Quando la storia si fa poesia. Dall’orrore della guerra e dal sacrificio degli sminatori l’auspicio in versi per una pace duratura.


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 2

di Gaetano De Angelis Curtis


In merito agli articoli da pubblicare, “Studi Cassinati”, seguendo una sua specifica norma editoriale e redazionale, ha giustamente sempre privilegiato l’aspetto storico-artistico del territorio non occupandosi, per propria scelta, di temi letterari.
Una sola volta, come unica eccezione, ha inserito all’interno di uno dei suoi bollettini (precisamente il n. 4, anno VI, ottobre-dicembre 2006, pp. 220-225) un articolo sul poeta-fabbro Francesco Acciaccarelli, vissuto nella Cassino tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Non si hanno a disposizione precise e approfondite informazioni su Acciaccarelli solo che si era affermato nella società del tempo sia dal punto di vista politico (consigliere comunale e vice presidente di una società operaia), sia per la sua produzione letteraria. Artigiano, sebbene autodidatta, ebbe un’anima di fine artista in campo letterario, autore di varie poesie giudicate positivamente tanto che alcune di esse vennero pubblicate sul periodico “Il Rapido”, diretto da un’altra grande figura del panorama letterario di Cassino e cioè il notaio Carlo Baccari. Ecco, dunque, che la rievocazione del personaggio è stata fatta attraverso alcune delle sue odi pubblicate nell’omaggio che gli fu fatto dalla rivista di Baccari alla fine dell’Ottocento.
Pur tuttavia, di tanto in tanto dai polverosi archivi italiani e dall’ingente massa di documenti ingialliti, deteriorati, inumiditi, capita che, sorprendendo chi svolge ricerche di carattere storico, saltino fuori anche dei fogli che nulla hanno a che fare con le questioni amministrative, politiche, sociali ecc.
Tali fogli distolgono sì l’attenzione dalla ricerca, ma, anche se per pochi attimi, rinfrancano, rincuorano poiché offrono una visione diversa del vivere umano, facendolo apparire da un’ottica, da un’angolatura diversa.
Ecco il motivo per cui ora si chiede a “Studi Cassinati” un altro strappo alla sua regola al fine di pubblicare due poesie non per il loro estrinseco valore artistico o letterario, sul quale non ci si pronuncia, ma perché ambedue riflettono aspetti relativi alla guerra a Cassino e alle conseguenze che essa ha lasciato su questo territorio circostante negli anni del dopoguera, anche perché le due poesie offrono, al tempo stesso, un esempio di come la “Città martire”, martoriata dalla furia bellica, fosse vista e considera da chi di Cassino non era.
Dunque nell’Archivio storico del Comune di Cassino, fra le carte conservate, rigorosamente redatte a partire dal secondo dopoguerra essendo andate disperse e distrutte quelle precedenti, è possibile reperire al suo interno anche le due poesie che qui si propongono (REP 15 f. 24). La prima è opera di Giuseppe Ragno, un avvocato salernitano, all’epoca assistente di procedura penale presso l’Università di Roma.
La inviò al sen. Pier Carlo Restagno, “nella qualità di Sindaco di codesta eroica città” il 10 giugno 1955. Nella lettera dava notizia che la sua lirica dedicata a Cassino era stata premiata al Concorso nazionale di poesia “G. Giusti” organizzato a Firenze dalle riviste letterarie “Realismo lirico” di Firenze ed “Arte-Stampa” di Genova.
La cerimonia di premiazione del Premio Giusti, cui avevano partecipato 280 concorrenti, si era tenuta a Firenze nel Salone di Parte Guelfa il 18 maggio 1955:

Sul monte come su di un’isola
immota navigante su un lago di verde
un’Ara travalica i Tempi.
Case adunate raccolte
ai gradini del Tempio:
pellegrini ginocchiati sotto l’Ali di Dio.
O Cassino, Te gran Benedetta
onde murmuree crepitanti
Barbare schiere aggrediro.

Orde remote orde recenti
ma distrutta ognora risorgi
Beffarda di violenze nemiche.

Polve d’oltr’Alpe non covre la fonte,
l’impeto s’accende più alto
ed erompe.

Franco ed Anglo e Germano
piegaro innanzi al Santo,
che rinnovato ha il Tempio.

Immacolata rovina
tu non soffri
ma preghi e lavori.

