Ildefonso Rea “L’Abate ricostruttore”


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 2

Una memoria dell’ex Sindaco di Cassino Mario Alberigo

Sono trascorsi quasi quaranta anni dalla morte del grande Abate Vescovo di Montecassino Ildefonso Rea, ciociaro di origine, arpinate. Egli fu realmente l’uomo giusto al momento giusto perché la divina provvidenza lo chiamò a Montecassino quando ogni cosa era in frantumi.
Ho scelto uno dei tanti articoli di quotidiani di tiratura nazionale che ne annunciarono la dipartita; “Il Mattino” così lo ricorda:
“Egli fu realmente l’uomo giusto al momento giusto perché la provvidenza divina lo chiamò alla cattedra di San Benedetto allorché tutto era in frantumi. La più illustre abbazia dell’Occidente era niente altro che un cumulo di maceria in quel lontano 8 dicembre ’45, allorché l’abate eletto prese possesso della sede. Del pari, quasi tutte le chiese ed opere di religione della diocesi mostravano gli squarci e le ferite inferte dall’apocalittico flagello di una guerra che qui aveva fatto sosta per più di un mese. Monsignor Rea si accinse alla titanica opera con quella fede che è l’immensa risorsa degli ispirati del Signore, e ad essa accompagnava una preparazione culturale eclettica e completa affinata da un gusto artistico tale da renderlo così simile ai grandi del Rinascimento. L’archicenobio di Montecassino era venuto formandosi in mille anni di operosità, Monsignor Rea rifece la stessa opera “dove era e come era” in vent’anni soltanto. Ed è per questa realizzazione che gli è valsa l’appellativo che lo qualificherà nella storia: “Io abate ricostruttore”.
Solo chi ha avuto dimestichezza con lui e ne è stato colmato di amichevole benevolenza è in grado di dare atto della febbre di realizzazione da cui era preso ogni momento. Non solo i grandi progetti, ma la materializzazione di particolari più minuti veniva da lui seguita con vigilanza continua; ogni difficoltà era sormontata dal suo acume, per ogni problema aveva la percezione della esatta soluzione. Non c’era marmo o pietra di cui non conoscesse la composizione, il nome, l’efficacia nell’impiego, non linea architettonica di cui sconoscesse l’uso stilistico, non terra o composto da cui scaturisse un assetto cromatico, non tessera il cui posto adatto alla composizione musiva gli sfuggisse. Non conosceva stanchezza nel suo operare, e mentre ricostruiva Montecassino, prese a riedificare l’abbazia di S. Vincenzo al Volturno, prese a ricostruire le tante e tante chiese parrocchiali, edifici ecclesiali distrutti dagli eventi bellici. A tale ricostruzione materiale accompagnò, con carattere di priorità, la ricostruzione morale della comunità diocesana affidata alle sue cure di pastore. Il riconoscimento più completo della sua opera gli venne dalle parole di Paolo VI, allorché il Santo Padre, il 24 ottobre 1964, si recò a consacrare la ricostruita basilica tornata a splendere nella sua magnificenza, pronta a riprendere la sua storica funzione di faro di cristianesimo e di civiltà. Alla vigilia del trapasso, (raccontano i monaci) un presentimento lo spinse a ripercorrere il perimetro degli imponenti edifici dell’archicenobio, da tutti si accomiatò e tutti benedisse, quanti gli erano stati vicini e coadiutori in 26 anni di lavoro. Rifece la strada che aveva percorsa nel lontano 8 dicembre 1945, quando prese possesso di un cumulo immenso di macerie e ripetette l’itinerario con ben diverso spirito. La giusta soddisfazione per l’opera compiuta gli fu compagna in quell’ultimo viaggio.
Ho avuto il privilegio di conoscere da vicino il grande personaggio; ne ho un ricordo vivissimo perché per me costituisce un punto di riferimento insostituibile ogni qual volta vado con la memoria agli avvenimenti che io, appena diciottenne, ebbi la ventura di vivere.
La figura del grande “abate ricostruttore” resta un punto di riferimento per quanti salgono sul Sacro monte e ammirano quell’imponente opera. L’Abate Rea va considerato come un Santo Protettore della città di cassino e di tutta la terra di San Benedetto.

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