì la mostra del lavoro italiano.

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