La storia che non si è voluta scrivere


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 3

Rileggiamo da “La Gazzetta di Gaeta”: sett. 1860 – febbr. 1861

Siamo ormai nel pieno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia; da ogni parte si susseguono rievocazioni e rivisitazioni degli anni che precedettero quell’evento. Lasciamo perdere i servizi televisivi della Rai, che ci fanno rileggere quelle pagine della storia nazionale dai testi scolastici sui quali abbiamo studiato, e dai quali risulta che il meridione della Penisola fu quasi del tutto assente, con uno Stato Pontificio fastidioso intralcio ed un fatuo regno borbonico terra di conquista.
Non siamo propensi ad operazioni di revisionismo storico: ho già detto su queste pagine che l’Italia è quella che è: è la nostra patria e siamo pronti a tutto pur di assicurarne la dignitosa esistenza.
Tuttavia possiamo dire che non ci piace molto quel modo di riproporre la storia nazionale. Il prof. Luigi Cardi, gaetano doc ma non certo filoborbonico, ha avuto modo di dire in una intervista televisiva che circola in un blog di Beppe Grillo: “… il Piemonte è il capofila di una celebrazione concentrata a Torino“. Addirittura nei filmati realizzati dalla Rai non figura un evento assolutamente decisivo per l’unificazione del Paese come l’assedio di Gaeta, che per oltre cinque mesi fu la capitale del regno duosiciliano.
Cosa accadde a Gaeta tra settembre 1860 e febbraio 1861? Sono pronto a scommettere che tra i nostri lettori, che sono persone di buona cultura storica, qualche incertezza sulla conoscenza reale di quegli eventi c’è. Né le celebrazioni e rievocazioni storiche di oggi ci aiutano a colmare quelle lacune.
Allora noi proponiamo una breve incursione in quel periodo storico con la lettura di documenti che fino ad ora non hanno avuto molta fortuna nella storiografia nazionale.
Noi proponiamo i documenti, il lettore se ne farà autonomamente un’idea.
È noto che la sera del 6 settembre del 1860 il re Francesco II di Borbone fu costretto a lasciare Napoli a bordo della nave da guerra il “Messaggero”, insieme alla regina Maria Sofia e al suo seguito, per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta, che fu posta sotto assedio nonostante la presenza nel porto di numerose navi delle potenze europee.
L’Assedio fu condotto dalle truppe dell’esercito piemontese del generale Cialdini, e costituì, dopo lo storico incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II il 26 ottobre del 1860, l’ultimo baluardo del Regno delle Due Sicilie prima della proclamazione del Regno d’Italia.
L’intervento di Casa Savoia nei confronti del Regno delle due Sicilie, e poi dello Stato Pontificio, lo si ponga come si vuole, si dica pure che le finalità erano sacrosante, che i tempi erano maturi, che le popolazioni interessate non attendevano altro; resta il fatto, inconfutabile, che si configurò come un’aggressione militare vera e propria contro stati sovrani non nemici a scopo di annessione territoriale.
Quello che accadde dopo la fuga di Francesco II da Napoli è documentato da una pubblicazione ormai introvabile,”La Gazzetta di Gaeta”, organo ufficiale di Stato voluta dal re e stampata in pochissimi esemplari nella stessa Gaeta dalla Stamperia del Real Ministero – probabilmente la tipografia di Giuseppe Agresti – dal 14 settembre 1860 all’8 febbraio 1861: furono pubblicati 29 fascicoli (24 nel 1860 e 5 nel ’61) in 4 fogli di grande formato (cm. 32×45). Un’altra raccolta ampia e documentata degli atti ufficiali emanati dal re e dai ministri è “Gaëte. Documents officiels” pubblicata a Parigi nel 1861. Quasi una cronaca diretta di quegli avvenimenti è l’opera di don Pietro Quandel1, maggiore di artiglieria proprio in Gaeta, uscita appena due anni dopo la conclusione dell’assedio. Della Gazzetta fu fatta una ristampa anastatica dal Centro Editoriale Internazionale nel 1972 in 999 esemplari numerati. Successivamente, per quanto ne sappia, ne ripropone i contenuti più significativi il mensile “Il Golfo”, edito a Scauri (LT) dall’amico Cosmo Damiano Pontecorvo, storico serio, dichiaratamente non di “destra”.
Dai primi proclami che pubblichiamo, dati a Napoli il 6 settembre 1960 e riportati nel primo numero della Gazzetta, viene fuori un aspetto inedito del re Francesco II, un re costretto ad abbandonare la sua capitale a causa di “Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti“, mosso dalla necessità di “…garentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d’arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua città e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo“. È quasi inevitabile – ironia della sorte – il confronto con la fuga dell’ultimo Savoia da Roma nel 1943.