Ed il miracolo invocato
è dato.
Cassino qual Cristo trafitto risorge.
Vissuta vivente
di Fede
Eterna sarà.
Anco le ombre dei morti pregare:
mai più Terra divina berrai
sangue vermiglio versato da mano fraterna.

Ed il miracolo invocato
è dato.
Due madri di caduti nimici si strinsero al petto.

Ad un patto giurato venimmo,
ombre di ieri volti di oggi,
fratelli tornammo nel grembo d’Italia.

Tu hai, Cassino, il Tempio,
Tu un patto giurato,
Tu la Patria rinata.

Cassino, urna d’eroi,
Cassino, urna di martire,
Cassino, urna del Santo.

La seconda poesia è opera di Evaristo Primo Galassi.
Dipendente della società Italstrade s.p.a., con sede a S. Pancrazio, Bolzano, era stato tra i primi ad operare nella zona del Cassinate incaricato della “Bonifica dei Campi Minati”. Nel maggio 1955, pur lontano dalla “gloriosa Città” si sentiva ancora “spiritualmente legato alla cara città di Cassino, cara a tutti gli Italiani”.
Giuntagli l’eco delle manifestazioni tenutesi nella “risorta” Cassino aveva inviato al sen. Restagno l’ode dedicata ai “gloriosi sminatori” che avevano operato, mettendo a rischio la propria incolumità e la propria vita, per rendere di nuovo fruibile e vivibile quel territorio oggetto di furiose battaglie di eserciti e di uomini di tante nazionalità contrapposti un decennio prima:

Ai Gloriosi Sminatori

Socchiudo gli occhi e vi rivedo tutti, oh miei cari amici sminatori!
Rivedo assieme a voi i campi abbandonati, ove le mine regnavano sovrane
E perciò il silenzio funesto della morte, aveva steso il suo manto immane
Mentre il canto dell’augel non era di festa, ma lugubre lamento tra gli orrori

Vi rivedo co’ nervi tesi e lo sguardo vigile, incedere cauti ed attenti
Onde strappar dalle ferite della terra, quei micidiali ed infernali ordigni
Perché il germoglio del seminator, ridasse vita a quei campi dal palpito spenti
E sì che l’arator, festoso e senza tema, potesse dei solchi rintracciar i segni

Con il vostro ardimento ed il vostro sangue, il cammin della rinascita fu segnato
Ma dimenticare non si ponno i luoghi, dove il tremendo flagello s’era abbattuto
Il ricordo di “Cassino” basta da solo! Quale ecatombe senz’eguali era divenuto
Il suolo della Patria, che dal passo mortale della guerra fu in ogni angolo calcato!

Di voi, che là lasciaste la vita, di voi che del vostro sangue ne faceste olocausto
Sminatori! Eroi silenti che affrontaste la morte al muovere d’ogni passo
Perché dal mondo investito dalla bufera cruenta, ne rinascesse uno più giusto,
Di voi, chi potrà obliare l’osare, che fu determinante per il risorgimento, dopo tanto sconguasso?

Monco dei campi minati! Il tuo collega cieco conduci, su quelle terre ora opulenti
In quei posti ove un giorno, l’agguato degli ordigni si celava con la morte tenebrosa
Decantagli, tu che lo vedi, il miracolo che operaste insieme, per cui oggi le sementi
Hanno ripreso a dare vita alla Natura tutta, ergendola prospera e rigogliosa

Con i tuoi occhi fagli vedere le contrade, che di macerie erano un cumulo fumante
Mentre oggi vi sono rinati come per incanto, nuovi casamenti che librano nel cielo
Risorti mercè l’opera vostra, perché quei siti immunizzaste dalla morte ascosa da un velo
E voi la debellaste, smuovendo pietra dopo l’altra, rischiando tutto di voi ad ogni istante

A voi che indenni usciste da tant’ardimento, vi guidino dall’alto Color che son caduti
Ai vostri fratelli, che le carni straziate ne riportarono, il mondo gliene sia grato
Perché, voi tutti oh temerari! foste i pionieri che in ogni canto della terra operaste muti
Onde novella vita risorgesse su tante rovine e l’augel ricinguettasse allegro l’inno del Creato

Gloria a Voi, oh Sminatori non più tra noi! Ardimentosi che dormite il sonno eterno
Siano le Vostre Tombe il monito ai posteri, perché altri flagelli vengano evitati
Ed il dono della vita che faceste, sia esso il freno a chi vorria rinnovar l’inferno
E riconduca gli uomini al vincolo fraterno, dal quale la passion della conquista li aveva allontanati!

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