La battaglia del Monte San Martino in Sant’Elia Fiumerapido


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 1

di Giovanni Petrucci


Raramente, o forse mai, abbiamo trovato il Monte San Martino segnato sulle carte topografiche che illustravano l’interno della linea Gustav1.
Monte Cifalco, invece, che si innalza da Valleluce fino 946 m.s.m., è ampiamente citato nei testi di storia delle battaglie di Cassino, specialmente nella letteratura d’Oltralpe. Il che si spiega, in quanto da quella cima partivano le granate che impedivano giorno e notte ai soldati del Corpo di Spedizione Francese di occupare il Colle Belvedere, Colle Abate ed avanzare verso Terelle.
Il Monte San Martino è rimasto sempre ignorato dagli storici di professione e conosciuto solo dai Santeliani, dalle donne che andavano a far legna nel dopoguerra e specialmente oggi dai cacciatori di cinghiali, che vi si recano puntualmente o da Valvori o da Vaccarecce e dagli amanti della montagna.
Invece, come dimostrano i resti di fortificazioni ancora oggi esistenti e come ricordano coloro che vissero quei tristi giorni delle battaglie, esso fu un caposaldo basilare e micidiale, perché quasi nascosto nella raggiera difensiva tedesca.
Visto dal basso, dal territorio pianeggiante di Sant’Elia, sembra essere un monte isolato, dalla forma di un perfetto cono, che con i suoi 834 m.s.m. sovrasta e domina tutta la Vallata del Rapido fino al suo congiungimento con quella del Liri. Invece non è così, perché ciò che vediamo è solo la parte terminale di un lungo crinale che si distende per alcuni chilometri verso l’interno.
Questa breve catena quindi, che si inizia col Monte San Martino, in vista è obliqua e ad est di Monte Cifalco, e distante in linea d’aria alcuni chilometri. Venne scelta con acume strategico dai Tedeschi per costringere gli Anglo-americani a scendere e ad attaccarli più a valle, di modo che essi potessero attestarsi in ottima posizione per proteggere il loro esercito sul fianco.
Nella parte più lontana dalla vetta e sotto alberi fronzuti era la cucina da campo: il luogo si riconosce ancora oggi, dopo sessantacinque anni, per l’ampia spianata su cui erano sistemati gli impianti e per le numerose scatolette arrugginite che sono accumulate ai piedi degli alberi. Pasquale ne raccatta una e me la porge perché la conservi come ricordo; la metto insieme con le schegge e con la grappa di cui un gancio si è consumato con la ruggine, che serviva per tenere insieme connessi i tavoloni del ricovero.
Più avanti, per chi proviene da Valvori, alla destra della mulattiera, era un Ospedaletto da campo. E poi i ricoveri, tanti, tantissimi ricoveri.
In verità essi cominciano a comparire dalla base del Monte, ad ovest, in località Vaccareccia, fin dall’attuale punto di captazione delle acque, dove sono tante costruzioni interrate. Erano stati costruiti in questo punto all’ingresso della vallata per evitare sorprese da parte dei nemici. Infatti risulta che qui furono uccisi moltissimi Marocchini che scendevano dal nord e intendevano prendere di lato e di sorpresa Valleluce. Nel dopoguerra le donne, come precedentemente detto, che si recavano a prendere la legna a Vaccarecce, rinvennero molti burnus, i camiciotti a strisce di quei soldati2.
Lungo la stradetta, una volta mulattiera, ne abbiamo contato ventuno, che hanno facile accesso dal bordo laterale interno di essa, ma altri appaiono disseminati più in alto, sulla falda del Monte. Erano stati scavati per decine di metri all’interno della roccia con un ampio spazio, come una stanza, nel fondo buio; molti hanno l’entrata secondo una linea storta, in altri tale entrata si divide ad ipsilon, in modo da assicurare una doppia uscita; alcuni sono comunicanti tra di loro; probabilmente quelli più in basso permettevano di salire agli altri di sopra.