e.p.

 

FRANCESCO II. Per la Grazia di Dio Re del Regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, ecc. Duca di Parma, Piacenza, Castro ecc. ecc. Gran Principe ereditario di Toscana ecc. ecc. ecc.
Dacché un ardito condottiere, con tutte le forze di che l’Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i Nostri Domini invocando il nome di un Sovrano d’Italia, congiunto ed amico, Noi abbiamo con tutti i mezzi in poter Nostro combattuto durante cinque mesi per la Sacra indipendenza dei Nostri Stati. La sorte delle armi Ci è stata contraria. L’ardita impresa, che quel Sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto, nella pendenza delle trattative di un ultimo accordo, riceveva nei suoi Stati principalmente ajuto ed appoggio, quella impresa, cui tutta l’Europa, dopo aver proclamato il principio di non intervenzione, assiste indifferente, lasciandoci soli lottare contro il nemico di tutti, è sul punto di estendere i suoi tristi effetti fin sulla Capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze.
D’altra parte la Sicilia e le Provincie del continente da lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla Rivoluzione, insorte dopo tanta pressione, hanno formato dei Governi provvisori col titolo e sotto la protezione nominale di quel Sovrano, ed hanno confidato ad un preteso Dittatore l’autorità ed il pieno arbitrio de’ loro destini.
Forte sui nostri dritti, fondati sulla storia, su i patti internazionali e sul dritto pubblico Europeo, mentre Noi contiamo di prolungare, finché ci sarà possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio per risparmiare gli orrori di una lotta e dell’anarchia a quella vasta Metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie e culla delle arti e della civiltà del Reame.
In conseguenza Noi moveremo col Nostro Esercito fuori delle sue mura, confidando nella lealtà e nello amore dè’ Nostri Sudditi pel mantenimento dell’ordine e del rispetto all’autorità.
Nel prendere tanta determinazione sentiamo però il dovere, che ci dettano i Nostri dritti antichi ed inconcussi, il nostro Onore, l’interesse dei Nostri Eredi e successori, più ancora dei nostri Amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimenti che sonosi compiuti o si compiranno in avvenire, Riserbiamo tutt’i Nostri titoli e ragioni, sorgenti da Sacri incontrastabili dritti di successione, e dai Trattati, e dichiariamo solennemente tutti i mentovati avvenimenti e fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che ci riguarda nelle mani dell’Onnipotente Iddio la Nostra causa e quella dei Nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del Nostro Regno un sol pensiero che non fosse consacrato al loro bene ed alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garentite ne sono il pegno.
Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti, e vogliamo che, sottoscritta da Noi, munita del suggello delle Nostre Armi Reali, e controsegnata dal Nostro Ministro degli Affari Esteri, sia conservata nei Nostri Reali Ministeri di Stato degli Affari Esteri, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e di Grazia e Giustizia, come monumento della Nostra costante volontà di apporre sempre la ragione ed il dritto alla violenza ed alla usurpazione.

Napoli 6 settembre 1860

Firmato – Francesco
Firmato – Giacomo De Martino

 

PROCAMA REALE

Fra i doveri prescritti ai Re quelli de’ giorni di sventura sono i più gravosi e solenni, ed io credo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti Monarchi.
A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa Metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore.
Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze Europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali ed italiani, non valessero ad allontanarla; che anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e futura.
II Corpo Diplomatico residente presso la mia persona seppe fin da principio di questa inaudita invasione di quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d’arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua città e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Questa parola, è giunta ormai l’ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dello esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei dritti mi chiama. L’altra parte di essa resta per contribuire, in concorso con l’onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della Capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del Ministero. E chieggo all’onore ed al civismo del Sindaco di Napoli e del Comandante della stessa Guardia Cittadina risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei disordini interni ed i disastri della guerra vicina; a quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie e più estese facoltà. Discendente di una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori dl un lungo governo Viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono Napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatriotti. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al Trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.

