La scuola allievi carabinieri di Cassino dal 1920 al 1927


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Studi Cassinati, anno 2008, n. 2

di Alberto Mangiante

Il volumetto, ritrovato sul mercato antiquario, “Fiaccola (Bozzetti)”, di Giuseppe Musu, edito nel 1928, tratteggia, in vari episodi, le gesta dei Carabinieri Reali. Due capitoli sono dedicati proprio alla Scuola Allievi Carabinieri in Cassino. Riporto di seguito la trascrizione dei due brani che mostrano le vicende e le usanze in vigore nei primi anni venti del XX secolo.

SEGUENDO IL BATTAGLIONE ALLIEVI CARABINIERI REALI IN MARCIA
Una aggiustata al posto letto, una rapida passeggiata a sbalzi della spazzola, che saltella dal colletto al ginocchio e dal petto alla punta delle scarpe e… fuori di corsa, alla adunata nel vasto piazzale. C’è la marcia.
Spiegatoci: per l’allievo carabiniere la marcia non rappresenta la leggendaria e temuta marcia del non meno leggendario fantaccino, dei tempi remoti, il quale, pur di scansarla escogitava tutti i mezzi possibili ed impossibili, simulando col famoso “marca visita” tutte le infermità e tutti i malesseri di cui neppure la scienza medica è mai riuscita a scoprire l’esistenza. Per l’allievo carabiniere la marcia è una deliziosa passeggiata.
Dopo aver atteso alle intense istruzioni di caserma per una mezza settimana, studiando leggi e regolamenti, si puó ben sentire la necessità di sgranchirsi le gambe, facendo una marcia su uno stradale, attraverso i campi o su per i costoni dei monti che circondano questo bel Distaccamento.
Epperò il giorno in cui ha luogo la marcia l’Allievo carabiniere vi interviene con gioia.
Dopo i brevi comandi di rito per la presentazione delle truppe al Comandante del Battaglione si inizia la partenza. La fanfara intona una marcetta allegra che fa sbizzarrire un poco i cavalli degli ufficiali, i quali, al pari degli uomini pregustano il piacere di una deliziosa passeggiata in campagna.
La compatta massa grigio-verde comincia a sciogliersi e a formare un gran nastro, che sembra venga stirato per un capo dagli uomini a cavallo che lo precedono. Dietro i cancelli del campo, sulla strada, una accolta irrequieta di persone di ambo i sessi e diverse età attende impaziente l’uscita della truppa. Sono gli immancabili rivenditori di frutta, cioccolato e cibarie diverse che, come un nuvolo di mosche, appostano le truppe ogni qual volta queste escono per le marce, e le seguono, le aggrediscono quasi con le loro assordanti voci, offrendo le loro mercanzie e decantandone la bontà.
Queste mosche umane hanno un intuito, un fiuto tale che indovinano sempre, se già non lo sanno in precedenza, il giorno, l’ora, e la mèta delle marce e dei movimenti delle truppe e, per quanto si voglia talvolta uscire improvvisamente e con segretezza non si puó mai liberarsi dalla loro presenza.
Il grande nastro grigio-verde è già fuori del campo; è disteso completamente su un tratto diritto del grande stradale, e dai punti più salienti si scorge per tutta la lunghezza, avanzare lentamente, tra due file di pioppi brulli e rigidi che sembra siano stati schierati per fare ala d’onore ai passanti. Due luccicanti rivoli d’acqua scorrono ai fianchi della strada, formando, con i cespugli e le siepi circostanti, dei bordi a frange multicolori. I contadini che vangano nei campi adiacenti sospendono momentaneamente il loro lavoro per considerare la lunga fila dei fieri giovani, e pensano al bene che questi futuri militi della “Benemerita” renderanno alla Patria e ai cittadini allorché saranno al loro posto di dovere.
“Al passo di strada”. La colonna apre le righe e si fende gradatamente dalla testa alla coda, per lasciare libero transito ai viandanti.
La fanfara tace, ma si innalzano e si sperdono nella tranquillità dello spazio le più disparate canzoni: dalla “Leggenda del Piave” a “Santa Lucia luntana”, cantate dai vari gruppi e gruppetti di militari, ciascuno dei quali intona la canzone in voga nella propria regione.
Delle graziose villanelle fanno capolino alle finestre dei cascinali prospicenti alla strada e sorridono birichine ai baldi giovani che sfilano davanti a loro. Gli allievi però, pur non avendo acquistato ancora quella gravità di portamento che distingue il nostro tipo di vecchio carabiniere, sentono già di essere ometti serii, e perciò, ai sorrisi provocanti delle procaci contadine non rispondono con lazzi, né con motteggi galanti, ma limitano la loro giovanile espansione ad una furtiva e discreta occhiata e ad una lisciatina ai baffetti incipienti.
Comincia la salita e comincia anche a rallentare il passo, talmente che il gigantesco nastro grigio- verde, sembra ora trascinato più che tirato verso l’erta. I cascinali sono più spessi, la strada meglio mantenuta; ancora una fila di case ed eccoci a S. Elia, piccola frazione nel Comune di Cassino. È un gruppo di case addossate fra loro e disposte a corona di un colle, che sembra formare un gradino della gigantesca scalinata del versante orientale dell’Appennino Meridionale.
La testa della colonna si ferma, le file si serrano, i reparti si riordinano e il Battaglione, al suono della fanfara, si ammassa. Al suo giungere lo accoglie un fitto crepitio di mortaretti e un frastuono di campane, che confondono e soverchiano la musica e annunziano agli arrivati che il villaggio è in festa. Difatti la processione è appena rientrata nella prossima Chiesa e la moltitudine di villici, che poco prima la seguiva salmodiando, si riversa ora nella piazza ad ammirare la graziosa scena. Avviene intanto uno spettacolo davvero originale, quando al ‘Rompete le righe’ lo sciame di allievi si sparpaglia di corsa per tutti i versi, battendo, con impetuose ondate umane contro le imboccature dei dedalucci di vicoli che mettono nel cuore del villaggio, le cui strette e brevi viuzze in pochi minuti rigurgitano di allievi, e gli abitanti gioiscono di questa scena, per loro nuovissima, che conferisce una inattesa nota di gaiezza alla loro festa. Le finestre delle case sono affollate di curiosi, le persone che non si accorsero dell’arrivo del Battaglione rimangono sorprese a vedere le viuzze congestionate da quelli ingorghi viventi.
I rappresentanti l’autorità e le altre notabilità del luogo si presentano gentilmente al comandante delle truppe e fanno gruppo brillante con gli ufficiali.
All’ora stabilita i reparti si riuniscono e si inizia la marcia di ritorno. Due fitte ali di popolani assistono con rimpianto alla partenza di tanta balda gioventù. Lo strascico della folla segue il Battaglione fino all’uscita del villaggio, salutando gli ospiti e augurando che questi ritornino presto ad allietare la loro contrada.
Altre canzoni, altre arie più o meno regionali le più svariate, vengono intonate dagli allievi non appena si trovano nuovamente sulla strada di ritorno. Questa volta la marcia è più celere, sia perché si va in discesa e sia – forse con certezza – perché dopo una buona passeggiata i giovani allievi si sentono incitati dallo stomaco a correre in caserma, dove li attende un buon rancio caldo.
Le popolane dei cascinali fanno ancora capolino alle finestre e lanciano sorrisi e occhiate piene di espressione e di desiderio ai baldi allievi, i quali ripetono lo stesso gesto di espansione della prima volta. Rientrando nel Campo gli allievi sfilano baldi e disinvolti davanti al Comandante, e dal loro aspetto gagliardo e fiero si rivela quel senso di letizia che si possiede solamente a 20 anni, dopo una passeggiata di piacere.

