Giovanni Giannini, sacerdote di Castelforte, studioso e filosofo


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 2

di Duilio Ruggiero


Nacque a Sessa Aurunca nel 1838 e morì a Napoli nel 1900. Compì gli studi presso il Seminario Vescovile della città natale, rivelando fin d’allora una forte propensione per lo studio della filosofia.
Ordinato sacerdote, si trasferì, alcuni anni dopo il 1860, a Napoli, dove frequentò l’Università, che era allora, per opera soprattutto di due insigni studiosi, Bertrando Spaventa (1817-1883) e Augusto Vera (1823-1885), un centro molto attivo di studio e di diffusione della filosofia hegeliana.
Venne a Castelforte con la sorella Adele, insegnante elementare che qui aveva sposato il comandante della locale stazione dei Carabineri, Formicola Vincenzo. È rimasta proverbiale la sua battuta ”chisto non fila, chisto non tesse, ma ste gliommere a ccossì rosse da ‘ddò escono? (questo non fila, questo non tesse, ma questi gomitoli così grandi da dove provengono?) che spontanea sbottò con un’autorità del luogo al passaggio di un bell’imbusto di dubbia moralità, che pur senza lavorare e non avendo beni di sorta menava vita dispendiosa e di gaudente.
Il sacerdote aveva una predilezione speciale per il nipote Amedeo, intelligentissimo e molto versato nello studio.
Laureato in lettere, per un difetto di pronunzia si limitò all’insegnamento nelle scuole elementari. Conosceva molte lingue moderne (che aveva studiate da sé), la lingua greca ed il latino di cui era un profondo conoscitore, tanto che si azzardò a tradurre in lingua latina I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Si azzardò ad interpretare e renderlo in volgare l’atto redatto in un latino ostico e difficoltoso da Tommaso da Suio, notaio alla corte di Federico II nel giugno del 1244 (seconda indizione) col quale l’imperatore concedeva al Comune della Città di Lucca, il possesso dei Castelli di Matrone e di Lulliano nella Carfagnana, oltre a vari privilegi.
Amedeo Formicola si interessò anche della etimologia del nostro dialetto ricercando finanche tra le antiche lingue (osco, longobardo, germanico, ecc.).
Il Giannini studiò anch’egli con passione le opere di Hegel, ma, a differenza di molti altri, non divenne hegeliano ortodosso. Infatti, in un Saggio su Hegel da lui pubblicato a Napoli nel 1866 espresse non poche riserve nei riguardi del pensiero del filosofo tedesco.
Ciò nonostante, lo Spaventa, che pure era un fervente studioso e divulgatore della dottrina hegeliana, ebbe per il Giannini sentimenti di stima e amicizia.
Nello stesso anno 1866 il Giannini pubblicò un’operetta intitolata Logosofia, nella quale espose alcune sue idee originali sull’origine e la natura del linguaggio.
Negli anni successivi il Giannini ebbe varie volte l’incarico di insegnare la filosofia in Istituti privati di Napoli e nel 1873 insegnò tale disciplina anche in una scuola di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza.
S’interessava intanto anche di critica letteraria e nel 1879 pubblicò a Napoli uno Studio critico su Gia­como Leopardi, il poeta da lui prediletto, in cui studiò alcuni aspetti della poesia leopardiana alla luce dei nuovi principi estetici e metodologici del De Sanctis. A Napoli il Giannini conobbe alcuni dei più noti rappresentanti della cultura dell’epoca; quali; oltre al ricordato Spaventa, Angelo Cavillo De Meis di Chieti (1827-1891), che, già scolaro dello Spaventa e del De Sanctis, fu poi professore di Storia della medicina all’Università di Bologna, e Francesco Fiorentino (1834-1884), di Sambiase in provincia di Catanzaro, filosofo e storico della filosofia, insigne studioso del Rinascimento e professore di scienze filosofiche in varie università italiane.