Napoli 6 settembre 1860

FRANCESCO

 

Il re, con la moglie Maria Sofia e col suo seguito, lasciò Napoli imbarcandosi sulla nave da guerra “Il messaggero”. Prima di partire ordinò alla sua flotta nella rada di Napoli di seguirlo a Gaeta: si rifiutarono tutti tranne la “Partenope”. Le forze di terra invece restarono fedeli al loro sovrano.
Due giorni dopo, l’8 settembre Francesco II si rivolge ai soldati.

 

ORDINE DI SUA MAESTA’ IL RE D. G.
Soldati

È tempo ormai che la voce del Vostro Sovrano echeggi nelle vostre fila; di quel Sovrano che crebbe in mezzo a Voi e che spendendo ogni Sua cura pel vostro immegliamento ha finito per dividere i pericoli, ed oggi le sventure.
Gli illusi o sedotti che hanno immerso il Regno intero nelle sciagure e nel lutto, non sono più fra noi; epperò ch’io fò appello al Vostro Onore, alla Vostra fedeltà, alla ragione stessa, onde l’onta infame di codardia e di tradimento sia cancellata con una seguela di gloriose azioni, e di nobili slanci.
Noi Siamo ancora in numero sufficiente per affrontare un nemico che non combatte con altre armi se non con quelle potenti della seduzione e dell’inganno. Ho fin oggi voluto Io risparmiare molte città, ed in particolare la capitale dal Sangue e dalle stragi, ma ridotti ora sulle linee del Volturno e del Garigliano vorremo ancora aggiungere note umilianti alla Nostra condizione di Soldati? Permetterete Voi che per la sola opera Vostra il Sovrano lasci il proprio Trono, e vi abbandoni ad una eterna infamia? No, non mai!
In questo supremo momento ci raccoglieremo tutti intorno alle Nostre bandiere per difendere i Nostri dritti, il Nostro Onore, ed il Nome Napoletano diggià per molto avvilito, e se in tal momento, vi saranno ancora de’seduttori che vi mostrano ad esempio que’sciagurati che per pura viltà si son dati al nemico, Voi invece mostrerete que’ bravi e valorosi soldati che seguendo la sorte del proprio Sovrano Ferdinando IV (di gloriosa memoria), si ebbero lode non comune dall’universale, e beneficenza e gratitudine dallo stesso Monarca. Questo bello esempio di fedeltà sia per Voi di gara generosa, e se il Dio degli Eserciti proteggerà la Nostra Causa, avrete a sperare ciocche altrimenti facendo, non potrete mai conseguire.

Gaeta 8 Settembre 1860
Firmato – FRANCESCO

Infine, sempre l’8 settembre si ha un dispaccio da parte della Marina militare.
Ministero e Real Segreteria di Stato della Marina
Ordine del 9 Settembre 1860

Osservando che la sola Fregata la Partenope abbia eseguito il comando dato dalla lodata S. M. di recarsi a Gaeta, ove ha trasferito la sede del suo Real Governo; nel dichiarare che i Comandanti e gli equi¬paggi di ogni classe degli altri legni della sua Flotta, son rei di alto tradimento, esterna la sua Real soddisfazione al Comandante ed all’equipaggio di essa Fregata Partenope, i quali han mostrato tutti aver serbato quell’onore, disciplina ed ubbidienza ai voleri del Re, base primordiale ad ogni Militare di qualunque arma. Pel che accorda da basso uffiziale in giù una giornata di soldo in regalo, riserbandosi in appresso di dare tanto al Comandante che agli individui di esso equipaggio quel compenso che merita la loro devozione al Sovrano.

e. p.

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