UN RITO E UN GIURAMENTO
Le quattro compagnie degli allievi sono schierate in due grandi ammassamenti, uno di fronte all’altro. In mezzo sta la cappella del campo, semplice e severa, dove un religioso dell’Abbazia di Montecassino sta per officiare la messa domenicale.
Il sole, pur essendo sorto da qualche ora, è leggermente velato da piccole fascie di caligine che ne attenuano lo splendore. Per un leggero residuo di brina della notte, se non si sente un freddo rigido, si avverte tanto freddo da costringere a non togliersi gli abiti d’inverno. La natura circostante, nella sua veste da mezza stagione, pur non essendo completamente brulla, non è neppure ancora rivestita della sua bella veste primaverile. Sì che tutto fa considerare che il cielo e la terra partecipino con compunzione ed austerità, ai riti solenni che si stanno per celebrare, in quell’abbigliamento modesto e severo voluto dalla circostanza.
Un segnale di tromba avverte che incomincia la messa.
Non un minimo rumore, non un bisbiglio si percepisce in quella schiera di circa tremilacinquecento uomini.
Anche senza darsi l’aria di amanti di originalità, si puó assicurare che nessuna cerimonia religiosa impressiona e conquide quanto la messa celebrata all’aperto, dove per tempio è la gran volta del cielo e per paramenti le bellezze armoniche della natura. Ivi l’anima, non distrutta dalle visioni profane, frivole o classiche, si raccoglie meglio nella preghiera e si sente più vicina a Dio.
I nostri gloriosi combattenti potranno confermare queste mie considerazioni, giacché ho avuto occasione di osservare che, persone che in città non andavano mai in chiesa o vi andavano senza alcun pio trasporto, non mancavano mai di intervenire alla messa del campo, celebrata nelle ore di tregua, senza pompa, senza paludamenti, in mezzo alle schiere degli eroi.
Un secondo segnale di tromba avverte che il rito religioso è terminato e che sta per avere luogo un altro rito non meno solenne, non meno importante.
Le due ali di truppe lasciano la primitiva formazione e, con brevi ed adeguati comandi, si congiungono e si riordinano in un imponente quadrato con un lato aperto.
Quivi prende posto il Colonnello Comandante della Legione Allievi, venuto espressamente dalla Capitale. Egli, con un discorso sobrio ma ispirato, illustra alle reclute il significato del giuramento, facendo accenno ad indovinate considerazioni sul sentimento spirituale del rito testè celebrato e sull’altezza e la importanza morale della promessa che loro stanno per proferire; della bellezza di quel voto supremo, per il quale il militare spontaneamente si spoglia e rinunzia ad ogni fine egoistico e particolare, vincolando quanto di sé ha più sacro, l’onore e la libertà per far dono della propria opera, delle proprie virtù e, occorrendo, far olocausto della propria vita nell’interesse della società, della patria e del suo sovrano.
Indi le truppe presentano le armi, mentre il Comandante legge la formula del giuramento ed invita le reclute a giurare.
Un formidabile grido: ‘Lo giuro’, prorompe da quei tremilacinquecento petti; mentre altrettante mani si elevano verso Dio, come a confermare e protestare con quel gesto di fierezza la sincerità di quella sacra parola.
Per alcuni istanti l’eco di quel grido magnifico si ode per la vallata e nelle gole dei monti circostanti, e sembra che anche la natura lo ripeta a testimonianza di quel solenne impegno di coscienza e d’onore che quella schiera di generosa gioventù prende per il bene inseparabile del Re e della Patria. Terminata la cerimonia del giuramento gli allievi sfilano in bell’ordine e marziali davanti al loro Comandante, compiendo così un doveroso atto di omaggio alla disciplina, che nel militare tutto ordina, tutto sostiene e a tutto dà forza, valore e vita.
Il sole, che intanto ha percorso discreto tratto del suo cammino, si è liberato dalle piccole nuvole e si presenta ora in tutto il suo splendore, preludendo a una magnifica giornata, così come il giuramento dei futuri militi dell’Arma Benemerita prelude alla forza, alla sicurezza e alla tranquillità della Nazione.