In alto poi, sulla cima del crinale, era ed è ancora un reticolo di trincee che collegavano i ricoveri. Ma più che trincee dovevano essere dei camminamenti che terminavano nei bunker, non costruiti in cemento armato, ma scavati tra massi giganteschi. Al centro del cocuzzolo si vede ancora un pozzo profondo oltre una decina di metri e dal diametro di cinque o sei: certamente vi erano alloggiate mitragliatrici contraeree o qualche cannoncino. Secondo il mio accompagnatore Salvatore nel fondo doveva esserci un deposito di bombe.
Quasi tutte le trincee partivano dalla falda nord del Monte, rivolte verso Valvori, ruotavano intorno al cocuzzolo dominante la Valle del Rapido e si prolungavano verso quella ovest di Valleluce, dove i ricoveri apparivano veramente sicuri perché scavati sotto metri di terra e di roccia; erano ampi e alcuni potevano ospitare sicuramente un manipolo di soldati.
Da questo lato le aperture si seguivano circa ogni dieci o quindici metri e mostravano un parapetto di protezione; solo se una granata le centrava in pieno, poteva arrecare danni seri; ma ciò difficilmente poteva accadere, perché esse cadevano sul precipizio e lo scoppio avveniva in basso.
Da una pubblicazione comparsa su internet3 apprendo: “Paragonare il sistema di trincee del Colle San Martino a quello del 1916 presente a Verdun è sinceramente esagerato, ma l’impressione avuta la prima volta che sono salito lassù è stata notevole e soprattutto formativa. Mi sono potuto rendere conto quale era stato l’intervento strategico e logistico germanico, di preparazione e di costruzione, sulla linea Gustav”.
Dalle ricerche effettuate presso l’Archivio della Segreteria del Cimitero tedesco di Caira risulta che vi furono solo due morti durante i giorni delle battaglie sulle montagne in parola4: Georg Brunner, nato l’11.10.1919 e morto il 14.3.1944, di cui abbiamo anche una fotografia, e Egon Roth, nato il 25.2.1923 e morto il 16.3.1944. Ambedue furono sepolti provvisoriamente nel cimitero di Alvito ed oggi riposano sotto una medesima Croce nel block n. 2 ai nn. 213 e 214, proprio di fronte al monte sul quale caddero.
Questo particolare dimostra che effettivamente i ricoveri erano stati costruiti a regola d’arte, o meglio, di guerra.
Dai miei ricordi e dalle voci raccolte in paese risulta che per scavare le fortificazioni di San Martino vennero impiegati civili santeliani e di paesi vicini, rastrellati con le armi dalle SS; inoltre i Tedeschi ricorsero ai dipendenti dell’Organizzazione Todt e certamente ai militari arruolati nei vari paesi dell’Europa da loro conquistati.
Gli Anglo-americani avevano ben compreso l’importanza di questo arroccamento difensivo, perciò fin dalla prima metà del mese di novembre 1943 battevano tutti i giorni la cresta del monte con cannoneggiamenti dalle Serre di Acquafondata. La notte del 16 gennaio 1944, vi piovvero centinaia e centinaia di granate fino a quando tutto San Martino non prese ad ardere come una torcia.


1 Ringrazio vivamente gli amici Pasquale D’Agostino, Alfeo Di Mascio, Carlo Notarianni, e Salvatore Iaquaniello che mi hanno accompagnato nel mese di marzo del 2009 sul crinale del Monte San Martino.
2 Le Corps Expéditionnaire Francçais en Italie (1943-1944), Paris, 1971, p. 111: Combattimenti accaniti si svolgono dalle ore 10 del 24 gennaio 1944 lungo la Linea Gustav che si estende da monte Mare, al colle S. Biagio, al monte S. Croce che viene conquistato e poi perso dai soldati marocchini, al monte Carella e al colle S. Martino […]. La journée a coûté cher à la division (Seconda divisione di Fanteria Marocchina): 156 hommes hors de combat dont 30 tués. Et, avec elle, se terminent, pour la 2e D.I.M., les opérations qui visaient à rompre la ligne Gustav […].
3 http://www.dalvolturnoacassino.it/asp/doc.asp?id=149
4 Questi furono 1) Schweitzer Johann, nato il 23 maggio 1923 e caduto su monte S. Martino il 25 febbraio 1944 e 2) Johann Georg Brunner, nato l’11 ottobre 1919 e caduto il 14 marzo 1944.

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