Conobbe e frequentò pure un vecchio studioso assai stimato anche se di idee non troppo moderne, Giacinto De Pamphiliis (1787-1869), del quale curò, corredandola di Pensieri Critici, la seconda edizione dell’operetta Geografia dello Scibile (Napoli, 1869).
Fu altresì in relazione con diversi studiosi della sua città natale e dei centri vicini, quali Raffaele Mariano di Capua e Pietro Tagliatela (1829-1908) di Mondragone, col quale fu per qualche tempo, negli anni giovanili, in corrispondenza epistolare su argomenti filosofici.
Il Giannini ebbe però rapporti di cordiale amicizia soprattutto con Luigi Settembrini (1813-1876), il ben noto patriota e letterato, oltre che uomo politico, il quale, qualche anno dopo il 1870, lo esortò a studiare a fondo la controversa questione relativa ai rapporti intercorrenti tra il pensiero politico di Agostino Nifo – il famoso filosofo e umanista nato a Sessa Aurunca nel 1462 ed ivi morto nel 1538 – e quello del Machiavelli (1469-1527).
Il Settembrini, infatti, era stato tra i primi a notare le moltissime e sconcertanti analogie di struttura e di contenuto esistenti tra il Principe di Machiavelli (composto nel 1513 ma pubblicato postumo nel 1532), e l’opera De Regnadi Peritia del Nifo, scritta nel 1522 e pubblicata nel 1523.
Egli, perciò, suggerì al Giannini di compiere uno studio comparato dei due libri al fine di accertare quale dei due autori avesse plagiato l’altro.
Il Giannini accolse di buon grado la proposta del Settembrini ed eseguì il raffronto assai particolareggiato tra l’opera del Machiavelli e quella del Nifo, ma non pervenne a una conclusione definitiva, come egli stesso ammise scrivendo “Io non ho preteso di avere definito la questione”. Riconobbe però che “…il libro del Nifo è erudizione, quello del Machiavelli è vita”.
L’opera in cui trattò la questione in parola e che gli costò anni di lavoro è rimasta allo stato di manoscritto perché non fu pubblicata.
Vogliamo qui aggiungere che da tempo, ormai, la questione è stata risolta a favore del Machiavelli e del suo Principe, di cui è stata in pieno riconosciuta l’originalità. Si ammette perciò, generalmente, che il Nifo abbia derivato in tutto o in gran parte la materia del suo libro dal Principe, che nel 1522, quando il De Regnandi Peritia fu da lui scritto, non era ancora stato pubblicato ma del quale egli poté conoscere il manoscritto presso la famiglia di Piero de’ Medici (a cui, come è noto, l’opera fu dedicata) o presso la corte del papa Leone X, che era della stessa famiglia de’ Medici.
Dopo il 1889 il Giannini visse per lo più a Castelforte, dove in un primo tempo fu ospite del fratello Giuseppe, che aveva sposato un’insegnate del luogo, Maria Tramontano, dalla quale aveva avuto i figli: Pietro, Ernesto, Alfredo, Olivio ed Adele, anche quest’ultima insegnate elementare, coniugata come accennato con il Maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Formicola.
A Castelforte aveva l’incarico di dir messa nella chiesa dell’Annunziata.
Nel 1880 il comune di Castelforte (del quale era allora sindaco un uomo colto, Giuseppe d’Orvé) decise di fare stampare a proprie spese l’opera del Giannini su Agostino Nifo, ma la cosa non andò poi ad effetto forse perché pochi anni dopo, il detto Giannini, in seguito al crollo del soffitto della Chiesa sunnominata, si trasferì definitivamente a Napoli, dove nel 1900 lo colpì la morte.
La pregevole biblioteca – ricca di oltre un migliaio di volumi, non pochi dei quali rari – che il Giannini aveva messo insieme con grandi sforzi nel corso di molti anni e che era rimasta nell’abitazione della sorella a Castelforte, nella casa di via S.Martino, fu gravemente danneggiata da un incendio nel 1914 ed è andata poi quasi interamente distrutta a causa dell’ultima guerra.

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