Nel 1920 il secondo Battaglione Allievi Carabinieri Roma, costretto a lasciare le fatiscenti strutture romane della Farnesina, trovò ospitalità nel complesso esistente in Cassino, sulla strada che porta a Caira, che aveva ospitato fino allo stesso anno i prigionieri di guerra austro-ungarici. Ristrutturato e adeguato alle nuove esigenze fu inaugurato la mattina dell’11 Novembre 1920 alla presenza dell’Abate Diamare espressamente invitato dalle autorità militari. Tutto il complesso si estendeva in un grande parco contenente 38 padiglioni in muratura, dotati di strutture igieniche moderne ed acqua potabile, luce elettrica, una chiesetta, un piccolo teatro, un’infermeria e delle strutture sportive. Si accedeva al campo da un cancello sormontato da una grande scritta “Secondo Battaglione Allievi Carabinieri Reali”, cambiata poi in “Distaccamento Allievi Carabinieri Reali”, e sui due pilastri del cancello si leggevano le seguenti scritte:
La nuova struttura oltre a portare in città un consistente numero di giovani allievi, circa 3500, fece nascere nuove attività commerciali e portò anche delle novità in campo sportivo, facendo conoscere alla gioventù cassinate nuove discipline come il nascente gioco del calcio e la maratona1. Come constatarono tutti gli Ufficiali Superiori dei RRCC e sua eccellenza Vaccai, Comandante del corpo di armata di Roma, la scuola rappresentò un modello per il suo genere, sia per le tante comodità esistenti che per l’organizzazione dei servizi.
Ma con l’avvento del Fascismo, anche a causa di alcune prese di posizione contrarie al regime, la città fu sottoposta ad una completa spoliazione delle sue istituzioni: toccò così anche alla Scuola Allievi Carabinieri. Nonostante varie proteste anche delle autorità militari competenti, nel Novembre del 1927, la scuola fu trasferita a Gaeta e poco dopo in un altro luogo. A nulla valsero le proteste del Sindaco Caio Fuzio Pinchera che in un opuscolo, dato alle stampe nel 1927, ne lamentava la probabile chiusura.
Che cosa rimane di questa istituzione nella memoria della città? Nulla, se non due piccoli monumenti che, situati alla fine del viale d’ingresso del cimitero cittadino, ricordando gli allievi deceduti, rischiano di scomparire fagocitati dalla costruzione speculativa di nuove tombe e rovinati dal tempo.
Sarebbe auspicabile che il Comune di Cassino, eventualmente insieme alle associazioni di Carabinieri in congedo ed alla locale stazione dei Carabinieri, si facesse carico di un eventuale restauro conservativo, affinché l’unico monumento che ricorda la permanenza della Scuola Allievi sia conservato alle future generazioni.

Per approfondimenti sulla storia del “Concentramento” di Caira si veda: Sergio Saragosa, “Storia del deposito di artiglieria nella contrada Monterotondo di Cassino”, in “Studi Cassinati”, II (2002), nn. 3/4, pagg. 131-133.

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