Tra “la Berlino che fu” e quella attuale: una preziosa testimonianza di Mario Alberigo


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Studi Cassinati, anno 2009, n. 2.

Mario Alberigo, già sindaco di Cassino, ha raccontato, in un volumetto destinato agli amici e ai suoi numerosi estimatori, il lungo periodo di tempo, durato ben otto anni, (1976-1984) trascorso, come servitore dello Stato, a Berlino, quella Ovest. Il brillante tessuto narrativo del racconto ha il pregio di saldare la sua storia personale agli ultimi anni della “Berlino che fu”: ne viene fuori, così, una interessante commistione fra l’autobiografia e la documentazione storica di un eccezionale momento politico e culturale. Il corredo delle immagini, ben scelto e pertinente, costituisce nel contempo una preziosa documentazione di quel periodo. L’atmosfera di mistero che faceva apparire Berlino come la “città del mistero” si ruppe al momento della demolizione del muro che, decretando la riunificazione delle due Germanie, la consegnava agli archivi della storia. La contrapposizione, non solo politica, che il muro aveva rappresentato, d’un tratto si trasformò nelle macerie di una ideologia e l’immaginazione resa banale dalla realtà, si trovò di fronte ad un mutamento di portata epocale.
“Ho vissuto con profonda partecipazione – scrive Alberigo – ed intensità di sentimenti questo mutamento. Il concerto di Rostropovitch sulle rovine del muro, seppellì per sempre il fallimento dell’idea del socialismo reale che aveva acceso tante speranze quanti lutti che aveva provocato. E Berlino, all’alba di un nuovo giorno, si scoprì profondamente diversa nell’una e nell’altra parte che il muro aveva creato. I Tedeschi cominciarono allora una lotta, non ancora completamente ultimata, per cancellare queste diversità e unire ciò che la storia aveva diviso.
Oggi resto schiacciato dal cambiamento, non solo delle strutture urbanistiche: un’altra città che ha trovato nel presente quella unità che aveva per tanti anni vagheggiato nel passato. Oggi pare distrutto non solo il muro ma anche il ricordo: la modernità dell’architettura occidentale si è lanciata verso il costrutto romantico dei monumenti di Schinkel, cancellando i confini, anche culturali, fra la doppia identità di Berlino. La Potsdamerplatz si è arricchita di avveniristiche costruzioni in vetro che si specchiano sulle facciate di palazzi di cristallo che sfidano il cielo. Il modello culturale giapponese e americano è subito evidente nonostante gli sforzi rimarchevoli fatti da parte del nostro Renzo Piano; l’atmosfera è quella di un quartiere di New York piuttosto che quella di una città prussiana che bisogna invece cercare nelle vecchie strade come la Fasanenstrasse o la Bundesallee. Ma questa è l’inevitabile cifra del nostro tempo dove la globalità rischia di diventare omologazione e le sacrosante differenze che hanno fatto grande l’Europa, rischiano di appiattirsi sempre più in modelli culturali di vita unificati”.

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